La prostituta dopo la maturità
di
ArtAl
genere
confessioni
Cinque anni possono sembrare lunghissimi quando li stai vivendo e brevissimi quando ti giri indietro. Se qualcuno mi avesse chiesto all'inizio del liceo come immaginavo l'ultimo giorno di scuola, probabilmente avrei risposto che non vedevo l'ora che finisse tutto. E invece, arrivato davvero a quel momento, mi accorsi che non era così semplice.
Mi chiamo Andrea e, per tutta la scuola superiore, sono sempre stato quello silenzioso. Non ero il più bravo della classe, ma nemmeno quello che prendeva brutti voti. Ero quello che stava in mezzo, quello che parlava quando serviva e che il resto del tempo ascoltava gli altri. All'inizio mi dava fastidio essere così, poi ci avevo fatto l'abitudine. In fondo ogni gruppo ha quello che racconta le barzellette, quello che organizza tutto, quello che litiga con i professori... e quello che ascolta. Io ero quest'ultimo.
Il nostro gruppo si era formato quasi per caso durante il primo anno. Il primo giorno ci eravamo ritrovati negli stessi banchi in fondo all'aula e da allora, senza neanche deciderlo davvero, avevamo continuato a stare insieme. Eravamo in cinque.
Marco era quello che prendeva qualsiasi situazione e riusciva a trasformarla in una sfida. Se proponeva una cosa, era quasi impossibile dirgli di no. Aveva sempre la battuta pronta, conosceva mezzo mondo e sembrava non avere paura di niente.
Luca era il suo contrario solo in apparenza. Scherzava continuamente, prendeva in giro tutti, ma era anche quello che riusciva a calmare gli animi quando qualcuno esagerava. Se c'era da organizzare una festa o una serata, era sempre lui a creare il gruppo e a convincere tutti a venire.
Poi c'erano Matteo e Davide. Uno viveva praticamente per il calcio e riusciva a riportare qualsiasi conversazione alle partite della domenica. L'altro era quello che rideva per qualsiasi cosa. Bastava guardarlo in faccia perché iniziasse a ridere anche chi non aveva capito la battuta.
E infine c'ero io.
Non ero quello che raccontava molto della propria vita. Quando gli altri parlavano dei genitori, delle vacanze o delle cene in famiglia, io ascoltavo e basta. Se mi chiedevano qualcosa rispondevo, ma senza entrare nei dettagli. Nessuno ci faceva troppo caso. Col tempo era diventato normale.
Nei cinque anni di scuola avevamo fatto praticamente tutto insieme. Le interrogazioni improvvisate all'ultimo momento, i compiti copiati cinque minuti prima della campanella, le verifiche in cui ci passavamo foglietti sperando che il professore non se ne accorgesse, le uscite dopo scuola, le pizze il venerdì sera, le partite al campetto, le prese in giro reciproche che finivano sempre con una risata.
C'erano stati anche momenti meno divertenti. Un paio di insufficienze pesanti, professori che sembravano avercela con noi, settimane intere passate a studiare per recuperare. Ogni volta ci promettevamo che dall'anno dopo avremmo iniziato a impegnarci sul serio. Ogni settembre ce lo dicevamo di nuovo e ogni ottobre avevamo già smesso di crederci.
Gli anni passarono così, uno dietro l'altro, quasi senza accorgercene. Le facce dei professori cambiavano, le classi cambiavano, ma noi cinque continuavamo a ritrovarci negli stessi posti: il bar davanti alla scuola, il parcheggio all'uscita, il campetto dietro la palestra.
L'unica cosa che non era mai cambiata era il fatto che nessuno fosse mai venuto a casa mia.
Non era una decisione presa una volta per tutte. Semplicemente trovavo sempre una scusa. «Mia madre lavora.» «La casa è in disordine.» «Magari un'altra volta.» All'inizio qualcuno insisteva, poi smisero. Credo che pensassero fossi semplicemente molto riservato.
In realtà non mi pesava più di tanto. Quando uscivamo ci vedevamo sempre fuori: un giro in centro, una pizza, il cinema, il campetto. Nessuno aveva motivo di farsi domande.
