Giulia - Un risveglio più consapevole (7)

di
genere
prime esperienze

Marco ha passato una notte d’inferno. Lo sentivo agitarsi nell’altra stanza, alzarsi, camminare avanti e indietro, tornare a letto sospirando. Quando al mattino è uscito in cucina aveva le occhiaie profonde, lo sguardo spento e le spalle curve. Io, invece, mi sentivo strana. Radiosa. Come se qualcosa dentro di me si fosse sbloccato la sera prima, sul divano. Non era solo il sesso. Era il potere. Averlo fatto cedere, averlo visto perdere il controllo, averlo avuto sotto di me. E, in un angolo oscuro della mia mente, c’era anche altro: un senso di vendetta silenziosa contro Francesca, mia madre. Lei mi aveva umiliata, picchiata, confinato. Ora stavo scopando il suo uomo. Il compagno che lei credeva fedele. Ogni volta che lo toccavo sentivo una scarica di soddisfazione malata.
Ci siamo seduti a colazione in silenzio. Lui non riusciva a guardarmi negli occhi. Io, al contrario, lo fissavo senza pudore, sorridendo appena, consapevole del mio seno che premeva contro la maglietta leggera.
«Hai dormito male?» gli ho chiesto, fingendo innocenza.
«Sì… incubi» ha risposto a bassa voce, versandosi il caffè con mani che tremavano leggermente.
«Incubi su di me?» ho insistito, piegandomi un po’ in avanti così che il décolleté si aprisse. «O su quanto sei stato bravo a leccarmi ieri sera?»
Ha arrossito violentemente e ha abbassato lo sguardo.
Dopo colazione sono andata in camera. Prima di chiamarlo ho preso l’iPad, l’ho posato sulla scrivania con l’obiettivo rivolto verso il letto e ho avviato la registrazione video. Poi ho aspettato qualche minuto e ho chiamato con voce falsa:
«Marco! C’è un ragno enorme nel bagno di camera! Aiutami!»
È arrivato quasi di corsa, ancora in pantaloncini e maglietta. È entrato nel bagno, ha guardato intorno confuso.
«Dove?»
Ho chiuso la porta alle sue spalle e mi sono messa contro, il seno alto e sodo in evidenza.
«Non c’è nessun ragno» ho detto piano, sorridendo. «Volevo solo parlarti. E… altro. Voglio di nuovo il tuo cazzo. E la tua lingua.»
Il suo viso si è chiuso. Ha fatto un passo indietro, gli occhi pieni di panico e desiderio.
«Giulia, no. Quello di ieri sera… è stato un errore. Non deve più succedere. Sono il tuo… Francesca…»
«Francesca non c’è» l’ho interrotto, avvicinandomi. «Francesca è a Boston a fare la dirigente. E intanto il suo uomo sta qui con me. Con questo corpo.» Mi sono toccata il seno attraverso la maglietta. «Guarda. Sodo, alto, giovane. Non come il suo, che inizia a cedere. Lei ha quasi cinquant’anni, Marco. Io ne ho diciotto. Dimmi la verità… preferisci toccare queste o le sue?»
Ha cercato di resistere. Ha parlato di responsabilità, di quant’ero giovane, di quant’era sbagliato. Io non mi sono fermata. Gli ho messo le mani sul petto, poi più in basso, stringendogli il cazzo già mezzo duro attraverso i pantaloncini.
«Smettila di fare il bravo marito e patrigno modello» ho sussurrato contro le sue labbra. «Ieri mi hai leccato il culo sporco e mi hai sborrato addosso. Oggi non fare il santo.»
L’ho baciato. All’inizio teneva le labbra chiuse, poi ha ceduto di nuovo, con un gemito di sconfitta. Mentre lo baciavo pensavo a mia madre a Boston, ignara, e un sorriso crudele mi è salito dentro. E sapevo che l’iPad stava registrando tutto.
L’ho spinto a sedersi sul bordo del letto.
«Massaggiami i piedi» gli ho ordinato, con una voce ferma. «E poi leccali. Come si fa con una padrona.»
