Penetrazione vegetariana
di
Silly
genere
masturbazione
Sono lesbica, decisamente lesbica. La mia fica è pelosa, folta, un bosco scuro e rigoglioso che non ha mai visto lama di rasoio. Lo stesso vale per le ascelle: due ciuffi morbidi che escono dai vestiti estivi come dichiarazioni di indipendenza. Le gambe, invece, sono depilate liscissime, una contrapposizione voluta: sopra la natura selvaggia, sotto la seta.
Quella sera d'estate il caldo era opprimente, appiccicoso. Ero sola in casa, completamente sola, e l'ennui mi divorava più del caldo. Avevo i capelli neri raccolti con una pinza, quel tipo di acconciatura trasandata che fa sembrare tutto più facile. L'aria condizionata era rotta, quindi il sudore mi colava lungo la schiena, bagnandomi la canottiera.
Mi sono alzata dal divano con un sospiro. Che fare? La noia era fisica, un peso nello stomaco e tra le gambe. Mi sono guardata allo specchio: occhiaie, vestiti che aderivano alla pelle umida.
"Basta," ho pensato. "Mi spoglio."
E l'ho fatto. Lentamente, quasi cerimonialmente. La canottiraa è finita sul pavimento, poi il reggiseno. I miei seni sono caduti liberi, pesanti, con i capezzoli che adoro strizzare per provare quel dolore che da piacere. Poi le mutandine, quelle di cotone prive di qualunque connotazione sexy che mi tagliavano leggermente i fianchi. Sono rimasta nuda, completamente nuda, in mezzo al soggiorno.
Mi sono seduta sul tappeto, quel tappeto persiano che ho comprato al mercatino dell'usato. Morbido sotto il culo nudo. E ho pensato: mi faccio le unghie dei piedi. Almeno quello. Ho preso lo smalto rosso, quel rosso acceso che adoro, e ho cominciato a passarlo sulle unghie dei piedi, uno dopo l'altro. Il movimento era rilassante, ripetitivo, meditativo. Essendo di indole viziosa mi ero organizzata con un bottiglia di prosecco e sigarette come accompagnamento per la mia sessione estetica.
Guardavo il mio corpo nudo riflesso nello schermo spento della televisione: le cosce robuste e lisce, il ventre morbido, il triangolo scuro tra le gambe con i peli che continuavano fino all'ano.
Ma mentre finivo di stendere lo smalto, la mano sinistra ha cominciato a vagare. Prima ha accarezzato l'interno della coscia, quella pelle delicata e sudata, liscia come seta. Poi è salita, insidiosa, verso il mio sesso. Ho sentito il pelo ruvido sotto le dita, quella foresta che protegge la mia fica. Mi sono toccata, prima esternamente, accarezzando i peli folti, poi ho separato le grandi labbra con due dita.
Ero già bagnata. Molto bagnata. Passo i polpastrelli tra le labbra, raccolgo il mio liquido denso e trasparente e lo assaporo. Sa di fica, ha un gusto ferroso, simile al sangue ma anche dolce.
Il caldo, la nudità, la solitudine: tutto mi eccitava in modo quasi doloroso.
Ho guardato in giro. Il mio dildo, quello che uso di solito, era lì sul comodino. Troppo piccolo. Lo avevo comprato anni fa, quando ancora non sapevo bene cosa volevo, e ora mi sembrava un giocattolo da bambina. Avevo anche il mio succhia clitoride, quell'aggeggio meraviglioso che mi fa venire in due minuti, ma stasera non volevo solo essere succhiata. Volevo sentirmi piena, riempita, penetrata con forza.
Vedo una zucchina, si una zucchina.
Era sul tavolo della cucina, quella che avevo comprato al mercato quella mattina. Grossa, così larga e lunga da sembrare transgenica, verde scuro e rigida. Perfetta. L'ho presa in mano, pesante e liscia. L'ho lavata sotto l'acqua fredda.
Tornata sul tappeto, mi sono sdraiata, le ginocchia piegate, i piedi ancora con lo smalto fresco che si asciugava. Ho preso la zucchina con entrambe le mani e l'ho guardata. Era grossa, assai più grossa di qualsiasi cosa mi fossi mai messa dentro.
Questa cosa mi stava portando ad un eccitazione famelica perchè avevo voglia di qualcosa di estremo e violento.
Ho cominciato a strofinarla contro la mia fica, bagnandola con il mio umido. Il contrasto tra la superficie liscia e fredda e il mio calore interno mi ha fatto gemere. Poi, lentamente, ho cominciato a spingere.
