Sottomissione in piscina 5
di
Tester
genere
dominazione
Mi sono rivestito con le mani ancora tremanti, mentre sentivo il mio buco pulsare dolorosamente, bagnata dai resti del suo orgasmo che colavano lentamente lungo le cosce. Quando sono uscito dalla struttura, la luce del mattino mi ha investito, cruda e reale, facendomi sentire ancora più sporco, ancora più diviso tra l'uomo che ero fino a pochi giorni prima e l'oggetto che ero diventato lì dentro.
E poi l'ho visto. Era seduto al tavolino del bar all'aperto di fianco alla piscina, le gambe lunghe e muscolose accavallate con disinvoltura, l'aria rilassata. Appena ho incrociato il suo sguardo, ha sollevato un dito, facendomi un cenno imperioso per farmi avvicinare.
«Vammi a prendere un cornetto e un cappuccino. Prendi qualcosa anche per te», ha ordinato, senza salutare, con la naturalezza di un padrone che si rivolge al proprio servitore.
«Subito», ho sussurrato. Non ho nemmeno pensato di oppormi o di dire che dovevo scappare al lavoro. Ho eseguito l'ordine all'istante tornando fuori con il vassoio tra le mani, attento a non far cadere una goccia.
Al mio ritorno, ha guardato le tazze e mi ha fatto un cenno con il mento verso la sedia di fronte a lui. «Siediti.»
Mi sono accomodato sul bordo della sedia, rigido, incapace di rilassarmi, sentendo ancora il vuoto e il bruciore lasciati dal suo sesso dentro di me. Il vecchio ha preso un sorso di cappuccino, mi ha fissato dritto negli occhi e, con un mezzo sorriso cinico, ha sganciato la bomba.
«Allora, dimmi un po'... come va con la tua ragazza?»
Il sangue mi è fluito via dal viso. «Bene... va bene», ho mentito, stringendo le dita attorno alla mia tazza.
Lui ha emesso una mezza risata, rauca e profonda, sporgendosi leggermente in avanti sul tavolino. «Non mentire a un uomo come me, ragazzo. Secondo me non riesci più nemmeno a scoparla. Scommetto che con lei non ti viene più duro.»
Il colpo è arrivato dritto al bersaglio. Abbassai lo sguardo, incapace di sostenere la verità dei suoi occhi. Era maledettamente vero. Da quando quel vecchio mi aveva messo le mani addosso, la mia ragazza non mi provocava più nulla. La normalità, la dolcezza, la sua pelle liscia... tutto sbiadiva di fronte al ricordo della violenza e del dominio subiti in quel bagno. Il mio sesso rispondeva solo al pensiero della sua carne massiccia, della sua voce autoritaria, di come mi faceva sentire piccolo e annientato mentre ubbidivo ai suoi ordini.
Il vecchio ha letto il mio silenzio e la mia vergogna come un libro aperto. «È normale», ha sentenziato, con un tono quasi didattico, privo di pietà. «Vedi, all'inizio, quando ti ho visto fissarmi, credevo fossi semplicemente un maschio beta. Uno debole, destinato a guardare gli altri. Ma guardati adesso... mi sono reso conto che sei qualcosa di diverso. Tu sei uno schiavo. Sei nato proprio per servire i cazzi alfa come il mio.»
«Io... non capisco...», ho farfugliato, sentendo una morsa stringermi la gola, mentre dentro di me una spaventosa ondata di eccitazione ricominciava a montare.
«Capisci benissimo, invece», ha ribattuto lui, lo sguardo che si faceva sempre più scuro e predatorio. Si è sporto ancora di più sul tavolino, inchiodando i miei occhi ai suoi, e ha iniziato a elencare a voce bassa, scandendo ogni singola parola con una precisione spietata, le porcherie che voleva fare con me e come mi avrebbe usato nei giorni successivi.
Ti metterò un collare di cuoio pesante al collo e ti ordinerò di sdraiarti a pancia in giù sul pavimento del corridoio, sulle piastrelle fredde, ad aspettarmi per ore. E quando tornerò a casa stanco dal lavoro, la prima cosa che farai sarà strisciare verso di me, leccarmi le scarpe sporche di polvere e togliermele con i denti, senza usare le mani.»
