L'alveare 4
di
Tester
genere
dominazione
Il bagno della scuola era un deserto di piastrelle fredde, illuminate dalla luce spettrale dei neon che ronzavano in modo intermittente. L’odore pungente di disinfettante chimico sembrava voler soffocare qualsiasi traccia di umanità. Michela si chiuse a chiave nell'ultima cabina, la più lontana dall'ingresso, con le ginocchia che le tremavano così forte da farle temere di cadere. Il suo respiro corto e affannoso appannava lo schermo dello smartphone, trasformando i messaggi di Ares in bagliori sfocati.
Con le dita che sembravano aver perso sensibilità, sbottonò i jeans e li fece scivolare lungo i fianchi. Il nastro di raso nero apparve contro la sua pelle chiara, un contrasto violento e bellissimo. Intorno al nastro nero si poteva vedere la pelle arrossata, questo le procurò una fitta di orgoglio quasi dolorosa. Non era solo un segno fisico; era la prova tangibile, erotica nella sua crudeltà, che qualcuno, da qualche parte, aveva un potere assoluto su di lei. Quel marchio diceva che lei non si apparteneva più.
Eseguì l'ordine di Ares con una lentezza rituale. Si abbassò i jeans, scattò le foto e le inviò, questo la faceva sentire come un animale addomesticato, una creatura che accettava di essere guidata. In quel momento di sottomissione privata, il telefono vibrò di nuovo tra le sue mani, facendola sussultare.
[Ares]: Sento il tuo cuore accelerare da qui, Miele. Immagina che quel nastro sia la mia mano che ti tiene ferma, che ti obbliga al silenzio. Ora, voglio una prova della tua devozione totale. Sciogli il nastro e scatta una foto del segno che ho lasciato sulla tua pelle. Voglio vedere quanto sei stata brava a stringerlo per me. Voglio vedere come la tua carne ha ceduto al mio volere.
Michela esitò. L'idea di fotografarsi nuda in un bagno pubblico, dove chiunque sarebbe potuto entrare, era pura follia. Ma il desiderio di approvazione di Ares era diventato una fame chimica, un bisogno fisico che annullava ogni logica. Sollevò la camicetta bianca della divisa, espose il fianco e la coscia segnata, e scattò. Inviò l'immagine con un clic che, nel silenzio del bagno, le sembrò rimbombare come uno sparo.
La risposta di Ares arrivò dopo un silenzio agonizzante, durante il quale Michela rimase immobile, con la pelle d'oca che le copriva le braccia.
[Ares]: Splendida. Quella scia rossa è il mio marchio, il mio autografo sulla tua carne. Mi dice che sai soffrire in silenzio per me. Ma ora, Miele, passiamo al livello successivo. Voglio che il tuo segreto sia più vicino al mondo, più esposto, eppure ancora invisibile agli sciocchi. Lega il nastro intorno al polso sinistro, proprio sotto l'orologio o la manica della felpa. Voglio che tu senta il mio nodo ogni volta che scrivi, ogni volta che muovi la mano per scostarti i capelli. Deve ricordarti, in ogni istante della tua giornata banale, che ogni tuo gesto mi appartiene.
Michela obbedì, stringendo il nastro al polso con una determinazione quasi feroce. Ora il segno era lì, a pochi centimetri dalla vista di tutti, nascosto solo da un sottile strato di cotone. Uscì dal bagno sentendosi sospesa in una bolla di irrealtà, come se camminasse a pochi centimetri da terra.
Tornando in classe, cercò di non incrociare lo sguardo di nessuno, sentendosi un’intrusa nel mondo dei "normali". Si sedette al suo posto, cercando di nascondere il polso sotto il banco, ma i suoi occhi caddero inevitabilmente su Sara. La ragazza sedeva qualche fila più avanti, radiosa, sicura di sé, mentre scherzava con una compagna. Michela provò una punta di invidia velenosa: Sara sembrava così libera, così padrona del proprio destino, mentre lei si sentiva legata da catene invisibili a un uomo che non aveva nemmeno un volto.
