Sottomissione in piscina 1
di
Tester
genere
dominazione
Il mattino presto ha un silenzio tutto suo, speciale. Ho baciato sulla fronte la mia ragazza, immersa nel sonno profondo tra le lenzuola calde, e sono uscito di casa mentre il sole spuntava appena. A quell’ora la piscina comunale è deserta: l’aria profuma di cloro limpido, l’acqua è una fredda tavola azzurra immobile e non c’è mai nessuno, a parte i ragazzi dello staff che sistemano le corsie.
Quella mattina, però, c’era un’eccezione.
In una corsia, intento a nuotare, c’era un uomo. Avrà avuto una settantina d’anni, ma definirlo “anziano” sarebbe un insulto. Aveva un fisico asciutto, incredibilmente atletico, con muscoli definiti che si muovevano elastici sotto la pelle segnata dal tempo. Sono rimasto colpito dalla sua postura fiera, e dalle suo movenze quasi magnetiche.
Mi sono messo nella vasca affianco. Io nuotavo il mio solito stile, ma ammetto che a ogni virata l’occhio mi cadeva su di lui: si muoveva in acqua con una grazia e una potenza impressionanti. Verso la fine della sessione, mi sono accorto che la sua corsia era vuota. Se n’era andato.
Terminato l’allenamento, mi sono avviato verso gli spogliatoi. Il vapore caldo riempiva la zona docce. Quando sono entrato, l’ho visto. Era sotto il getto dell’acqua, completamente nudo. E non ho potuto fare a meno di guardare giù. Tra le cosce sode, il suo membro non era affatto a riposo: era in uno stato di semieretto, un “barzotto” dalle dimensioni già decisamente importanti, pesante e venoso.
Senza rendermene conto, mi sono incantato a fissarlo. Il contrasto tra i suoi capelli grigi e quel vigore così sfacciato mi ha paralizzato.
Lui ha chiuso improvvisamente il rubinetto. Si è girato lentamente verso di me, intercettando il mio sguardo pieno di desiderio e confusione.
«C’è qualcosa che ti ha colpito? Ti vedo parecchio interessato», mi ha chiesto, con una voce profonda, calma, priva di qualsiasi imbarazzo.
Il sangue mi è salito al viso. «No… scusa, io… non guardavo nulla», ho farfugliato, stringendo il flacone di bagnoschiuma, cercando disperatamente di distogliere lo sguardo.
Lui ha fatto un passo avanti. La sua sicurezza era quasi tangibile, schiacciante. Con un dito ha sfiorato la punta del suo membro, che sembrava reagire al mio imbarazzo. «Ti piace questo?», ha insistito, con un mezzo sorriso stampato sul volto fiero.
«No, davvero, ho sbagliato a fissare, scusami…», ho continuato a negare, ma la mia voce tremava, tradendo la mia eccitazione latente.
«Non c’è niente di male, ragazzo», ha detto, accorciando ancora di più le distanze. «Siamo tra uomini. E a quanto pare ti piace molto quello che vedi.» Con ogni secondo che passava, mentre mi guardava dritto negli occhi, il suo cazzo prendeva vigore, risvegliandosi del tutto. È diventato completamente duro, dritto davanti a me: un pezzo di carne massiccio, imponente, che sembrava sfidare l’età e la gravità.
Ho abbassato lo sguardo sul mio costume, e l’evidenza era impietosa. Anche io ero eccitato, ma in confronto alle sue dimensioni, la mia virilità sembrava quasi scomparire.
Lui se n’è accorto subito. Ha fatto un passo decisivo, arrivando a pochi centimetri da me. Ha buttato lo sguardo in basso, poi è tornato nei miei occhi con una luce di assoluto dominio. «Guarda lì. Il tuo scompare a confronto, vero?», ha sussurrato, con un tono che non ammetteva repliche. «È normale. Sei un maschio beta… ed è naturale che tu sia attratto da un vero maschio alfa. Il tuo corpo lo sa prima della tua testa.»
