Livia e me ... 5

di
genere
pulp

La conoscenza – Parte quinta:
L’incubo si materializza

Il bussare alla porta è violento, ritmico, rabbioso. Tre colpi secchi, poi un pugno che fa tremare il legno. Livia si irrigidisce tra le mie braccia, il respiro che si blocca in gola.
“Non aprire…” sussurra, ma la sua voce è già spezzata dalla paura.
Io mi alzo piano, nudo, il cuore che mi martella nelle orecchie. “Resta qui. Non ti muovi.”
Apro la porta solo uno spiraglio.
Non faccio in tempo a vedere niente. Un pugno mi centra in pieno viso, un’esplosione di dolore bianco che mi fa volare all’indietro. Cado sul pavimento dell’ingresso, la testa che sbatte contro il mobiletto. Il mondo gira, le luci si sdoppiano.
Quando riapro gli occhi, ho una scarpa pesante premuta sulla guancia, il tacco che mi schiaccia la pelle contro le piastrelle fredde. Sopra di me un colosso con giacca di pelle nera, capelli rasati, un ghigno da predatore. È uno dei due che accompagnano Marco.
Marco entra per ultimo, chiude la porta con un calcio. Indossa una camicia aperta sul petto, jeans stretti, l’aria di chi sa già di aver vinto.
“Guarda chi c’è, il vecchio guardone del cazzo” dice con voce calma, quasi divertita. Si avvicina al divano dove Livia è rannicchiata, le ginocchia al petto, nuda e tremante.
Il tipo in pelle non perde tempo. Si slaccia la cintura, abbassa i pantaloni. Il suo cazzo è già duro, grosso, venoso. Afferra Livia per i capelli, la tira verso di sé senza una parola. Lei emette un gemito strozzato – paura? Resistenza? – ma non lotta davvero. Le ginocchia le si aprono quasi per riflesso. Lui la spinge sul divano, le sale sopra, le spalanca le cosce con le mani callose.
Entra dentro di lei con un colpo secco. Livia inarca la schiena, un urlo che si trasforma subito in gemito profondo. “No… ahhh… sììì…”
La scopa con violenza ritmica, il divano che sbatte contro il muro. Lei piange, singhiozza, ma il suo corpo risponde: i fianchi si alzano per incontrarlo, le mani gli afferrano le spalle, le unghie che graffiano la pelle di pelle. È un orgasmo improvviso, violento: si contrae tutta, urla il suo piacere misto a lacrime, mentre il tipo grugnisce e le scarica dentro fiotti caldi, schizzando profondo nella sua figa già piena del mio sperma di poco prima.
Io cerco di alzarmi, ma la scarpa sulla faccia mi schiaccia di nuovo giù. Il dolore alla guancia è lancinante.
Marco si china su di me, mi afferra per i capelli, mi costringe a guardare la scena.
“Tieni fermo questo pezzo di merda” ordina al gigante sopra di me.
Poi si rivolge a me, voce bassa, carica di disprezzo e trionfo.
“Guarda, vecchio porco. Vedi come Livia è mia? È la mia sgualdrina. Non può farne a meno. Basta che sente un cazzo fra le cosce e diventa una vacca in calore. Non è una storia che ti ha raccontato per impietosirti. È la verità nuda e cruda. Lei è nata per questo. Per essere usata, riempita, sfondata. La mia puttana personale.”
Livia, ancora ansimante, il seme del tipo che le cola dalle grandi labbra gonfie, alza lo sguardo verso di noi. Ha gli occhi vitrei, persi tra il piacere e la vergogna. Piange piano, ma non dice niente. Non mi guarda. Guarda Marco.
Marco ride, una risata bassa, cattiva.
“E sai una cosa, Gianni? Non è solo lei. Anche il suo maritino Matteo è mio. Lo sai che gli piace da morire? Che gli si drizza quando mi vede scopare sua moglie? Che si mette in ginocchio e me lo succhia mentre io le vengo in gola? Che si fa inculare da me e dai miei amici quando glielo ordino? Che torna a casa col culo rotto e il sorriso da schiavo felice? Siamo una famigliola perfetta, ormai.”
Il gigante sopra di me preme più forte con la scarpa. Sento il sapore del sangue in bocca.
Marco si avvicina a Livia, le accarezza la guancia bagnata di lacrime con il dorso della mano.
“Dimmi, troia. Chi è il tuo padrone?”
Lei trema, la voce un sussurro rotto.
“Tu… Marco… sei tu il mio padrone…”
“E chi decide quando e come vieni scopata?”
“Tu…”
“E questo vecchio schifoso? Pensavi davvero che potesse salvarti?”
Livia abbassa lo sguardo. Non risponde.
Marco si gira verso di me, sorride.
“Adesso ascolta bene, Gianni. Sparisci dalla sua vita. Non la cerchi più. Non le scrivi. Non la vedi. Se provi a fare il cavaliere, mando tutto: video di lei che si fa sbattere dai camionisti, foto di Matteo in ginocchio con il mio cazzo in bocca, chat dove lei mi implora di fotterla più forte. Finirete tutti e due in mezzo a uno scandalo che vi distruggerà. E i suoi figli? Li cresceranno sapendo che mamma è una puttana e papà un frocio sottomesso. Vuoi questo?”
Io non riesco a parlare. Il dolore alla faccia, la rabbia, l’impotenza mi chiudono la gola.
Marco fa un cenno ai due. Il gigante mi lascia andare. L’altro aiuta Livia ad alzarsi. Lei barcolla, le gambe molli, il seme che le scivola lungo le cosce.
“Vestiti, puttana. Andiamo a casa. Matteo ci aspetta. Ha già preparato il letto.”
Livia si china a raccogliere i vestiti sparsi, tremante. Non mi guarda. Non una volta.
Prima di uscire, Marco si ferma sulla soglia, mi fissa.
“Grazie per averla fatta venire, vecchio. Hai scaldato il motore per noi.”
La porta si chiude con un tonfo.
Resto solo sul pavimento freddo, nudo, il sapore del sangue in bocca, il profumo di Livia ancora sulla pelle, e un vuoto che mi spacca il petto.
Non so cosa fare.
Non so se posso fare qualcosa.
Ma una cosa è certa: non finisce qui.
La conoscenza – Parte sesta: Il conflitto interiore
Resto sul pavimento per un tempo che sembra infinito, il sapore metallico del sangue in bocca, il corpo nudo e freddo, l’eco dei gemiti di Livia che mi rimbomba ancora nelle orecchie. Non è solo il dolore fisico a tenermi inchiodato lì. È la confusione, la rabbia impotente, e soprattutto il dubbio che mi rode dentro come un tarlo.
Marco ha ragione su una cosa: Livia non ha opposto vera resistenza.
Quando quel bestione in pelle l’ha presa, lei ha pianto, sì… ma ha anche goduto. Forte. Disperatamente. Le sue anche si sono alzate per incontrarlo, le sue mani hanno graffiato la schiena di lui, la sua figa si è contratta intorno al suo cazzo mentre lui le scaricava dentro. Non era solo paura. Era fame. Era bisogno.
E io l’ho visto.
L’ho visto negli occhi di lei quando ha sussurrato “Tu… Marco… sei tu il mio padrone”.
L’ho visto nel modo in cui il suo corpo ha tremato di piacere mentre piangeva.
Mi alzo lentamente, barcollando. Vado in bagno, mi sciacquo la faccia dal sangue. Mi guardo allo specchio: un vecchio di sessant’anni con un occhio gonfio, il labbro spaccato, e un’erezione residua che non vuole saperne di spegnersi. Perché? Perché il ricordo di Livia che gode mentre viene usata mi eccita ancora. Perché una parte di me – la parte più oscura, quella del guardone che ero – trova eccitante proprio questo: vederla spezzata, sottomessa, piena di sperma altrui.
Mi siedo sul bordo della vasca, la testa tra le mani.
