In vacanza con Zia Clara (Parte1)
di
Marco_60
genere
incesti
Sono Marco, ventitré anni, e ho una zia che si chiama Clara, sorella di mia madre, divorziata, cinquantacinque anni portati bene come una bandiera, fianchi ampi e sodi, il seno pieno che si muove lento sotto la camicia che indossa. Ogni volta che ci ritrovavamo a casa dei miei, prima o poi arrivava l'invito di venire a passare qualche settimana nella sua villetta vicino a Riccione, insieme a lei e al suo compagno Dario. Non le avevo mai dato troppo peso. Preferivo le vacanze con gli amici, il caos, la libertà.
Poi, non so perché, ci ho ripensato. Tutto spesato. E Riccione, in fondo, è Riccione.
Non persi tempo.
"Ciao zia, sono Marco. Sai quella proposta sulla vacanza? Ci sto pensando sul serio. Quando potrei venire?"
Sul telefono la sua voce aveva quella lentezza soddisfatta di chi aspettava la chiamata da un po'. "La prossima settimana sarebbe ideale. Dario si assenta per lavoro, una settimana intera. Mi farebbe piacere avere la tua compagnia."
Arrivai di mattina. Dario era ancora lì, valigia in mano, stretta di mano rapida, in procinto di partire. Zia Clara mi accolse con un abbraccio che durò un secondo più del necessario, mentre mi guidava alla mia stanza. Parlammo a lungo, lei seduta sul bordo del letto mentre io disfacevo la valigia, dandomi consigli su dove andare, cosa vedere, dove trovare movida vera.
I primi giorni furono leggeri. Riccione sapeva il fatto suo, soprattutto di notte. Ma una mattina rientrai per pranzo, e la trovai ai fornelli con una camicia bianca mezza sbottonata e i capelli raccolti all'insù.
Mangiammo bene. Parlammo di tutto, e poi tra una chiacchiera ed un'altra finimmo per parlare della mia sfera personale.
"Da quanto tempo sei senza ragazza?"
"Circa un anno," dissi.
"Quindi è da un anno che non fai sesso?"
"Non proprio. Però è da tanto."
Mi guardò con un'espressione che non era pietà, era qualcosa di più sottile, quasi divertita. "Oh, poveretto. Vieni qui."
Mi fece alzare. Mi abbracciò, e sentii il calore pieno del suo corpo contro il mio, il peso morbido del suo seno sul mio petto. Le sue mani scivolarono sulle spalle, lente, e quando mi accarezzò la schiena sentii qualcosa contrarsi nello stomaco.
"Oh," disse sottovoce, la voce calata di un tono. "Avverto una presenza importante, qui in basso."
Prima che potessi reagire, la sua mano era già scivolata dentro i pantaloncini da mare, fredda e sicura.
"Ma zia, cosa fai?"
"È eretto," disse, "Ha bisogno di consolazione."
Si inginocchiò senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo, e mi abbassò i pantaloncini. Il mio cazzo scattò libero, e lei lo guardò con un'espressione che era apprezzamento puro, senza finzione.
"Oddio, Marco," mormorò. "Che bella dotazione che hai."
Lo prese in mano con delicatezza, e iniziò a leccarlo lungo tutta l'asta, lento, metodico, prima di dedicarsi al glande con la lingua, e poi prenderlo in bocca con una profondità che mi tolse il fiato. Guardavo dall'alto i suoi capelli che si muovevano, sentivo il caldo umido della sua bocca, e la testa mi girava.
Troppa eccitazione, troppo a lungo repressa. Venni in pochi minuti, un orgasmo rapido e violento che mi lasciò le ginocchia molli, imbrattandole il viso prima che riuscissi a dire una parola.
"Scusami, zia. Non volevo."
"Tranquillo. È colpa mia," disse, e si alzò come se niente fosse, asciugandosi con la stessa disinvoltura con cui si sistema un capello.
Ci ricomponemmo. Non ne parlammo più, come se fosse una cosa normalissima capitata per caso.
Quella sera rientrai tardi. Movida, qualche drink, qualche numero di telefono che probabilmente non avrei mai usato. Era passata la mezzanotte quando entrai a casa cercando di non fare rumore, per non svegliare zia Clara.
