Il marchese. Dopo di lui.
di
Alain Dormain
genere
tradimenti
Nella sera tiepida del giardino Gianni le si avvicinò alle spalle. Il suo respiro caldo le sfiorò l’orecchio.
«Sai cosa mi ha colpito davvero l’altro giorno in spiaggia?» mormorò.
Giorgia non si voltò. Lo sapeva. Il ricordo tornò subito: il sole cocente, la pelle salata. I triangoli scuri tesi sul seno pieno, il tessuto umido incollato alla pelle. E gli sguardi, cercati. Gianni parlava piano.
— Quando sei uscita dall’acqua… non stavi solo camminando, ti mostravi. Il passo lento, l’acqua bassa che si rompeva sulle cosce e scivolava lungo la pelle dorata. Il bikini era chiaramente scelto così, troppo piccolo per contenere davvero il tuo seno pieno, che spingeva contro il tessuto nero con vitalità ostinata. Il reggiseno tirava appena sulle coppe, lasciando una scollatura profonda e ad ogni passo le mammelle ti si muovevano con una morbidezza naturale, come se il costume fosse poco più di un pretesto per trattenerle. I lacci sottili del pezzo sotto erano annodati sui fianchi, piccoli nodi sulla tentazione. Bastava guardarli per avere l’istinto di tirarli, di scioglierli. Ogni passo faceva muovere il tuo culo con una morbidezza naturale, quasi ipnotica. I capelli scuri, ancora umidi, erano tirati indietro alla meglio. Sul viso le restava quel sorriso leggero e luminoso di chi sta semplicemente godendo il mare, senza pensare di essere osservata. Sulla spiaggia ti stavano guardando. Un uomo sdraiato su un lettino aveva abbassato lentamente gli occhiali da sole mentre ti seguiva con gli occhi. Lo sapevi. Sapevi che ti guardavano?
Giorgia inspirò lentamente.
— Sì.
— Ti guardavano come si guarda una cosa che si vorrebbe prendere.»
Il giardino rimase immobile.
— Quando ti sei piegata per asciugarti…» continuò lui piano «uno di loro si è avvicinato di mezzo passo. Come se stesse immaginando di toccarti.
Giorgia sentì un brivido.
Gianni parlava quasi per sé.
— Mi chiedevo come sarebbe…vederti tra le braccia di uno di loro.
— Le mani di uno sconosciuto sulla tua pelle. Il tuo corpo che si offre, disponibile.
Giorgia trattenne il respiro.
Gianni riprese.
— La parte che mi eccita di più…é sapere che potresti farlo davvero.
Il silenzio si fece più denso.
— Per poi tornare da me e raccontarmi tutto.
Giorgia non rispose.
Ma Gianni lo capì dal modo in cui il suo respiro cambiò; capì che quella fantasia non apparteneva più soltanto a lui.
Pochi giorni dopo, Giorgia passeggiava sul lungomare della località isolana. Era l’ora sospesa prima della cena, quando la luce dorata del tramonto allungava le ombre e avvolgeva ogni cosa in un bagliore caldo, languido. Gli abitanti si riversavano in strada, nei caffè affacciati sul mare, in un rituale quotidiano fatto di sguardi, chiacchiere sommesse e attese silenziose.
A braccetto con l’anziana zia, Giorgia si muoveva con una grazia spontanea, un’eleganza naturale che la rendeva inconsapevolmente magnetica. I turisti erano ormai svaniti con la fine dell’alta stagione, e lei, corpo estraneo in quell’equilibrio paesano, attirava inevitabilmente l’attenzione. Nel piccolo paese di pietra chiara sembrava quasi fuori posto. Giorgia avanzava lentamente lungo il selciato, con quella naturale sicurezza di chi è abituata a essere guardata senza mai sembrare davvero consapevole del proprio effetto. Il sole del pomeriggio le accarezzava la pelle leggermente dorata, facendo risaltare il rosa morbido dell’abito che aderiva al corpo con una leggerezza quasi studiata. Lo scollo a V attirava inevitabilmente gli sguardi, abbastanza profondo da incorniciare il suo seno persino arrogante nel suo fulgore, che si muoveva con un ritmo morbido a ogni passo. Quel tipo di seno che attira e trattiene lo sguardo in un invito. Il tessuto leggero dell’abito seguiva le curve dei fianchi e della vita con una naturalezza fluida, mentre la gonna accennava appena il movimento delle cosce quando camminava. Ai piedi portava sandali sottili che lasciavano scoperte le caviglie snelle e i piedi eleganti che sfioravano le pietre con una grazia tranquilla. Il sorriso che le increspava le labbra mentre camminava dietro gli occhiali scuri era seducente.. In mezzo a quelle case antiche, ai gerani sui balconi e alle voci basse degli abitanti del posto, Giorgia aveva qualcosa di diverso, era una presenza venuta da altrove. Proprio quello, più ancora delle sue forme, la rendeva irresistibile agli occhi degli uomini seduti ai tavolini o appoggiati alle porte delle case mentre attraversava lentamente la quiete del pomeriggio, lasciando dietro di sé una scia di sguardi e di fantasie non dette.