Ho deglutito a vuoto, sentendo il sesso contrarsi dolorosamente nel costume, ma lui non si è fermato, continuando a descrivere il mio destino con dettagli sempre più crudi.
«Sarai il mio svuotacazzi privato, un oggetto senza voce. Quando avrò voglia, non dovrò nemmeno chiedertelo: ti afferrerò per i capelli, ti girerò di spalle sul tavolo della cucina o contro il divano e mi prenderò il tuo culo finché non sarò soddisfatto, lasciandoti ogni volta pieno del mio seme. E non finisce qui. Ti farò stare in ginocchio al centro del salotto, con le mani legate dietro la schiena. I miei amici ti useranno a turno, a piacimento, riempiendoti la bocca e il culo contemporaneamente, mentre io guarderò la scena fumando un sigaro. Tu sarai solo un buco a nostra disposizione.»
«E quando avremo finito», ha continuato, con un sorriso spietato, «ti ordinerò di ripulire ogni singola goccia dai nostri corpi e dal pavimento. Userai solo la lingua per raccogliere i nostri umori, ingoiando tutto davanti a noi come hai fatto oggi in piscina. Ti farò sottomettere, calpestare e insultare ogni giorno, finché non avrai dimenticato chi eri fuori da quella porta, finché non avrai dimenticato persino il tuo nome. Sarai solo la mia cosa. Il mio schiavo.»
Più parlava, più usava parole crude e degradanti, più sentivo il mio costume tendersi. Davanti a lui, seduto al tavolino di un bar pubblico, ero completamente eccitato, rigido come un palo, in balia delle sue fantasie perverse.
Il vecchio ha abbassato l'occhio verso i miei pantaloni, notando il rigonfiamento evidente che cercavo disperatamente di coprire con le mani. «Guarda lì... scommetto che solo a sentire quello che ti farò ti è diventato duro come la roccia.»
«Sì... è vero», ho confessato, con un filo di voce, completamente sconfitto.
A quel punto, il vecchio ha finito il suo cappuccino con calma. Si è alzato in piedi, dominando di nuovo il tavolino con la sua stazza imponente. Ha tirato fuori qualche moneta dalle tasche, le ha buttate sul tavolo per pagare la colazione e mi ha guardato dall'alto con una freddezza che mi ha gelato il sangue.
«Ti aspetto in auto», ha detto, indicando con un cenno del capo la sua vettura parcheggiata a pochi metri di distanza. «Se entro dieci minuti non ti vedo salire, questa sarà l'ultima volta che mi vedi. Sparirò e non mi troverai mai più. Se invece decidi di aprire quella portiera e sederti dentro... sarà perché hai accettato il tuo destino. Sarà perché vuoi diventare il mio schiavo a tutti gli effetti. A te la scelta.»
Si è girato e si è allontanato a passi lenti, sicuri, salendo in macchina e chiudendo la portiera.
Sono rimasto solo al tavolino. I secondi passavano e il panico lottava con la bramosia. Pensavo alla mia ragazza, al mio lavoro, alla mia dignità di uomo, a tutto ciò che stavo per gettare nella spazzatura. Ma il pensiero di perderlo, di non sentire più la sua carne dentro la mia, di essere privato di quell'umiliazione totale che mi faceva sentire vivo, era semplicemente insopportabile. Il conto alla rovescia nella mia testa mi stava facendo impazzire.
Non sono passati nemmeno cinque minuti. Mi sono alzato di scatto, quasi trascinato da una forza invisibile. Ho camminato verso il parcheggio, con le gambe che quasi non mi reggevano e la vista annebbiata dall'adrenalina.
Arrivato all'auto, ho afferrato la maniglia. Ho aperto la portiera e sono scivolato sul sedile del passeggero, richiudendola subito dietro di me. L'abitacolo era saturo del suo odore di colonia e di maschio. Non ho osato guardarlo in faccia. Mi sono girato verso di lui, accasciandomi quasi sul sedile, con le mani giunte e gli occhi lucidi di lacrime e lussuria.