Le sue parole mi hanno svuotato di ogni difesa. Ero ipnotizzato dalla sua voce, dal suo profumo di pelle bagnata e dalla sua autorità assoluta.
Il suo sguardo è diventato improvvisamente severo, magnetico, focalizzato. Mi ha fissato dall’alto, dandomi un ordine secco, privo di esitazioni.
«Inginocchiati. E succhialo.»
Nella mia testa è scattato un brivido di puro panico. È impazzito, ho pensato. Volevo girarmi, scappare, dire di no. Ma la sua volontà ha preso il controllo del mio corpo. Come se i miei muscoli non rispondessero più ai miei comandi, ma fossero collegati direttamente alla sua voce, ho sentito le ginocchia piegarsi.
Senza poter opporre alcuna resistenza, sono caduto sul pavimento bagnato della doccia, proprio davanti a lui, con il viso esattamente all’altezza del suo sesso enorme e pulsante, pronto a fare esattamente ciò che mi era stato ordinato.
L’impatto delle ginocchia nude contro le piastrelle umide mi ha fatto sussultare, ma non ho avuto il tempo di formulare un pensiero coerente. Ero lì, ai suoi piedi, con il respiro corto che si infrangeva contro la sua pelle. Quell’enorme membro pulsante era a pochi centimetri dal mio viso, emanando un calore animale, prepotente, che sembrava riempire l’aria dello spogliatoio.
Ho alzato gli occhi verso di lui con un misto di paura e soggezione. Mi guardava dall’alto, con un’espressione di assoluto trionfo.
«Apri la bocca», ha ordinato, con un tono basso che mi ha fatto vibrare lo stomaco.
Le mie labbra si sono dischiuse quasi per riflesso, obbedendo a un istinto su cui non avevo più alcuna giurisdizione. Lui ha portato una mano forte, grande e dalle nocche ruvide, dietro la mia nuca. Non è stato inutilmente violento, ma la sua presa era di ferro, ineluttabile. Mi ha guidato in avanti, azzerando la distanza.
Il contatto è stato elettrizzante. Ho sentito la consistenza calda, tesa e attraversata dalle vene contro le mie labbra. Un brivido mi ha percorso la schiena. La sua mano mi teneva saldamente in posizione, impedendomi qualsiasi fuga, ammesso che io ne volessi davvero una.
«Succhialo. Fai vedere a cosa servi», ha mormorato, la sua voce che echeggiava rauca nel vapore delle docce.
Ho iniziato timidamente, leccando la punta liscia e già umida, assaporando il gusto muschiato e salato della sua pelle. Poi, guidato dalla pressione ferma sulla mia nuca, l’ho accolto in bocca. Era denso, massiccio, spaventosamente spesso, tanto da costringermi ad allargare la mascella fino al limite per farlo scivolare dentro.
La mia lingua ha iniziato a muoversi, prima goffamente, poi con una dedizione crescente, alimentata dal suo respiro che si faceva più pesante sopra di me. Ogni volta che andavo su e giù, le sue dita si stringevano tra i miei capelli bagnati, e il suo bacino scattava leggermente in avanti, imponendo il suo ritmo, invadendo la mia gola con una prepotenza che mi toglieva il respiro.
«Bravo… così», ha sussurrato. Ho riaperto gli occhi e l’ho visto che mi fissava con un’intensità predatoria, un sorriso crudele ma compiaciuto sul volto. «Senti come ti riempie? Senti quanto sei piccolo in confronto a me? È questo il tuo posto.»
Quelle parole, cariche di una superiorità schiacciante, invece di umiliarmi fecero esplodere in me un’eccitazione febbrile e sconosciuta. Era vero: la mia razionalità, la mia vita fuori da quelle mura, la ragazza lasciata a dormire nel nostro letto… era tutto sparito. Ero completamente fagocitato dalla sua presenza. Il mio stesso corpo, vibrante e teso all’inverosimile dentro il costume bagnato, testimoniava la mia totale resa.