Un uomo con il bicchiere di vino sospeso a mezz’aria sussurrò qualcosa e rise piano.
Ai tavolini qualcuno smise perfino di parlare.
Uno con il bicchiere sospeso sussurrò:
— Minchia, che tette!
Il compagno sbuffò piano.
— Quella è una figa che ti rovina.
Un altro si sporse per seguirla meglio con gli occhi.
— Io me la farei piano…a partire da quei piedini.
Un obliquo sorriso sporco.
— E poi risalirei con calma.
Un terzo si piegò appena verso il tavolo, parlando più piano.
— Non è di qui, si vede lontano un miglio.
Tra i tavolini dell’aperitivo, il marchese Fabrizio la notò subito. Alto, impeccabile nel suo completo di lino chiaro, aveva l’eleganza calma di un uomo abituato a ottenere. Non la guardava come gli altri. La studiava. Quando Giorgia a braccetto con la zia, si avvicinò alla ricerca di un tavolo, lui si alzò con naturalezza. L’anziana signora lo riconobbe subito. Fabrizio sorrise con cortesia.
— Signora Liviana…
— Marchese. Le presento mia nipote Giorgia.
Il marchese inclinò il capo verso di lei.
— Mi fareste un onore a sedervi al mio tavolo per un aperitivo.
La zia accettò con un sorriso compiaciuto.
— Molto volentieri.
Per un istante gli occhi di Giorgia incontrarono quelli del marchese e sostennero lo sguardo.
Dopo i convenevoli, la conversazione scivolò lentamente su Giorgia.
— Lei è emiliana? — domandò il marchese.
Giorgia sorrise appena.
— Romagnola. Di Cesena.
Fabrizio annuì lentamente.
— Ah… Cesena.
Sembrò assaporare il nome per un istante.
— La terra della pesca “Bella di Cesena”.
Il suo sguardo scivolò appena sullo scollo dell’abito, con la naturalezza di chi osserva un dettaglio interessante.
— Un frutto famoso per la sua morbidezza… e per il profumo, il sapore.
Poi tornò ai suoi occhi.
Un sorriso appena accennato.
— Ora capisco perché la Bella di Cesena gode di tanta fama.
Lei sorrise, lusingata. Fabrizio sorseggiò il drink senza fretta. Osservava Giorgia con la stessa avidità degli altri uomini della piazza, ma in lui non c’era fretta. Il desiderio restava trattenuto sotto quella calma aristocratica che lo rendeva ancora più attento. La luce della sera scivolava sulla pelle dorata di lei, sullo scollo dell’abito, sulla linea morbida dei fianchi: un succulento frutto pronto da cogliere. Giorgia alzò gli occhi per un istante. Breve. Lucido. Come se avesse intercettato quel pensiero nell’aria. E proprio quell’idea le accese qualcosa dentro. Per un attimo le tornò alla mente la spiaggia, gli sguardi degli uomini sul suo corpo bagnato, il modo in cui si erano fermati a guardarla quando usciva dall’acqua. Le piaceva ricordarlo. C’era in quella sensazione qualcosa di sporco e divertente insieme, a cui non voleva assolutamente sottrarsi. La zia fu distratta da una conoscente e il tavolo rimase quasi isolato. Il brusio della piazza si fece lontano, restavano il tintinnio dei bicchieri e il rumore del mare. Giorgia lasciò scivolare lentamente il sandalo dal piede. Un gesto naturale. Quasi distratto. Il piede nudo si allungò sotto il tavolo e sfiorò appena la gamba del marchese.Un contatto lieve. Subito ritirato. Come se fosse stato involontario. Passò un attimo. Poi il piede tornò. Sfiorò di nuovo il lino chiaro dei pantaloni, questa volta indugiando appena di più. E si ritrasse ancora. Fu al terzo tocco che la mano di Fabrizio scese sotto il tavolo. Rapida. Sicura. Trovò la caviglia sottile e la trattenne. Il piede caldo di Giorgia rimase nel suo palmo, morbido, vivo. Le dita del marchese si chiusero attorno a quella curva con una calma ferma, come se avesse finalmente catturato qualcosa che stava aspettando. Giorgia provò appena a muoversi.
