La prima umiliazione

di
genere
confessioni

Le prime chiamate arrivano quasi subito. Poi ne seguono altre, sempre più numerose. Alcune durano pochi secondi. Rispondo, ma dall'altra parte non si sente nulla. Dopo un breve silenzio la comunicazione si interrompe. Altre volte arrivano messaggi con poche parole, spesso senza una vera domanda o senza spiegare come abbiano trovato il numero.
Dalle conversazioni che riesco ad avere capisco che a leggere quella scritta sono persone molto diverse tra loro. Alcune sembrano molto giovani, altre hanno una voce più adulta. Ci sono studenti, lavoratori, uomini che chiamano durante una pausa, altri che telefonano la sera o nei fine settimana. Ognuno arriva con motivazioni diverse: curiosità, interesse, voglia di capire o semplice impulso.
Molti, però, si rivelano dei perditempo. Chiamano solo per verificare se il numero esiste davvero, restano in silenzio aspettando che sia io a parlare oppure interrompono la conversazione dopo poche frasi. Alcuni inviano messaggi e, quando rispondo, non scrivono più. Altri fanno domande senza avere una reale intenzione di proseguire il contatto.
Con il tempo imparo a non dare troppo peso a questi comportamenti. So che un numero lasciato su una parete può attirare chiunque e che non tutti hanno un interesse reale. Nonostante questo continuo a rispondere alle chiamate e a leggere ogni messaggio. Tra tanti contatti inconcludenti potrebbe essercene uno diverso, quello della persona che sto cercando fin dall'inizio.
Con il passare dei giorni mi accorgo che molte persone chiamano senza avere davvero capito il significato della frase che ho scritto. Alcuni credono di poter decidere loro come dovrebbe svolgersi un eventuale incontro. Altri cercano di contrattare, di proporre condizioni diverse o di spostare la conversazione su quello che interessa a loro. In quei momenti capisco subito che non sono le persone che sto cercando.
La mia richiesta è semplice. Cerco uno sconosciuto disposto ad accettare la sottomissione nei miei confronti. Questo significa che le condizioni le stabilisco io. Non è una proposta da discutere o da modificare fino a trovare un compromesso. Se qualcuno decide di contattarmi, lo fa sapendo cosa ho scritto sulla parete. È libero di accettarlo oppure di non farlo.
Non pretendo che tutti siano interessati. Anzi, so benissimo che per molti una richiesta del genere non ha alcun senso. Proprio per questo non cerco di convincere nessuno. Se durante una telefonata o uno scambio di messaggi capisco che la persona vuole qualcosa di diverso, chiudo la conversazione senza problemi. Non ha senso perdere tempo quando gli obiettivi sono incompatibili.
Anche per questo molti contatti si interrompono quasi subito. Alcuni erano soltanto curiosi, altri avevano chiamato per gioco, altri ancora avevano immaginato una situazione completamente diversa. Tra tutti quei messaggi e quelle telefonate, però, continuo ad aspettare qualcuno che abbia letto davvero quella frase e che sia disposto ad accettarla così com'è, senza cercare di cambiarne il significato o le condizioni.
Per diverso tempo le cose continuano nello stesso modo. Chiamate interrotte, messaggi senza seguito, persone che spariscono dopo poche parole. Comincio quasi ad aspettarmelo. Ogni volta che il telefono squilla rispondo senza farmi troppe illusioni.
Poi arriva un messaggio diverso dagli altri.
Non è particolarmente lungo, ma è chiaro. Chi lo ha scritto dice di avere letto la frase sul muro e di voler capire meglio cosa intendo. Non fa battute, non cerca di provocarmi e non prova a cambiare il significato di quello che ho scritto. Rispondo e la conversazione continua.
Nei giorni successivi ci sentiamo ancora. A differenza di molti altri, lui non scompare dopo i primi messaggi. Se non può rispondere, lo fa più tardi. Se gli faccio una domanda, risponde senza evitare l'argomento. La conversazione procede con calma, senza fretta.
Mi racconta di essere piuttosto giovane. Non mi interessa tanto la sua età quanto il modo in cui affronta la conversazione. Non cerca di imporsi, non pretende di stabilire lui le regole e non prova a trasformare quello che cerco in qualcosa di diverso. Ascolta, fa domande quando serve e accetta che sia io a guidare il dialogo.
Per la prima volta ho l'impressione di parlare con una persona che potrebbe corrispondere a quello che avevo immaginato quando ho scritto quella frase sulla parete del bagno. Non significa che abbia già deciso qualcosa. Voglio capire chi ho davanti, se quello che dice corrisponde davvero a ciò che pensa e se è consapevole di quello che mi sta proponendo.
Continuo quindi a sentirlo. I giorni diventano settimane e la conversazione non si interrompe. Mentre molti altri contatti sono durati pochi minuti o poche ore, lui rimane. È il primo sconosciuto che non sparisce e che continua a cercarmi con la stessa costanza con cui io continuo a rispondergli.
Dopo aver appurato che ha vent'anni, decido di spiegargli subito le mie condizioni. Non voglio lasciare dubbi su quello che sto cercando e su come immagino il percorso.
Gli dico chiaramente che, se vuole arrivare a incontrarmi, deve accettare il mio modo di gestire la situazione. Ogni passo deve essere rispettato. Non voglio fretta, non voglio improvvisazioni e non voglio qualcuno che cambi idea o cerchi di prendere il controllo della situazione.
Gli spiego che il percorso parte dalla fiducia e dalla capacità di seguire ciò che viene stabilito. Se decide di continuare a scrivermi e a conoscermi, deve farlo sapendo quali sono le mie condizioni e accettando che l'incontro avverrà solo quando io riterrò che sia il momento giusto.
Non gli impongo di restare. La scelta è sua. Può accettare oppure può fermarsi. Ma, se sceglie di continuare, deve essere consapevole che ogni passo verso l'incontro dipende dal rispetto reciproco e dalla volontà di entrambi.
Gli dico di lasciare una sua foto nel cesso del centro. È lì che ho iniziato a scrivere quelle frasi e a cercare qualcuno. Ora voglio vedere se anche lui è disposto a lasciare un segno, qualcosa che dimostri che non è soltanto una delle tante persone passate da quella scritta.
Il giorno successivo è sabato e passo di li,lo stupore nel aver trovato la foto è tanta.
Siccome il tempo che ho non è tanto decido di agire subito,getto la sua foto nel cesso e dopo essermi piegata e aver rivolto le mie naticone,senza toccare,verso il cesso,spingo con forza nel tentativo di fare presto.
Dopo una serie di tentativi,conditi da gemiti di sforzo,finalmente sento il "plop".
Un gemito piu forte che mi porta a chiudere gli occhi dal godimento.
Mi giro.
Un solo enorme pezzo che copriva di peso la foto galleggiando sull acqua di un cesso pubblico.
Faccio una foto da mandargli.
scritto il
2026-07-07
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