Ma poi, Sara fece un gesto distratto per sistemarsi i capelli dietro l'orecchio. La manica della sua maglia scivolò indietro per un istante fugace.
Michela smise di respirare.
Sul polso di Sara, nello stesso identico punto in cui lei aveva appena stretto il suo, c'era una macchia scura. Solo un lampo, un frammento di colore nero lucido che somigliava terribilmente a un nastro di raso. Ma Sara abbassò subito il braccio, coprendosi con una naturalezza che sembrava studiata.
È impossibile, pensò Michela, sentendo un freddo improvviso e viscerale penetrarle nello stomaco. Sara è la regina della scuola. Non può essere come me. Non può aver ceduto la sua volontà. Cercò di convincersi che fosse stata una coincidenza, un'ombra, un gioco della sua mente ossessionata.
Il telefono nella tasca vibrò ancora, riportandola bruscamente alla realtà.
[Miele]: Posso farti una domanda? Stai usando altre ragazze?
[Ares]: Ti stai ponendo troppe domande, Miele. La tua mente sta vagando dove non dovrebbe. Non guardare gli altri. Non cercare confronti. Guarda solo me, anche quando non ci sono, perché io abito i tuoi pensieri. Per punizione per la tua distrazione, stasera la nostra sessione sarà più lunga e molto più dura. Alle 22:00, fatti trovare davanti al monitor. E porta con te un paio di forbici ben affilate. Ti insegnerò cosa significa rinunciare a qualcosa che ami per dimostrarmi la tua fedeltà.
Michela fissò la nuca di Sara per tutto il resto dell'ora, incapace di distogliere lo sguardo. Il dubbio strisciava come un serpente velenoso: e se quel racconto nello spogliatoio non fosse stato uno sfogo casuale, ma un'esca? E se Sara non fosse la fortunata che aveva trovato la chat, ma solo un'altra pedina in una scacchiera molto più vasta e crudele?
Ma l'idea che Ares potesse avere altre "Miele", altre schiave da marchiare, era troppo dolorosa, troppo umiliante da accettare. Preferì chiudere gli occhi e credere che quel nastro sul polso di Sara fosse solo un brutto scherzo della sua immaginazione malata. Non sapeva che la verità era molto più scura di quanto potesse sopportare.
Con le dita che sembravano aver perso sensibilità, sbottonò i jeans e li fece scivolare lungo i fianchi. Il nastro di raso nero apparve contro la sua pelle chiara, un contrasto violento e bellissimo. Intorno al nastro nero si poteva vedere la pelle arrossata, questo le procurò una fitta di orgoglio quasi dolorosa. Non era solo un segno fisico; era la prova tangibile, erotica nella sua crudeltà, che qualcuno, da qualche parte, aveva un potere assoluto su di lei. Quel marchio diceva che lei non si apparteneva più.
Eseguì l'ordine di Ares con una lentezza rituale. Si abbassò i jeans, scattò le foto e le inviò, questo la faceva sentire come un animale addomesticato, una creatura che accettava di essere guidata. In quel momento di sottomissione privata, il telefono vibrò di nuovo tra le sue mani, facendola sussultare.
[Ares]: Sento il tuo cuore accelerare da qui, Miele. Immagina che quel nastro sia la mia mano che ti tiene ferma, che ti obbliga al silenzio. Ora, voglio una prova della tua devozione totale. Sciogli il nastro e scatta una foto del segno che ho lasciato sulla tua pelle. Voglio vedere quanto sei stata brava a stringerlo per me. Voglio vedere come la tua carne ha ceduto al mio volere.
Michela esitò. L'idea di fotografarsi nuda in un bagno pubblico, dove chiunque sarebbe potuto entrare, era pura follia. Ma il desiderio di approvazione di Ares era diventato una fame chimica, un bisogno fisico che annullava ogni logica. Sollevò la camicetta bianca della divisa, espose il fianco e la coscia segnata, e scattò. Inviò l'immagine con un clic che, nel silenzio del bagno, le sembrò rimbombare come uno sparo.