La presa non si strinse. Ma non cedette. Il gioco era cambiato: non era più lei a guidarlo. Il piede restò fermo nella sua mano, docile, mentre il calore del contatto risaliva lentamente lungo la gamba. Fabrizio lo trattenne ancora un momento. Poi lo lasciò scivolare libero. Quando riportò la mano sul tavolo, portò lentamente le dita alle labbra, in un fugace osceno bacio.
Il giorno seguente, all’ora della siesta, il paese era svuotato dal caldo. Le persiane chiuse, la luce bianca sulle pietre, il profumo della macchia mediterranea che saliva dalla campagna. Giorgia percorse furtiva il breve sentiero che portava alla dimora del marchese. Il silenzio della campagna amplificava ogni passo, ogni battito del cuore. Fabrizio la fece entrare senza cerimonie.
— Gradisci qualcosa di fresco?» disse con quella voce bassa che sembrava scivolare sotto la pelle.
Giorgia annuì.
Si sedette sul divano di pelle scura, la pelle delle gambe si incollava per il sudore alla superficie. Quando lui le porse il calice, le loro dita si sfiorarono appena. Un contatto breve. Ma carico. Fabrizio rimase accanto a lei, il braccio appoggiato allo schienale.
— Allora dimmi,» mormorò, «cos’è che ti ha portata qui davvero? Curiosità… o voglia di avventura?
Giorgia bevve un sorso, lasciando che il vino le scivolasse sulla lingua.
— Forse entrambe.
— Sai Giorgia… ho scoperto che la pesca a pasta bianca, la Bella di Cesena, è famosa per una cosa.
Il suo sguardo scese lentamente sul corpo di lei.
— È vellutata. Dolce. Succosa.
Giorgia sostenne quello sguardo.
— Un frutto che invita ad essere assaggiato.
Fabrizio inclinò la testa.
— Mi chiedevo se anche le donne di Cesena siano così.
Giorgia si alzò. Non disse nulla. Si spogliò con una calma che stupì lo stesso marchese. Voleva essere guardata. Fabrizio la osservò con attenzione rapace. Gli occhi percorsero ogni curva, ogni linea del suo corpo come se stesse memorizzando ciò che aveva davanti. Poi la attirò a sé. Le mani salirono sul suo petto. I seni di Giorgia erano pieni, morbidi, caldi sotto le dita. Fabrizio li prese tra le mani con lentezza, come se volesse saggiarne il peso. Il palmo scivolò sulla pelle dorata, le dita si chiusero attorno alla rotondità della carne sollevandola appena. Li soppesò, uno dopo l’altro. Li fece oscillare lentamente tra le mani, osservando il modo in cui reagivano al suo tocco. Giorgia lasciò sfuggire un gemito. Il marchese continuò a giocare con calma deliberata, stringendo appena, poi lasciando che la carne morbida scivolasse tra le dita per riprenderla subito dopo. I pollici strinsero i capezzoli tesi. Le mani continuarono a esplorare, scendendo lentamente lungo il corpo di lei. Le labbra seguirono il profilo delle sue curve, sfiorandone la pelle con una lentezza che sembrava anticipare qualcosa di più feroce. Quando raggiunse il ventre, Giorgia trattenne il respiro. Il marchese indugiò un momento, quasi assaporando l’attesa. Poi le sue dita scivolarono più in basso, trovando il calore vivo della sua intimità già umida di desiderio. Il contatto fece vibrare Giorgia come una corda tesa. Fabrizio non ebbe fretta. La sfiorò appena, come se stesse scoprendo la consistenza di un frutto raro, poi si chinò lentamente. Il suo respiro caldo si mescolò al profumo della pelle di lei. Giorgia lasciò cadere la testa all’indietro. Il piacere arrivò improvviso, profondo, mentre lui assaporava quel calore con una calma quasi deliberata, come se stesse bevendo qualcosa che aveva atteso a lungo. Giorgia lo fissò con un sorriso torbido.