Anche di mia madre parlavo poco. Gli altri sapevano solo il suo nome e che lavorava spesso fino a tardi. Quando mi chiedevano che lavoro facesse, rispondevo in modo vago. Dicevo che aveva orari strani e cambiavo discorso. Non era una bugia studiata, era diventata semplicemente un'abitudine.
Arrivammo così all'ultimo anno.
La maturità occupò gli ultimi mesi come una nuvola sopra la testa di tutti. Per settimane non si parlò d'altro. Chi diceva di non aver aperto un libro mentiva, chi sosteneva di essere tranquillo mentiva ancora di più. Anche Marco, che aveva sempre fatto il duro, il giorno prima della prima prova continuava a ripetere che sarebbe stato un disastro.
Poi, quasi all'improvviso, arrivò l'ultimo esame.
Quando uscii dall'edificio della scuola e vidi gli altri ad aspettarmi nel parcheggio, ebbi la sensazione che quei cinque anni fossero passati in un attimo. Nessuno di noi sapeva cosa avrebbe fatto dopo l'estate. Università, lavoro, città diverse. Per la prima volta capimmo che forse quella compagnia che ci sembrava destinata a durare per sempre avrebbe iniziato a cambiare.
Forse fu proprio per questo che quel pomeriggio nessuno aveva voglia di tornare a casa.
La sera dell'ultimo esame di maturità sembrava che il peso di cinque anni fosse sparito all'improvviso. Appena usciti da scuola eravamo tutti fuori di testa, urlavamo nel parcheggio come se fosse già estate e ci fossimo liberati di qualcosa che ci stava addosso da troppo tempo. Qualcuno tirava in aria i fogli degli appunti, altri si abbracciavano ridendo forte senza un motivo preciso, altri ancora camminavano avanti e indietro come se non sapessero dove mettere l’energia. Era quella confusione bella e caotica da fine scuola, quando tutto sembra possibile e niente sembra avere conseguenze.
Marco, che era sempre quello che voleva alzare il livello delle cose, a un certo punto disse: «Raga, facciamo qualcosa di assurdo per davvero stasera. Non la solita roba da ragazzini.»
«Tipo?» chiese Luca, già con quel sorriso mezzo provocatorio.
Marco rise, guardandoci uno per uno come se ci stesse mettendo alla prova. «Tipo andare da una prostituta. Tanto per dire che abbiamo chiuso la maturità come si deve.»
Per un secondo ci fu silenzio. Poi scoppiò una risata generale, di quelle un po’ nervose, un po’ troppo forti, come quando una cosa ti sorprende ma non vuoi essere quello che la prende sul serio per primo.
«Ma sei scemo,» disse uno dandogli una spinta. «Dove le tiri fuori ste idee?»
«Non è che dobbiamo farci un discorso filosofico,» rispose Marco ridendo. «È una cosa e basta. Una volta nella vita.»
«Sì vabbè,» aggiunse Luca, «poi domani non ci guardiamo più in faccia.»
Le battute si accavallavano, sempre più spinte, sempre più caotiche, e nel giro di pochi minuti la cosa da scherzo diventò qualcosa di mezzo serio. Nessuno voleva davvero tirarsi indietro per primo. E io restavo lì in mezzo, a ridere ogni tanto, più per non sembrare fuori posto che per convinzione.
Dentro però non mi convinceva niente. Sentivo una specie di fastidio, ma non abbastanza forte da farmi parlare. Con loro era sempre così: bastava poco per sembrare quello strano, quello che rovina l’atmosfera.
Ero sempre stato il più silenzioso del gruppo. Quello che ascolta, che annuisce, che lascia parlare gli altri. Nessuno era mai stato a casa mia. Non perché lo avessi vietato, ma perché avevo sempre trovato scuse: mia madre lavorava, era complicato, un’altra volta. Col tempo la cosa era semplicemente sparita.
Così salii in macchina con loro anche quella sera, senza dire davvero sì e senza dire davvero no.