Livia è ricattata, sì. Marco la tiene in pugno con video, foto, minacce sul lavoro, sullo scandalo familiare. Matteo è complice, schiavo anche lui, forse innamorato del suo stesso carnefice. L’ispettore della catena di supermercati la usa ogni mese come pagamento per il silenzio. I camionisti la “comprano” da Marco per poche centinaia di euro a botta. È un giro schifoso, perverso, che la sta distruggendo.
Ma sotto sotto… le piace.
Le piace sentirsi puttana. Le piace essere usata spregiatamente, riempita senza riguardo, trattata come un buco da sfogare. Lo ha detto lei stessa, tra le lacrime: “Con te è diverso… mi fai sentire donna… protetta…”. Eppure, quando Marco o uno dei suoi la prende con violenza, la sua figa si apre, si bagna, si contrae in orgasmi violenti. È una dipendenza. Una droga. Vuole tornare ad essere una mamma normale, una moglie normale, una donna normale per i suoi figli. Ma il suo corpo tradisce la sua mente. Il suo clitoride pulsa al pensiero di un cazzo sconosciuto che la sfonda, di sperma caldo che le cola dalle labbra gonfie, di mani rudi che la afferrano per i capelli e la obbligano a ingoiare.
E io?
Io la desidero. La desidero da impazzire.
Voglio proteggerla, salvarla, farla sentire amata, farla venire piano, guardandola negli occhi, sussurrandole che è bellissima, che merita di più.
Ma allo stesso tempo… voglio vederla così: in ginocchio, bocca spalancata, figa spalancata, culo arrossato dalle sberle, piena di cazzi e di sborra, mentre geme “sì padrone, usami, riempimi”.
Voglio essere io a darle quello che le manca: tenerezza e brutalità insieme. Voglio scoparla dolcemente e poi violentemente, voglio farla piangere di piacere e di sollievo, voglio che mi implori di salvarla mentre la faccio venire urlando il mio nome.
Ma non so cosa fare.
Se la denuncio, se vado dalla polizia con le registrazioni che lei dice di avere, rischio di distruggere tutto: il suo lavoro, la sua famiglia, la sua reputazione. I figli scoprirebbero che la mamma è una puttana ricattata, il papà un frocio sottomesso. Marco potrebbe vendicarsi mandando tutto in giro prima ancora che la denuncia parta.
Se sparisco, se obbedisco a Marco e la lascio andare, la condanno a continuare così: usata, svuotata, sempre più vuota dentro.
Se la riprendo… se le dico “torna da me, ti proteggo io”, rischio di diventare solo un altro padrone. Un padrone più gentile, forse, ma pur sempre uno che la vuole possedere.
Il telefono vibra sul pavimento dell’ingresso. Lo raccolgo. È un messaggio da lei, inviato forse di nascosto mentre Marco la portava via.
Livia
“Gianni… mi dispiace. Mi odio. Voglio smettere. Voglio essere libera. Ma quando mi ha preso lì davanti a te… ho goduto come una pazza. Non riesco a farne a meno. La mia figa è una puttana. È avida. Vuole altro sperma, altri cazzi, altro dolore. Ma la mia testa urla che vuole te. Solo te. Aiutami… ti prego. Non so come, ma aiutami.”
Guardo il messaggio per minuti interi. Il cazzo mi si indurisce di nuovo, traditore, al pensiero di lei nuda sul divano con Marco, gambe spalancate, mentre Matteo le lecca il seme dal culo e Marco le fotte la bocca.
Scrivo, cancello, riscrivo.
Alla fine mando solo tre parole.
Io
“Domani. Stesso parcheggio. A che ora esci? Vieni sola. Parliamo. Ti giuro che troviamo una via d’uscita.”
Non so se sto mentendo a lei o a me stesso.
So solo che la voglio.
Tutta quanta.
La donna che sogna di essere normale e la puttana che gode a essere distrutta.
E forse, in fondo, è proprio questo che mi rende uguale a loro.
(Segue?)
La conoscenza – Parte settima: Contraddizioni
Rileggo quel messaggio di Livia per la centesima volta, seduto nudo sul bordo del letto, il telefono che trema nella mano.
E io? Io mi sono innamorato.
Di una donna piena di contraddizioni, di una madre che piange per i suoi figli e geme quando le sborrano dentro senza ritegno. Mi sono innamorato di lei nel momento esatto in cui ho capito che anch’io sono una contraddizione vivente.
La voglio amare.
Voglio portarla via da tutto questo, farla dormire tra le mie braccia ogni notte, svegliarla con baci lenti sul collo, farle il caffè la mattina mentre i figli dormono, essere l’uomo che la fa sentire finalmente donna, non troia. Voglio vederla sorridere senza paura, senza quel velo di vergogna negli occhi azzurri.
Ma nello stesso istante… voglio possederla come una vacca.
Voglio vederla in ginocchio, bocca spalancata, lacrime di piacere mentre le riempio la gola. Voglio prenderla da dietro sul nostro letto mentre le sussurro “sei mia puttana, solo mia”, schiaffeggiarle quel culo perfetto e sentirla implorare “più forte, Gianni, sfondami”. Voglio guardarla mentre un altro la usa – sì, proprio così – e poi entrare io a raccogliere lo sperma caldo con la lingua, a farla venire di nuovo sapendo che è stata mia anche in quel momento.
Sono un porco. Un pervertito di sessant’anni che si eccita al pensiero di salvarla e distruggerla insieme. Mi odio. Mi eccito. Mi odio di più.
Mi alzo, cammino per la casa come un animale in gabbia. Il cazzo mi si indurisce di nuovo, traditore, solo a immaginare Livia che viene presa da Marco e dai suoi amici mentre io guardo nascosto, poi la riprendo, la pulisco con la lingua e la scopo fino a farla urlare il mio nome.
“Sei perso, Gianni. Sei fottuto.”
Poi mi torna in mente quella sera al McDonald’s.
Marco che sudava freddo, che cercava una balla plausibile da raccontare alla moglie per il finestrino sfondato. Ha una famiglia anche lui. Una moglie vera. Forse figli. Un’immagine da mantenere. Un punto debole esattamente come l’ispettore della catena di supermercati che ogni mese si fa pagare in carne fresca da Marco per chiudere un occhio.
Tutti hanno un punto debole.
Anche i mostri.
La mia mente gira. Il cuore dice: “salvala, portala via, fai denuncia anonima, proteggi i suoi figli”.
Il cazzo dice: “no, tienila, usala, falla diventare la tua schiava personale, ma con amore… una schiava che gode solo quando sei tu a ordinarle di godere”.
Sono un cerchio vizioso.
Desidero liberarla dall’incubo di Marco… ma non voglio diventare io il suo nuovo incubo. Non voglio sostituire un padrone con un altro, anche se più gentile, anche se più innamorato.
Mi siedo al pc. Apro una nuova cartella: “Livia – piano”.
Scrivo tutto quello che so:
Marco ha moglie e famiglia (nome? devo scoprirlo).
L’ispettore della catena (trovare nome, foto, forse una moglie anche lui).
I video e le foto che Marco usa come arma… forse posso usarli contro di lui.
Matteo è complice, ma debole: se crolla lui, crolla tutto.
Non so ancora come. Non so se avrò il coraggio.
Ma so che domani alle 19, in quel parcheggio, quando Livia salirà in macchina, non le dirò solo “ti amo”. Le dirò: “Ho un piano. Rischioso. Pericoloso. Ma è l’unico modo per spezzare il cerchio senza distruggerti”.
Perché la amo.
Perché la voglio nella mia vita e voglio sentirmi suo.
Perché voglio salvarla e possederla nello stesso istante.
E forse, solo forse, lei mi aiuterà a capire se posso essere entrambe le cose: l’uomo che la ama e il porco che la fa godere come nessuno mai.
Spengo il pc. Mi butto sul letto. Il cazzo ancora duro, il cuore in tumulto.
Domani si decide tutto.
(Segue?)
