La stanza accanto
di
lucen warrant
genere
tradimenti
Comunque puttana 2
Prologo
Sandra era poco distante.
Parlava con alcuni colleghi, un calice in mano. Come sempre, senza cercarlo, finiva per essere il centro del piccolo gruppo.
«Ha un certo fascino, sua moglie.»
Mi voltai.
Era Nadia.
Sorrisi.
«Lo so.»
«No.»
Scosse appena la testa.
«Credo che lei sappia soltanto una parte delle cose.»
Seguì il mio sguardo.
«Non è tanto la bellezza. È il modo in cui guarda le persone. Alcuni uomini lo confondono facilmente.»
Rimasi in silenzio.
«All’EUR me ne accorsi subito.»
Bevve un sorso di vino.
«C’era un giovane ricercatore…»
Lasciò la frase a metà.
«Ma immagino che Sandra gliene abbia parlato.»
«Mi ha raccontato il congresso.»
«Certo.»
Sorrise.
«I congressi raccontano sempre molto.»
Fece per allontanarsi, poi si voltò.
«Sa una cosa?»
La guardai.
«I corridoi degli alberghi dicono tante cose.»
Una pausa.
«Almeno a chi sa osservare.»
Mi rivolse un sorriso appena accennato.
«È stato un piacere conoscerla.»
La vidi raggiungere Sandra.
Le disse qualcosa.
Sandra rise.
Poi, per un istante, cercò il mio sguardo.
Fu allora che cominciai a chiedermi se esistessero storie che, pur sfiorandoci ogni giorno, non avremmo mai conosciuto fino in fondo.
Ci sono ricordi che restituiscono i fatti.
Altri restituiscono soltanto i vuoti.
È nei vuoti che l’immaginazione comincia a lavorare.
Getta ponti fra piccoli scogli di realtà.
E, a poco a poco, nasce una storia.
“Da lì, nella mia memoria, comincia a parlare Sandra.”
All’ultimo congresso nazionale, ospitato al Convention Center dell’EUR, avevo appena concluso la relazione magistrale quando lo vidi avvicinarsi.
Attorno a me c’erano ancora alcuni colleghi che mi rivolgevano le ultime domande. Lui rimase a qualche passo di distanza, aspettando con pazienza che il piccolo capannello si sciogliesse. Solo allora si fece avanti.
Era Claudio.
Lo conoscevo soltanto di nome. Trentadue anni, ricercatore universitario in rapida ascesa, autore di alcuni lavori che avevo letto con interesse. Alto, sportivo, con quell’eleganza naturale che sembrava appartenere più ai corridoi di un centro di ricerca internazionale che ai congressi italiani.
«Professoressa Sandra… finalmente la incontro.»
Mi tese la mano.
«La seguo da anni. Alcuni suoi articoli hanno orientato anche il mio lavoro.»
Lo ringraziai con il garbo che riservo ai giovani colleghi più promettenti. Pensavo che il convenevole fosse finito.
Invece abbassò appena la voce.
«Posso confessarle una cosa?»
Lo guardai incuriosita.
«Dalle fotografie immaginavo una donna molto affascinante. Dal vivo… decisamente di più.»
Il complimento era diretto, ma pronunciato con tale naturalezza da sembrare quasi una semplice constatazione.
Sorrisi.
Avevo quarant’anni e sapevo perfettamente quale effetto producessi. Con il tempo avevo imparato a distinguere lo sguardo rivolto alla professionista da quello rivolto alla donna.
In quell’istante Claudio aveva smesso di parlare con la relatrice.
Stava parlando con me.
E, contro ogni prudenza, la cosa mi divertiva.
Mi bastarono poche ore per capire che Claudio non era un uomo in cerca di attenzioni.
Ne avrebbe potute ottenere senza fatica.
Era giovane, brillante, sicuro di sé. La carriera prometteva bene e il fascino sembrava accompagnarlo con la stessa naturalezza con cui altri indossano una giacca.