Le mie mani, che fino a quel momento erano rimaste inerti lungo i fianchi, si sono sollevate quasi da sole per aggrapparsi istintivamente alle sue cosce. Erano d’acciaio, muscolose e piantate a terra come tronchi. Mi ci sono aggrappato per non perdere l’equilibrio, mentre lui aumentava la spinta del bacino, usandomi esattamente come voleva, senza chiedermi permesso, prendendosi il suo piacere con la forza dirompente di un vero alfa. E io, non potevo fare altro che obbedire e adorarlo.
Il ritmo è diventato serrato, quasi spietato. La sua mano mi teneva la nuca bloccata in una morsa d’acciaio, dettando colpi profondi che mi spingevano la testa all’indietro. Ogni affondo mi toglieva il respiro, costringendomi a subire tutta la sua lunghezza, mentre i colpi del suo bacino risuonavano bagnati nel silenzio dello spogliatoio.
Ha abbassato lo sguardo su di me, gli occhi ridotti a due fessure piene di disprezzo e compiacimento.
«Guarda come ti strozzi, cagnolino», ha ringhiato con voce rauca, mentre aumentava la spinta. «Guarda che fine ha fatto l’ometto che nuotava in corsia con me. Sei solo una nullità. Buono solo a stare in ginocchio a farti usare da un vero maschio.»
Le sue parole mi ferivano e mi eccitavano allo stesso tempo, azzerando ogni mia dignità. Ero completamente alla sua mercé, ridotto a un oggetto per il suo piacere. Il contrasto tra la mia debolezza e la sua brutale superiorità fisica e psicologica mi schiacciava.
«Sei un beta insignificante», ha continuato a insultarmi, stringendo i capelli ancora più forte, quasi a volermi strappare lo scalpo. «A casa magari hai anche una donna che ti aspetta e tu sei qui a pulire il cazzo di un vecchio sulle piastrelle.»
Il suo respiro è diventato un rantolo pesante, i muscoli delle sue cosce si sono tesi all’inverosimile. Ho capito che era al limite. Con un ultimo strattone mi ha tirato bruscamente la testa all’indietro, sfilando il membro dalla mia bocca.
«Tieni gli occhi aperti e guarda il tuo padrone», ha ordinato con ferocia.
Non ho fatto in tempo a respirare che la prima scarica, calda e densa, mi ha colpito in pieno viso. Un getto potente mi ha preso sulla guancia e sull’occhio, seguito subito da un altro che mi ha centrato la bocca e il mento. Ha continuato a venire, coprendomi la faccia con il suo seme, marchiandomi come una sua proprietà, mentre io rimanevo immobile, ansimante e umiliato, con il sesso che mi pulsava dolorosamente nel costume.
Lui è rimasto a guardarmi per qualche secondo, riprendendo fiato, fiero del disastro che aveva lasciato sul mio volto. Poi, senza un briciolo di rispetto, si è girato verso la mia borsa appoggiata sulla panchina lì vicino.
Ha rovistato dentro con arroganza, tirando fuori la mia maglietta pulita.
È tornato da me, che ero ancora in ginocchio, immobile e coperto dal suo sperma. Ha afferrato la maglietta e, con movimenti ruvidi e sprezzanti, ha iniziato a strofinarmela sul viso. Non lo faceva per pulirmi, ma per usarla come uno straccio vecchio. Mi spingeva la testa a destra e a sinistra con forza, ripulendo la mia pelle dalla sua sborra e lasciando il tessuto tutto macchiato e impregnato del suo sperma.
«Ecco qua», ha detto con un sorriso amaro, buttandomi la maglietta ormai rovinata in faccia. «Ora rimettiti questa addosso e torna pure a casa. E ricordati bene chi sei ogni volta che ti guardi allo specchio.»