Durante il tragitto l’aria non si abbassò nemmeno un secondo. La musica era alta, i finestrini abbassati, e dentro la macchina si alternavano risate e commenti sempre più stupidi per caricarsi a vicenda. Marco guidava con sicurezza, parlando come se conoscesse perfettamente il posto dove stavamo andando.
«Tranquilli, non è niente di strano,» diceva. «È pieno di gente là.»
«Sì sì, esperto della vita notturna,» lo prendeva in giro Luca. «Poi però ti fai prendere dal panico per chiedere informazioni.»
Ogni tanto qualcuno rideva troppo forte, poi calava il silenzio per qualche secondo, poi ripartiva una battuta per riempirlo. Sembrava che nessuno volesse davvero pensare a quello che stavamo facendo.
Quando arrivammo nella zona periferica, le strade si fecero più vuote, i lampioni più distanti, i palazzi più spenti. L’auto rallentò quasi automaticamente.
«Ok… qui dovrebbe essere,» disse qualcuno più piano del solito.
Ai lati della strada c’erano alcune donne ferme sotto i lampioni. Immobili, separate tra loro, ognuna nel proprio spazio. I miei amici iniziarono subito a commentare, abbassando i finestrini.
«Questa sembra incazzata con il mondo.»
«Quella no dai, sembra una prof in pausa sigaretta.»
«Raga ma siamo seri…» disse Luca ridendo nervosamente.
Marco si fermò davanti alla prima. Parlarono per pochi secondi, lei fece un gesto secco con la testa e l’auto ripartì tra risate e commenti.
«Vabbè, avanti,» disse Marco.
Successe ancora un paio di volte. Ogni volta un po’ meno entusiasmo, ogni volta un po’ più confusione. Le battute iniziavano a suonare forzate, come se la serata stesse perdendo senso.
«Qui non vuole nessuna,» sbuffò Luca.
«Che serata organizzata male,» disse un altro ridendo.
Alla fine Marco rallentò e si passò una mano sul viso. «Torniamo indietro. C’era quella donna all’inizio della strada che mi sembrava più disponibile.»
Fece inversione e ripercorremmo lentamente la via.
Fu allora che la vidi.
Era sotto un lampione più isolato degli altri. Non si muoveva come le altre, sembrava più ferma, più distante, come se non appartenesse del tutto a quel posto.
«Quella lì,» disse Marco rallentando.
L’auto si fermò.
Per un attimo mi sembrò che anche dentro la macchina si fosse abbassato tutto: le voci, la musica, persino il respiro degli altri.
Lei alzò lo sguardo e iniziò ad avvicinarsi.
In macchina sono seduto dietro proprio dal lato del marciapiede.
Lei alzò lo sguardo e iniziò ad avvicinarsi. In macchina sono seduto dietro proprio dal lato del marciapiede. Una signora di mezza età, vestita in minigonna di jeans cortissima, con il tessuto un po’ scolorito e segnato dall’uso, zeppe di sughero altissime che la costringevano a camminare con un passo lento e leggermente instabile sull’asfalto irregolare, smalto rosso sulle mani con qualche piccolo segno consumato sulle unghie, i capelli raccolti in fretta con qualche ciocca che scappava fuori e le cadeva sul collo, una canottiera scollatissima che metteva in evidenza un enorme seno, che grazie alla luce netta del lampione veniva risaltato insieme alle cosce formose e i polpacci massicci. Aveva anche piccoli dettagli quotidiani che si notavano solo da vicino: la pelle leggermente segnata dal freddo della sera, un trucco non perfettamente uniforme, e un’espressione neutra ma stanca, come di chi è abituato a stare lì da ore senza che succeda niente di diverso.
E io la riconobbi un istante prima che arrivasse al finestrino.
Il cuore mi cadde nello stomaco. Il respiro si spezzò.
Sentivo il cuore talmente da sentirlo battere in gola.
Rimasi immobile mentre il resto della macchina continuava a muoversi e parlare come se niente stesse succedendo.
Mi spostai leggermente verso il centro per non farmi vedere coperto anche dal buio.
Ascoltavo le voci ovattate che contrattavano i servizi e i prezzi.
