Ottobre 2006

di
genere
tradimenti

Quando arrivarono a Capo d’Orlando era quasi sera.
Il mare aveva quel colore ferroso delle giornate d’autunno siciliano, e il lungomare sembrava mezzo addormentato sotto il vento salato che entrava dalle stradine del centro. Maurizio guidava con un braccio fuori dal finestrino, rilassato, felice di rivedere certi posti e certe facce dopo anni.
— Caruso sarà ingrassato almeno venti chili,— rise parcheggiando davanti al piccolo B&B.
Lei sorrise senza rispondere. Stava osservando il posto.
— Minchia… ma sei Maurizio davvero? — gridò poco dopo Caruso uscendo dall’edificio con le braccia aperte.
Abbracci, pacche sulle spalle, risate rumorose.
— Ciao Marilù. Sempre più bella.
Tre piani bassi color sabbia. Persiane verdi scolorite dal sole. Una veranda con tavolini vuoti e l’odore di caffè rimasto nell’aria. Tutto aveva quell’aspetto lento e familiare delle località di mare fuori stagione.
Fu allora che vide Saro per la prima volta.
Stava trasportando delle casse d’acqua dal furgone al magazzino sul retro. Maglietta chiara incollata addosso alle spalle larghe, pelle scura di sole e quel modo silenzioso di muoversi tipico degli uomini cresciuti vicino al mare. Quando alzò gli occhi verso di loro, qualcosa si fermò per un istante. Non parlò subito. Guardò prima Maurizio, poi lei. E quello sguardo le rimase addosso più del dovuto.
Durante i giorni successivi il gioco iniziò quasi senza parole. Il B&B era praticamente vuoto e Saro trovava sempre una scusa per passare davanti alla loro camera: un asciugamano pulito, una bottiglia di vino lasciata “per gentilezza”, il telecomando da cambiare. E ogni volta gli succedeva la stessa cosa.
Lei gli apriva con addosso troppo poco. Una canottiera sottile senza reggiseno.
Le gambe nude dopo la spiaggia. I capelli ancora bagnati.
Quel sorriso romagnolo caldo e lento che sembrava innocente solo a chi non lo guardava bene. Marilù non oltrepassava mai davvero il confine, ma neppure si negava ai suoi occhi, quasi divertendosi nel sentire lo sguardo di lui scivolarle addosso mentre fingeva di non accorgersene.
— Oh Saro…— Caruso sputò il fumo di lato.— La moglie di Maurizio… minchia.
Saro non parlò.
Caruso sputò il fumo di lato.
— Una figa così ti fa perdere la testa. Perché è vera. Quel culo, quelle tette…Calda. Morbida. Non quelle bamboline rifatte del cazzo.
Scosse la testa.
— Quella la guardi e ti viene fame.
Saro teneva gli occhi bassi. Caruso lo vide subito, si riempì il bicchiere.
— Eh. Appunto.
Si sporse appena verso di lui.
Io non potrei mai, Maurizio è un amico, ma tu hai vent’anni.»
Saro sentì il petto stringersi, Lo zio bevve ancora, poi chiuse secco:
— E lei c’ha quella faccia da donna tranquilla…che sotto i vestiti nasconde l’inferno. E poi ho notato come ti guarda.
Caruso scoppiò in una risata sconcia.
La sera decisiva arrivò dopo una cena lunga e rumorosa nella veranda del B&B. Caruso aveva già aperto la terza bottiglia quando propose a Maurizio di andare “cinque minuti” a casa sua a vedere la sua attrezzatura da caccia e magari bere il bicchiere della staffa. Saro conosceva troppo bene suo zio per capire immediatamente cosa significasse davvero. Cinque minuti, con Caruso, potevano diventare ore.
Prima che uscissero, lo zio gli lanciò persino uno sguardo storto, mezzo ironico.
—Tu resta qui a sistemare.
Nel sorriso che accompagnò quella frase, Saro ebbe il sospetto improvviso che l’uomo lo incoraggiasse a muoversi con lei.
Quando il telefono di Maurizio squillò mezz’ora dopo, la conferma arrivò definitiva.
— Mi ha sequestrato tuo zio, — rise dall’altra parte della linea. — Qua stanno tirando fuori pure la grappa, puoi avvertire tu mia moglie che non sta rispondendo al telefono? Forse è sotto la doccia.
Saro sentì il sangue diventargli caldo nelle vene. Salì lentamente le scale del B&B quasi deserto. Il corridoio odorava di mare, legno vecchio e lenzuola pulite.Davanti alla porta esitò appena. Poi bussò. Due colpi lenti.
— Saro, sono.
Dentro la stanza il rumore del phon si fermò.
— Entra.
Quando aprì la porta, lui smise letteralmente di respirare.