La conoscenza – Parte ottava: Roberta entra in scena
Mi sveglio con la testa pesante, un messaggio di Livia (o di chi per lei) sullo schermo del telefono come una sentenza. “Stronzo… vattene! Lasciami perdere!”. Non ci credo. Non del tutto. Ma non posso ignorarlo. Il piano che avevo in mente stanotte – minacce incrociate, punti deboli, ricatti al contrario – mi sembra improvvisamente troppo rischioso, troppo esposto. Ho bisogno di qualcuno che mi copra le spalle, qualcuno che non sia emotivamente coinvolto, qualcuno che sappia come muoversi senza farsi notare.
E quel qualcuno esiste. Si chiama Roberta.
Roberta la capa dello studio commercialista che mi tiene la contabilità, ha 55 anni, è sposata da trent’anni con il titolare dello studio, un uomo noioso che la ignora da almeno quindici, ha due figli grandi che vivono fuori casa e un corpo che, a dispetto del tempo, resta un’arma letale: seni pieni e alti, fianchi larghi, culo sodo da far girare la testa, capelli castani con qualche filo argento che le danno un’aria da femme fatale matura. Quindici anni fa eravamo amanti. Io ero sposato anch’io, lei pure. Ci vedevamo nelle stradine di campagna, auto parcheggiate in mezzo al nulla, finestrini abbassati d’estate, sudore, gemiti, trasgressione pura.
Una volta – era luglio, afa da morire – lei mi cavalcava sul sedile del passeggero, vestito sollevato, mutandine di lato, sudati fradici. Due pescatori passarono di lì con le canne in spalla. Uno si fermò a guardare, mano nei pantaloni, segandosi piano. L’altro, più sfacciato, si avvicinò. Roberta non si fermò. Anzi: accelerò, gemette più forte, si inarcò per far vedere meglio i seni che rimbalzavano. Il secondo allungò la mano attraverso il finestrino aperto, le palpò un capezzolo turgido. Lei non lo respinse: gli prese il cazzo in mano, lo masturbò con foga finché non schizzò sulla sua pancia, sul mio petto, qualche goccia calda che ci colpì entrambi. Io venni dentro di lei in quel momento, un orgasmo violento. Lei si accasciò su di me, il culo nudo esposto. I due non si fermarono: mani sulle chiappe, dita che le entravano nel culo, lei che gridava e veniva di nuovo, tremante, bagnata, persa.
Poi il marito la scoprì. Lettere anonime, foto sfocate scattate da lontano. Fine della storia. Ma non del legame. Ogni tanto ci sentiamo. Parliamo di tutto. Anche delle parti più sporche. Lei sa che sono un guardone incallito, che vado ancora nei parcheggi, che mi eccito a guardare e a volte ottengo di più dalle donne che si accorgono di me. Quando le racconto le mie avventure al telefono, lei si tocca. Io sento i suoi gemiti, i suoi respiri accelerati, e rinnoviamo quei ricordi come un rito privato.
Oggi la chiamo.
“Roberta… ho bisogno di te.”
Le racconto tutto. Dall’inizio: il parcheggio, la violenza sfiorata, il salvataggio, il sesso disperato a casa mia, Marco che irrompe con i suoi scagnozzi, Livia che gode mentre viene sfondata davanti a me, il messaggio di stamattina. Non tralascio niente. Nemmeno quanto sono innamorato, quanto mi eccita e mi fa schifo allo stesso tempo.
Silenzio dall’altro capo. Poi un sospiro.
“Gianni… sei un coglione sentimentale. Quella è una troia ninfomane che gode a farsi usare. È piena di cazzi e di malattie. Ti farà soffrire. Lasciala perdere.”
Sento la gelosia nella sua voce. È palpabile. Roberta non è mai stata gelosa di nessuna prima. Ma stavolta sì.
“Lo so” dico piano. “Ma non riesco. Ho bisogno di capire se posso salvarla… o se devo lasciarla andare. E per farlo ho bisogno di informazioni. Nomi veri, cognomi, famiglie. Marco è vice direttore al supermercato. C’è un ispettore capoarea che la usa. Devo sapere chi sono esattamente. Puoi farmi un favore? Chiamare il supermercato e la sede centrale, fingerti una cliente o una fornitrice, chiedere conferme su nomi e ruoli? Sei brava a recitare.”
Un altro silenzio. Poi un piccolo riso amaro.
“Lo faccio solo perché sei tu. E perché… cazzo, mi eccita l’idea di aiutarti a entrare in questo casino schifoso. Ma dopo… mi racconti tutto. E magari… ci vediamo. Come ai vecchi tempi.”
Accetto. Non ho scelta.
Un’ora dopo mi richiama.
“Marco Rossi, 48 anni, vice direttore punto vendita periferia sud. Cognome confermato. Moglie Claudia, due figlie, 16 e 19 anni. Foto su Facebook della moglie: donna carina, capelli rossi, aria da casalinga stressata. L’ispettore capoarea si chiama Andrea Bianchi, 52 anni, responsabile qualità e forniture per la zona nord-est. Celibe, ma ha una compagna fissa da dieci anni, si chiama Sara, insegnante elementare. Ho chiamato la sede centrale fingendomi una rappresentante di forniture alimentari, ho chiesto ‘conferma referenti per il punto vendita X’, mi hanno sputato i nomi senza problemi.”
“Grazie, Roberta. Sei un angelo.”
“Non proprio” ride lei. “Sono una puttana in pensione che si eccita ancora a sentirti parlare di troie e cazzi. E ora… dimmi: cosa fai con queste informazioni?”
Le spiego il piano in pillole: mail anonime alla moglie di Marco con un estratto audio (se riesco a recuperarlo), minacce di diffusione se non molla Livia. Stesso per Andrea Bianchi: alla compagna Sara, con prove del suo “pagamento in natura”. Matteo come jolly: se crolla lui, crolla tutto.
Roberta ascolta. Poi, con voce bassa e calda:
“Gianni… se ce la fai, portala via. Ma se lei non vuole essere salvata… se la sua figa è troppo affamata… allora torna da me. Io non ho catene. Io ti do solo piacere. E magari… possiamo farla guardare. O farla partecipare. Come ai vecchi tempi.”
Rido, ma è una risata nervosa.
“Un passo alla volta.”
Chiudo la chiamata. Ho i nomi. Ho i punti deboli.
Ora devo decidere il prossimo passo.
E sperare che Livia – o chi per lei – non abbia già chiuso la porta per sempre.
Mi lavo, devo andare anch'io al lavoro, dopo pochi minuti squilla il telefono, è ancora Roberta.
Vuole che le racconti i dettagli più crudi di quello che è successo a casa mia – Livia nuda sul mio divano, il suo orgasmo mentre quel bestione la sfondava davanti ai miei occhi, il modo in cui ha gemuto “sì padrone” anche tra le lacrime – sento il cambio di tono.
Diventa più bassa, più tesa. Respira in modo diverso.
“Quindi questa Livia…” dice lentamente, quasi assaporando il nome come qualcosa di amaro, “ha 43 anni, bionda, tette grosse, culo da troia e una figa che si apre come un fiore per chiunque glielo metta dentro. E tu… tu ti sei innamorato di lei dopo una sola mattina di scopate disperate.”
Non è una domanda. È un’accusa velata.
“Vittima?” mi interrompe, e stavolta la voce le trema per davvero. Sento il rumore di un accendino, poi una sigaretta che viene accesa. Roberta fuma solo quando è nervosa o eccitata. O entrambe. “Gianni, quella non è una vittima. È una ninfomane che gode a farsi umiliare. Tu mi hai raccontato che mentre la violentavano davanti a te lei ha avuto un orgasmo vero. Ha inarcato la schiena, ha urlato di piacere. E tu porco, sei un porcooo… cazzo, tu ti ecciti ancora al pensiero. Lo sento dalla tua voce.”
