Il calcetto balilla
di
Mia1
genere
dominazione
Eravamo un pugno di ragazzi. Ci incontravamo in un centro sociale pomeridiano, dove si poteva fare sport, coltivare hobby quali l'uncinetto, dare ripetizioni gratis ad altri ragazzi, insomma dove si condivideva il tempo libero insieme.
Il centro era frequentato anche da Marco, un ragazzo un po' più grande, che aveva il suo gruppetto. Fino a quel momento non ci eravamo mai parlati, pur conoscendoci di vista.
Marco era un tipo non troppo alto, massiccio. Uno sguardo di quelli che ti inchiodava, ti imbarazzava solo a guardarti. Ricordava un po' Max Pezzali- la sua versione nerboruta- e del resto in quel periodo gli 883 impazzavano con Gli anni o La regola dell'amico.
Era cominciato tutto una sera al teatro sociale.
Di colpo, in pausa, tra una scena e l'altra, mentre scherzavo con gli altri, mi sentii guardata. Era lui. Quello fu il primo contatto.
Restai immobile. Il nostro rapporto si definì in quel preciso frangente. Si dice che bastino 7 secondi. Evitavo quello sguardo, ma al tempo stesso lo volevo. E iniziai a sbirciare, durante la serata, nella sua direzione. Mi faceva sentire perfettamente intelligibile.
Poi i nostri gruppi si unirono, come per un'alchimia. Si parlava di orari di rientro a casa.
Lui si avvicinò e mi chiese a bruciapelo:
'A che ora devi rientrare la sera, scusa?'
Secco, inquisitore.
Come se fossi io a decidere a 18 anni.
'Alle 10, in estate.'
'E ora?'
'Quando finisce lo spettacolo, in via eccezionale.'
Mi guardò, come se fossi una criminale.
'Quanti anni hai? Sembra che tu possa rientrare senza chiedere il permesso...'
Morivo dalla voglia di saperlo, ma era fottutamente difficile osare chiedere.
'22'
'Facile, no? Io ne ho 18 e ho degli orari'
Mi stavo giustificando.... qualcosa mi si strinse nello stomaco.
'Certo'
Sempre quello sguardo, quel tono.
Poi ci perdemmo per vari mesi. Lui spariva e, poi, di colpo ricompariva. Non sapevo mai, andando al centro, se lo avrei visto.
A un certo punto mi resi conto che quando andavo al centro, lo cercavo con lo sguardo.
Dannazione.
Capitavano poi le serate, in settimana, in cui ci si vedeva per caso e si giocava a calcetto balilla, due ore fisse. Si giocava goliardicamente, ma in fondo ci si sfidava. I ruoli erano fissi: Lui in attacco e io alla difesa della porta nemica. Quando iniziava la partita, lui mi scoccava uno dei suoi sguardi ammonitori, che mi lasciavano con il cuore in gola. Ci metteva tutta la sua tecnica, finché non segnava.
Ogni goal era una cannonata nel mio cervello, adeguatamente accompagnata da uno sfottò. Con ogni goal segnato, il suo freddo sorriso mi ammoniva di non osare batterlo.
'Ti detesto!'
Gli urlavo ribelle, con la stessa foga che usavo nel litigare con i miei severi genitori.
Lui lasciava correre e mi sorrideva, con aria di sufficienza.
Finché una domenica pomeriggio, il mio duo vinse e lui non riuscí a segnare neanche una volta. Lo guardai trionfante e beffarda.
'Oggi non sei in forma, Marco. Se vuoi, ti posso insegnare a giocare...'
Lui mi guardò freddamente e a me si strinse lo stomaco.
Il ragazzo, che giocava con lui, mi guardava in modo insistente e guardava lui, complice. Prima me e poi Lui.
Poi di colpo, si avvicinarono in modo fulmineo, un pennarello in mano. (Non capii dove se lo fossero procurato). Volevano scrivermi in fronte Gioconda.
Io feci uno scatto e infilai, correndo all'impazzata, una rampa di scale che portava al piano superiore: deserto. Questione di vita o di morte.
Corsi a perdifiato, ma Marco mi raggiunse e mi afferrò per un braccio con possesso e rabbia. I suoi occhi fiammeggiavano.
In un istante fui immobilizzata: la sua morsa di acciaio chiuse la mie braccia a incrocio davanti e mi tirò saldamente al suo corpo, perfettamente aderente al mio.
Lottai con tutte le forze, con il risultato che il mio culo strusciò su di lui. Nell'incoscienza dei miei 18 anni, non mi resi del tutto conto che qualcosa di potente premeva contro di me.
'Stai ferma, da brava, che dobbiamo scrivere. Sennò le lettere non si leggono'- mi sghignazzò nell'orecchio.
Io continuai a oppormi con tutta me stessa, cercando di alzare le braccia, spingere, fare forza, ma non potei nulla contro la sua salda presa.
