Il primo varco
di
lucen warrant
genere
prime esperienze
A distanza di anni ricordo quel pomeriggio con una chiarezza quasi fisica.
Non certo i libri sul tavolo né le parole della lezione, ma la sensazione precisa che qualcosa dentro di me stesse per cedere. Avevo da poco compiuto diciotto anni. Ero una ragazza piuttosto carina, lo so oggi con più serenità. Allora però la mia timidezza e un perfezionismo quasi crudele mi facevano vedere difetti ovunque. Questo mi rendeva impacciata con i ragazzi e spesso un po’ chiusa. Così molte delle mie curiosità restavano confinate nella fantasia. In preparazione all’esame di maturità io e una compagna di scuola avevamo deciso di prendere qualche lezione privata. Il ragazzo che ci aiutava non era un vero professore: era uno studente universitario che frequentava la nostra parrocchia dove era stimato, mostrandosi serio ed educato. Per questo i miei genitori si fidavano. Aveva però un modo particolare di osservare le persone, come se registrasse piccoli dettagli che gli altri non notavano nemmeno. Una volta mi cadde una penna mentre cercavo un esercizio sul quaderno. Lui si chinò per raccoglierla e rimase accovacciato per qualche secondo. Mi accorsi che stava fissando i miei piedi. Allora non ci feci caso. Mi guardò con un mezzo sorriso. Un’altra volta, mentre alzavo le braccia per raccogliere i capelli, smise di parlare a metà di una spiegazione. Rimase in silenzio per un momento, come se stesse riflettendo.
Io pensai che stesse cercando la formula giusta. In realtà stava semplicemente osservando.
Quel pomeriggio la mia compagna non poté venire alla lezione.
Telefonai per rimandare, ma lui disse che non c’era problema.
— Possiamo lavorare lo stesso — rispose con la sua calma abituale.Arrivai a casa sua direttamente da scuola. Avevo mangiato un panino in fretta e sentivo addosso la stanchezza della giornata.
La lezione iniziò normalmente.
Nei giorni precedenti mi era capitato di ripensare al modo in cui mi guardava mentre spiegava qualcosa. Non era uno sguardo diretto. Sembrava fermarsi sempre su qualche dettaglio.
A volte pensavo ai miei piedi sotto il tavolo.
Altre volte alle braccia alzate per sistemare i capelli.
Mi dicevo che stavo esagerando.
Durante la pausa, però, qualcosa cambiò.
— Devi essere stanca — disse. — Tutta la giornata con quelle scarpe.
Si chinò e mi sfilò le sneakers.
Sentii subito l’aria fresca sulla pelle rimasta chiusa per ore. Provai un piccolo imbarazzo. I miei piedi conservavano il tepore della giornata, quel profumo caldo della pelle che avevo sempre cercato di nascondere. Lui invece li prese fra le mani con una calma attenta. Le sue dita scorrevano lentamente sulla pianta, fra le dita, sull’arco del piede.
Quel contatto provocò un brivido leggero che risalì lungo le gambe.
In quel momento compresi qualcosa che fino ad allora non avevo mai pensato: ciò che per me era motivo di imbarazzo sembrava per lui motivo di curiosità.
Il resto di quel pomeriggio appartiene alla memoria come una successione di sensazioni.
Il silenzio della stanza.
Il caldo della pelle.
Il respiro che diventava più frequente.
Quando mi trovai nuda davanti a lui provai un attimo di esitazione.
Ricordo il modo in cui il suo sguardo percorse lentamente il mio corpo, soffermandosi su piccoli dettagli che avevo sempre nascosto con pudore: la pelle ancora calda della giornata, la lieve ombra della peluria sotto le ascelle, i riccioli bruni che disegnavano il centro segreto del mio ventre.
Provavo vergogna.
Ma anche una curiosità intensa.
Quando ci sdraiammo sul letto e lui indossò il profilattico — era un programmatore e non voleva correre rischi —sentii il cuore battere così forte che mi sembrava potesse essere udito nella stanza.