Silenzio. Poi aggiunge, più piano, quasi un sussurro cattivo:
“E io? Io che ti ho dato tutto quindici anni fa? Io mi sono lasciata palpare e scopare davanti a due sconosciuti, io che ti ho preso il cazzo in gola più di una volta e poi, quei due pescatori mi sborravano addosso… io non ero abbastanza puttana per te? O ero troppo ‘normale’ perché avevo un marito e una vita da difendere?”
La gelosia esce fuori tutta insieme, cruda, senza filtri. La sento ansimare leggermente. So che si sta toccando. Lo fa sempre quando parla di sesso con me, ma stavolta c’è rabbia nel suo respiro.
“Dimmi la verità, Gianni. Com’è la sua figa? Più stretta della mia? Più bagnata? Più affamata? Le hai leccato il culo come facevi con me? Le hai detto le stesse cose che dicevi a me mentre ti cavalcavo? ‘Sei la mia troia, Roberta… solo mia…’?”
Non riesco a mentire. “È… diversa. Più giovane. Più disperata. Ma tu… tu sei sempre stata speciale.”
Lei ride, una risata amara, spezzata.
“Speciale un cazzo! Certo. Speciale come un ricordo. Mentre lei è la nuova figa fresca che ti fa sentire di nuovo un uomo. Dimmi, quando la salvi – se la salvi – la porterai via? La farai dormire nel tuo letto tutte le notti? Le farai il caffè la mattina mentre io resto qui, con mio marito che russa accanto e il telefono in mano ad aspettare che tu ogni tanto mi chiami per raccontarmi quanto l’hai fatta venire?”
Sento un gemito soffocato. Si sta toccando più forte adesso. La gelosia la sta facendo bagnare.
“Roberta… calmati. Ti ho chiamata perché mi fido di te. Perché sei l’unica che può aiutarmi senza finire nei guai.”
“E io ti aiuto” ringhia quasi. “Ti aiuto perché ti amo ancora, brutto porco. Ti amo da quindici anni e odio questa Livia con tutta me stessa. Odio che abbia 12 anni meno di me, odio che sia bionda, odio che la sua figa sia così elastica e avida da farsi riempire da camionisti, ispettori e vice-direttori senza battere ciglio. Ma soprattutto odio che tu la voglia salvare… perché so che in realtà vuoi possederla vuoi farla diventare la tua vacca. Come hai posseduto me.”
Un altro gemito più forte. Sta venendo. Lo riconosco dal respiro.
“Va bene” dice dopo qualche secondo, la voce ancora tremante. “Ho i nomi. Ho anche gli indirizzi di casa di Marco Rossi e di Andrea Bianchi – li ho trovati con due ricerche banali su Pagine Bianche e Facebook. Adesso ascoltami bene, Gianni. Io ti aiuto fino in fondo. Ma a una condizione.”
“Quale?”
“Quando tutto sarà finito – se finirà – voglio incontrarla. Voglio vederla in faccia, questa tua Livia. Voglio guardarla negli occhi mentre le dici che sei mio da molto prima che arrivasse lei. E magari… magari la facciamo guardare mentre ti scopo io. Come ai vecchi tempi. Così capisce chi è la vera troia della tua vita.”
La sua voce è un misto di veleno e desiderio puro.
“Accetti?”
Resto in silenzio un secondo di troppo.
Lei ride piano, cattiva.
“Lo sapevo. Sei già suo. Ma io non mollo, Gianni. Non più. Questa volta gioco anch’io.”
Chiude la chiamata.
Ho i nomi. Ho i punti deboli.
Ma adesso ho anche un’altra donna gelosa, possessiva e pericolosamente eccitata che vuole entrare nel gioco.
E non so più se sto salvando Livia… o se sto per scatenare una guerra tra due troie che mi vogliono entrambe.
La conoscenza – Parte decima: Il mio gioco
Ho chiuso la chiamata con Roberta, ma le sue parole mi ronzano ancora in testa: gelosia, veleno, desiderio. Non mi fermo. Ora il bersaglio è uno solo: Marco Rossi, il vice direttore, il “padrone” che crede di tenere in pugno Livia, Matteo e mezza catena di supermercati.
Grazie al materiale che Roberta mi ha tirato fuori in meno di un’ora ho tutto: indirizzo di casa, nome e foto della moglie Claudia (capelli rossi, 46 anni, lavora part-time in una profumeria), profili social delle figlie, numero di cellulare privato, persino la targa della sua Audi Q5 nera. E soprattutto ho la mail aziendale dell’ispettore Andrea Bianchi e il suo numero diretto.
Organizzo lo scherzo. Non è un ricatto volgare. È chirurgico.
Prima mossa: creo una mail anonima da un indirizzo temporaneo. Allegato: un audio di 47 secondi (lo estraggo da una vecchia registrazione che Livia mi aveva mandato di nascosto mesi fa). Marco che dice testuali parole: «Livia, o ti fai fottere dall’ispettore Bianchi ogni mese o mando tutto al direttore e a tuo marito. E ricordati che la Jeep di Matteo l’abbiamo ottenuta con lo sconto perché hai aperto le gambe al mio amico del concessionario».
Destinatari:
Claudia Rossi (moglie)
Andrea Bianchi (ispettore)
Il direttore regionale della catena (in copia nascosta)
Testo della mail:
«Gentile signora Rossi / Dott. Bianchi,
vi allego un piccolo souvenir di famiglia. Se volete che resti privato, Marco deve lasciare in pace Livia e smettere di usare il suo corpo come merce di scambio. Altrimenti tutto finisce su Facebook, sui gruppi delle mamme della scuola e sulla casella di posta del consiglio di amministrazione.
Avete 48 ore.
Un amico preoccupato.»
Invio.
Poi cancello ogni traccia. Il diavolo fa le pentole, ma stavolta i coperchi li ho fatti io.
Marco si crede il padrone. Tra poche ore scoprirà di essere solo un servo della gleba. Non ha capito che ha svegliato un vero stronzo.
Ora passo alla seconda pedina: Matteo, il marito frocetto.
So dove lavora: magazziniere in un punto vendita della stessa catena, a 12 km da qui. Cerco online la sua auto – ci metto meno di due minuti. Jeep Compass blu ibrida, ultimo modello, targa che Roberta mi ha già passato. Prezzo di listino 48.000 euro, ma lui l’ha presa con 9.000 di sconto “speciale” perché, come Marco si vantava in una chat, «la mogliettina ha fatto un pompino e due scopate al responsabile vendite del concessionario». Pagamento in natura, come sempre.
Arrivo al parcheggio dipendenti alle 18:10. Parcheggio la mia vecchia Volvo proprio accanto alla Jeep blu. Scendo. Sono alto 190, peso 105 kg: spalle larghe, mani grosse, faccia da vecchio incazzato. Non sono più il guardone timido del parcheggio. Sono la montagna che sta per cadergli addosso.
Aspetto. Dieci minuti. Lo vedo arrivare: magro, stempiato, camminata incerta, sguardo basso. Quando mi riconosce (mi ha visto quella sera a casa mia) impallidisce. Si ferma a tre metri, chiave in mano.
«Che… che cazzo vuoi?» balbetta.
Mi avvicino piano, lo sovrasto. La mia ombra lo copre completamente.
«Voglio parlare, Matteo. O meglio: voglio che tu parli. Dimmi tutto quello che hai su Marco. Video, foto, chat, chiavi USB, tutto. E dimmi anche come hai ottenuto questa bella Jeep blu. Lo sconto “speciale” per aver fatto montare tua moglie da un amico di Marco… voglio i dettagli.»
Lui trema. Gli occhi gli diventano lucidi.
«Io… io non posso… Marco mi ammazza…»
Gli metto una mano sulla spalla. Non stringo forte, ma basta la pressione perché capisca che potrei spezzarlo in due.
«Marco tra poche ore avrà altri problemi. Molto più grossi di te. E tu… tu hai due scelte: continuare a farti inculare da lui e dai suoi amici, leccargli il cazzo sporco di tua moglie… oppure aiutarmi. E magari, per una volta, salvare Livia invece di guardarla mentre la distruggono.»