Ha obbedito. Mi ha preso un piede, poi l’altro, e ha iniziato a massaggiarli con le dita esperte. Il calore delle sue mani mi ha fatto chiudere gli occhi. Poi, lentamente, l’ho spinto più in basso.
«Leccami» ho ripetuto. «Adorami i piedi. Come un bravo cagnolino. Francesca non ti farebbe mai fare una cosa del genere, vero? Lei è troppo “perbene”. Io invece… io ti faccio fare tutto.»
Ha esitato solo un secondo. Poi ha abbassato la testa e ha iniziato a leccare. Lingua calda e umida sulla pianta, tra le dita, sulla caviglia, succhiando piano. L’odore dei miei piedi, leggero di sudore della notte, si mescolava al suo respiro. Io guardavo dall’alto e, per la prima volta, capivo cosa provava Nael quando mi dominava. Quel senso di potere, di possesso, di avere qualcuno che si umiliava per il tuo piacere. Era eccitante in un modo diverso. Più freddo, più consapevole. E mi piaceva.
«Bravo… continua» ho gemuto. «Senti che sapore ha il piede di una diciottenne? Meglio di quello di mia madre, no?»
Quando ho deciso che bastava, mi sono alzata, gli ho spinto le spalle all’indietro sul materasso e gli sono salita sopra. Mi sono seduta sulla sua faccia, in modo quasi brutale. Gli ho posato la fica e il culo sul viso, premendo con tutto il peso.
«Leccami. Tutto. Non fermarti. Pulisci. Mia madre non ti ha mai fatto annusare e leccare un culo così giovane e stretto, vero?»
Marco ha obbedito. La sua lingua ha iniziato a lavorare sulla mia fica già umida e gonfia, leccando le labbra, il clitoride, entrando tra le pieghe. Poi è scesa sul buco del culo. Sapevo di non essere pulita. Non mi faccio mai il bidet dopo essere andata in bagno, e non mi pulisco mai davvero bene, e questa mattina ci ho messo ancora meno cura. L’odore era forte, terroso, leggermente acre e fecale. Lui ha leccato lo stesso, in profondità, con una fame disperata. La lingua gli è entrata facilmente nel mio ano, ormai allargato e allenato dalle settimane con Nael. Mi leccava con una devozione quasi patetica, ripulendomi, assaporando tutto. Il sapore doveva essere intenso, sporco, ma lui non si fermava. Io mi muovevo sopra di lui, premendo di più, godendo della sensazione di dominarlo completamente.
«Sì… così… leccami il culo sporco» ansimavo. «Nael mi ha allargata bene, vero? Sentilo quanto è aperto. E pensa che questo culo, queste tette, questa fica… sono più belle di quelle di tua moglie. Lei è vecchia, Marco. Io no.»
Sono venuta così, squirting abbondante e caldo direttamente nella sua bocca e sul suo viso. Il mio succo gli è colato sul mento, sul collo. Lui ha inghiottito, tossendo appena, ma senza allontanarmi. L’odore del mio orgasmo e del mio culo riempiva la stanza.
Poi mi sono girata, gli ho preso il cazzo – quello integro, con il prepuzio, spesso e caldo, meno lungo di quello di Nael ma comunque notevole – e ho iniziato a succhiarlo. Con fame, con tecnica. Ho fatto scorrere il prepuzio con le labbra, ho succhiato la cappella rosa, ho preso fino in gola. L’odore era maschile, caldo, leggermente più intenso a causa del prepuzio. Il sapore di pelle e pre-eiaculato mi riempiva la bocca. Lui gemette, le mani che cercavano i miei capelli ma senza osare guidarmi.
Mentre lo succhiavo avidamente, con la mano libera ho iniziato a esplorargli i glutei. Li ho accarezzati, poi li ho allargati con decisione. Il dito medio, già umido di saliva, l’ho premuto contro il suo buco del culo e l’ho infilato con prepotenza. Lui ha trasalito violentemente, un gemito strozzato gli è uscito dalla gola, le cosce si sono tese.
«Cazzo… Giulia… cosa…» ha cercato di protestare, ma la voce gli si è spezzata quando ho iniziato a ditaleggiarlo a fondo, curvo il dito cercando la prostata, mentre continuavo a succhiargli il cazzo con ritmo costante.