Si è girato, ha riaperto l’acqua della doccia per darsi una sciacquata veloce, lasciandomi solo sul pavimento bagnato, completamente svuotato di ogni dignità.
Quella mattina, però, c’era un’eccezione.
In una corsia, intento a nuotare, c’era un uomo. Avrà avuto una settantina d’anni, ma definirlo “anziano” sarebbe un insulto. Aveva un fisico asciutto, incredibilmente atletico, con muscoli definiti che si muovevano elastici sotto la pelle segnata dal tempo. Sono rimasto colpito dalla sua postura fiera, e dalle suo movenze quasi magnetiche.
Mi sono messo nella vasca affianco. Io nuotavo il mio solito stile, ma ammetto che a ogni virata l’occhio mi cadeva su di lui: si muoveva in acqua con una grazia e una potenza impressionanti. Verso la fine della sessione, mi sono accorto che la sua corsia era vuota. Se n’era andato.
Terminato l’allenamento, mi sono avviato verso gli spogliatoi. Il vapore caldo riempiva la zona docce. Quando sono entrato, l’ho visto. Era sotto il getto dell’acqua, completamente nudo. E non ho potuto fare a meno di guardare giù. Tra le cosce sode, il suo membro non era affatto a riposo: era in uno stato di semieretto, un “barzotto” dalle dimensioni già decisamente importanti, pesante e venoso.
Senza rendermene conto, mi sono incantato a fissarlo. Il contrasto tra i suoi capelli grigi e quel vigore così sfacciato mi ha paralizzato.
Lui ha chiuso improvvisamente il rubinetto. Si è girato lentamente verso di me, intercettando il mio sguardo pieno di desiderio e confusione.
«C’è qualcosa che ti ha colpito? Ti vedo parecchio interessato», mi ha chiesto, con una voce profonda, calma, priva di qualsiasi imbarazzo.
Il sangue mi è salito al viso. «No… scusa, io… non guardavo nulla», ho farfugliato, stringendo il flacone di bagnoschiuma, cercando disperatamente di distogliere lo sguardo.
Lui ha fatto un passo avanti. La sua sicurezza era quasi tangibile, schiacciante. Con un dito ha sfiorato la punta del suo membro, che sembrava reagire al mio imbarazzo. «Ti piace questo?», ha insistito, con un mezzo sorriso stampato sul volto fiero.
«No, davvero, ho sbagliato a fissare, scusami…», ho continuato a negare, ma la mia voce tremava, tradendo la mia eccitazione latente.
«Non c’è niente di male, ragazzo», ha detto, accorciando ancora di più le distanze. «Siamo tra uomini. E a quanto pare ti piace molto quello che vedi.» Con ogni secondo che passava, mentre mi guardava dritto negli occhi, il suo cazzo prendeva vigore, risvegliandosi del tutto. È diventato completamente duro, dritto davanti a me: un pezzo di carne massiccio, imponente, che sembrava sfidare l’età e la gravità.
Ho abbassato lo sguardo sul mio costume, e l’evidenza era impietosa. Anche io ero eccitato, ma in confronto alle sue dimensioni, la mia virilità sembrava quasi scomparire.
Lui se n’è accorto subito. Ha fatto un passo decisivo, arrivando a pochi centimetri da me. Ha buttato lo sguardo in basso, poi è tornato nei miei occhi con una luce di assoluto dominio. «Guarda lì. Il tuo scompare a confronto, vero?», ha sussurrato, con un tono che non ammetteva repliche. «È normale. Sei un maschio beta… ed è naturale che tu sia attratto da un vero maschio alfa. Il tuo corpo lo sa prima della tua testa.»
Le sue parole mi hanno svuotato di ogni difesa. Ero ipnotizzato dalla sua voce, dal suo profumo di pelle bagnata e dalla sua autorità assoluta.