«Ti prego...», ho supplicato, la voce rotta dal pianto e dalla sottomissione. «Ti prego, padrone, fammi diventare il tuo schiavo. Fai di me quello che vuoi.»
FINE
E poi l'ho visto. Era seduto al tavolino del bar all'aperto di fianco alla piscina, le gambe lunghe e muscolose accavallate con disinvoltura, l'aria rilassata. Appena ho incrociato il suo sguardo, ha sollevato un dito, facendomi un cenno imperioso per farmi avvicinare.
«Vammi a prendere un cornetto e un cappuccino. Prendi qualcosa anche per te», ha ordinato, senza salutare, con la naturalezza di un padrone che si rivolge al proprio servitore.
«Subito», ho sussurrato. Non ho nemmeno pensato di oppormi o di dire che dovevo scappare al lavoro. Ho eseguito l'ordine all'istante tornando fuori con il vassoio tra le mani, attento a non far cadere una goccia.
Al mio ritorno, ha guardato le tazze e mi ha fatto un cenno con il mento verso la sedia di fronte a lui. «Siediti.»
Mi sono accomodato sul bordo della sedia, rigido, incapace di rilassarmi, sentendo ancora il vuoto e il bruciore lasciati dal suo sesso dentro di me. Il vecchio ha preso un sorso di cappuccino, mi ha fissato dritto negli occhi e, con un mezzo sorriso cinico, ha sganciato la bomba.
«Allora, dimmi un po'... come va con la tua ragazza?»
Il sangue mi è fluito via dal viso. «Bene... va bene», ho mentito, stringendo le dita attorno alla mia tazza.
Lui ha emesso una mezza risata, rauca e profonda, sporgendosi leggermente in avanti sul tavolino. «Non mentire a un uomo come me, ragazzo. Secondo me non riesci più nemmeno a scoparla. Scommetto che con lei non ti viene più duro.»
Il colpo è arrivato dritto al bersaglio. Abbassai lo sguardo, incapace di sostenere la verità dei suoi occhi. Era maledettamente vero. Da quando quel vecchio mi aveva messo le mani addosso, la mia ragazza non mi provocava più nulla. La normalità, la dolcezza, la sua pelle liscia... tutto sbiadiva di fronte al ricordo della violenza e del dominio subiti in quel bagno. Il mio sesso rispondeva solo al pensiero della sua carne massiccia, della sua voce autoritaria, di come mi faceva sentire piccolo e annientato mentre ubbidivo ai suoi ordini.
Il vecchio ha letto il mio silenzio e la mia vergogna come un libro aperto. «È normale», ha sentenziato, con un tono quasi didattico, privo di pietà. «Vedi, all'inizio, quando ti ho visto fissarmi, credevo fossi semplicemente un maschio beta. Uno debole, destinato a guardare gli altri. Ma guardati adesso... mi sono reso conto che sei qualcosa di diverso. Tu sei uno schiavo. Sei nato proprio per servire i cazzi alfa come il mio.»
«Io... non capisco...», ho farfugliato, sentendo una morsa stringermi la gola, mentre dentro di me una spaventosa ondata di eccitazione ricominciava a montare.
«Capisci benissimo, invece», ha ribattuto lui, lo sguardo che si faceva sempre più scuro e predatorio. Si è sporto ancora di più sul tavolino, inchiodando i miei occhi ai suoi, e ha iniziato a elencare a voce bassa, scandendo ogni singola parola con una precisione spietata, le porcherie che voleva fare con me e come mi avrebbe usato nei giorni successivi.
Ti metterò un collare di cuoio pesante al collo e ti ordinerò di sdraiarti a pancia in giù sul pavimento del corridoio, sulle piastrelle fredde, ad aspettarmi per ore. E quando tornerò a casa stanco dal lavoro, la prima cosa che farai sarà strisciare verso di me, leccarmi le scarpe sporche di polvere e togliermele con i denti, senza usare le mani.»
Ho deglutito a vuoto, sentendo il sesso contrarsi dolorosamente nel costume, ma lui non si è fermato, continuando a descrivere il mio destino con dettagli sempre più crudi.