Marco abbassò ancora un po' il finestrino. «Oh, ciao.»
Lei si avvicinò con calma, appoggiando una mano al bordo del finestrino. «Ciao ragazzi.»
Marco si guardò un attimo intorno, poi le chiese: «Quanto vuoi?»
«Trenta.»
Luca sbuffò con una risatina. «Solo trenta? Pensavo peggio.»
Matteo si sporse in avanti. «Raga, avevamo messo via più di così.»
Marco sorrise. «Dai, allora ci siamo.»
Continuavano a parlare tra loro come se fosse tutto normale. Io, invece, rimasi immobile, con gli occhi bassi e il cuore che mi batteva sempre più forte.
Cercavo solo di restare coperto dall'ombra dell'abitacolo e speravo che nessuno si voltasse verso di me.
Riuscii a dire sottovoce al mio amico di fianco che non avessi voglia prima che dicessero che eravamo in quattro.
Mi rispose che era anche lui indeciso prima di comunicarlo ai due davanti.
Luca si voltò verso di noi due sul retro. «Dai raga, ormai siamo qui. Che vi cambia?»
Sentii subito lo sguardo di tutti addosso, anche se cercavo di non alzare gli occhi. Il cuore mi accelerò ancora di più.
«Io… no,» dissi piano.
«Dai, non fare il finto timido adesso,» aggiunse Matteo ridendo.
Scossi la testa. «No, davvero… non mi va.»
Marco sospirò, come se stessi complicando una cosa semplice. «Oh, è una cosa normale, non è niente di che.»
«No,» ripetei, ancora più piano, quasi coperto dal rumore della strada. «No, proprio no.»
Luca provò a insistere, mezzo scherzando e mezzo serio. «Raga ma che fate, vi tirate indietro adesso?»
Io non risposi subito. Sentivo il peso del silenzio dentro l’auto, ma continuai soltanto a scuotere la testa, evitando qualsiasi sguardo. «No… davvero no.»
Per qualche secondo nessuno disse niente.
Il mio amico mi guardò, poi abbassò lo sguardo. Io aprii la portiera senza dire niente. Le gambe si muovevano prima ancora che la testa decidesse.
Vidi mia madre andare verso il lato sinistro e quindi colsi l opportunità per scendere velocemente.
Continua...
Mi chiamo Andrea e, per tutta la scuola superiore, sono sempre stato quello silenzioso. Non ero il più bravo della classe, ma nemmeno quello che prendeva brutti voti. Ero quello che stava in mezzo, quello che parlava quando serviva e che il resto del tempo ascoltava gli altri. All'inizio mi dava fastidio essere così, poi ci avevo fatto l'abitudine. In fondo ogni gruppo ha quello che racconta le barzellette, quello che organizza tutto, quello che litiga con i professori... e quello che ascolta. Io ero quest'ultimo.
Il nostro gruppo si era formato quasi per caso durante il primo anno. Il primo giorno ci eravamo ritrovati negli stessi banchi in fondo all'aula e da allora, senza neanche deciderlo davvero, avevamo continuato a stare insieme. Eravamo in cinque.
Marco era quello che prendeva qualsiasi situazione e riusciva a trasformarla in una sfida. Se proponeva una cosa, era quasi impossibile dirgli di no. Aveva sempre la battuta pronta, conosceva mezzo mondo e sembrava non avere paura di niente.
Luca era il suo contrario solo in apparenza. Scherzava continuamente, prendeva in giro tutti, ma era anche quello che riusciva a calmare gli animi quando qualcuno esagerava. Se c'era da organizzare una festa o una serata, era sempre lui a creare il gruppo e a convincere tutti a venire.
Poi c'erano Matteo e Davide. Uno viveva praticamente per il calcio e riusciva a riportare qualsiasi conversazione alle partite della domenica. L'altro era quello che rideva per qualsiasi cosa. Bastava guardarlo in faccia perché iniziasse a ridere anche chi non aveva capito la battuta.
E infine c'ero io.
