L'alveare 5
di
Tester
genere
dominazione
Alle 22:00 precise, la stanza di Michela era immersa in un’oscurità quasi totale, squarciata solo dal freddo e azzurrognolo riverbero del monitor che le scavava il viso. Michela era in ginocchio sul tappeto ruvido, le gambe che cominciavano a formicolare per la posizione forzata. La schiena era tesa, dritta come una corda di violino, con le mani intrecciate dietro la nuca come le era stato ordinato dieci minuti prima via messaggio. Ogni muscolo del suo corpo implorava di muoversi, ma il terrore di deludere la voce invisibile era più forte di ogni dolore fisico.
Il cursore sulla chat di The Hive lampeggiò ritmicamente, poi apparve il testo, gelido e autoritario.
[Ares]: Scrivimi ora, Miele. Ma fallo con una mano sola. L'altra deve restare esattamente dove l'ho messa: premuta contro la tua nuca, a ricordarti la tua posizione. Dimmi, cosa vedi quando ti guardi allo specchio in questo istante? Sii brutale con te stessa.
Michela si allungò verso la tastiera con un movimento goffo, sentendo il calore del proprio respiro irregolare che le scaldava le labbra. Il battito del cuore era così forte da sembrarle un rumore esterno.
[Miele]: Vedo una ragazza che non si riconosce più, Padrone. Vedo qualcuno che ha perso ogni volontà. Vedo una schiava che aspetta solo di sapere cosa deve fare per farti felice.
[Ares]: Sbagliato. Sei ancora troppo indulgente con te stessa. Quello che vedi è una nullità. Una piccola, inutile troietta che ha passato anni a nascondersi perché, nel profondo, sapeva di aver bisogno di un guinzaglio per non perdersi nel vuoto. Sei patetica, Michela. La tua timidezza non era una virtù, era solo mancanza di un padrone che ti prendesse a schiaffi e ti dicesse quanto vali poco. Ripetilo. Scrivilo tre volte, lentamente: "Sono la troietta di Ares e il mio unico valore è la mia obbedienza cieca".
Le lacrime pungevano gli occhi di Michela, calde e amare, ma c’era una scarica di adrenalina quasi insopportabile nel leggere quegli insulti. Ogni parola brutale di Ares sembrava spogliarla di un peso insostenibile: quello di dover essere "abbastanza" per il mondo, di dover avere un'identità. Scrisse le frasi, una dopo l'altra, sentendo l'umiliazione bruciarle le guance come se lui la stesse colpendo davvero. Sono la troietta di Ares...
[Ares]: Sei solo una bambola di carne. E le bambole non hanno bisogno di difese. Prendi le forbici. Prendi la tua maglietta preferita, quella che porti quando vuoi sentirti carina. Tagliala. Riducila in stracci davanti a me.
Michela guardò la maglietta di pizzo che aveva preparato. Le lame delle forbici affondarono nel tessuto con un suono secco, lacerante. Ogni taglio era un pezzo di vita civile che se ne andava. Quando ebbe finito, i resti giacevano a terra come una muta di pelle morta.
[Ares]: Brava. Ora, la prova di coraggio. Domani tornerai a scuola, ma le regole cambiano. Non porterai solo il nastro. Domani indosserai la gonna più corta che hai, senza nulla sotto. Nulla, Miele. Solo il contatto gelido dell'aria e il pensiero costante che io lo so.
Poi, il pensiero di Sara tornò a galla, prepotente, un veleno che non riusciva a espellere. Quel nastro al polso intravisto in classe era un'ossessione che le impediva di concentrarsi.
[Miele]: Padrone... posso farti una domanda? Ti prego. Oggi a scuola... ho visto il nastro al polso di una mia compagna. Anche lei fa parte dell'Alveare? Anche lei è.. marchiata come me?
Il silenzio che seguì fu terrorizzante. Il cursore rimase fermo per quelli che sembrarono minuti infiniti. Michela tremava, convinta di aver osato troppo, di aver infranto una regola non scritta. Poi, la risposta apparve, definitiva e spietata.
[Ares]: Sei perspicace, Miele. Ma la tua curiosità è un vizio che dovremo curare. Sì. Sara è esattamente come te. È un'altra delle mie troiette, una delle mie preferite. Mentre lei recita la parte della ragazza popolare, solare e perfetta, striscia ai miei piedi la notte proprio come fai tu, implorando ordini. Siete solo due pedine nello stesso gioco, due corpi che io muovo a mio piacimento.