Matteo deglutisce. Abbassa lo sguardo sulla Jeep, come se la macchina stessa fosse la prova del suo tradimento.
«Ho… ho tutto su una chiavetta. A casa. Video, audio, chat. Anche quelli con l’ispettore. E… sì, la Jeep l’abbiamo presa così. Il tipo del concessionario se l’è scopata due volte sul sedile posteriore mentre io aspettavo fuori. Marco ha organizzato tutto.»
Sorrido. Per la prima volta da giorni.
La conoscenza – Parte undicesima: La consegna forzata
«Bravo, frocetto. Domani mattina mi porti quella chiavetta. Qui. Stessa ora. E non dire una parola a Marco.»
Matteo annuisce, sconfitto, già con la mano sulla maniglia della Jeep blu per scappare via.
Ma io non ho tempo per i “domani”. Ogni minuto che passa è un minuto in cui Marco può fiutare il pericolo, può minacciare Livia, può far sparire prove o mandare in giro foto per coprirsi il culo.
Faccio un passo avanti, gli blocco la portiera con il corpo. La mia stazza – 190 cm per 105 kg – lo fa indietreggiare di un passo.
«Niente domani» dico, voce bassa e tagliente. «Ora.»
Lui spalanca gli occhi. «Ma… è a casa… Livia è lì con i ragazzi… Marco potrebbe passare…»
«Allora muoviti in fretta.» Gli afferro il polso, non forte abbastanza da fargli male, ma abbastanza da fargli capire che non sto scherzando. «Dammi il telefono. Subito.»
Matteo esita un secondo. Io allungo la mano aperta. Lui tira fuori il cellulare dalla tasca dei pantaloni, me lo porge con dita tremanti.
Lo prendo, attivo la modalità aereo, lo infilo nella tasca interna della mia giacca.
«Così non avvisi nessuno. Ora sali sulla tua Jeep. Io ti seguo con la mia macchina. Vai a casa, prendi la chiavetta, scendi e me la porti. Senza salutare nessuno, senza dire una parola. Se provi a fare il furbo, se chiami Marco dal telefono fisso, se parli con Livia, se urli… ti giuro su Dio che ti spezzo un braccio qui nel parcheggio e poi entro in casa e lo spezzo anche a lei. Chiaro?»
Matteo deglutisce, annuisce freneticamente. «Chiaro… chiaro…»
Sale sulla Jeep blu ibrida, accende il motore con mani che tremano sul volante. Io torno alla mia Volvo, metto in moto e mi metto dietro di lui. Lo seguo a distanza ravvicinata, senza perderlo di vista nemmeno per un secondo. Attraversiamo la città, periferia sud, villetta a due piani medio-borghese. Parcheggio la Volvo poco distante e gli faccio segno di continuare da solo.
Lo vedo entrare nel portone. Io resto in macchina, motore acceso, pronto a intervenire se serve.
Dentro casa, Livia è in cucina con i figli. Sta preparando la cena – pasta al pomodoro, odore di basilico e aglio che arriva fino giù. Sente la chiave girare nella toppa. Matteo entra trafelato, faccia bianca come un lenzuolo, senza salutare nessuno.
«Tesoro? Tutto bene?» chiede Livia, asciugandosi le mani sul grembiule.
Lui non risponde. Sale le scale di corsa, entra in camera da letto, apre il cassetto del comodino con mani convulse. Prende la chiavetta USB nera – quella che tiene nascosta sotto una pila di calzini – la infila nella tasca dei pantaloni e ridiscende di corsa, quasi inciampando.
Livia lo guarda sconcertata. «Matteo? Che cazzo succede?»
Lui non risponde. Esce di casa sbattendo la porta.
Livia rimane immobile per un secondo, poi corre alla finestra del salotto. Scosta appena la tenda, guarda giù nel parcheggio.
Vede la Jeep blu ferma sotto casa. Vede Matteo che corre verso di me, fermo accanto alla Volvo con le braccia conserte. Matteo estrae la chiavetta dalla tasca, me la porge con mano tremante. Io la prendo, la infilo nel mio cellulare, controllo che sia quella giusta, poi gli restituisco il cellulare.
Matteo rientra di corsa nel palazzo, trafelato, sudato, senza alzare lo sguardo.
Livia mi vede. Dietro la tenda, il suo viso è una maschera di confusione, paura e… qualcos’altro. Un lampo di speranza? Di sollievo? O solo terrore puro?
Io la guardo dritto negli occhi per un secondo – abbastanza perché capisca che l’ho vista – poi distolgo lo sguardo. Non è il momento di parlare. Non è il momento di abbracciarla, di rassicurarla, di dirle “sto combattendo per te”. È il momento di agire. Di colpire Marco prima che lui colpisca lei.
Metto in moto la Volvo. La chiavetta è nella mia tasca, calda come un carbone ardente. Contiene tutto: video di Livia con l’ispettore Bianchi, Matteo in ginocchio davanti a Marco, chat dove Marco organizza “incontri” con camionisti e concessionari, persino la registrazione vocale in cui ride dicendo “la Jeep l’abbiamo pagata con il culo di Livia”.
Guido verso casa, il cuore che batte forte.
Marco sta per scoprire che il padrone non è più lui.
E Livia, quando capirà che ho le prove per distruggerlo senza distruggere lei… forse capirà che non sono solo un vecchio porco guardone.
La conoscenza – Parte dodicesima: Il contenuto della chiavetta
Torno a casa con il cuore che batte ancora forte per l’adrenalina. Parcheggio la Volvo nel garage sotterraneo, salgo le scale a piedi per non incrociare nessuno, chiudo la porta a tripla mandata. Solo allora tiro fuori la chiavetta USB nera dalla tasca. La guardo per un secondo come se fosse una bomba a orologeria.
La infilo nella porta USB del pc portatile. Il sistema la riconosce subito: “Drive E: – 16,2 GB liberi di 16,4 GB”. Quasi piena.
Prima cosa: sicurezza. Copio tutto sul cloud. Creo una cartella criptata su un servizio anonimo (Proton Drive, account buttato via, password generata random), avvio il trasferimento. 16 GB non sono pochi, ci mettono una ventina di minuti con la mia connessione. Mentre aspetto, apro il primo file che vedo: un video intitolato “Livia_Bianchi_15-03.mp4”.
Premi play.
La scena è ripresa da un telefono nascosto, inquadratura obliqua, forse dal comodino della camera da letto di Livia e Matteo. Livia è nuda, a quattro zampe sul letto matrimoniale. Andrea Bianchi – l’ispettore capoarea, lo riconosco dalla foto che Roberta mi ha mandato – è dietro di lei, pantaloni calati alle caviglie, la sta scopando con colpi secchi e profondi. Livia geme forte, la testa buttata all’indietro, i capelli biondi appiccicati alla schiena sudata. Non è costretta: le anche si muovono per incontrarlo, le mani stringono le lenzuola, la figa si apre e si chiude intorno al suo cazzo con avidità visibile.
Bianchi le schiaffeggia il culo, ride. “Brava puttana, prendi tutto. Pagamento in natura, eh?”
Livia ansima: “Sì… padrone… usami… riempimi…”
Poi arriva Marco, entra in campo, si slaccia i pantaloni. Le infila il cazzo in bocca mentre Bianchi continua a pompare. Livia succhia con foga, gli occhi lucidi, un misto di lacrime e piacere. Matteo è lì, in un angolo della stanza, seduto su una sedia, pantaloni aperti, si masturba piano guardando la moglie che viene usata dai due.
Il video finisce con Bianchi che le viene dentro, grugnendo, e Marco che le sborra in faccia. Livia ingoia quello che può, il resto le cola sul mento, sul seno. Poi si gira verso Matteo e gli sorride – un sorriso stanco, ma soddisfatto. “Vieni a pulirmi, amore…”
Chiudo il video. Il cazzo mi si è indurito nei pantaloni senza che me ne accorgessi.