Non ero quello che raccontava molto della propria vita. Quando gli altri parlavano dei genitori, delle vacanze o delle cene in famiglia, io ascoltavo e basta. Se mi chiedevano qualcosa rispondevo, ma senza entrare nei dettagli. Nessuno ci faceva troppo caso. Col tempo era diventato normale.
Nei cinque anni di scuola avevamo fatto praticamente tutto insieme. Le interrogazioni improvvisate all'ultimo momento, i compiti copiati cinque minuti prima della campanella, le verifiche in cui ci passavamo foglietti sperando che il professore non se ne accorgesse, le uscite dopo scuola, le pizze il venerdì sera, le partite al campetto, le prese in giro reciproche che finivano sempre con una risata.
C'erano stati anche momenti meno divertenti. Un paio di insufficienze pesanti, professori che sembravano avercela con noi, settimane intere passate a studiare per recuperare. Ogni volta ci promettevamo che dall'anno dopo avremmo iniziato a impegnarci sul serio. Ogni settembre ce lo dicevamo di nuovo e ogni ottobre avevamo già smesso di crederci.
Gli anni passarono così, uno dietro l'altro, quasi senza accorgercene. Le facce dei professori cambiavano, le classi cambiavano, ma noi cinque continuavamo a ritrovarci negli stessi posti: il bar davanti alla scuola, il parcheggio all'uscita, il campetto dietro la palestra.
L'unica cosa che non era mai cambiata era il fatto che nessuno fosse mai venuto a casa mia.
Non era una decisione presa una volta per tutte. Semplicemente trovavo sempre una scusa. «Mia madre lavora.» «La casa è in disordine.» «Magari un'altra volta.» All'inizio qualcuno insisteva, poi smisero. Credo che pensassero fossi semplicemente molto riservato.
In realtà non mi pesava più di tanto. Quando uscivamo ci vedevamo sempre fuori: un giro in centro, una pizza, il cinema, il campetto. Nessuno aveva motivo di farsi domande.
Anche di mia madre parlavo poco. Gli altri sapevano solo il suo nome e che lavorava spesso fino a tardi. Quando mi chiedevano che lavoro facesse, rispondevo in modo vago. Dicevo che aveva orari strani e cambiavo discorso. Non era una bugia studiata, era diventata semplicemente un'abitudine.
Arrivammo così all'ultimo anno.
La maturità occupò gli ultimi mesi come una nuvola sopra la testa di tutti. Per settimane non si parlò d'altro. Chi diceva di non aver aperto un libro mentiva, chi sosteneva di essere tranquillo mentiva ancora di più. Anche Marco, che aveva sempre fatto il duro, il giorno prima della prima prova continuava a ripetere che sarebbe stato un disastro.
Poi, quasi all'improvviso, arrivò l'ultimo esame.
Quando uscii dall'edificio della scuola e vidi gli altri ad aspettarmi nel parcheggio, ebbi la sensazione che quei cinque anni fossero passati in un attimo. Nessuno di noi sapeva cosa avrebbe fatto dopo l'estate. Università, lavoro, città diverse. Per la prima volta capimmo che forse quella compagnia che ci sembrava destinata a durare per sempre avrebbe iniziato a cambiare.
Forse fu proprio per questo che quel pomeriggio nessuno aveva voglia di tornare a casa.
La sera dell'ultimo esame di maturità sembrava che il peso di cinque anni fosse sparito all'improvviso. Appena usciti da scuola eravamo tutti fuori di testa, urlavamo nel parcheggio come se fosse già estate e ci fossimo liberati di qualcosa che ci stava addosso da troppo tempo. Qualcuno tirava in aria i fogli degli appunti, altri si abbracciavano ridendo forte senza un motivo preciso, altri ancora camminavano avanti e indietro come se non sapessero dove mettere l’energia. Era quella confusione bella e caotica da fine scuola, quando tutto sembra possibile e niente sembra avere conseguenze.
Marco, che era sempre quello che voleva alzare il livello delle cose, a un certo punto disse: «Raga, facciamo qualcosa di assurdo per davvero stasera. Non la solita roba da ragazzini.»
«Tipo?» chiese Luca, già con quel sorriso mezzo provocatorio.