Michela sentì il sangue gelare nelle vene. La rivelazione la svuotò. L'ammirazione che provava per Sara, il timore reverenziale, tutto si trasformò in un legame perverso, sporco, quasi intimo. Erano sorelle di sottomissione, unite dallo stesso padrone invisibile.
[Ares]: Non essere gelosa. Non sei speciale, sei solo carne ai miei ordini. E per punire questa tua curiosità, domani alzeremo la posta in modo drastico. Toglierai ogni tipo di biancheria intima, Michela. Domani andrai a scuola con la gonna corta, ma senza nulla sotto. Voglio che la pelle delle tue cosce sfreghi nuda, voglio che ogni volta che salirai le scale, ogni volta che un colpo di vento ti sfiorerà, tu senta il terrore di essere scoperta. Voglio che ti ricordi, a ogni respiro, che sei la mia bambola pubblica.
[Miele]: Padrone... ti prego... è troppo pericoloso... mi scopriranno... morirei di vergogna...
[Ares]: Zitta. Obbedirai perché è l'unica cosa che sai fare. E c’è dell’altro. Domani, durante l’ora di ginnastica, troverai il modo di restare sola con Sara negli spogliatoi. Le mostrerai il tuo polso, la guarderai negli occhi e le dirai: "Il Padrone mi ha detto che siamo uguali". Voglio che il vostro orgoglio venga calpestato insieme. Siete solo due schiave che appartengono allo stesso uomo. Ora, vai a letto. Dormi completamente nuda, sentendo le lenzuola sulla pelle che domani sarà esposta. E domattina, esci di casa esattamente come ti ho ordinato. Senza eccezioni.
[Miele]: Si Padrone.
Furono le sue uniche parole. Michela chiuse il portatile con le dita che le tremavano così violentemente da non riuscire quasi a impugnare il mouse. La rivelazione su Sara l'aveva sconvolta, ma l'ordine per l'indomani la terrorizzava a un livello viscerale. Mentre si spogliava per infilarsi nel letto, fissando il nastro nero al suo polso che ora sembrava un cappio, Michela capì che non c'era più ritorno. Era diventata parte di qualcosa di oscuro e collettivo.
Non sapeva che, a pochi chilometri di distanza, Sara era nuda in ginocchio con mollette da bucato che gli mordevano i capezzoli, esposta oscenamente davanti alla cam come una cagna in calore per volere del Padrone.
Il cursore sulla chat di The Hive lampeggiò ritmicamente, poi apparve il testo, gelido e autoritario.
[Ares]: Scrivimi ora, Miele. Ma fallo con una mano sola. L'altra deve restare esattamente dove l'ho messa: premuta contro la tua nuca, a ricordarti la tua posizione. Dimmi, cosa vedi quando ti guardi allo specchio in questo istante? Sii brutale con te stessa.
Michela si allungò verso la tastiera con un movimento goffo, sentendo il calore del proprio respiro irregolare che le scaldava le labbra. Il battito del cuore era così forte da sembrarle un rumore esterno.
[Miele]: Vedo una ragazza che non si riconosce più, Padrone. Vedo qualcuno che ha perso ogni volontà. Vedo una schiava che aspetta solo di sapere cosa deve fare per farti felice.
[Ares]: Sbagliato. Sei ancora troppo indulgente con te stessa. Quello che vedi è una nullità. Una piccola, inutile troietta che ha passato anni a nascondersi perché, nel profondo, sapeva di aver bisogno di un guinzaglio per non perdersi nel vuoto. Sei patetica, Michela. La tua timidezza non era una virtù, era solo mancanza di un padrone che ti prendesse a schiaffi e ti dicesse quanto vali poco. Ripetilo. Scrivilo tre volte, lentamente: "Sono la troietta di Ares e il mio unico valore è la mia obbedienza cieca".
Le lacrime pungevano gli occhi di Michela, calde e amare, ma c’era una scarica di adrenalina quasi insopportabile nel leggere quegli insulti. Ogni parola brutale di Ares sembrava spogliarla di un peso insostenibile: quello di dover essere "abbastanza" per il mondo, di dover avere un'identità. Scrisse le frasi, una dopo l'altra, sentendo l'umiliazione bruciarle le guance come se lui la stesse colpendo davvero. Sono la troietta di Ares...