La sua reazione è stata immediata: il cazzo è diventato ancora più duro nella mia bocca, pulsava, e lui ansimava confuso, tra piacere e umiliazione. Le anche gli si muovevano involontariamente, spingendo contro il mio dito. Non si aspettava di essere penetrato così. Non si aspettava di godere di essere usato al contrario da me.
«Leccamela bene… e prendi il dito» ho detto tra una pompata e l’altra, alzando lo sguardo mentre lo ditaleggiavo. «Francesca ti ha mai messo un dito in culo? O è troppo “seria” anche per quello? Guarda come ti piace… sei tutto duro.»
Quando l’ho sentito abbastanza disperato, gli ho tolto il dito, gli sono montata sopra e l’ho infilato nella mia fica ancora fradicia. Ho iniziato a cavalcarlo. Forte, profondo, cercando il mio piacere. Le mie tette grandi, sode e perfette – pesanti, alte, con i capezzoli già duri – ondeggiavano a ogni movimento. Marco ha alzato le mani e le ha afferrate. Le dita gli si sono chiuse intorno alla carne morbida e soda, strizzando, palpeggiando, sfiorando i capezzoli con i pollici. Le accarezzava con una sensualità quasi riverente.
«Toccale» ho gemuto, spingendomi contro le sue mani. «Senti quanto sono sode. Non come quelle di mia madre, flaccide e molli. Queste sono da diciottenne. E tu le stai toccando mentre lei è a Boston a lavorare. Ti piace, vero? Tradirla con la figlia più bella e più giovane?»
Cavalcavo più forte, ansimando. Lui mi teneva i fianchi e i seni, gli occhi chiusi, come se non volesse vedere. Io guardavo il suo viso e pensavo a Nael: al suo cazzo enorme e circonciso, a come mi apriva senza pietà. Marco era diverso. Più caldo, più “normale”, e in quel momento mi bastava… ma volevo anche umiliarlo.
«Il cazzo di Nael è più grosso» gli ho detto guardandolo negli occhi mentre lo cavalcavo. «Molto più grosso. Quando mi scopa sento di essere completamente piena. Il tuo… è bello, ma non è lo stesso. Eppure ti sto scopando lo stesso. Perché mi piace vederti sotto di me. Mi piace dominarti. Mi fa sentire potente. Come lui si sente con me.»
Sono venuta di nuovo, contraendomi intorno a lui con spasmi forti. Pochi secondi dopo anche lui è esploso, riempiendomi di sborra calda e densa che sentivo pulsare dentro.
Ci siamo fermati ansimanti. Lui era già sconfortato, lo sguardo perso, i sensi di colpa che gli tornavano in faccia come un’onda. Tremava leggermente. Non sapeva che tutto – i piedi, il facesitting, il dito nel culo, la scopata – era stato filmato dall’iPad sulla scrivania, obiettivo puntato sul letto, registrazione silenziosa.
Io mi sono stesa accanto a lui, ancora nuda, i seni ancora caldi dalle sue mani, e ho parlato con voce calma, quasi crudele:
«Mi manca Nael. Mi manca il suo cazzo enorme. Il tuo è carino, Marco, ma non è paragonabile. E mi piace dominarti. Mi fa sentire… come se stessi prendendo qualcosa a mia madre. Il suo uomo. Le sue attenzioni. Tutto.»
Marco non ha risposto. Ha solo chiuso gli occhi e ha portato una mano sulla fronte. Il silenzio nella stanza era pesante.
Io sapevo già che non era finita. Che avrei voluto di più. Che il potere che avevo sentito quella mattina era qualcosa che volevo esplorare ancora. E che Marco, nonostante i sensi di colpa, nonostante lo sconforto, nonostante la vergogna di essere confrontato con Nael e con il corpo di mia madre, avrebbe finito per cedere di nuovo.
Fuori la casa era silenziosa. Dentro, tra noi due, qualcosa si era spostato ancora una volta. E non sapevo ancora dove ci avrebbe portati… ma sapevo che non mi sarei fermata. E che, ora, avevo anche la prova di tutto.
scritto il
2026-08-16
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