A ogni mio strattone corrispondeva una strusciata. Percepivo qualcosa di duro e sconosciuto contro il mio fondoschiena. Restai un attimo turbata: tutto questo non era un gioco, certamente non mi sentivo alla portata di questo contatto troppo intimo e tremendamente conturbante. Lui sembrava così padrone di sé- e di me- mentre io non sapevo bene cosa fare.
Mi aveva battuta, mi aveva presa. Il suo corpo restava perfettamente adeso al mio. Il suo sguardo, ne ero certa, era beffardo.
Aveva vinto e io avevo perso, in un certo senso, ma in altro senso avevo vinto io. Mi batteva forte il cuore e il mio corpo reagí. Mi sentii umida tra le cosce e la cosa mi fece arrossire.
La penombra dell'ambiente nascose il mio imbarazzo.
'Che cosa c'è? Non ti liberi?'
Io urlai e promisi di farla pagare a entrambi.
Quindi le braccia cedettero.
Lì si consumò la mia follia. Mi sentivo in trappola, completamente nelle sue mani.
Quando la scritta Gioconda fu completa, Lui mi lasciò andare istantaneamente, non senza avermi dileggiato. Mi guardò in modo penetrante. Come per dire che da quel momento le regole le avrebbe dettate lui e io avrei potuto solo obbedire, naturalmente senza commenti inopportuni.
Rimasi indietro, un sorriso a incurvarmi le labbra. Non volevo più scendere, perché avrei dovuto passargli davanti per andarmene. Non volevo dargli la soddisfazione di mostrargli il mio turbamento. Il respiro era irregolare e impiegai parecchio tempo a regolarizzarlo.
Cercai di sgattaiolare via, uscendo dalla porta, senza salutarlo, ma Lui mi stava aspettando proprio lì, a braccia conserte e sguardo serio. Io mi fermai di colpo e emisi un sospiro di sorpresa. Restai impietrita, incapace di emettere suono o di muovermi. Ci guardammo. Lui sorrideva strafottente ed era come se potesse leggermi dentro.
'Ci vediamo presto, e la prossima volta porto il mio indelebile personale...'
'Ti odio...'
Si avvicinò con aria minacciosa. Ora eravamo uno di fronte all'altra. Non riuscivo a sostenere il suo sguardo.
'Stai attenta a non farti vedere in giro: il paese è piccolo e la gente potrebbe chiamarti Gioconda.'
Restai ancora muta.
'Puoi andare a casa. Ora.'
Mi guardò fisso, finché non mi vide scendere i gradini.
Me ne andai in silenzio, incazzata con me stessa per avergliela data vinta, ma anche euforica...
Continua..
Il centro era frequentato anche da Marco, un ragazzo un po' più grande, che aveva il suo gruppetto. Fino a quel momento non ci eravamo mai parlati, pur conoscendoci di vista.
Marco era un tipo non troppo alto, massiccio. Uno sguardo di quelli che ti inchiodava, ti imbarazzava solo a guardarti. Ricordava un po' Max Pezzali- la sua versione nerboruta- e del resto in quel periodo gli 883 impazzavano con Gli anni o La regola dell'amico.
Era cominciato tutto una sera al teatro sociale.
Di colpo, in pausa, tra una scena e l'altra, mentre scherzavo con gli altri, mi sentii guardata. Era lui. Quello fu il primo contatto.
Restai immobile. Il nostro rapporto si definì in quel preciso frangente. Si dice che bastino 7 secondi. Evitavo quello sguardo, ma al tempo stesso lo volevo. E iniziai a sbirciare, durante la serata, nella sua direzione. Mi faceva sentire perfettamente intelligibile.
Poi i nostri gruppi si unirono, come per un'alchimia. Si parlava di orari di rientro a casa.
Lui si avvicinò e mi chiese a bruciapelo:
'A che ora devi rientrare la sera, scusa?'
Secco, inquisitore.
Come se fossi io a decidere a 18 anni.
'Alle 10, in estate.'
'E ora?'
'Quando finisce lo spettacolo, in via eccezionale.'
Mi guardò, come se fossi una criminale.
'Quanti anni hai? Sembra che tu possa rientrare senza chiedere il permesso...'
Morivo dalla voglia di saperlo, ma era fottutamente difficile osare chiedere.
'22'
'Facile, no? Io ne ho 18 e ho degli orari'
Mi stavo giustificando.... qualcosa mi si strinse nello stomaco.
'Certo'
Sempre quello sguardo, quel tono.
Poi ci perdemmo per vari mesi. Lui spariva e, poi, di colpo ricompariva. Non sapevo mai, andando al centro, se lo avrei visto.
A un certo punto mi resi conto che quando andavo al centro, lo cercavo con lo sguardo.
Dannazione.