[Ares]: Sei solo una bambola di carne. E le bambole non hanno bisogno di difese. Prendi le forbici. Prendi la tua maglietta preferita, quella che porti quando vuoi sentirti carina. Tagliala. Riducila in stracci davanti a me.
Michela guardò la maglietta di pizzo che aveva preparato. Le lame delle forbici affondarono nel tessuto con un suono secco, lacerante. Ogni taglio era un pezzo di vita civile che se ne andava. Quando ebbe finito, i resti giacevano a terra come una muta di pelle morta.
[Ares]: Brava. Ora, la prova di coraggio. Domani tornerai a scuola, ma le regole cambiano. Non porterai solo il nastro. Domani indosserai la gonna più corta che hai, senza nulla sotto. Nulla, Miele. Solo il contatto gelido dell'aria e il pensiero costante che io lo so.
Poi, il pensiero di Sara tornò a galla, prepotente, un veleno che non riusciva a espellere. Quel nastro al polso intravisto in classe era un'ossessione che le impediva di concentrarsi.
[Miele]: Padrone... posso farti una domanda? Ti prego. Oggi a scuola... ho visto il nastro al polso di una mia compagna. Anche lei fa parte dell'Alveare? Anche lei è.. marchiata come me?
Il silenzio che seguì fu terrorizzante. Il cursore rimase fermo per quelli che sembrarono minuti infiniti. Michela tremava, convinta di aver osato troppo, di aver infranto una regola non scritta. Poi, la risposta apparve, definitiva e spietata.
[Ares]: Sei perspicace, Miele. Ma la tua curiosità è un vizio che dovremo curare. Sì. Sara è esattamente come te. È un'altra delle mie troiette, una delle mie preferite. Mentre lei recita la parte della ragazza popolare, solare e perfetta, striscia ai miei piedi la notte proprio come fai tu, implorando ordini. Siete solo due pedine nello stesso gioco, due corpi che io muovo a mio piacimento.
Michela sentì il sangue gelare nelle vene. La rivelazione la svuotò. L'ammirazione che provava per Sara, il timore reverenziale, tutto si trasformò in un legame perverso, sporco, quasi intimo. Erano sorelle di sottomissione, unite dallo stesso padrone invisibile.
[Ares]: Non essere gelosa. Non sei speciale, sei solo carne ai miei ordini. E per punire questa tua curiosità, domani alzeremo la posta in modo drastico. Toglierai ogni tipo di biancheria intima, Michela. Domani andrai a scuola con la gonna corta, ma senza nulla sotto. Voglio che la pelle delle tue cosce sfreghi nuda, voglio che ogni volta che salirai le scale, ogni volta che un colpo di vento ti sfiorerà, tu senta il terrore di essere scoperta. Voglio che ti ricordi, a ogni respiro, che sei la mia bambola pubblica.
[Miele]: Padrone... ti prego... è troppo pericoloso... mi scopriranno... morirei di vergogna...
[Ares]: Zitta. Obbedirai perché è l'unica cosa che sai fare. E c’è dell’altro. Domani, durante l’ora di ginnastica, troverai il modo di restare sola con Sara negli spogliatoi. Le mostrerai il tuo polso, la guarderai negli occhi e le dirai: "Il Padrone mi ha detto che siamo uguali". Voglio che il vostro orgoglio venga calpestato insieme. Siete solo due schiave che appartengono allo stesso uomo. Ora, vai a letto. Dormi completamente nuda, sentendo le lenzuola sulla pelle che domani sarà esposta. E domattina, esci di casa esattamente come ti ho ordinato. Senza eccezioni.
[Miele]: Si Padrone.
Furono le sue uniche parole. Michela chiuse il portatile con le dita che le tremavano così violentemente da non riuscire quasi a impugnare il mouse. La rivelazione su Sara l'aveva sconvolta, ma l'ordine per l'indomani la terrorizzava a un livello viscerale. Mentre si spogliava per infilarsi nel letto, fissando il nastro nero al suo polso che ora sembrava un cappio, Michela capì che non c'era più ritorno. Era diventata parte di qualcosa di oscuro e collettivo.
Non sapeva che, a pochi chilometri di distanza, Sara era nuda in ginocchio con mollette da bucato che gli mordevano i capezzoli, esposta oscenamente davanti alla cam come una cagna in calore per volere del Padrone.
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