Le donne non gli mancavano.
Fu proprio questo a incuriosirmi.
L’interesse che mostrava nei miei confronti aveva qualcosa di diverso dal semplice desiderio.
Avevo l’impressione che mi stesse studiando.
Non con l’impazienza di chi vuole ottenere qualcosa, ma con la calma di chi ha già deciso che, prima o poi, ci riuscirà.
Compresi ben presto quale fosse il fascino che esercitavo su di lui.
Una donna un po’ più grande, sposata, conosciuta nell’ambiente scientifico, apparentemente irraggiungibile.
Una sfida.
Forse anche una conquista destinata a occupare un posto speciale nella memoria.
Avrei dovuto sentirmi infastidita.
Invece mi sorpresi a pensare che anch’io stavo giocando una partita.
Per lui potevo essere una tacca invisibile su un ideale taccuino.
Per me, quel giovane ricercatore rappresentava qualcosa di completamente diverso: la conferma, forse un po’ vanitosa, che il tempo non aveva ancora attenuato il mio potere di attrazione.
Era un pensiero che non avrei confessato a nessuno.
Nemmeno a me stessa.
Durante tutta la giornata continuammo a incrociarci.
Davanti alla sala poster.
Alla macchina del caffè.
All’uscita delle sessioni.
Ogni incontro aggiungeva qualcosa: una battuta, una domanda, uno sguardo che indugiava un istante più del necessario.
Fu Nadia ad accorgersene per prima.
Lavoravamo insieme da anni. Era brillante, ironica, divorziata, con il raro talento di cogliere quello che gli altri cercavano di nascondere.
Non era una pettegola.
Le piaceva osservare le persone.
E, soprattutto, le piaceva capire ciò che gli altri non vedevano.
Mi raggiunse durante una pausa.
«Sai che quel giovane ricercatore non ti perde di vista neppure quando finge di leggere i poster?»
Finsi indifferenza.
«Esageri.»
«Io? Per niente.»
Sorrise.
«Credo stia lavorando a un progetto di ricerca molto particolare.»
«Quale?»
«La vulnerabilità delle professoresse sposate.»
Scoppiai a ridere.
Lei continuò a guardarmi.
«Stai attenta, Sandra. Quelli della sua età sono ambiziosi. Alcuni collezionano pubblicazioni. Altri preferiscono collezionare ricordi.»
La frase mi rimase dentro.
La sera, entrando nella sala della cena sociale, vidi Claudio già seduto.
Quando mi notò indicò con discrezione la sedia accanto alla sua.
«L’ho tenuta libera.»
Mi sedetti.
La conversazione riprese con una naturalezza quasi sorprendente.
All’inizio parlammo del congresso.
Poi di ricerca.
Poi di noi.
Intanto, dall’altro lato del tavolo, Nadia seguiva la scena con un sorriso appena accennato.
Non rideva con le altre colleghe.
Osservava.
Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano.
Avevo l’impressione che stesse aspettando qualcosa.
Non uno scandalo.
Una conferma.
A un certo punto Claudio lasciò cadere il tovagliolo.
Si chinò per raccoglierlo e, con un gesto rapido e quasi invisibile, mi sfilò una décolleté.
Prima che riuscissi a reagire, il mio piede era già nella sua mano.
Continuò a parlare con gli altri commensali come se nulla fosse successo.
Provai, quasi per gioco, a ritrarre il piede.
La sua presa si fece appena più salda.
Sollevò lo sguardo.
Un sorriso appena accennato.
Aveva capito.
Fu in quell’istante che compresi che, tra noi, era cambiato qualcosa.
Verso la fine della cena il telefono vibrò.
Era un messaggio di Nadia.
«Puoi anche continuare a parlare di ricerca. Ma con gli occhi state dicendo tutt’altro.»
Sorrisi senza rispondere.
Quando rialzai lo sguardo la vidi brindare con una collega.
