Notte in istituto
di
Alain Dormain
genere
tradimenti
L’istituto di ricerca sorgeva poco fuori dal paese, immerso in una campagna quieta fatta di campi ordinati e filari di pioppi. Di giorno era un alveare di attività: laboratori accesi, lavagne piene di formule, discussioni nei corridoi.
Di notte restava solo il silenzio.
Quella sera però una luce era ancora accesa: l’ufficio della direttrice.
Lei era seduta dietro la scrivania, la giacca appesa allo schienale della sedia e le scarpe eleganti finite sul pavimento. Le guardò con un’espressione quasi ostile.
— Dieci ore dentro quelle — sospirò. — Un esperimento di resistenza umana.
Poi allungò i piedi nudi verso di lui.
— Credo che meritino un minimo di assistenza tecnica.
Lui era seduto davanti alla scrivania. Prese uno dei piedi tra le mani e iniziò a massaggiarlo lentamente.
— In effetti — disse con calma — sembrano aver lavorato parecchio oggi.
I suoi pollici scorrevano lungo la pianta. Lei chiuse gli occhi.
— Mh…
Il sospiro le uscì spontaneo.
— Attento… — mormorò con un mezzo sorriso. — Dopo dieci ore là dentro non posso garantire la qualità dell’aria.
— Ho affrontato esperimenti peggiori.
Lei sollevò un sopracciglio.
— Davvero?
Lui avvicinò appena il viso al suo piede, come se stesse valutando seriamente la questione. Poi sorrise.
— Tutt’altro… direi afrodisiaco.
Lei scoppiò in una breve risata sorpresa.
— Addirittura?
Lo lasciò nelle sue mani mentre lui continuava a seguire con le dita la curva morbida dell’arco. Le sue dita scorrevano lentamente fino alla base delle dita del piede.
Ne sollevò una tra pollice e indice, massaggiandola con delicatezza. Poi la successiva. Una alla volta.
Lei lasciò uscire un altro sospiro.
— Mh… questo sì che è un servizio di alta qualità.
Le dita dei piedi si mossero appena nelle sue mani.
— Se continui così rischio di eccitarmi.
Lui non rispose. Continuò con calma, tracciando piccoli cerchi lungo la pianta, poi tornando alle dita, piegandole leggermente all’indietro.
— Effetti collaterali inattesi della ricerca — disse, con un mezzo sorriso.
Il sorriso di lei si fece più lento.
— Interessante… allora forse vale la pena proseguire l’esperimento.
Lei rise piano, poi aprì gli occhi e lo osservò.
— Sai che in istituto girano certe voci su di te?
— Davvero?
— Dicono che tu sia… particolarmente dotato.
Una pausa.
— E non sto parlando solo delle tue capacità scientifiche.
— Dicono che tu sappia… leggere le donne.
Lui sorrise appena.
.— Be’, detta elegantemente. Più prosaicamente… — uno sguardo lascivo — si potrebbe dire che so come farle godere.
Lui abbassò lo sguardo sulle sue mani, ancora posate sui suoi piedi.
— E questa sarebbe la reputazione che gira. Sembra una competenza difficile da inserire nel curriculum.
Lei scese lentamente dalla scrivania e si avvicinò.
— Ho quarantaquattro anni — disse con calma. — e non ho finito di esplorare.
Il sorriso cambiò appena.
— Stasera ho il dovere di verificare certe ipotesi.
Lui allungò lentamente la mano verso di lei. Le dita trovarono il primo bottone della camicetta. Lei non si mosse.
Il secondo bottone si aprì. Poi il terzo.
— Interessante protocollo di ricerca…
Quando l’ultimo bottone cedette, il tessuto si aprì lentamente.
La camicetta scivolò ai lati, l’elegante reggiseno fu rimosso e il suo petto si liberò alla luce calda della lampada.
Lui rimase fermo un istante.
— Che spettacolo…l’ho sempre immaginato..ma adesso è meglio.
— Lusingata..
Si sedette sul bordo della scrivania.
Le sue dita scorsero tra i suoi capelli mentre lui si chinava verso di lei. Le mani dell’uomo trovarono il bordo delle mutandine.
Lei inspirò appena.
— Ah… siamo arrivati a quella fase dell’esperimento?
Con un gesto lento lui le fece scivolare lungo le gambe. Il tessuto scese sulle cosce, poi alle ginocchia, fino a cadere accanto alle sue scarpe sul pavimento.