Dio, che sensazione. Mi si è aperta, si è adattata a quella circonferenza generosa. Ho sentito lo spostamento interno, la pienezza assoluta che cercavo. Non era il mio piccolo dildo, no. Era qualcosa di sostanzioso, di vero, di terroso quasi.
Ho iniziato a muoverla, prima lentamente, poi con sempre più irruenza. La spingevo dentro fino in fondo, facendola quasi scomparire tra i peli, poi la tiravo fuori quasi del tutto, per poi affondarla di nuovo. Il suono del mio sesso bagnato che accoglieva la zucchina riempiva la stanza silenziosa, insieme ai miei gemiti.
Con l'altra mano mi sono toccata il clitoride, duro e pulsante nascosto tra i peli. Avrei voluto il mio succhia clitoride in quel momento, quella piccola macchina del piacere che mi fa impazzire in pochi secondi, ma non lo avevo a portata di mano. Dovevo accontentarmi delle dita, e le ho usate con brutalità, strofinando in cerchi veloci e decisi.
Stavo salendo, salendo verso qualcosa di enorme. La zucchina mi riempiva in modo perfetto, colpendo punti profondi che non toccavo da mesi. Mi sono alzata sui fianchi dal tappeto, incontrando i suoi affondi, guidando il ritmo.
"Oddio cazzo, così," ho ansimato. "Proprio così."
La penetrazione diventava selvaggia, quasi violenta. Vedevo i peli intrisi del mio liquido. Volevo sentirmi posseduta, anche se ero sola. Volevo quel senso di pienezza assoluta, di essere invasa. La zucchina entrava e usciva con schiocchi umidi, le mie dita lavoravano frenetiche sul clitoride.
Sono venuta con un urlo che ho soffocato con un cuscino. L'orgasmo mi ha travolta come un'onda, partendo dal basso ventre e irradiandosi per tutto il corpo. Ho sentito le pareti della mia fica contrarsi violentemente attorno alla zucchina, stringendola, pulsando. Le gambe mi tremavano, il respiro era un rantolo.
Sono rimasta lì, immobile, la zucchina ancora dentro di me, fino ad espellerla con delle contrazioni involontarie grazie anche ad una copiosa quantità di umori. Il sudore mi imperlava la fronte, i seni, l'addome. Ero sfatta, completamente sfatta.
Non ho avuto la forza di alzarmi e mi sono addormentata così, nuda sul tappeto persiano, con le gambe ancora aperte e il piacere che mi pulsava dolcemente nel sonno.
Quella sera d'estate il caldo era opprimente, appiccicoso. Ero sola in casa, completamente sola, e l'ennui mi divorava più del caldo. Avevo i capelli neri raccolti con una pinza, quel tipo di acconciatura trasandata che fa sembrare tutto più facile. L'aria condizionata era rotta, quindi il sudore mi colava lungo la schiena, bagnandomi la canottiera.
Mi sono alzata dal divano con un sospiro. Che fare? La noia era fisica, un peso nello stomaco e tra le gambe. Mi sono guardata allo specchio: occhiaie, vestiti che aderivano alla pelle umida.
"Basta," ho pensato. "Mi spoglio."
E l'ho fatto. Lentamente, quasi cerimonialmente. La canottiraa è finita sul pavimento, poi il reggiseno. I miei seni sono caduti liberi, pesanti, con i capezzoli che adoro strizzare per provare quel dolore che da piacere. Poi le mutandine, quelle di cotone prive di qualunque connotazione sexy che mi tagliavano leggermente i fianchi. Sono rimasta nuda, completamente nuda, in mezzo al soggiorno.
Mi sono seduta sul tappeto, quel tappeto persiano che ho comprato al mercatino dell'usato. Morbido sotto il culo nudo. E ho pensato: mi faccio le unghie dei piedi. Almeno quello. Ho preso lo smalto rosso, quel rosso acceso che adoro, e ho cominciato a passarlo sulle unghie dei piedi, uno dopo l'altro. Il movimento era rilassante, ripetitivo, meditativo. Essendo di indole viziosa mi ero organizzata con un bottiglia di prosecco e sigarette come accompagnamento per la mia sessione estetica.
Guardavo il mio corpo nudo riflesso nello schermo spento della televisione: le cosce robuste e lisce, il ventre morbido, il triangolo scuro tra le gambe con i peli che continuavano fino all'ano.