Poi venne quel momento di cui avevo tanto sentito parlare senza comprenderlo davvero.
All’inizio fu dolore, una lacerazione improvvisa e fugace.
Una pressione viva, insistente, che cercava spazio dentro di me e mi fece trattenere il respiro. Sentii la mi figa opporsi per un istante, come se volesse ribellarsi a quella massa dura che avanzava inesorabile.. Era una sensazione concreta, quasi brutale: qualcosa di caldo e pulsante che prendeva posto nel mio corpo ancora inesperto, costringendolo ad aprirsi.
Provai smarrimento e vergogna
Il peso di lui sopra di me, le mani che mi tenevano, il respiro vicino alla mia pelle.
Per un momento ebbi la sensazione di non riconoscere più il mio stesso corpo.
Poi lentamente qualcosa cambiò.
All’inizio rimasi rigida, con le gambe aperte e le mani strette nelle lenzuola, come se il mio corpo volesse resistere a quella forza che cercava spazio dentro di me.
La tensione si sciolse poco a poco e quel dolore iniziale si trasformò in un calore diffuso che sembrava nascere nel ventre e propagarsi nel resto del corpo.
Il respiro diventò più profondo.
Le gambe, che poco prima erano tese, si rilassarono. Le ginocchia si piegarono leggermente e i piedi scivolarono lungo le sue gambe fino a fermarsi sulla sua schiena. Le dita dei piedi si contrassero istintivamente contro la sua pelle, come se cercassero un appoggio.
Quasi senza accorgermene anche il bacino si mosse, sollevandosi appena dal letto per andare incontro a quel ritmo nuovo che il mio corpo stava imparando.
Era un gesto involontario, ma mi sorprese accorgermi che il mio corpo non stava più cercando di respingerlo.
Lo stava seguendo.
Era come se il mio corpo stesse imparando, quasi suo malgrado, un linguaggio nuovo.
— Spingilo nella mia figa, più forte ti supplico….godo, godooo….è stupendo!
Un tremito rapido mi attraversò dal ventre alle gambe. Mi aggrappai alle sue spalle mentre il respiro diventava corto, spezzato. Per un attimo tutto si strinse in quella sensazione violenta che mi svuotò.
Poi finì.
Rimasi sotto di lui, immobile, cercando di riprendere fiato.
Quando abbassai gli occhi vidi sulle lenzuola una piccola macchia scura.
Il sangue.
Non era molto. Solo una traccia discreta, ma bastava a raccontare ciò che era accaduto.
Ricordo di averla fissata a lungo.
Non mi sembrò qualcosa di romantico. Piuttosto il segno concreto di una soglia attraversata.
Quando tutto finì restai immobile per qualche istante, ascoltando il mio respiro tornare lento.
Il ragazzo si alzò e sistemò distrattamente le lenzuola.
Io rimasi ancora un momento a guardare quella piccola traccia sulle stoffe chiare.
Quello fu solo il primo varco.
Il mio corpo avrebbe imparato molte altre cose negli anni successivi.
Ma nessuna avrebbe avuto la stessa crudezza di quella scoperta.
Più tardi, a casa, entrai in bagno in silenzio.
Mi tolsi le mutandine e le immersi nel lavandino.
Aprii il rubinetto.
L’acqua fredda scorreva sulle dita mentre la macchia rosata si scioglieva lentamente nel tessuto.
Il colore scivolò verso lo scarico e cominciò a girare su sé stesso, formando un piccolo vortice che ruotava lento prima di scomparire nel fondo del lavandino.
Fissavo quel vortice rosato che portava via con sé qualcosa che non sarebbe mai tornato: la ragazza che ero stata fino a quel pomeriggio.
Quando l’acqua tornò limpida chiusi il rubinetto e rimasi per un attimo immobile, con le mani nel lavandino.
Non era rimasto nulla.
Molti anni dopo ho capito che non ricordavo quasi nulla di lui.
Il suo viso si è confuso nella memoria come quello di tante altre persone incontrate nella vita.
Ma ricordo ancora perfettamente quel vortice rosato che scompariva nello scarico.
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