Apro un altro file: “Matteo_Marco_oral_22-04”. Matteo in ginocchio in un magazzino del supermercato, Marco in piedi davanti a lui. Matteo gli succhia il cazzo con devozione, gli occhi chiusi, le mani sulle cosce di Marco. Marco gli tiene la testa, gli fotte la bocca lentamente. “Bravo, frocio. Pulisci il cazzo che ha appena sfondato tua moglie.” Matteo geme, si tocca, viene senza nemmeno sfiorarsi.
Altri file. Audio. Marco che parla al telefono con Matteo: “Stasera Livia va con i camionisti del rifornimento. Tre turni, tre cazzi. Tu resti a casa coi ragazzi e ti fai una sega pensando a quanto sperma le riempiranno la figa. Se non obbedisce, niente Jeep. Chiaro?”
E Livia che risponde in un altro audio: “Sì padrone…sono tua, farò la brava puttana… per te… per i soldi… per tutto…”
16 GB di perversione. Scene di Livia costretta a bere piscio da un camionista mentre Marco filma e ride. Livia che viene doppia penetrata da due capoccia della catena, urlando di dolore e piacere. Livia che lecca il culo di Marco mentre Matteo le infila le dita nel culo già dilatato. Livia che beve sperma da un bicchiere dopo che cinque uomini l’hanno usata in un parcheggio. Sempre la stessa cosa: piange, implora, ma poi gode. Gode forte. Gode come una ninfomane che ha trovato la sua droga perfetta: l’umiliazione, la sottomissione, lo sperma altrui che le riempie ogni buco.
In ogni video, in ogni audio, c’è un pattern chiaro.
Livia non è solo vittima.
È complice.
Le piace.
La sua figa si contrae più forte quando la chiamano “puttana da profitto”. Il suo corpo trema di orgasmi multipli quando la trattano come un buco da svuotare. Anche quando piange, anche quando implora “basta”, il suo clitoride è gonfio, la figa bagnata, il respiro accelerato dal piacere più che dalla paura.
Mi appoggio allo schienale della sedia, il cazzo duro che preme contro i pantaloni.
La amo.
La odio.
La voglio salvare.
La voglio possedere esattamente come loro.
La chiavetta è ancora attaccata. Il trasferimento sul cloud è finito. Ho una copia sicura, criptata, irraggiungibile.
Ora devo decidere cosa fare con tutto questo.
Mandare tutto a Marco per terrorizzarlo?
Mandarlo alla moglie Claudia per distruggergli la famiglia?
All’ispettore Bianchi per farlo crollare?
O… tenere tutto come arma finale, e usarlo per costringere Marco a sparire per sempre dalla vita di Livia, lasciandomi campo libero?
E Livia?
Quando le mostrerò questi file – se glieli mostrerò – cosa vedrà nei miei occhi?
Il salvatore?
O solo un altro porco che si eccita guardandola mentre viene usata?
Chiudo il pc.
Il silenzio della casa mi pesa addosso.
Domani decido.
Ma una cosa è certa: non mollo.
Non mollo lei.
Non mollo me stesso.
La conoscenza – Parte tredicesima: Il messaggio notturno
Mi addormento in poltrona con il pc ancora acceso sul tavolino, lo schermo buio ma la chiavetta ancora attaccata come un trofeo velenoso. Il corpo è stanco, la mente un groviglio di rabbia, desiderio e dubbi. Chiudo gli occhi pensando che domani deciderò il colpo finale: una mail anonima alla moglie di Marco con un estratto audio, un’altra all’ispettore Bianchi con la foto di lui che sborra dentro Livia, e magari una chiamata anonima al direttore regionale per far saltare tutto il sistema.
Poi lo smartphone vibra sul bracciolo. Una, due volte. Lo prendo senza accendere la luce. È lei.
Livia
“Gianni, Matteo mi ha detto tutto... mi ha detto che hai tutti i filmati tu poi mi ha chiamato Marco vuole parlarti qui è successo un casino, sono tutti disperati cosa vuoi fare? Ti prego!”
Leggo il messaggio tre volte. Il cuore mi sale in gola. Matteo ha parlato. Ovvio che ha parlato. È un debole, un codardo. Appena rientrato in casa avrà trovato Livia sveglia, l’avrà guardata con gli occhi da cane bastonato e avrà confessato tutto: il vecchio alto e grosso che lo ha minacciato nel parcheggio, il telefono confiscato, la corsa a prendere la chiavetta, la consegna sotto casa.
E Marco… Marco deve averlo chiamato subito dopo. Forse Matteo ha pianto al telefono, forse ha implorato perdono. O forse Marco ha fiutato il pericolo e ha iniziato a fare domande. Comunque sia, ora sanno che ho le prove. Sanno che ho 16 GB di filmati che possono far crollare la loro vita in un clic: famiglia, lavoro, reputazione, tutto.
“Sono tutti disperati”.
Lo immagino: Marco che cammina avanti e indietro in ufficio o a casa sua, sudato, con il telefono in mano, la moglie Claudia che chiede “che c’è?”, le figlie che dormono ignare al piano di sopra. Livia in cucina o in salotto, con i ragazzi già a letto, che fissa lo schermo del telefono con le mani che tremano. Matteo rannicchiato da qualche parte, terrorizzato da entrambi i lati.
E io? Io sono l’unico con il coltello dalla parte del manico.
Ma non mi sento potente. Mi sento… confuso. Eccitato. Spaventato.
Rispondo piano, con le dita che tremano leggermente sullo schermo.
Io
“Livia, dimmi solo una cosa: sei sola? Puoi parlare liberamente?”
Passano due minuti che sembrano eterni.
Livia
“Sì… i ragazzi dormono. Matteo è chiuso in bagno da mezz’ora. Marco ha chiamato cinque minuti fa, era fuori di testa, urlava che se non gli ridai tutto ti distrugge. Dice che ha ancora copie di alcuni video, che può mandarli ovunque. Ma… Gianni… ho paura. Per i miei figli. Per tutto. Cosa vuoi fare?”
Non rispondo subito. Guardo lo schermo buio del pc. La chiavetta è lì, innocua all’apparenza, ma contiene abbastanza veleno da far crollare cinque vite.
Digito.
Io
“Voglio che tu stia al sicuro. Voglio che Marco sparisca dalla tua vita. Per sempre. Non voglio distruggere te, non voglio far soffrire i tuoi figli. Ma non voglio nemmeno che lui continui a usarti come merce. Dimmi tu: vuoi che lo distrugga? O vuoi che lo minacci abbastanza da farlo scappare?”
Un’altra pausa. Lunga.
Livia
“Non lo so… Gianni… una parte di me vuole che finisca tutto. Che torni a essere una mamma normale, una moglie che non trema ogni volta che sente il telefono. Ma l’altra parte… l’altra parte ricorda come godevo quando mi usavano. Come mi sentivo viva, piena, desiderata in quel modo schifoso. Sono malata, Gianni. Sono una puttana malata. E tu… tu mi fai sentire pulita. Ma ho paura che se Marco crolla, io crollerò con lui.”
Le sue parole mi colpiscono come un pugno. È esattamente quello che ho visto nei video. Piangeva, implorava, ma poi veniva con una violenza che non si può fingere.
Io
“Allora ascolta. Non decido io da solo. Domani mattina alle 9 vengo sotto casa tua. Parcheggio nella via laterale, stesso posto di stasera. Tu scendi. Parliamo faccia a faccia. Ti mostro cosa ho. Ti dico il mio piano. Poi decidi tu. Se vuoi che lo distrugga, lo faccio. Se vuoi che lo minaccio e basta, lo faccio. Se vuoi che sparisco… sparisco. Ma non ti lascio sola con loro.”
Livia
“Ok… verrò. Ma Gianni… Marco ha detto che se non gli ridai la chiavetta entro domani sera manderà un video a Claudia e al direttore. Dice che ha ancora copie. È disperato. Potrebbe fare una cazzata.”