Poi, quasi impercettibilmente, sollevò il bicchiere verso di me.
Sembrava un gesto casuale.
Con Nadia, però, nulla era davvero casuale.
Più tardi tornai in camera.
I tacchi mi avevano massacrato i piedi. Rimasi seduta sul letto, in accappatoio, massaggiandomi lentamente le piante ancora indolenzite.
Bussarono alla porta.
Era Claudio.
Lo feci entrare con il cuore che batteva più forte del dovuto.
«Scusa l’ora», disse sorridendo. «Ma mi piacerebbe continuare il discorso iniziato a tavola. Soprattutto quello sotto il tavolo.»
Quando gli spiegai che stavo cercando di dare sollievo ai piedi, si sedette davanti a me.
«Lascia fare a me.»
Prese i miei piedi nelle sue mani grandi e iniziò a massaggiarli lentamente. Le dita scorrevano sulle piante, sui talloni, tra le dita. Poi si chinò e iniziò a baciarli.
Sentii un brivido salire lungo la schiena.
All’improvviso mi afferrò il viso e mi baciò. Un bacio profondo, caldo. La sua lingua cercò la mia e io risposi senza opporre vera resistenza.
L’accappatoio scivolò a terra.
Rimasi davanti a lui quasi nuda.
Claudio mi guardò con soddisfazione.
— Sei decisamente una gran figa.
Le sue mani iniziarono a esplorarmi con sicurezza: il seno, i fianchi, il sedere. Poi scivolarono sotto le mutandine, trovando il mio sesso già umido.
Tirò fuori le dita lucide e se le leccò lentamente. Nei baci successivi sentivo il mio sapore nella sua bocca.
Provai a dire qualcosa.
— Claudio… forse dovremmo fermarci. Sono sposata…
Sapeva che non volevo fermarmi.
Mi sfilò le mutandine e le portò al naso respirando profondamente. Poi guardò il mio sesso con un’espressione quasi famelica.
Mi stese sul letto.
La sua lingua scese tra le mie gambe con decisione. Mi leccò a lungo, con lentezza, insistendo finché il piacere non mi travolse completamente. Venni tremando nella sua bocca.
Quando si spogliò vidi il suo corpo giovane e muscoloso. Il sesso duro, grande, teso.
Lo presi in bocca con desiderio. Claudio affondò lentamente, guidando la mia testa con le mani.
— Sei bravissima…
Sentivo il calore e la consistenza del suo membro mentre lo succhiavo profondamente.
A un certo punto sussurrai:
— Voglio sentirti dentro.
Mi penetrò lentamente all’inizio, poi sempre più a fondo. Il suo corpo giovane schiacciava il mio contro il materasso mentre spingeva con ritmo crescente.
Il contrasto tra il suo vigore e la morbidezza del mio corpo mi eccitava immensamente.
La notte diventò lunga, quasi febbrile.
Claudio cambiava posizione continuamente, controllando il piacere, rallentando quando stava per venire e poi riprendendo con forza. Mi prese da dietro, sopra di lui, di lato. Le sue mani stringevano i miei fianchi, il seno, il culo.
Io venni più volte, sorpresa dalla violenza del piacere.
Quando finalmente eiaculò dentro di me gemette forte, lasciandosi andare completamente.
Rimanemmo un attimo immobili, sudati, imbrattati di noi.
Volli di nuovo il suo sesso ancora duro e lo pulii lentamente con la bocca, assaporando il sapore salato del suo seme.
Claudio mi guardava con un sorriso soddisfatto.
— Non dimenticherò mai questa notte, — disse.
All’alba si rivestì e tornò nella sua stanza.
La seconda giornata del congresso stava per cominciare.
Stavo sistemando le ultime diapositive quando sentii la voce di Nadia alle mie spalle.
«Dormito bene?»
Mi voltai.
Sorrideva.
«Abbastanza.»
«Io un po’ meno.»
Fece una breve pausa.