Mentre camminavo in punta dei piedi una voce ruppe il silenzio.
"Sei tu, Marco?"
"Sì, zia. Cercavo di non svegliarti."
"Tranquillo Marco, quando non ho nessuno accanto faccio fatica ad addormentarmi. Vieni qui."
Spinsi la porta semichiusa della sua stanza. La luce del comodino era accesa, soffusa. Zia Clara era sdraiata sul letto, seminuda, le lenzuola a vita, i capelli sciolti sulle spalle. I suoi seni prosperosi si muovevano ad ogni respiro, e lei non fece niente per coprirsi.
"Allora? Niente di interessante stasera?"
"Niente, zia."
"Quanto mi dispiace." Tese una mano verso di me. "Avvicinati."
Mi prese per mano e mi spogliò con una lentezza quasi didattica, senza fretta, come se stesse sfogliando qualcosa di prezioso. Poi mi prese il mento tra due dita e alzò il mio sguardo al suo.
"Sei nervoso," disse. Non era una domanda.
"Un po'."
Abbassò le labbra alle mie piano, il bacio morbido all'inizio, quasi didattico, come se mi stesse insegnando il ritmo giusto. Poi si fece più audace e intenso. C'era qualcosa di trasgressivo in quel bacio, quasi incestuoso, che lo rendeva impossibile da interrompere.
Poi le sue mani si adagiano sul mio corpo e il freddo delle sue dita sulla mia pancia mi fa tirare il fiato di colpo.
"Va meglio," sussurrò contro le mie labbra.
Mi fermai a guardarla e lei lasciò guardare, senza coprirsi, senza abbassare gli occhi.
"Smettila di guardarmi così," dice, e mi tira verso di sé, facendomi sdraiare sul letto.
Si sedette a cavalcioni sulle mie cosce e prese in mano il mio cazzo, accarezzandolo con una lentezza calibrata. Poi guidò le mie mani al suo seno, le dita mie sulle sue, che mi mostravano la pressione giusta, il ritmo che voleva lei. Gemette piano, un suono basso e trattenuto che mi bruciò più di qualsiasi cosa avessi sentito quella settimana.
Scese lungo il mio corpo con una lentezza che sembrava studiata per farmi impazzire, la bocca calda sul petto, sullo stomaco, e quando arriva laggiù, in basso, trattengo il respiro come se fosse la prima volta. Sa quello che fa. Lo fa in modo quasi sconcertante, la lingua, le mani, il ritmo che cambia appena prima che io perda il controllo, poi riprende, poi si ferma ancora. Gli alzo i capelli per ammirarla nella sua arte preferita, il mio pene che scompare nella sua bocca, come se fosse una missione.
"Zia..." Sussurro, ma lei con le dita sulle mie labbra, mi blocca.
"Non parlare" risponde, e sale di nuovo su di me.
Risalì su di me lentamente. Il suo respiro si era fatto profondo, le guance rosse, gli occhi socchiusi. Guidò il mio cazzo tra le sue gambe e si abbandona su di esso con una lentezza che mi faceva tremare, e quando lo sentii dentro di lei trattenni il respiro, le mani strette sui suoi fianchi come ancore.
"Ma zia, cosa fai?" La voce mi uscì spezzata. "Sono tuo nipote. E cosa direbbe Dario se ci scoprisse?" Iniziò a muoversi, lenta, ondulante. "Non ho la presunzione che mi sia fedele, e finché posso godere di certe cose, perché non dovrei farlo."
Non risposi. Non c'era niente da rispondere.
La guardai muoversi su di me, La testa rovesciata leggermente indietro, i capelli che le cadono sulle spalle, gli occhi socchiusi e quel respiro spezzato che si fa sempre più corto. Sentivo ogni muscolo di lei stringersi intorno a me ad ogni discesa, e io tenevo le mani ferme su di lei come se potesse scappare via.
Venne con un gemito profondo e pieno, trattenuto a metà, la fronte che cadde in avanti sul mio collo. E io la seguii pochi secondi dopo, sepolto nel cavo del suo collo, il suo profumo ovunque, travolto completamente.