Lei era seduta sul letto disfatto, completamente nuda, illuminata dalla luce morbida della lampada accanto al comodino. I capelli scuri ancora umidi le cadevano sulle spalle in ciocche disordinate, la pelle conservava ancora il lucido tiepido della doccia appena fatta. Marilù aveva addosso una sensualità adulta. Non perfetta, ma vera. Quel corpo non era da copertina. Era caldo, pieno, da perderci la testa: il ventre morbido, i fianchi pieni, le cosce aperte senza fretta. E il seno catturava subito lo sguardo: molto abbondante, naturale e morbido, con una forma piena e pesante. Le tette scendevano lateralmente seguendo la postura del corpo, dando l’idea di un volume importante e realistico, non rigido. I capezzoli relativamente piccoli rispetto alla dimensione del seno puntavano leggermente verso l’esterno. La pelle del décolleté appariva liscia, mentre il peso naturale del seno creava pieghe e ombre morbide che accentuano la sensualità della scena. Due pere mature e naturalmente pendule che seguivano il ritmo lento del respiro con una grazia viva, autentica, lontana da qualunque perfezione artificiale. Tra le gambe, il boschetto di peli scuri naturali rompeva la luce chiara della pelle con una naturalezza quasi sfacciata.
E quando lei rilassò appena di più le cosce sulle lenzuola, il suo corpo sembrò schiudersi lentamente come una conchiglia viva. Saro abbassò lo sguardo. Per un istante ebbe davvero l’impressione di trovarsi davanti a un’ostrica rosa e carnosa appena emersa dal mare, lucente nella penombra calda della stanza. Lei sorrise. Quel sorriso lento, ammaliante, complice. Le dita dei piedi si arricciarono appena sulle lenzuola disfatte mentre lo guardava perdere pezzo dopo pezzo ogni difesa.
— Saro, avvicinati,— sussurrò piano.
Ubbidì come ipnotizzato. Sentiva il profumo dello shampoo mescolarsi al sale del mare e al calore femminile della sua pelle. Vent’anni di desiderio giovane gli pulsavano addosso in modo quasi doloroso, un’erezione dolorosa negli slip. Lei invece aveva la morbidezza calma e sicura di una donna adulta che non cercava amore o promesse. Voleva soltanto sentirsi una femmina desiderata ed essere presa, chiavata.
Quando lui si inginocchiò davanti a lei, Marilù gli passò lentamente una mano tra i capelli.
— Così…— sussurrò chiudendo gli occhi.
Fuori il mare continuava a infrangersi contro gli scogli.
Dentro quella stanza, invece, il tempo sembrò sciogliersi completamente.
I baci osceni arrivarono lenti all’inizio, quasi increduli, poi sempre più affamati. La lingua del ragazzo descriveva cerchi umidi, sgrillettava il clitoride. Lei gemeva, squittiva e ogni tanto se ne usciva con quella risata bassa lo faceva impazzire più di tutto il resto.
— Così mi guardavi tutta la settimana?—sussurrò lei.— Come se volessi mangiarmi viva?
Saro rise senza fiato contro la sua pelle.
— Peggio.
Lei gli prese il viso tra le mani.
— Allora smettila di trattenerti.
Le lenzuola si attorcigliarono lentamente ai loro corpi mentre il desiderio accumulato per giorni diventava finalmente reale. Lui sentiva la morbidezza della figa accoglierlo completamente, stringerlo, attirarlo e quella sensazione gli fece perdere lucidità quasi subito.
Ogni movimento sembrava sciogliere un altro pezzo di controllo.
La voce roca gli attraversò il petto come alcool forte.
Il desiderio giovane e feroce di Saro si scontrava con la morbidezza adulta di lei in un ritmo sempre più difficile da controllare. Si muoveva con impazienza, con quella fame disordinata di chi aveva trattenuto troppo a lungo il bisogno di toccare, leccare, baciare, stringere, sentire davvero. Il letto cigolava, sbatteva contro il muro al ritmo dei loro corpi.
Fuori, il silenzio della notte del borgo deserto.
Lei gemeva il suo nome a voce bassa, a volte ridendo piano, a volte stringendolo forte come se volesse sentirlo ancora più vicino.
—Così… mamma mia… piano…sei così duro…che uccello!— Poi concitata e sempre più eccitata, — Ancora, infilalo di più quel cazzo grosso e sbattimi più forte…stupendo…
Ogni volta che lui perdeva il ritmo per guardarla, lei gli prendeva il viso tra le mani e sorrideva con quell’espressione accesa e maliziosa che ormai lo aveva distrutto completamente.
— Mi hai desiderata così tanto? — sussurrò.
Lui rise appena, senza fiato.
— Tu non hai idea.
Più tardi, quando il telefono di Maurizio squillò sul comodino e la sua voce allegra invase la stanza attraverso il viva voce, Marilù scoppiò in una risata nervosa mentre cercava inutilmente di riprendere un respiro normale.
— Sei strana stasera…— disse Maurizio, alticcio, ridendo dall’altra parte. — Ti senti bene?