Ma mentre finivo di stendere lo smalto, la mano sinistra ha cominciato a vagare. Prima ha accarezzato l'interno della coscia, quella pelle delicata e sudata, liscia come seta. Poi è salita, insidiosa, verso il mio sesso. Ho sentito il pelo ruvido sotto le dita, quella foresta che protegge la mia fica. Mi sono toccata, prima esternamente, accarezzando i peli folti, poi ho separato le grandi labbra con due dita.
Ero già bagnata. Molto bagnata. Passo i polpastrelli tra le labbra, raccolgo il mio liquido denso e trasparente e lo assaporo. Sa di fica, ha un gusto ferroso, simile al sangue ma anche dolce.
Il caldo, la nudità, la solitudine: tutto mi eccitava in modo quasi doloroso.
Ho guardato in giro. Il mio dildo, quello che uso di solito, era lì sul comodino. Troppo piccolo. Lo avevo comprato anni fa, quando ancora non sapevo bene cosa volevo, e ora mi sembrava un giocattolo da bambina. Avevo anche il mio succhia clitoride, quell'aggeggio meraviglioso che mi fa venire in due minuti, ma stasera non volevo solo essere succhiata. Volevo sentirmi piena, riempita, penetrata con forza.
Vedo una zucchina, si una zucchina.
Era sul tavolo della cucina, quella che avevo comprato al mercato quella mattina. Grossa, così larga e lunga da sembrare transgenica, verde scuro e rigida. Perfetta. L'ho presa in mano, pesante e liscia. L'ho lavata sotto l'acqua fredda.
Tornata sul tappeto, mi sono sdraiata, le ginocchia piegate, i piedi ancora con lo smalto fresco che si asciugava. Ho preso la zucchina con entrambe le mani e l'ho guardata. Era grossa, assai più grossa di qualsiasi cosa mi fossi mai messa dentro.
Questa cosa mi stava portando ad un eccitazione famelica perchè avevo voglia di qualcosa di estremo e violento.
Ho cominciato a strofinarla contro la mia fica, bagnandola con il mio umido. Il contrasto tra la superficie liscia e fredda e il mio calore interno mi ha fatto gemere. Poi, lentamente, ho cominciato a spingere.
Dio, che sensazione. Mi si è aperta, si è adattata a quella circonferenza generosa. Ho sentito lo spostamento interno, la pienezza assoluta che cercavo. Non era il mio piccolo dildo, no. Era qualcosa di sostanzioso, di vero, di terroso quasi.
Ho iniziato a muoverla, prima lentamente, poi con sempre più irruenza. La spingevo dentro fino in fondo, facendola quasi scomparire tra i peli, poi la tiravo fuori quasi del tutto, per poi affondarla di nuovo. Il suono del mio sesso bagnato che accoglieva la zucchina riempiva la stanza silenziosa, insieme ai miei gemiti.
Con l'altra mano mi sono toccata il clitoride, duro e pulsante nascosto tra i peli. Avrei voluto il mio succhia clitoride in quel momento, quella piccola macchina del piacere che mi fa impazzire in pochi secondi, ma non lo avevo a portata di mano. Dovevo accontentarmi delle dita, e le ho usate con brutalità, strofinando in cerchi veloci e decisi.
Stavo salendo, salendo verso qualcosa di enorme. La zucchina mi riempiva in modo perfetto, colpendo punti profondi che non toccavo da mesi. Mi sono alzata sui fianchi dal tappeto, incontrando i suoi affondi, guidando il ritmo.
"Oddio cazzo, così," ho ansimato. "Proprio così."
La penetrazione diventava selvaggia, quasi violenta. Vedevo i peli intrisi del mio liquido. Volevo sentirmi posseduta, anche se ero sola. Volevo quel senso di pienezza assoluta, di essere invasa. La zucchina entrava e usciva con schiocchi umidi, le mie dita lavoravano frenetiche sul clitoride.
Sono venuta con un urlo che ho soffocato con un cuscino. L'orgasmo mi ha travolta come un'onda, partendo dal basso ventre e irradiandosi per tutto il corpo. Ho sentito le pareti della mia fica contrarsi violentemente attorno alla zucchina, stringendola, pulsando. Le gambe mi tremavano, il respiro era un rantolo.
Sono rimasta lì, immobile, la zucchina ancora dentro di me, fino ad espellerla con delle contrazioni involontarie grazie anche ad una copiosa quantità di umori. Il sudore mi imperlava la fronte, i seni, l'addome. Ero sfatta, completamente sfatta.
Non ho avuto la forza di alzarmi e mi sono addormentata così, nuda sul tappeto persiano, con le gambe ancora aperte e il piacere che mi pulsava dolcemente nel sonno.
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