Quando le sue labbra sfiorarono la sua fessura, lei trattenne il respiro, le sue mani si aggrapparono al bordo della scrivania.
— Mh…
Il silenzio dell’istituto sembrava ancora più profondo.
— Leccami… ti piace la mia figa? Anche dopo tante ore?
— Direi molto di più.
Concitata:
— Adesso il clitoride.
Il piacere cresceva tumultuosamente. La testa si inclinò all’indietro.
— Mh… sì… ancora… vengo.
Cercò di ricomporsi.
— Non pensavo che il mio ufficio avrebbe ospitato ricerche così convincenti…
Quando lui si rialzò, lei lo afferrò per la camicia e lo attirò a sé. Gli occhi brillavano. Si baciarono.
— Direi che finora è rutto molto promettente.
Poi scivolò giù dalla scrivania. Rimase davanti a lui per un momento, osservandolo. Il sorriso tornò lento e malizioso.
— Adesso tocca a me fare qualche verifica.
Si abbassò lentamente davanti a lui.
Le dita scorsero lungo il suo petto mentre lo guardava con curiosità divertita.
— In fondo ogni buon esperimento richiede controlli incrociati.
Il tempo sembrò rallentare. Il suo respiro cambiò ritmo mentre conduceva la sua personale verifica con attenzione paziente. Ogni tanto una piccola risata le sfuggiva dalle labbra.
— Mh…
Poi alzò lo sguardo verso di lui.
— Però… le voci dell’istituto non esageravano.
La sua bocca e la sua lingua lo trovaronu, duro, caldo.
— Cazzo! Sei una vera maestra, ci sai proprio fare
Lei si rialzò e lo prese per mano. Voleva altro
— Però la scrivania non è esattamente il posto ideale per l’esperimento finale.
Lo trascinò verso l’angolo dell’ufficio. Lì c’era il divano di pelle scura.
— Questo è decisamente più adatto.
Si lasciò cadere tra i cuscini e lo attirò a sé. La testa di lei si appoggiò allo schienale, i capelli scivolarono sulle spalle, le sue gambe si aprirono
— Piano… ahi… ooh — sussurrò.
Poi un brivido le attraversò il corpo.
— Oddio…sei duro. Cielo…che irruenza!
Le dita si strinsero sulle sue spalle. La frase si spezzò in un sospiro. Il divano scricchiolò appena.
— Sì… sì… vai…
Il respiro diventava sempre più irregolare.
Non era soltanto desiderio.
Era il modo in cui lui alternava ritmo, pause, sicurezza.
Come se sapesse esattamente quando rallentare e quando farle perdere il controllo.
Lei chiuse gli occhi, travolta da quella sensazione crescente.
Entusiasmante. Pericolosa quasi.
Capì in quell’istante perché nell’istituto circolassero certe voci su di lui.
Non avevano nulla a che fare con vanterie da uomini. Era altro.
Era quella capacità rarissima di far sentire una donna completamente attraversata dal piacere, ascoltata, letta, consumata lentamente.
E intuì con un piccolo brivido che quella notte non sarebbe rimasta un episodio.
Lui le avrebbe lasciato addosso ricordi difficili da cancellare. Momenti destinati a tornarle in mente all’improvviso: in ascensore, durante una riunione, nel silenzio del suo ufficio.
Come tatuaggi invisibili impressi nella memoria.
— Vai… così… sto godendo.
Quando tutto si calmò, lei rimase immobile qualche secondo. Poi lasciò uscire una piccola risata incredula.
— Accidenti… stupendo.
La voce era più bassa ora.
— Non uscire ancora, aspetta.
Gli accarezzò la schiena con un gesto lento.
— Tienilo dentro ancora… più che puoi.
Lui lasciò scivolare le labbra vicino al suo orecchio.
Una sola parola, roca:
— Puttana…
Lei trattenne il respiro.
E contro ogni previsione, quel sussurro le provocò un brivido profondo.
Perché non c’era disprezzo, ma desiderio sporco, adulto, c’era dominio.
Le piacque. Molto più di quanto avrebbe ammesso perfino a sé stessa.
Chiuse gli occhi e inspirò lentamente e si abbandonò ancor di più contro il corpo di lui, le dita continuarono a muoversi piano sulla sua schiena sudata.