Lei chiuse gli occhi un istante, ancora stretta a Saro nel buio tiepido della camera.
Poi sorrise lentamente.
— Mai stata meglio di così.
Lei teneva il telefono appoggiato contro l’orecchio con una mano, ancora distesa tra le lenzuola disfatte, i capelli sparsi sul cuscino e il respiro che cercava inutilmente di tornare regolare.
— Qua tuo marito è stato ufficialmente sequestrato…— continuò Maurizio dall’altra parte della linea. — Caruso e quei pazzi hanno tirato fuori pure le carte.
Marilù rise piano, ma il suono le morì quasi sulle labbra quando sentì di nuovo Saro avvicinarsi lentamente al suo inguine. Ormai era completamente senza difese.
Lui alzò appena gli occhi verso di lei. Quel sorriso. Giovane. Affamato. Poi scivolò e affondò di nuovo tra le sue cosce con una lentezza che le fece attraversare un brivido improvviso. Lei trattenne il fiato.

— Amore? — disse Maurizio. — Ci sei?
—Sì… sì… ti ascolto…
La voce le uscì più roca del previsto.
Saro affondò il viso contro la pelle calda del suo ventre, e S. dovette stringere forte il lenzuolo per non lasciarsi sfuggire un gemito più evidente.
—Ti mangio la figa, Marilù.
Le sussurrò piano, ma la sua mente amplificò tanto il suono, da temere che Maurizio potesse udirle.
Passi nella strada, frasi in dialetto stretto, poi di nuovo silenzio.
Dentro la stanza invece restavano soltanto il rumore del ventilatore del bagno, il telefono in viva voce e quel gioco pericoloso che ormai la stava facendo tremare più del desiderio stesso.
— Secondo me dormi già,— rise Maurizio.
Lei chiuse gli occhi mentre le dita dei piedi si arricciavano lentamente sulle lenzuola.
— No… son solo… rilassata.
Saro sembrava assaporare ogni sua reazione con calma crudele. E il modo in cui lei cercava di trattenersi lo eccitava ancora di più.
— Mmh…— fece Maurizio dall’altra parte. — Hai una voce strana però.
Marilù si morse il labbro e lasciò uscire una piccola risata spezzata. Lei inspirò lentamente, cercando disperatamente di mantenere una voce normale.
— Sento caldo, forse il vino….
— Comunque, — continuò Maurizio ridendo, — Caruso dice che domani ti porta a mangiare il pesce buono. A più tardi, non aspettarmi.
Il ragazzo in quel momento sollevò appena lo sguardo verso di lei, le labbra umide di lei.
E quando i loro occhi si incontrarono, Marilù sentì quella scarica attraversarle di nuovo tutto il corpo: desiderio, rischio, eccitazione. Una miscela così intensa da divenire vertigine. Si girò sul fianco e, afferrata una natica, la sollevò allargando il solco gluteo.
— Fammi quello che vuoi… abbiamo tanto tempo.
Quel gesto lento e intimo gli fece perdere ogni residua lucidità.
Lui sorrise feroce, e quel sorriso, più di tutto il resto, le fece capire che quella notte avrebbe continuato a bruciarle addosso ancora per moltissimo tempo. 🔥
La stanza odorava ancora di pelle calda, shampoo, sudore, sesso. Ormai era prudente uscire da quella stanza, ma rimase indugiando ancora sulla porta per qualche secondo, incapace di decidere se andarsene davvero o restare ancora un po’ dentro quella notte che gli aveva ribaltato il sangue.
Lei era distesa sulle lenzuola stropicciate come dopo una lunga onda passata sul corpo.
Gli occhi chiusi. Il respiro lento. I capelli scuri sparsi sul cuscino chiaro.
La luce morbida della abat-jour le scivolava addosso con delicatezza, accarezzando le curve mature, le pieghe segrete del corpo senza nasconderne nulla. Il seno pieno e naturale riposava morbido sul petto, ancora segnato appena dal respiro profondo del dopo. Una mano le scivolava lenta sul ventre, quasi distratta, mentre le gambe rimanevano socchiuse sotto il lenzuolo piegato male. Sembrava sazia. Non soltanto di sesso. Di attenzione. Di desiderio.
Di quella fame reciproca che per giorni aveva galleggiato silenziosa nei corridoi del B&B. Saro la guardò in silenzio e capì che non avrebbe ricordato quella notte come una semplice avventura. Avrebbe ricordato soprattutto quell’ultima immagine. Lei così. Calda. Sfatta. Bellissima nella sua verità adulta: una quarantacinquenne viva, morbida, libera, che per qualche ora gli aveva aperto il proprio corpo e i propri desideri con una naturalezza quasi feroce. Non più una fantasia irraggiungibile.
Marilù aprì appena gli occhi, intuendo ancora la sua presenza vicino alla porta. Lo guardò in silenzio.
Poi sorrise dolcissima.














scritto il
2026-05-26
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