Capitavano poi le serate, in settimana, in cui ci si vedeva per caso e si giocava a calcetto balilla, due ore fisse. Si giocava goliardicamente, ma in fondo ci si sfidava. I ruoli erano fissi: Lui in attacco e io alla difesa della porta nemica. Quando iniziava la partita, lui mi scoccava uno dei suoi sguardi ammonitori, che mi lasciavano con il cuore in gola. Ci metteva tutta la sua tecnica, finché non segnava.
Ogni goal era una cannonata nel mio cervello, adeguatamente accompagnata da uno sfottò. Con ogni goal segnato, il suo freddo sorriso mi ammoniva di non osare batterlo.
'Ti detesto!'
Gli urlavo ribelle, con la stessa foga che usavo nel litigare con i miei severi genitori.
Lui lasciava correre e mi sorrideva, con aria di sufficienza.
Finché una domenica pomeriggio, il mio duo vinse e lui non riuscí a segnare neanche una volta. Lo guardai trionfante e beffarda.
'Oggi non sei in forma, Marco. Se vuoi, ti posso insegnare a giocare...'
Lui mi guardò freddamente e a me si strinse lo stomaco.
Il ragazzo, che giocava con lui, mi guardava in modo insistente e guardava lui, complice. Prima me e poi Lui.
Poi di colpo, si avvicinarono in modo fulmineo, un pennarello in mano. (Non capii dove se lo fossero procurato). Volevano scrivermi in fronte Gioconda.
Io feci uno scatto e infilai, correndo all'impazzata, una rampa di scale che portava al piano superiore: deserto. Questione di vita o di morte.
Corsi a perdifiato, ma Marco mi raggiunse e mi afferrò per un braccio con possesso e rabbia. I suoi occhi fiammeggiavano.
In un istante fui immobilizzata: la sua morsa di acciaio chiuse la mie braccia a incrocio davanti e mi tirò saldamente al suo corpo, perfettamente aderente al mio.
Lottai con tutte le forze, con il risultato che il mio culo strusciò su di lui. Nell'incoscienza dei miei 18 anni, non mi resi del tutto conto che qualcosa di potente premeva contro di me.
'Stai ferma, da brava, che dobbiamo scrivere. Sennò le lettere non si leggono'- mi sghignazzò nell'orecchio.
Io continuai a oppormi con tutta me stessa, cercando di alzare le braccia, spingere, fare forza, ma non potei nulla contro la sua salda presa.
A ogni mio strattone corrispondeva una strusciata. Percepivo qualcosa di duro e sconosciuto contro il mio fondoschiena. Restai un attimo turbata: tutto questo non era un gioco, certamente non mi sentivo alla portata di questo contatto troppo intimo e tremendamente conturbante. Lui sembrava così padrone di sé- e di me- mentre io non sapevo bene cosa fare.
Mi aveva battuta, mi aveva presa. Il suo corpo restava perfettamente adeso al mio. Il suo sguardo, ne ero certa, era beffardo.
Aveva vinto e io avevo perso, in un certo senso, ma in altro senso avevo vinto io. Mi batteva forte il cuore e il mio corpo reagí. Mi sentii umida tra le cosce e la cosa mi fece arrossire.
La penombra dell'ambiente nascose il mio imbarazzo.
'Che cosa c'è? Non ti liberi?'
Io urlai e promisi di farla pagare a entrambi.
Quindi le braccia cedettero.
Lì si consumò la mia follia. Mi sentivo in trappola, completamente nelle sue mani.
Quando la scritta Gioconda fu completa, Lui mi lasciò andare istantaneamente, non senza avermi dileggiato. Mi guardò in modo penetrante. Come per dire che da quel momento le regole le avrebbe dettate lui e io avrei potuto solo obbedire, naturalmente senza commenti inopportuni.
Rimasi indietro, un sorriso a incurvarmi le labbra. Non volevo più scendere, perché avrei dovuto passargli davanti per andarmene. Non volevo dargli la soddisfazione di mostrargli il mio turbamento. Il respiro era irregolare e impiegai parecchio tempo a regolarizzarlo.
Cercai di sgattaiolare via, uscendo dalla porta, senza salutarlo, ma Lui mi stava aspettando proprio lì, a braccia conserte e sguardo serio. Io mi fermai di colpo e emisi un sospiro di sorpresa. Restai impietrita, incapace di emettere suono o di muovermi. Ci guardammo. Lui sorrideva strafottente ed era come se potesse leggermi dentro.
'Ci vediamo presto, e la prossima volta porto il mio indelebile personale...'
'Ti odio...'
Si avvicinò con aria minacciosa. Ora eravamo uno di fronte all'altra. Non riuscivo a sostenere il suo sguardo.
'Stai attenta a non farti vedere in giro: il paese è piccolo e la gente potrebbe chiamarti Gioconda.'
Restai ancora muta.
'Puoi andare a casa. Ora.'
Mi guardò fisso, finché non mi vide scendere i gradini.
Me ne andai in silenzio, incazzata con me stessa per avergliela data vinta, ma anche euforica...
Continua..
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