Fuori, la campagna era immersa nel buio assoluto.
Dentro l’ufficio della direttrice, la lampada restava accesa come l’ultima finestra viva dell’istituto.
Di notte restava solo il silenzio.
Quella sera però una luce era ancora accesa: l’ufficio della direttrice.
Lei era seduta dietro la scrivania, la giacca appesa allo schienale della sedia e le scarpe eleganti finite sul pavimento. Le guardò con un’espressione quasi ostile.
— Dieci ore dentro quelle — sospirò. — Un esperimento di resistenza umana.
Poi allungò i piedi nudi verso di lui.
— Credo che meritino un minimo di assistenza tecnica.
Lui era seduto davanti alla scrivania. Prese uno dei piedi tra le mani e iniziò a massaggiarlo lentamente.
— In effetti — disse con calma — sembrano aver lavorato parecchio oggi.
I suoi pollici scorrevano lungo la pianta. Lei chiuse gli occhi.
— Mh…
Il sospiro le uscì spontaneo.
— Attento… — mormorò con un mezzo sorriso. — Dopo dieci ore là dentro non posso garantire la qualità dell’aria.
— Ho affrontato esperimenti peggiori.
Lei sollevò un sopracciglio.
— Davvero?
Lui avvicinò appena il viso al suo piede, come se stesse valutando seriamente la questione. Poi sorrise.
— Tutt’altro… direi afrodisiaco.
Lei scoppiò in una breve risata sorpresa.
— Addirittura?
Lo lasciò nelle sue mani mentre lui continuava a seguire con le dita la curva morbida dell’arco. Le sue dita scorrevano lentamente fino alla base delle dita del piede.
Ne sollevò una tra pollice e indice, massaggiandola con delicatezza. Poi la successiva. Una alla volta.
Lei lasciò uscire un altro sospiro.
— Mh… questo sì che è un servizio di alta qualità.
Le dita dei piedi si mossero appena nelle sue mani.
— Se continui così rischio di eccitarmi.
Lui non rispose. Continuò con calma, tracciando piccoli cerchi lungo la pianta, poi tornando alle dita, piegandole leggermente all’indietro.
— Effetti collaterali inattesi della ricerca — disse, con un mezzo sorriso.
Il sorriso di lei si fece più lento.
— Interessante… allora forse vale la pena proseguire l’esperimento.
Lei rise piano, poi aprì gli occhi e lo osservò.
— Sai che in istituto girano certe voci su di te?
— Davvero?
— Dicono che tu sia… particolarmente dotato.
Una pausa.
— E non sto parlando solo delle tue capacità scientifiche.
— Dicono che tu sappia… leggere le donne.
Lui sorrise appena.
.— Be’, detta elegantemente. Più prosaicamente… — uno sguardo lascivo — si potrebbe dire che so come farle godere.
Lui abbassò lo sguardo sulle sue mani, ancora posate sui suoi piedi.
— E questa sarebbe la reputazione che gira. Sembra una competenza difficile da inserire nel curriculum.
Lei scese lentamente dalla scrivania e si avvicinò.
— Ho quarantaquattro anni — disse con calma. — e non ho finito di esplorare.
Il sorriso cambiò appena.
— Stasera ho il dovere di verificare certe ipotesi.
Lui allungò lentamente la mano verso di lei. Le dita trovarono il primo bottone della camicetta. Lei non si mosse.
Il secondo bottone si aprì. Poi il terzo.
— Interessante protocollo di ricerca…
Quando l’ultimo bottone cedette, il tessuto si aprì lentamente.
La camicetta scivolò ai lati, l’elegante reggiseno fu rimosso e il suo petto si liberò alla luce calda della lampada.
Lui rimase fermo un istante.
— Che spettacolo…l’ho sempre immaginato..ma adesso è meglio.
— Lusingata..
Si sedette sul bordo della scrivania.
Le sue dita scorsero tra i suoi capelli mentre lui si chinava verso di lei. Le mani dell’uomo trovarono il bordo delle mutandine.
Lei inspirò appena.
— Ah… siamo arrivati a quella fase dell’esperimento?
Con un gesto lento lui le fece scivolare lungo le gambe. Il tessuto scese sulle cosce, poi alle ginocchia, fino a cadere accanto alle sue scarpe sul pavimento.
Quando le sue labbra sfiorarono la sua fessura, lei trattenne il respiro, le sue mani si aggrapparono al bordo della scrivania.