Dopo, lei rimane immobile su di me per un momento. Il suo cuore batte forte contro il mio petto, poi rallenta. Mi passa una mano tra i capelli, distratta, come si accarezza un gatto.
"Ventitré anni," dice alla fine, con quella voce leggermente rauca. "Che spreco che sarebbe stato non farlo."
Poi, non so perché, ci ho ripensato. Tutto spesato. E Riccione, in fondo, è Riccione.
Non persi tempo.
"Ciao zia, sono Marco. Sai quella proposta sulla vacanza? Ci sto pensando sul serio. Quando potrei venire?"
Sul telefono la sua voce aveva quella lentezza soddisfatta di chi aspettava la chiamata da un po'. "La prossima settimana sarebbe ideale. Dario si assenta per lavoro, una settimana intera. Mi farebbe piacere avere la tua compagnia."
Arrivai di mattina. Dario era ancora lì, valigia in mano, stretta di mano rapida, in procinto di partire. Zia Clara mi accolse con un abbraccio che durò un secondo più del necessario, mentre mi guidava alla mia stanza. Parlammo a lungo, lei seduta sul bordo del letto mentre io disfacevo la valigia, dandomi consigli su dove andare, cosa vedere, dove trovare movida vera.
I primi giorni furono leggeri. Riccione sapeva il fatto suo, soprattutto di notte. Ma una mattina rientrai per pranzo, e la trovai ai fornelli con una camicia bianca mezza sbottonata e i capelli raccolti all'insù.
Mangiammo bene. Parlammo di tutto, e poi tra una chiacchiera ed un'altra finimmo per parlare della mia sfera personale.
"Da quanto tempo sei senza ragazza?"
"Circa un anno," dissi.
"Quindi è da un anno che non fai sesso?"
"Non proprio. Però è da tanto."
Mi guardò con un'espressione che non era pietà, era qualcosa di più sottile, quasi divertita. "Oh, poveretto. Vieni qui."
Mi fece alzare. Mi abbracciò, e sentii il calore pieno del suo corpo contro il mio, il peso morbido del suo seno sul mio petto. Le sue mani scivolarono sulle spalle, lente, e quando mi accarezzò la schiena sentii qualcosa contrarsi nello stomaco.
"Oh," disse sottovoce, la voce calata di un tono. "Avverto una presenza importante, qui in basso."
Prima che potessi reagire, la sua mano era già scivolata dentro i pantaloncini da mare, fredda e sicura.
"Ma zia, cosa fai?"
"È eretto," disse, "Ha bisogno di consolazione."
Si inginocchiò senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo, e mi abbassò i pantaloncini. Il mio cazzo scattò libero, e lei lo guardò con un'espressione che era apprezzamento puro, senza finzione.
"Oddio, Marco," mormorò. "Che bella dotazione che hai."
Lo prese in mano con delicatezza, e iniziò a leccarlo lungo tutta l'asta, lento, metodico, prima di dedicarsi al glande con la lingua, e poi prenderlo in bocca con una profondità che mi tolse il fiato. Guardavo dall'alto i suoi capelli che si muovevano, sentivo il caldo umido della sua bocca, e la testa mi girava.
Troppa eccitazione, troppo a lungo repressa. Venni in pochi minuti, un orgasmo rapido e violento che mi lasciò le ginocchia molli, imbrattandole il viso prima che riuscissi a dire una parola.
"Scusami, zia. Non volevo."
"Tranquillo. È colpa mia," disse, e si alzò come se niente fosse, asciugandosi con la stessa disinvoltura con cui si sistema un capello.
Ci ricomponemmo. Non ne parlammo più, come se fosse una cosa normalissima capitata per caso.
Quella sera rientrai tardi. Movida, qualche drink, qualche numero di telefono che probabilmente non avrei mai usato. Era passata la mezzanotte quando entrai a casa cercando di non fare rumore, per non svegliare zia Clara.
Mentre camminavo in punta dei piedi una voce ruppe il silenzio.
"Sei tu, Marco?"
"Sì, zia. Cercavo di non svegliarti."
"Tranquillo Marco, quando non ho nessuno accanto faccio fatica ad addormentarmi. Vieni qui."