Marco rise, guardandoci uno per uno come se ci stesse mettendo alla prova. «Tipo andare da una prostituta. Tanto per dire che abbiamo chiuso la maturità come si deve.»
Per un secondo ci fu silenzio. Poi scoppiò una risata generale, di quelle un po’ nervose, un po’ troppo forti, come quando una cosa ti sorprende ma non vuoi essere quello che la prende sul serio per primo.
«Ma sei scemo,» disse uno dandogli una spinta. «Dove le tiri fuori ste idee?»
«Non è che dobbiamo farci un discorso filosofico,» rispose Marco ridendo. «È una cosa e basta. Una volta nella vita.»
«Sì vabbè,» aggiunse Luca, «poi domani non ci guardiamo più in faccia.»
Le battute si accavallavano, sempre più spinte, sempre più caotiche, e nel giro di pochi minuti la cosa da scherzo diventò qualcosa di mezzo serio. Nessuno voleva davvero tirarsi indietro per primo. E io restavo lì in mezzo, a ridere ogni tanto, più per non sembrare fuori posto che per convinzione.
Dentro però non mi convinceva niente. Sentivo una specie di fastidio, ma non abbastanza forte da farmi parlare. Con loro era sempre così: bastava poco per sembrare quello strano, quello che rovina l’atmosfera.
Ero sempre stato il più silenzioso del gruppo. Quello che ascolta, che annuisce, che lascia parlare gli altri. Nessuno era mai stato a casa mia. Non perché lo avessi vietato, ma perché avevo sempre trovato scuse: mia madre lavorava, era complicato, un’altra volta. Col tempo la cosa era semplicemente sparita.
Così salii in macchina con loro anche quella sera, senza dire davvero sì e senza dire davvero no.
Durante il tragitto l’aria non si abbassò nemmeno un secondo. La musica era alta, i finestrini abbassati, e dentro la macchina si alternavano risate e commenti sempre più stupidi per caricarsi a vicenda. Marco guidava con sicurezza, parlando come se conoscesse perfettamente il posto dove stavamo andando.
«Tranquilli, non è niente di strano,» diceva. «È pieno di gente là.»
«Sì sì, esperto della vita notturna,» lo prendeva in giro Luca. «Poi però ti fai prendere dal panico per chiedere informazioni.»
Ogni tanto qualcuno rideva troppo forte, poi calava il silenzio per qualche secondo, poi ripartiva una battuta per riempirlo. Sembrava che nessuno volesse davvero pensare a quello che stavamo facendo.
Quando arrivammo nella zona periferica, le strade si fecero più vuote, i lampioni più distanti, i palazzi più spenti. L’auto rallentò quasi automaticamente.
«Ok… qui dovrebbe essere,» disse qualcuno più piano del solito.
Ai lati della strada c’erano alcune donne ferme sotto i lampioni. Immobili, separate tra loro, ognuna nel proprio spazio. I miei amici iniziarono subito a commentare, abbassando i finestrini.
«Questa sembra incazzata con il mondo.»
«Quella no dai, sembra una prof in pausa sigaretta.»
«Raga ma siamo seri…» disse Luca ridendo nervosamente.
Marco si fermò davanti alla prima. Parlarono per pochi secondi, lei fece un gesto secco con la testa e l’auto ripartì tra risate e commenti.
«Vabbè, avanti,» disse Marco.
Successe ancora un paio di volte. Ogni volta un po’ meno entusiasmo, ogni volta un po’ più confusione. Le battute iniziavano a suonare forzate, come se la serata stesse perdendo senso.
«Qui non vuole nessuna,» sbuffò Luca.
«Che serata organizzata male,» disse un altro ridendo.
Alla fine Marco rallentò e si passò una mano sul viso. «Torniamo indietro. C’era quella donna all’inizio della strada che mi sembrava più disponibile.»
Fece inversione e ripercorremmo lentamente la via.
Fu allora che la vidi.
Era sotto un lampione più isolato degli altri. Non si muoveva come le altre, sembrava più ferma, più distante, come se non appartenesse del tutto a quel posto.