«Le pareti di quell’albergo sono davvero sottili.»
Sentii il cuore accelerare.
«Sai qual è stata la prima cosa che mi ha incuriosito?»
Scossi appena la testa.
«Vedere Claudio uscire dall’ascensore poco dopo mezzanotte.»
Rimasi immobile.
«Non stava andando verso la sua camera.»
Lasciò trascorrere qualche secondo.
«Poi, durante la notte… non ho più avuto bisogno di immaginare nulla.»
Tentai un sorriso.
«Spero che tu sappia essere discreta.»
«Lo sono.»
Mi guardò negli occhi.
«E, a dirla tutta, Claudio non mi interessa affatto.»
Quella frase mi colse di sorpresa.
«È te che ho osservato.»
Rimasi in silenzio.
«Ti conosco da anni. Credevo di sapere chi fossi.»
Fece un piccolo sorriso.
«Ieri sera ho scoperto una Sandra che non avevo mai visto.»
Si avvicinò appena.
«E devo confessarti una cosa.»
Attese che incrociassi il suo sguardo.
«Mi incuriosisce molto più lei della professoressa che conosco da anni.»
Sentii il viso scaldarsi.
Lei sorrise con quella sua ironia sottile.
«Tranquilla. I segreti mi piacciono molto di più quando restano segreti.»
Mi sfiorò appena il braccio.
«Perché allora appartengono soltanto a chi li conosce.»
Si allontanò di qualche passo.
Poi si voltò.
«Da oggi, ogni volta che ci guarderemo, penseremo entrambe alla stessa notte.»
Mi rivolse un ultimo sorriso.
«E questa, se ci pensi, è una forma di complicità.»
La osservai allontanarsi.
Non aveva chiesto nulla.
Non aveva minacciato nulla.
Eppure avevo la netta sensazione che gli equilibri tra noi fossero cambiati.
Non perché Nadia sapesse il mio segreto.
Ma perché era diventata l’unica persona, oltre a me, ad aver visto una donna che avevo sempre tenuto nascosta.
Prologo
Sandra era poco distante.
Parlava con alcuni colleghi, un calice in mano. Come sempre, senza cercarlo, finiva per essere il centro del piccolo gruppo.
«Ha un certo fascino, sua moglie.»
Mi voltai.
Era Nadia.
Sorrisi.
«Lo so.»
«No.»
Scosse appena la testa.
«Credo che lei sappia soltanto una parte delle cose.»
Seguì il mio sguardo.
«Non è tanto la bellezza. È il modo in cui guarda le persone. Alcuni uomini lo confondono facilmente.»
Rimasi in silenzio.
«All’EUR me ne accorsi subito.»
Bevve un sorso di vino.
«C’era un giovane ricercatore…»
Lasciò la frase a metà.
«Ma immagino che Sandra gliene abbia parlato.»
«Mi ha raccontato il congresso.»
«Certo.»
Sorrise.
«I congressi raccontano sempre molto.»
Fece per allontanarsi, poi si voltò.
«Sa una cosa?»
La guardai.
«I corridoi degli alberghi dicono tante cose.»
Una pausa.
«Almeno a chi sa osservare.»
Mi rivolse un sorriso appena accennato.
«È stato un piacere conoscerla.»
La vidi raggiungere Sandra.
Le disse qualcosa.
Sandra rise.
Poi, per un istante, cercò il mio sguardo.
Fu allora che cominciai a chiedermi se esistessero storie che, pur sfiorandoci ogni giorno, non avremmo mai conosciuto fino in fondo.
Ci sono ricordi che restituiscono i fatti.
Altri restituiscono soltanto i vuoti.
È nei vuoti che l’immaginazione comincia a lavorare.
Getta ponti fra piccoli scogli di realtà.
E, a poco a poco, nasce una storia.
“Da lì, nella mia memoria, comincia a parlare Sandra.”