— Mh…
Il silenzio dell’istituto sembrava ancora più profondo.
— Leccami… ti piace la mia figa? Anche dopo tante ore?
— Direi molto di più.
Concitata:
— Adesso il clitoride.
Il piacere cresceva tumultuosamente. La testa si inclinò all’indietro.
— Mh… sì… ancora… vengo.
Cercò di ricomporsi.
— Non pensavo che il mio ufficio avrebbe ospitato ricerche così convincenti…
Quando lui si rialzò, lei lo afferrò per la camicia e lo attirò a sé. Gli occhi brillavano. Si baciarono.
— Direi che finora è rutto molto promettente.
Poi scivolò giù dalla scrivania. Rimase davanti a lui per un momento, osservandolo. Il sorriso tornò lento e malizioso.
— Adesso tocca a me fare qualche verifica.
Si abbassò lentamente davanti a lui.
Le dita scorsero lungo il suo petto mentre lo guardava con curiosità divertita.
— In fondo ogni buon esperimento richiede controlli incrociati.
Il tempo sembrò rallentare. Il suo respiro cambiò ritmo mentre conduceva la sua personale verifica con attenzione paziente. Ogni tanto una piccola risata le sfuggiva dalle labbra.
— Mh…
Poi alzò lo sguardo verso di lui.
— Però… le voci dell’istituto non esageravano.
La sua bocca e la sua lingua lo trovaronu, duro, caldo.
— Cazzo! Sei una vera maestra, ci sai proprio fare
Lei si rialzò e lo prese per mano. Voleva altro
— Però la scrivania non è esattamente il posto ideale per l’esperimento finale.
Lo trascinò verso l’angolo dell’ufficio. Lì c’era il divano di pelle scura.
— Questo è decisamente più adatto.
Si lasciò cadere tra i cuscini e lo attirò a sé. La testa di lei si appoggiò allo schienale, i capelli scivolarono sulle spalle, le sue gambe si aprirono
— Piano… ahi… ooh — sussurrò.
Poi un brivido le attraversò il corpo.
— Oddio…sei duro. Cielo…che irruenza!
Le dita si strinsero sulle sue spalle. La frase si spezzò in un sospiro. Il divano scricchiolò appena.
— Sì… sì… vai…
Il respiro diventava sempre più irregolare.
Non era soltanto desiderio.
Era il modo in cui lui alternava ritmo, pause, sicurezza.
Come se sapesse esattamente quando rallentare e quando farle perdere il controllo.
Lei chiuse gli occhi, travolta da quella sensazione crescente.
Entusiasmante. Pericolosa quasi.
Capì in quell’istante perché nell’istituto circolassero certe voci su di lui.
Non avevano nulla a che fare con vanterie da uomini. Era altro.
Era quella capacità rarissima di far sentire una donna completamente attraversata dal piacere, ascoltata, letta, consumata lentamente.
E intuì con un piccolo brivido che quella notte non sarebbe rimasta un episodio.
Lui le avrebbe lasciato addosso ricordi difficili da cancellare. Momenti destinati a tornarle in mente all’improvviso: in ascensore, durante una riunione, nel silenzio del suo ufficio.
Come tatuaggi invisibili impressi nella memoria.
— Vai… così… sto godendo.
Quando tutto si calmò, lei rimase immobile qualche secondo. Poi lasciò uscire una piccola risata incredula.
— Accidenti… stupendo.
La voce era più bassa ora.
— Non uscire ancora, aspetta.
Gli accarezzò la schiena con un gesto lento.
— Tienilo dentro ancora… più che puoi.
Lui lasciò scivolare le labbra vicino al suo orecchio.
Una sola parola, roca:
— Puttana…
Lei trattenne il respiro.
E contro ogni previsione, quel sussurro le provocò un brivido profondo.
Perché non c’era disprezzo, ma desiderio sporco, adulto, c’era dominio.
Le piacque. Molto più di quanto avrebbe ammesso perfino a sé stessa.
Chiuse gli occhi e inspirò lentamente e si abbandonò ancor di più contro il corpo di lui, le dita continuarono a muoversi piano sulla sua schiena sudata.
Fuori, la campagna era immersa nel buio assoluto.
Dentro l’ufficio della direttrice, la lampada restava accesa come l’ultima finestra viva dell’istituto.
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