La risposta di Ares arrivò dopo un silenzio agonizzante, durante il quale Michela rimase immobile, con la pelle d'oca che le copriva le braccia.
[Ares]: Splendida. Quella scia rossa è il mio marchio, il mio autografo sulla tua carne. Mi dice che sai soffrire in silenzio per me. Ma ora, Miele, passiamo al livello successivo. Voglio che il tuo segreto sia più vicino al mondo, più esposto, eppure ancora invisibile agli sciocchi. Lega il nastro intorno al polso sinistro, proprio sotto l'orologio o la manica della felpa. Voglio che tu senta il mio nodo ogni volta che scrivi, ogni volta che muovi la mano per scostarti i capelli. Deve ricordarti, in ogni istante della tua giornata banale, che ogni tuo gesto mi appartiene.
Michela obbedì, stringendo il nastro al polso con una determinazione quasi feroce. Ora il segno era lì, a pochi centimetri dalla vista di tutti, nascosto solo da un sottile strato di cotone. Uscì dal bagno sentendosi sospesa in una bolla di irrealtà, come se camminasse a pochi centimetri da terra.
Tornando in classe, cercò di non incrociare lo sguardo di nessuno, sentendosi un’intrusa nel mondo dei "normali". Si sedette al suo posto, cercando di nascondere il polso sotto il banco, ma i suoi occhi caddero inevitabilmente su Sara. La ragazza sedeva qualche fila più avanti, radiosa, sicura di sé, mentre scherzava con una compagna. Michela provò una punta di invidia velenosa: Sara sembrava così libera, così padrona del proprio destino, mentre lei si sentiva legata da catene invisibili a un uomo che non aveva nemmeno un volto.
Ma poi, Sara fece un gesto distratto per sistemarsi i capelli dietro l'orecchio. La manica della sua maglia scivolò indietro per un istante fugace.
Michela smise di respirare.
Sul polso di Sara, nello stesso identico punto in cui lei aveva appena stretto il suo, c'era una macchia scura. Solo un lampo, un frammento di colore nero lucido che somigliava terribilmente a un nastro di raso. Ma Sara abbassò subito il braccio, coprendosi con una naturalezza che sembrava studiata.
È impossibile, pensò Michela, sentendo un freddo improvviso e viscerale penetrarle nello stomaco. Sara è la regina della scuola. Non può essere come me. Non può aver ceduto la sua volontà. Cercò di convincersi che fosse stata una coincidenza, un'ombra, un gioco della sua mente ossessionata.
Il telefono nella tasca vibrò ancora, riportandola bruscamente alla realtà.
[Miele]: Posso farti una domanda? Stai usando altre ragazze?
[Ares]: Ti stai ponendo troppe domande, Miele. La tua mente sta vagando dove non dovrebbe. Non guardare gli altri. Non cercare confronti. Guarda solo me, anche quando non ci sono, perché io abito i tuoi pensieri. Per punizione per la tua distrazione, stasera la nostra sessione sarà più lunga e molto più dura. Alle 22:00, fatti trovare davanti al monitor. E porta con te un paio di forbici ben affilate. Ti insegnerò cosa significa rinunciare a qualcosa che ami per dimostrarmi la tua fedeltà.
Michela fissò la nuca di Sara per tutto il resto dell'ora, incapace di distogliere lo sguardo. Il dubbio strisciava come un serpente velenoso: e se quel racconto nello spogliatoio non fosse stato uno sfogo casuale, ma un'esca? E se Sara non fosse la fortunata che aveva trovato la chat, ma solo un'altra pedina in una scacchiera molto più vasta e crudele?
Ma l'idea che Ares potesse avere altre "Miele", altre schiave da marchiare, era troppo dolorosa, troppo umiliante da accettare. Preferì chiudere gli occhi e credere che quel nastro sul polso di Sara fosse solo un brutto scherzo della sua immaginazione malata. Non sapeva che la verità era molto più scura di quanto potesse sopportare.
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