All’ultimo congresso nazionale, ospitato al Convention Center dell’EUR, avevo appena concluso la relazione magistrale quando lo vidi avvicinarsi.
Attorno a me c’erano ancora alcuni colleghi che mi rivolgevano le ultime domande. Lui rimase a qualche passo di distanza, aspettando con pazienza che il piccolo capannello si sciogliesse. Solo allora si fece avanti.
Era Claudio.
Lo conoscevo soltanto di nome. Trentadue anni, ricercatore universitario in rapida ascesa, autore di alcuni lavori che avevo letto con interesse. Alto, sportivo, con quell’eleganza naturale che sembrava appartenere più ai corridoi di un centro di ricerca internazionale che ai congressi italiani.
«Professoressa Sandra… finalmente la incontro.»
Mi tese la mano.
«La seguo da anni. Alcuni suoi articoli hanno orientato anche il mio lavoro.»
Lo ringraziai con il garbo che riservo ai giovani colleghi più promettenti. Pensavo che il convenevole fosse finito.
Invece abbassò appena la voce.
«Posso confessarle una cosa?»
Lo guardai incuriosita.
«Dalle fotografie immaginavo una donna molto affascinante. Dal vivo… decisamente di più.»
Il complimento era diretto, ma pronunciato con tale naturalezza da sembrare quasi una semplice constatazione.
Sorrisi.
Avevo quarant’anni e sapevo perfettamente quale effetto producessi. Con il tempo avevo imparato a distinguere lo sguardo rivolto alla professionista da quello rivolto alla donna.
In quell’istante Claudio aveva smesso di parlare con la relatrice.
Stava parlando con me.
E, contro ogni prudenza, la cosa mi divertiva.
Mi bastarono poche ore per capire che Claudio non era un uomo in cerca di attenzioni.
Ne avrebbe potute ottenere senza fatica.
Era giovane, brillante, sicuro di sé. La carriera prometteva bene e il fascino sembrava accompagnarlo con la stessa naturalezza con cui altri indossano una giacca.
Le donne non gli mancavano.
Fu proprio questo a incuriosirmi.
L’interesse che mostrava nei miei confronti aveva qualcosa di diverso dal semplice desiderio.
Avevo l’impressione che mi stesse studiando.
Non con l’impazienza di chi vuole ottenere qualcosa, ma con la calma di chi ha già deciso che, prima o poi, ci riuscirà.
Compresi ben presto quale fosse il fascino che esercitavo su di lui.
Una donna un po’ più grande, sposata, conosciuta nell’ambiente scientifico, apparentemente irraggiungibile.
Una sfida.
Forse anche una conquista destinata a occupare un posto speciale nella memoria.
Avrei dovuto sentirmi infastidita.
Invece mi sorpresi a pensare che anch’io stavo giocando una partita.
Per lui potevo essere una tacca invisibile su un ideale taccuino.
Per me, quel giovane ricercatore rappresentava qualcosa di completamente diverso: la conferma, forse un po’ vanitosa, che il tempo non aveva ancora attenuato il mio potere di attrazione.
Era un pensiero che non avrei confessato a nessuno.
Nemmeno a me stessa.
Durante tutta la giornata continuammo a incrociarci.
Davanti alla sala poster.
Alla macchina del caffè.
All’uscita delle sessioni.
Ogni incontro aggiungeva qualcosa: una battuta, una domanda, uno sguardo che indugiava un istante più del necessario.
Fu Nadia ad accorgersene per prima.
Lavoravamo insieme da anni. Era brillante, ironica, divorziata, con il raro talento di cogliere quello che gli altri cercavano di nascondere.
Non era una pettegola.
Le piaceva osservare le persone.
E, soprattutto, le piaceva capire ciò che gli altri non vedevano.
Mi raggiunse durante una pausa.
«Sai che quel giovane ricercatore non ti perde di vista neppure quando finge di leggere i poster?»
Finsi indifferenza.
«Esageri.»
«Io? Per niente.»
Sorrise.