Io
“Che faccia pure. Io ho l’originale. E ho già mandato una mail anonima alla moglie e all’ispettore Bianchi. Con un assaggio. Se prova a muoversi, scatterà tutto. Diglielo pure, se ti chiama di nuovo. Digli che il vecchio porco ha già premuto il grilletto.”
Silenzio. Poi un ultimo messaggio.
Livia
“Grazie… ti aspetto domani. Ti prego… non farmi del male.”
Non rispondo. Spengo il telefono. Mi alzo dalla poltrona, le gambe molli.
Domani mattina.
Sotto casa sua.
Faccia a faccia con Livia.
Con le prove in tasca.
Con il mio amore malato e il mio desiderio di proteggerla.
E forse, finalmente, capirò se posso salvarla… o se sono solo un altro porco che vuole possederla.
Mi butto sul letto. Non dormirò stanotte.
La conoscenza – Parte quattordicesima: Il messaggio delle 2 di notte
Mi addormento in poltrona verso l’una, esausto, con il pc ancora aperto sulla cartella criptata e la chiavetta che sembra pulsare sul tavolo come un cuore nero. Il sonno è pesante, senza sogni, solo buio denso.
Alle 2:03 il telefono vibra sul bracciolo. Una volta, due. Lo prendo con gli occhi semichiusi, la luce dello schermo mi ferisce.
È lei.
Livia
“Ti amo Gianni, ho voglia di te, voglio essere tua come Donna ma non voglio solo quello non riesco, mi sono appena masturbata ho troppo bisogno di sentirmi anche una Puttana, voglio che tu mi tratti da Puttana non solo da Donna...”
Rileggo. Il cuore mi salta in gola. Le dita tremano mentre apro la chat. Non c’è altro. Solo quelle parole, crude, disperate, sincere.
La immagino lì, nel buio della camera da letto, con Matteo che russa o piange in salotto, i figli che dormono nelle stanze vicine. Le gambe aperte sul letto sfatto, le dita ancora umide tra le cosce, il respiro corto, il telefono in mano mentre scrive a me – l’unico uomo che l’ha fatta sentire pulita e protetta – confessandole che non ce la fa a essere solo “donna”. Che ha bisogno di essere usata, umiliata, riempita come la troia che Marco ha creato in lei.
Il cazzo mi si indurisce all’istante, doloroso nei boxer. Non è solo eccitazione. È rabbia, tenerezza, possesso, tutto insieme.
Scrivo, cancello, riscrivo. Alla fine mando:
Io
“Lo so, Livia. Lo so da quando ti ho vista godere mentre quel bestione ti sfondava davanti a me. Lo so da quando ti ho pulita nel parcheggio e tu hai gemuto piano.
Ti amo anch’io. Ti amo da morire.
Ma se ti tratto solo da donna, tu soffochi. Se ti tratto solo da puttana, tu ti spezzi.
Domani alle 9 vengo sotto casa. Scendi. Parliamo. Ti guardo negli occhi e ti dico esattamente come ti voglio: tutta quanta. La mamma, la donna, la troia affamata di cazzo e di sperma.
Voglio scoparti piano, sussurrandoti che sei bellissima. E voglio scoparti forte, schiaffeggiandoti il culo e dicendoti ‘prendi tutto, puttana mia’.
Voglio che tu sia libera di scegliere quando essere l’una e quando l’altra. Con me. Solo con me.
Ma prima devo far sparire Marco. Per sempre.
Tu resisti stanotte. Toccati pensando a me che ti riempio la figa e ti dico ‘sei mia, troia adorata’.
Domani ti prendo. In tutti i modi.
Dormi ora. O vieni ancora. Ma sappi che sto venendo io da te.”
Invio.
Silenzio per cinque minuti. Poi tre puntini. Sta scrivendo.
Livia
“Sto venendo di nuovo… pensando a te che mi chiami puttana mentre mi baci…
Grazie… ti aspetto domani.
Ti amo… padrone…”
L’ultima parola mi fa quasi venire nei pantaloni senza toccarmi.
Spengo il telefono. Mi alzo, vado in bagno, mi sciacquo la faccia con acqua fredda. Il riflesso nello specchio è un uomo di 60 anni con gli occhi accesi, il cazzo duro, il cuore in subbuglio.
Domani alle 9.
Sotto casa sua.
Con la chiavetta in tasca.
Con il piano pronto.
E con la certezza che non la salverò solo da Marco.
La salverò da se stessa… o la farò diventare esattamente la puttana che vuole essere.
Mia.
Torno in poltrona. Non dormirò più stanotte.
La conoscenza – Parte quindicesima: L’amore libero
Alle 9 in punto sono sotto casa sua, nella via laterale buia, stesso posto di ieri sera. La Volvo spenta, finestrino abbassato, sigaretta in mano anche se non fumo da anni – solo per calmare i nervi. Ho la chiavetta in tasca, il telefono carico, il cuore che batte come a vent’anni.
La vedo scendere dal portone alle 9:03. Jeans attillati, maglione largo che nasconde le curve, capelli raccolti in una coda disordinata, occhiali da sole anche se è nuvoloso. Cammina veloce, guarda intorno come se temesse di essere seguita, poi apre la portiera del passeggero e sale senza dire una parola.
Chiudo la portiera. Accendo il motore. Partiamo piano, verso il solito parcheggio abbandonato alla periferia – quello dove tutto è iniziato.
Silenzio per i primi cinque minuti. Poi lei rompe il ghiaccio, voce bassa, rauca dal pianto notturno.
«Gianni… ho letto i tuoi messaggi. Li ho letti mille volte. E… ho pianto. Ho goduto. Ho avuto paura. Tutto insieme.»
La guardo di sfuggita. Ha tolto gli occhiali. Occhi rossi, gonfi, ma lucidi di qualcosa che non è solo terrore.
«Dimmi cosa vuoi fare con quei video» continua. «Dimmi cosa vuoi fare di me.»
Parcheggio in fondo al piazzale, spengo il motore. Mi giro verso di lei.
«Prima dimmi tu cosa vuoi, Livia. Non cosa ti ha imposto Marco. Non cosa ti ha insegnato il tuo corpo affamato. Cosa vuoi davvero.»
Lei abbassa lo sguardo sulle mani intrecciate in grembo.
«Voglio… voglio essere libera. Voglio svegliarmi la mattina senza paura che qualcuno mi chiami “puttana” per obbligarmi a spalancare le gambe. Voglio essere una mamma che bacia i figli prima di scuola senza avere il sapore di sperma sconosciuto in bocca. Voglio sentirmi pulita.»
Pausa. Respira profondo.
«Ma… voglio anche sentirmi sporca. Voglio sentirmi desiderata in quel modo animalesco, selvaggio, senza ritegno. Voglio che qualcuno mi prenda forte, mi schiaffeggi, mi riempia, mi umili… e poi mi abbracci dopo, mi baci la fronte e mi dica che sono bellissima lo stesso. Voglio entrambe le cose. Non riesco a scegliere. E ho paura che se scelgo una, l’altra mi mancherà da morire.»
La guardo negli occhi. Le prendo il viso tra le mani, piano.
«Allora non scegliere.»
Lei sbatte le palpebre.
«Sii tutto. Sii la mia compagna. La mia donna. La mia schiava quando ne hai bisogno. Il mio alter ego quando vuoi essere selvaggia. E io sarò lo stesso per te. Ti amerò teneramente quando vorrai coccole e baci lenti. Ti scoperò con dolcezza quando vorrai sentirti amata nel profondo. E ti tratterò da puttana quando la tua figa urlerà di essere usata, riempita, umiliata. Ti lascerò farti scopare da chi vuoi – camionisti, sconosciuti, amici miei, chiunque – con la mia totale complicità. Ti guarderò mentre godi sotto un altro, ti pulirò dopo con la lingua se vorrai, ti fotterò io subito dopo per ricordarti che alla fine torni sempre da me. Senza gelosia. Senza possesso malato. Solo amore libero.»