«Sarai il mio svuotacazzi privato, un oggetto senza voce. Quando avrò voglia, non dovrò nemmeno chiedertelo: ti afferrerò per i capelli, ti girerò di spalle sul tavolo della cucina o contro il divano e mi prenderò il tuo culo finché non sarò soddisfatto, lasciandoti ogni volta pieno del mio seme. E non finisce qui. Ti farò stare in ginocchio al centro del salotto, con le mani legate dietro la schiena. I miei amici ti useranno a turno, a piacimento, riempiendoti la bocca e il culo contemporaneamente, mentre io guarderò la scena fumando un sigaro. Tu sarai solo un buco a nostra disposizione.»
«E quando avremo finito», ha continuato, con un sorriso spietato, «ti ordinerò di ripulire ogni singola goccia dai nostri corpi e dal pavimento. Userai solo la lingua per raccogliere i nostri umori, ingoiando tutto davanti a noi come hai fatto oggi in piscina. Ti farò sottomettere, calpestare e insultare ogni giorno, finché non avrai dimenticato chi eri fuori da quella porta, finché non avrai dimenticato persino il tuo nome. Sarai solo la mia cosa. Il mio schiavo.»
Più parlava, più usava parole crude e degradanti, più sentivo il mio costume tendersi. Davanti a lui, seduto al tavolino di un bar pubblico, ero completamente eccitato, rigido come un palo, in balia delle sue fantasie perverse.
Il vecchio ha abbassato l'occhio verso i miei pantaloni, notando il rigonfiamento evidente che cercavo disperatamente di coprire con le mani. «Guarda lì... scommetto che solo a sentire quello che ti farò ti è diventato duro come la roccia.»
«Sì... è vero», ho confessato, con un filo di voce, completamente sconfitto.
A quel punto, il vecchio ha finito il suo cappuccino con calma. Si è alzato in piedi, dominando di nuovo il tavolino con la sua stazza imponente. Ha tirato fuori qualche moneta dalle tasche, le ha buttate sul tavolo per pagare la colazione e mi ha guardato dall'alto con una freddezza che mi ha gelato il sangue.
«Ti aspetto in auto», ha detto, indicando con un cenno del capo la sua vettura parcheggiata a pochi metri di distanza. «Se entro dieci minuti non ti vedo salire, questa sarà l'ultima volta che mi vedi. Sparirò e non mi troverai mai più. Se invece decidi di aprire quella portiera e sederti dentro... sarà perché hai accettato il tuo destino. Sarà perché vuoi diventare il mio schiavo a tutti gli effetti. A te la scelta.»
Si è girato e si è allontanato a passi lenti, sicuri, salendo in macchina e chiudendo la portiera.
Sono rimasto solo al tavolino. I secondi passavano e il panico lottava con la bramosia. Pensavo alla mia ragazza, al mio lavoro, alla mia dignità di uomo, a tutto ciò che stavo per gettare nella spazzatura. Ma il pensiero di perderlo, di non sentire più la sua carne dentro la mia, di essere privato di quell'umiliazione totale che mi faceva sentire vivo, era semplicemente insopportabile. Il conto alla rovescia nella mia testa mi stava facendo impazzire.
Non sono passati nemmeno cinque minuti. Mi sono alzato di scatto, quasi trascinato da una forza invisibile. Ho camminato verso il parcheggio, con le gambe che quasi non mi reggevano e la vista annebbiata dall'adrenalina.
Arrivato all'auto, ho afferrato la maniglia. Ho aperto la portiera e sono scivolato sul sedile del passeggero, richiudendola subito dietro di me. L'abitacolo era saturo del suo odore di colonia e di maschio. Non ho osato guardarlo in faccia. Mi sono girato verso di lui, accasciandomi quasi sul sedile, con le mani giunte e gli occhi lucidi di lacrime e lussuria.
«Ti prego...», ho supplicato, la voce rotta dal pianto e dalla sottomissione. «Ti prego, padrone, fammi diventare il tuo schiavo. Fai di me quello che vuoi.»
FINE
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