«Quella lì,» disse Marco rallentando.
L’auto si fermò.
Per un attimo mi sembrò che anche dentro la macchina si fosse abbassato tutto: le voci, la musica, persino il respiro degli altri.
Lei alzò lo sguardo e iniziò ad avvicinarsi.
In macchina sono seduto dietro proprio dal lato del marciapiede.
Lei alzò lo sguardo e iniziò ad avvicinarsi. In macchina sono seduto dietro proprio dal lato del marciapiede. Una signora di mezza età, vestita in minigonna di jeans cortissima, con il tessuto un po’ scolorito e segnato dall’uso, zeppe di sughero altissime che la costringevano a camminare con un passo lento e leggermente instabile sull’asfalto irregolare, smalto rosso sulle mani con qualche piccolo segno consumato sulle unghie, i capelli raccolti in fretta con qualche ciocca che scappava fuori e le cadeva sul collo, una canottiera scollatissima che metteva in evidenza un enorme seno, che grazie alla luce netta del lampione veniva risaltato insieme alle cosce formose e i polpacci massicci. Aveva anche piccoli dettagli quotidiani che si notavano solo da vicino: la pelle leggermente segnata dal freddo della sera, un trucco non perfettamente uniforme, e un’espressione neutra ma stanca, come di chi è abituato a stare lì da ore senza che succeda niente di diverso.
E io la riconobbi un istante prima che arrivasse al finestrino.
Il cuore mi cadde nello stomaco. Il respiro si spezzò.
Sentivo il cuore talmente da sentirlo battere in gola.
Rimasi immobile mentre il resto della macchina continuava a muoversi e parlare come se niente stesse succedendo.
Mi spostai leggermente verso il centro per non farmi vedere coperto anche dal buio.
Ascoltavo le voci ovattate che contrattavano i servizi e i prezzi.
Marco abbassò ancora un po' il finestrino. «Oh, ciao.»
Lei si avvicinò con calma, appoggiando una mano al bordo del finestrino. «Ciao ragazzi.»
Marco si guardò un attimo intorno, poi le chiese: «Quanto vuoi?»
«Trenta.»
Luca sbuffò con una risatina. «Solo trenta? Pensavo peggio.»
Matteo si sporse in avanti. «Raga, avevamo messo via più di così.»
Marco sorrise. «Dai, allora ci siamo.»
Continuavano a parlare tra loro come se fosse tutto normale. Io, invece, rimasi immobile, con gli occhi bassi e il cuore che mi batteva sempre più forte.
Cercavo solo di restare coperto dall'ombra dell'abitacolo e speravo che nessuno si voltasse verso di me.
Riuscii a dire sottovoce al mio amico di fianco che non avessi voglia prima che dicessero che eravamo in quattro.
Mi rispose che era anche lui indeciso prima di comunicarlo ai due davanti.
Luca si voltò verso di noi due sul retro. «Dai raga, ormai siamo qui. Che vi cambia?»
Sentii subito lo sguardo di tutti addosso, anche se cercavo di non alzare gli occhi. Il cuore mi accelerò ancora di più.
«Io… no,» dissi piano.
«Dai, non fare il finto timido adesso,» aggiunse Matteo ridendo.
Scossi la testa. «No, davvero… non mi va.»
Marco sospirò, come se stessi complicando una cosa semplice. «Oh, è una cosa normale, non è niente di che.»
«No,» ripetei, ancora più piano, quasi coperto dal rumore della strada. «No, proprio no.»
Luca provò a insistere, mezzo scherzando e mezzo serio. «Raga ma che fate, vi tirate indietro adesso?»
Io non risposi subito. Sentivo il peso del silenzio dentro l’auto, ma continuai soltanto a scuotere la testa, evitando qualsiasi sguardo. «No… davvero no.»
Per qualche secondo nessuno disse niente.
Il mio amico mi guardò, poi abbassò lo sguardo. Io aprii la portiera senza dire niente. Le gambe si muovevano prima ancora che la testa decidesse.
Vidi mia madre andare verso il lato sinistro e quindi colsi l opportunità per scendere velocemente.
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