Il suo sguardo è diventato improvvisamente severo, magnetico, focalizzato. Mi ha fissato dall’alto, dandomi un ordine secco, privo di esitazioni.
«Inginocchiati. E succhialo.»
Nella mia testa è scattato un brivido di puro panico. È impazzito, ho pensato. Volevo girarmi, scappare, dire di no. Ma la sua volontà ha preso il controllo del mio corpo. Come se i miei muscoli non rispondessero più ai miei comandi, ma fossero collegati direttamente alla sua voce, ho sentito le ginocchia piegarsi.
Senza poter opporre alcuna resistenza, sono caduto sul pavimento bagnato della doccia, proprio davanti a lui, con il viso esattamente all’altezza del suo sesso enorme e pulsante, pronto a fare esattamente ciò che mi era stato ordinato.
L’impatto delle ginocchia nude contro le piastrelle umide mi ha fatto sussultare, ma non ho avuto il tempo di formulare un pensiero coerente. Ero lì, ai suoi piedi, con il respiro corto che si infrangeva contro la sua pelle. Quell’enorme membro pulsante era a pochi centimetri dal mio viso, emanando un calore animale, prepotente, che sembrava riempire l’aria dello spogliatoio.
Ho alzato gli occhi verso di lui con un misto di paura e soggezione. Mi guardava dall’alto, con un’espressione di assoluto trionfo.
«Apri la bocca», ha ordinato, con un tono basso che mi ha fatto vibrare lo stomaco.
Le mie labbra si sono dischiuse quasi per riflesso, obbedendo a un istinto su cui non avevo più alcuna giurisdizione. Lui ha portato una mano forte, grande e dalle nocche ruvide, dietro la mia nuca. Non è stato inutilmente violento, ma la sua presa era di ferro, ineluttabile. Mi ha guidato in avanti, azzerando la distanza.
Il contatto è stato elettrizzante. Ho sentito la consistenza calda, tesa e attraversata dalle vene contro le mie labbra. Un brivido mi ha percorso la schiena. La sua mano mi teneva saldamente in posizione, impedendomi qualsiasi fuga, ammesso che io ne volessi davvero una.
«Succhialo. Fai vedere a cosa servi», ha mormorato, la sua voce che echeggiava rauca nel vapore delle docce.
Ho iniziato timidamente, leccando la punta liscia e già umida, assaporando il gusto muschiato e salato della sua pelle. Poi, guidato dalla pressione ferma sulla mia nuca, l’ho accolto in bocca. Era denso, massiccio, spaventosamente spesso, tanto da costringermi ad allargare la mascella fino al limite per farlo scivolare dentro.
La mia lingua ha iniziato a muoversi, prima goffamente, poi con una dedizione crescente, alimentata dal suo respiro che si faceva più pesante sopra di me. Ogni volta che andavo su e giù, le sue dita si stringevano tra i miei capelli bagnati, e il suo bacino scattava leggermente in avanti, imponendo il suo ritmo, invadendo la mia gola con una prepotenza che mi toglieva il respiro.
«Bravo… così», ha sussurrato. Ho riaperto gli occhi e l’ho visto che mi fissava con un’intensità predatoria, un sorriso crudele ma compiaciuto sul volto. «Senti come ti riempie? Senti quanto sei piccolo in confronto a me? È questo il tuo posto.»
Quelle parole, cariche di una superiorità schiacciante, invece di umiliarmi fecero esplodere in me un’eccitazione febbrile e sconosciuta. Era vero: la mia razionalità, la mia vita fuori da quelle mura, la ragazza lasciata a dormire nel nostro letto… era tutto sparito. Ero completamente fagocitato dalla sua presenza. Il mio stesso corpo, vibrante e teso all’inverosimile dentro il costume bagnato, testimoniava la mia totale resa.