Spinsi la porta semichiusa della sua stanza. La luce del comodino era accesa, soffusa. Zia Clara era sdraiata sul letto, seminuda, le lenzuola a vita, i capelli sciolti sulle spalle. I suoi seni prosperosi si muovevano ad ogni respiro, e lei non fece niente per coprirsi.
"Allora? Niente di interessante stasera?"
"Niente, zia."
"Quanto mi dispiace." Tese una mano verso di me. "Avvicinati."
Mi prese per mano e mi spogliò con una lentezza quasi didattica, senza fretta, come se stesse sfogliando qualcosa di prezioso. Poi mi prese il mento tra due dita e alzò il mio sguardo al suo.
"Sei nervoso," disse. Non era una domanda.
"Un po'."
Abbassò le labbra alle mie piano, il bacio morbido all'inizio, quasi didattico, come se mi stesse insegnando il ritmo giusto. Poi si fece più audace e intenso. C'era qualcosa di trasgressivo in quel bacio, quasi incestuoso, che lo rendeva impossibile da interrompere.
Poi le sue mani si adagiano sul mio corpo e il freddo delle sue dita sulla mia pancia mi fa tirare il fiato di colpo.
"Va meglio," sussurrò contro le mie labbra.
Mi fermai a guardarla e lei lasciò guardare, senza coprirsi, senza abbassare gli occhi.
"Smettila di guardarmi così," dice, e mi tira verso di sé, facendomi sdraiare sul letto.
Si sedette a cavalcioni sulle mie cosce e prese in mano il mio cazzo, accarezzandolo con una lentezza calibrata. Poi guidò le mie mani al suo seno, le dita mie sulle sue, che mi mostravano la pressione giusta, il ritmo che voleva lei. Gemette piano, un suono basso e trattenuto che mi bruciò più di qualsiasi cosa avessi sentito quella settimana.
Scese lungo il mio corpo con una lentezza che sembrava studiata per farmi impazzire, la bocca calda sul petto, sullo stomaco, e quando arriva laggiù, in basso, trattengo il respiro come se fosse la prima volta. Sa quello che fa. Lo fa in modo quasi sconcertante, la lingua, le mani, il ritmo che cambia appena prima che io perda il controllo, poi riprende, poi si ferma ancora. Gli alzo i capelli per ammirarla nella sua arte preferita, il mio pene che scompare nella sua bocca, come se fosse una missione.
"Zia..." Sussurro, ma lei con le dita sulle mie labbra, mi blocca.
"Non parlare" risponde, e sale di nuovo su di me.
Risalì su di me lentamente. Il suo respiro si era fatto profondo, le guance rosse, gli occhi socchiusi. Guidò il mio cazzo tra le sue gambe e si abbandona su di esso con una lentezza che mi faceva tremare, e quando lo sentii dentro di lei trattenni il respiro, le mani strette sui suoi fianchi come ancore.
"Ma zia, cosa fai?" La voce mi uscì spezzata. "Sono tuo nipote. E cosa direbbe Dario se ci scoprisse?" Iniziò a muoversi, lenta, ondulante. "Non ho la presunzione che mi sia fedele, e finché posso godere di certe cose, perché non dovrei farlo."
Non risposi. Non c'era niente da rispondere.
La guardai muoversi su di me, La testa rovesciata leggermente indietro, i capelli che le cadono sulle spalle, gli occhi socchiusi e quel respiro spezzato che si fa sempre più corto. Sentivo ogni muscolo di lei stringersi intorno a me ad ogni discesa, e io tenevo le mani ferme su di lei come se potesse scappare via.
Venne con un gemito profondo e pieno, trattenuto a metà, la fronte che cadde in avanti sul mio collo. E io la seguii pochi secondi dopo, sepolto nel cavo del suo collo, il suo profumo ovunque, travolto completamente.
Dopo, lei rimane immobile su di me per un momento. Il suo cuore batte forte contro il mio petto, poi rallenta. Mi passa una mano tra i capelli, distratta, come si accarezza un gatto.
"Ventitré anni," dice alla fine, con quella voce leggermente rauca. "Che spreco che sarebbe stato non farlo."
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