— Allora, marchese questo è il famoso fuoco siciliano?
Il tono non aveva più nulla di timido.
— Dicevi che volevi assaggiare la Romagna? Fammi sentire il tuo uccello.
— Te la sei cercata,— mormorò. — Mostrami quanto è calda la figa delle romagnole,— ringhiò contro il suo orecchio. — Fammi sentire che sei nata per questo. Urla.
Il marchese la spinse sui cuscini. La invase con una foga brutale, piegandola senza pietà sotto il peso della sua dominazione. Giorgia sentì il corpo del marchese sopra il suo, solido, caldo, e per un istante smise perfino di pensare. Il contatto tra loro era pieno, travolgente. Le mani di Fabrizio le stringevano i fianchi guidandola verso di lui con una sicurezza che le faceva perdere ogni resistenza. Il primo impulso fu di trattenersi. Il secondo di lasciarsi andare. Il piacere arrivò come una scossa lenta, che partiva dal ventre e si diffondeva nel resto del corpo. Giorgia chiuse gli occhi, sentendo il respiro diventare più corto mentre il calore tra loro cresceva. Il suo corpo rispose da solo. Ogni movimento sembrava sciogliere qualcosa dentro di lei: la tensione, il pudore, la distanza che fino a poco prima li separava. Si abbandonò. Il letto scricchiolava appena sotto di loro mentre il ritmo diventava più intenso. Il sudore sulla pelle rendeva il contatto ancora più vivo, più immediato. Giorgia lasciò sfuggire un gemito basso. Non c’era più vergogna in quel suono. Solo il piacere di sentirsi presa, guidata, trascinata dentro quell’onda che ormai non voleva più fermare. Fu allora che le mani di Fabrizio si serrarono con più forza sui suoi fianchi.E la sua voce tornò, roca, vicino al suo orecchio.
— Ora ti mostrerò chi è Fabrizio…e cosa ti farà.
Fu dopo, quando il primo slancio si placò appena, che Fabrizio si fermò a guardarla. Lo sguardo tornò lucido, freddo. Poi prese la sciarpa di seta caduta accanto al letto. La fece scorrere tra le dita con calma, come se stesse valutando Le prese i polsi e li guidò dietro la schiena. Il nodo fu rapido, preciso. Un gesto elegante. Giorgia rise piano.
— Marchese…
All’inizio le sembrò un gioco. Uno dei suoi capricci eleganti. Poi le mani di lui la piegarono in avanti, aprendola senza riguardo. Giorgia capì.
— No…ti prego.
Conosceva quella pratica. Non era una cosa che si prendeva così, di colpo. Richiedeva complicità, lentezza, un’intesa silenziosa tra due corpi che si concedono tempo.Preparazione. Attenzione. Ma in Fabrizio non c’era nulla di paziente. Solo una volontà dura, feroce.
— Fabrizio… aspetta.
— Non vorrai farmi credere che è la prima volta. Adesso fai la timida? É ridicolo ora. Poi che strano, mi avevano parlato diversamente delle romagnole.
Provò a ritrarsi, ma il nodo ai polsi la trattenne. La seta tirò contro la pelle lasciandola esposta, senza difesa. Il marchese la osservava dall’alto, divertito.
— La famosa pesca di Cesena…
lo sguardo scese lentamente su di lei
— in bella mostra.
Giorgia trattenne il respiro.
Un refolo d’aria le sfiorò la pelle scoperta. Un brivido improvviso le attraversò la schiena. Per un istante si sentì completamente esposta, nuda di difese e di pudore. Il tempo sembrò fermarsi. Poi arrivò l’urto. Secco. Improvviso. Giorgia trattenne il fiato mentre il corpo reagiva d’istinto, irrigidendosi contro il vincolo dei polsi. Un suono soffocato le sfuggì dalle labbra, il respiro le si spezzò nel petto. Per un attimo non ci fu altro che il battito furioso del cuore nelle orecchie e la sensazione brutale di essere stata presa senza preavviso. Le dita si serrarono nel vuoto.