«Credo stia lavorando a un progetto di ricerca molto particolare.»
«Quale?»
«La vulnerabilità delle professoresse sposate.»
Scoppiai a ridere.
Lei continuò a guardarmi.
«Stai attenta, Sandra. Quelli della sua età sono ambiziosi. Alcuni collezionano pubblicazioni. Altri preferiscono collezionare ricordi.»
La frase mi rimase dentro.
La sera, entrando nella sala della cena sociale, vidi Claudio già seduto.
Quando mi notò indicò con discrezione la sedia accanto alla sua.
«L’ho tenuta libera.»
Mi sedetti.
La conversazione riprese con una naturalezza quasi sorprendente.
All’inizio parlammo del congresso.
Poi di ricerca.
Poi di noi.
Intanto, dall’altro lato del tavolo, Nadia seguiva la scena con un sorriso appena accennato.
Non rideva con le altre colleghe.
Osservava.
Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano.
Avevo l’impressione che stesse aspettando qualcosa.
Non uno scandalo.
Una conferma.
A un certo punto Claudio lasciò cadere il tovagliolo.
Si chinò per raccoglierlo e, con un gesto rapido e quasi invisibile, mi sfilò una décolleté.
Prima che riuscissi a reagire, il mio piede era già nella sua mano.
Continuò a parlare con gli altri commensali come se nulla fosse successo.
Provai, quasi per gioco, a ritrarre il piede.
La sua presa si fece appena più salda.
Sollevò lo sguardo.
Un sorriso appena accennato.
Aveva capito.
Fu in quell’istante che compresi che, tra noi, era cambiato qualcosa.
Verso la fine della cena il telefono vibrò.
Era un messaggio di Nadia.
«Puoi anche continuare a parlare di ricerca. Ma con gli occhi state dicendo tutt’altro.»
Sorrisi senza rispondere.
Quando rialzai lo sguardo la vidi brindare con una collega.
Poi, quasi impercettibilmente, sollevò il bicchiere verso di me.
Sembrava un gesto casuale.
Con Nadia, però, nulla era davvero casuale.
Più tardi tornai in camera.
I tacchi mi avevano massacrato i piedi. Rimasi seduta sul letto, in accappatoio, massaggiandomi lentamente le piante ancora indolenzite.
Bussarono alla porta.
Era Claudio.
Lo feci entrare con il cuore che batteva più forte del dovuto.
«Scusa l’ora», disse sorridendo. «Ma mi piacerebbe continuare il discorso iniziato a tavola. Soprattutto quello sotto il tavolo.»
Quando gli spiegai che stavo cercando di dare sollievo ai piedi, si sedette davanti a me.
«Lascia fare a me.»
Prese i miei piedi nelle sue mani grandi e iniziò a massaggiarli lentamente. Le dita scorrevano sulle piante, sui talloni, tra le dita. Poi si chinò e iniziò a baciarli.
Sentii un brivido salire lungo la schiena.
All’improvviso mi afferrò il viso e mi baciò. Un bacio profondo, caldo. La sua lingua cercò la mia e io risposi senza opporre vera resistenza.
L’accappatoio scivolò a terra.
Rimasi davanti a lui quasi nuda.
Claudio mi guardò con soddisfazione.
— Sei decisamente una gran figa.
Le sue mani iniziarono a esplorarmi con sicurezza: il seno, i fianchi, il sedere. Poi scivolarono sotto le mutandine, trovando il mio sesso già umido.
Tirò fuori le dita lucide e se le leccò lentamente. Nei baci successivi sentivo il mio sapore nella sua bocca.
Provai a dire qualcosa.
— Claudio… forse dovremmo fermarci. Sono sposata…
Sapeva che non volevo fermarmi.
Mi sfilò le mutandine e le portò al naso respirando profondamente. Poi guardò il mio sesso con un’espressione quasi famelica.
Mi stese sul letto.