Le lacrime le rigano le guance. Ma sorride, un sorriso piccolo, tremante.
«Senza tabù? Senza filtri?»
«Senza tabù. Senza filtri. L’amore deve essere libertà, Livia. Deve dare libertà, non toglierla. Deve lasciarti essere la mamma dolce la mattina, la donna innamorata la sera, la troia ninfomane a notte fonda. E io sarò lì per ogni versione di te. Ti amerò porco quando vorrai essere porca. Ti amerò dolce quando vorrai essere fragile. L’importante è che sia amore. Vero. Libero.»
Lei si china verso di me. Mi bacia. Un bacio lento, profondo, bagnato di lacrime. Poi si stacca, mi guarda negli occhi.
«Allora… distruggi Marco. Distruggi tutto quello che ci tiene incatenati. Ma fallo in modo che non ci sia ritorno per lui… e che noi possiamo ricominciare puliti.»
Annuisco.
«Ho già mandato assaggi anonimi alla moglie e all’ispettore. Ho la chiavetta originale. Ho Matteo terrorizzato. Oggi pomeriggio chiamo Marco. Gli dico che ho tutto. Gli do 24 ore per sparire: dimettersi, lasciare la città, mollare ogni contatto con te e con la catena. Se non lo fa, mando tutto: alla moglie, al direttore, alla polizia se serve. E se prova a vendicarsi mandando copie… beh, io ho l’originale. E tu hai me.»
Lei appoggia la fronte contro la mia.
«Ti amo, Gianni. Porco e dolce insieme.»
Rido piano, le bacio il naso.
«Ti amo anch’io, puttana adorata. Donna mia.»
Accendo il motore. Torniamo verso casa sua. Ma stavolta non è più la sua prigione. È solo un punto di partenza.
Da oggi in poi, saremo liberi.
Di amarci teneramente.
Di scoparci selvaggiamente.
Di lasciarci essere tutto quello che vogliamo, istante per istante.
Senza catene.
Senza padrone.
Solo noi due.
E l’amore libero che abbiamo sempre entrambi desiderato, che ci siamo meritati.
La conoscenza – Parte sedicesima: L’equilibrio
Torniamo verso casa sua in silenzio, ma è un silenzio diverso. Non più di paura. È carico di elettricità, di promesse, di un futuro che stiamo costruendo insieme, mattone dopo mattone, perversione dopo tenerezza.
Parcheggio di nuovo nella via laterale. Livia non scende subito. Si gira verso di me, mi prende la mano e la stringe forte.
«Gianni… dobbiamo trovare un equilibrio. Non voglio un altro padrone. Non voglio catene, nemmeno dorate.»
Annuisco. «Dimmi come lo vedi tu.»
Lei respira profondo, gli occhi azzurri che brillano di una luce nuova.
«Matteo resta mio marito di facciata. Per i figli, per la scuola, per il condominio. Nessuno deve sapere. Ma da oggi in poi deve rispettarmi. Niente più umiliazioni gratuite, niente più ordini, niente più “prestami tua moglie”. Se prova a toccarmi senza il mio consenso, o se solo alza la voce… tu intervieni. E lui sa già cosa rischi. La chiavetta è nelle tue mani.»
«Va bene» dico piano. «Matteo sarà solo un nome sul campanello. Niente di più.»
Livia continua, la voce che si scalda.
«E io… io sarò libera. Potrò frequentare tutti gli uomini che voglio. Camionisti, sconosciuti, amici… chiunque mi faccia bagnare la figa. Ma non più per obbligo, non più per ricatto. Solo perché mi va. E tu… tu sarai sempre lì. Il mio complice. Il mio porco preferito. Sceglieremo insieme i maschi, li guarderemo, li porteremo in macchina, in motel, a casa tua. Tu mi vedrai mentre mi fanno godere, mentre mi riempiono, mentre mi trattano da troia… e poi mi riprenderai tu, mi bacerai, mi dirai che sono bellissima anche quando ho il viso sporco di sperma.»
Mi sorride, un sorriso malizioso e tenero insieme.
«Quando vorrò essere mamma e la tua donna, sarò solo tua. Ti preparerò la cena, ti abbraccerò sul divano, ti farò l’amore dolcemente, lentamente, guardandoti negli occhi. Ti darò tutta me stessa, il cuore e il corpo. Ma quando la mia figa urlerà di essere usata… sarai tu a portarmi dove voglio, a guardarmi mentre mi apro, a partecipare se ti va. Sarai il mio alter ego porco. Sarai tutto.»
Le accarezzo il viso, le passo il pollice sulle labbra.
«Esatto. Amore libero. Amore sincero. Senza tabù, senza filtri. L’amore deve dare libertà, non toglierla. Sarà porco quando vorrai essere porca. Sarà dolce quando vorrai essere fragile. E sarà sempre nostro.»
Lei mi bacia, piano, poi più forte. Un bacio che sa di lacrime passate e di futuro bagnato.
«C’è solo una cosa» aggiungo, sorridendo. «Roberta. La donna che mi ha aiutato. Quella che ha trovato i nomi, gli indirizzi, che ha fatto le telefonate. Ha un debole per me da quindici anni. E ora vuole incontrarti. Vuole vedere in faccia la “troia ninfomane” che mi ha fatto perdere la testa. E… vuole giocare. A casa mia. Noi tre.»
Livia alza un sopracciglio, un lampo di curiosità misto a gelosia e eccitazione.
«Roberta… la tua ex amante esibizionista? Quella dei pescatori?»
«Esatto. È bella, 55 anni, ancora una bomba. E ha detto che vuole vederti. Che magari… diventiamo un trio. O qualcosa di più forte.»
Livia resta in silenzio un secondo, poi ride piano, un riso basso e caldo.
«Portami da lei. Voglio conoscerla. Voglio vedere se la sua figa è affamata come la mia. Voglio vedere se riusciamo a farla impazzire insieme. E se… mi piace… magari la facciamo diventare la nostra terza. O la nostra complice porca quando vogliamo qualcosa di diverso.»
Le stringo la mano.
«Allora stasera. A casa mia. Ore 21. Solo noi tre. Niente fretta. Niente regole. Vediamo cosa succede. Magari vi guarderò mentre vi esplorate. Magari vi scoperò entrambe. Magari vi farò venire mentre vi baciate. O magari diventerà qualcosa di ancora più forte… qualcosa che non abbiamo mai provato.»
Livia mi bacia di nuovo, più famelica.
«Portami a casa adesso. Devo preparare i ragazzi e dire a Matteo che da oggi le cose cambiano. Poi stasera… vengo da te. Con Roberta. E vediamo quanto possiamo essere liberi.»
Scende dalla macchina. Prima di chiudere la portiera si gira.
«Ti amo, Gianni. Come donna. Come puttana. Come tutto.»
«Ti amo anch’io, Livia. Libera. Mia. Nostra.»
La guardo rientrare nel palazzo. Poi accendo il motore e mando un messaggio a Roberta.
Io
“Stasera ore 21 da me. Porta vino e voglia di giocare. Livia viene. E vuole conoscerti… molto da vicino. Preparati. Sarà forte.”
Roberta risponde in trenta secondi.
Roberta
“Finalmente. Non vedo l’ora di vedere se la tua nuova troia regge il confronto con me. Porta anche tu qualcosa di duro. Ci vediamo stasera, porco.”
Sorrido. Il cerchio si chiude.
Matteo resta il marito di facciata.
Livia sarà libera di essere tutto ciò che vuole.
Io sarò il suo uomo, il suo complice, il suo porco, il suo rifugio.
E stasera… stasera a casa mia, con Roberta, scopriremo quanto può essere bello, sporco, dolce e selvaggio un amore veramente libero.

Se vuoi mi trovi qui: impotente@proton.me

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2026-03-23
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