—Fabrizio…— con voce supplicante — … non così!
Il respiro le rimase bloccato in gola. Poi l’urlo, i gemiti, il battito furioso del suo cuore e la volontà fredda del marchese. Il marchese si sollevò lentamente. Per un istante restò a guardarla, il respiro ormai calmo. Poi si sistemò la camicia con gesti lenti, quasi annoiati.Quando parlò, la voce era tornata perfettamente fredda.
— Adesso puoi tornare nella tua Romagna.
Giorgia non si mosse. Fabrizio lasciò scorrere lo sguardo sul suo corpo ancora disteso tra le lenzuola.
—Vediamo se riuscirai a chiudere quella figa…e qualcos’altro.
Prese il bicchiere e bevve un sorso. Poi aggiunse piano:
— In fondo, sei venuta qui a fare quello che sei.
La guardò un’ultima volta.
—Bella, di classe… ma pur sempre puttana.
— Sai cosa mi ricordi? Le servette che mi portavano quando ero ragazzo. Servivano a fare pratica. Tu lo fai solo con più esperienza.
Il bicchiere tornò sul tavolo.Giorgia sentì l’umiliazione insieme a qualcosa di molto più oscuro; uscì dalla villa con le gambe ancora incerte. Il bruciore come una memoria. Il sole implacabile batteva sulle pietre bianche del sentiero. Giorgia abbassò lo sguardo verso la strada polverosa nella campagna muta. Tutto sembrava irreale dopo il tumulto della stanza appena lasciata. Il pensiero la fece arrossire mentre percorreva il sentiero verso la casa della zia. Quella storia sporca le pulsava ancora dentro. Una parte di lei sapeva già che, un giorno, l’avrebbe raccontata. E quando lo avrebbe fatto, non avrebbe nascosto nulla. Varcò il portone della casa che la ospitava e richiuse piano la porta della sua camera. Dal cortile arrivava solo il frinire delle cicale e l’odore caldo del pomeriggio ormai declinante. Si fermò davanti allo specchio. Nuda, nella luce calda della lampada, il seno pieno si sollevava lento con il respiro. La pelle dorata del ventre scendeva verso le cosce serrate.
— Mi sono data senza pudore. Sì… la figa, il culo… tutto ciò che lui aveva preteso, e come gli fosse dovuto. Una puttana.
La parola le bruciò dentro. Giorgia chiuse gli occhi per un istante. Il letto disfatto. La voce fredda del marchese ancora nella testa.
— Vediamo se riuscirai a chiudere quella figa… e qualcos’altro. Dopo di me.
La piazza era ancora piena di luce. Giorgia camminava accanto alla zia quando lo vide.
Il marchese era al suo tavolo, il giornale aperto, il caffè davanti. Impeccabile come sempre.
Alzò gli occhi. Un cortese cenno di saluto. Il marchese alzò lo sguardo.
— Signora Liviana.
Un cenno del capo. Poi guardò Giorgia. Solo un istante.
— La Romagna ha sempre avuto ottimi frutti.
Una pausa lieve.
— Le pesche in particolare…
Il marchese fece ruotare lentamente il vino nel bicchiere
— …quando si aprono, sono un piacere da intenditori.
La zia sorrise senza capire. Giorgia sentì il sangue salirle al viso. Giorgia sentì salire una punta di vergogna, calda, improvvisa. Abbassò lo sguardo per un istante, poi lo rialzò. Fabrizio non cambiò espressione. Solo un’ombra di sorriso beffardo gli piegò le labbra. Lo sguardo pieno di quella tracotanza calma del dominatore. E nessuno, lì attorno, avrebbe potuto immaginarlo. Fabrizio era già tornato al suo giornale. Come se non fosse successo . Giorgia proseguì accanto alla zia. Ma sotto la compostezza del passo sentiva ancora il ricordo nel corpo. E, insieme alla vergogna, un piacere segreto le attraversò il ventre.
1
voti
voti
valutazione
10
10
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
In bilico sul desiderio
Commenti dei lettori al racconto erotico