Le mie mani, che fino a quel momento erano rimaste inerti lungo i fianchi, si sono sollevate quasi da sole per aggrapparsi istintivamente alle sue cosce. Erano d’acciaio, muscolose e piantate a terra come tronchi. Mi ci sono aggrappato per non perdere l’equilibrio, mentre lui aumentava la spinta del bacino, usandomi esattamente come voleva, senza chiedermi permesso, prendendosi il suo piacere con la forza dirompente di un vero alfa. E io, non potevo fare altro che obbedire e adorarlo.
Il ritmo è diventato serrato, quasi spietato. La sua mano mi teneva la nuca bloccata in una morsa d’acciaio, dettando colpi profondi che mi spingevano la testa all’indietro. Ogni affondo mi toglieva il respiro, costringendomi a subire tutta la sua lunghezza, mentre i colpi del suo bacino risuonavano bagnati nel silenzio dello spogliatoio.
Ha abbassato lo sguardo su di me, gli occhi ridotti a due fessure piene di disprezzo e compiacimento.
«Guarda come ti strozzi, cagnolino», ha ringhiato con voce rauca, mentre aumentava la spinta. «Guarda che fine ha fatto l’ometto che nuotava in corsia con me. Sei solo una nullità. Buono solo a stare in ginocchio a farti usare da un vero maschio.»
Le sue parole mi ferivano e mi eccitavano allo stesso tempo, azzerando ogni mia dignità. Ero completamente alla sua mercé, ridotto a un oggetto per il suo piacere. Il contrasto tra la mia debolezza e la sua brutale superiorità fisica e psicologica mi schiacciava.
«Sei un beta insignificante», ha continuato a insultarmi, stringendo i capelli ancora più forte, quasi a volermi strappare lo scalpo. «A casa magari hai anche una donna che ti aspetta e tu sei qui a pulire il cazzo di un vecchio sulle piastrelle.»
Il suo respiro è diventato un rantolo pesante, i muscoli delle sue cosce si sono tesi all’inverosimile. Ho capito che era al limite. Con un ultimo strattone mi ha tirato bruscamente la testa all’indietro, sfilando il membro dalla mia bocca.
«Tieni gli occhi aperti e guarda il tuo padrone», ha ordinato con ferocia.
Non ho fatto in tempo a respirare che la prima scarica, calda e densa, mi ha colpito in pieno viso. Un getto potente mi ha preso sulla guancia e sull’occhio, seguito subito da un altro che mi ha centrato la bocca e il mento. Ha continuato a venire, coprendomi la faccia con il suo seme, marchiandomi come una sua proprietà, mentre io rimanevo immobile, ansimante e umiliato, con il sesso che mi pulsava dolorosamente nel costume.
Lui è rimasto a guardarmi per qualche secondo, riprendendo fiato, fiero del disastro che aveva lasciato sul mio volto. Poi, senza un briciolo di rispetto, si è girato verso la mia borsa appoggiata sulla panchina lì vicino.
Ha rovistato dentro con arroganza, tirando fuori la mia maglietta pulita.
È tornato da me, che ero ancora in ginocchio, immobile e coperto dal suo sperma. Ha afferrato la maglietta e, con movimenti ruvidi e sprezzanti, ha iniziato a strofinarmela sul viso. Non lo faceva per pulirmi, ma per usarla come uno straccio vecchio. Mi spingeva la testa a destra e a sinistra con forza, ripulendo la mia pelle dalla sua sborra e lasciando il tessuto tutto macchiato e impregnato del suo sperma.
«Ecco qua», ha detto con un sorriso amaro, buttandomi la maglietta ormai rovinata in faccia. «Ora rimettiti questa addosso e torna pure a casa. E ricordati bene chi sei ogni volta che ti guardi allo specchio.»
Si è girato, ha riaperto l’acqua della doccia per darsi una sciacquata veloce, lasciandomi solo sul pavimento bagnato, completamente svuotato di ogni dignità.
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