La sua lingua scese tra le mie gambe con decisione. Mi leccò a lungo, con lentezza, insistendo finché il piacere non mi travolse completamente. Venni tremando nella sua bocca.
Quando si spogliò vidi il suo corpo giovane e muscoloso. Il sesso duro, grande, teso.
Lo presi in bocca con desiderio. Claudio affondò lentamente, guidando la mia testa con le mani.
— Sei bravissima…
Sentivo il calore e la consistenza del suo membro mentre lo succhiavo profondamente.
A un certo punto sussurrai:
— Voglio sentirti dentro.
Mi penetrò lentamente all’inizio, poi sempre più a fondo. Il suo corpo giovane schiacciava il mio contro il materasso mentre spingeva con ritmo crescente.
Il contrasto tra il suo vigore e la morbidezza del mio corpo mi eccitava immensamente.
La notte diventò lunga, quasi febbrile.
Claudio cambiava posizione continuamente, controllando il piacere, rallentando quando stava per venire e poi riprendendo con forza. Mi prese da dietro, sopra di lui, di lato. Le sue mani stringevano i miei fianchi, il seno, il culo.
Io venni più volte, sorpresa dalla violenza del piacere.
Quando finalmente eiaculò dentro di me gemette forte, lasciandosi andare completamente.
Rimanemmo un attimo immobili, sudati, imbrattati di noi.
Volli di nuovo il suo sesso ancora duro e lo pulii lentamente con la bocca, assaporando il sapore salato del suo seme.
Claudio mi guardava con un sorriso soddisfatto.
— Non dimenticherò mai questa notte, — disse.
All’alba si rivestì e tornò nella sua stanza.
La seconda giornata del congresso stava per cominciare.
Stavo sistemando le ultime diapositive quando sentii la voce di Nadia alle mie spalle.
«Dormito bene?»
Mi voltai.
Sorrideva.
«Abbastanza.»
«Io un po’ meno.»
Fece una breve pausa.
«Le pareti di quell’albergo sono davvero sottili.»
Sentii il cuore accelerare.
«Sai qual è stata la prima cosa che mi ha incuriosito?»
Scossi appena la testa.
«Vedere Claudio uscire dall’ascensore poco dopo mezzanotte.»
Rimasi immobile.
«Non stava andando verso la sua camera.»
Lasciò trascorrere qualche secondo.
«Poi, durante la notte… non ho più avuto bisogno di immaginare nulla.»
Tentai un sorriso.
«Spero che tu sappia essere discreta.»
«Lo sono.»
Mi guardò negli occhi.
«E, a dirla tutta, Claudio non mi interessa affatto.»
Quella frase mi colse di sorpresa.
«È te che ho osservato.»
Rimasi in silenzio.
«Ti conosco da anni. Credevo di sapere chi fossi.»
Fece un piccolo sorriso.
«Ieri sera ho scoperto una Sandra che non avevo mai visto.»
Si avvicinò appena.
«E devo confessarti una cosa.»
Attese che incrociassi il suo sguardo.
«Mi incuriosisce molto più lei della professoressa che conosco da anni.»
Sentii il viso scaldarsi.
Lei sorrise con quella sua ironia sottile.
«Tranquilla. I segreti mi piacciono molto di più quando restano segreti.»
Mi sfiorò appena il braccio.
«Perché allora appartengono soltanto a chi li conosce.»
Si allontanò di qualche passo.
Poi si voltò.
«Da oggi, ogni volta che ci guarderemo, penseremo entrambe alla stessa notte.»
Mi rivolse un ultimo sorriso.
«E questa, se ci pensi, è una forma di complicità.»
La osservai allontanarsi.
Non aveva chiesto nulla.
Non aveva minacciato nulla.
Eppure avevo la netta sensazione che gli equilibri tra noi fossero cambiati.
Non perché Nadia sapesse il mio segreto.
Ma perché era diventata l’unica persona, oltre a me, ad aver visto una donna che avevo sempre tenuto nascosta.
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