Valeria e Ornella
di
Massimo FKR
genere
dominazione
Il lunedì mattina si aprì sotto il segno di una complicità del tutto nuova, sepolta sotto la solita e apparentemente impeccabile routine aziendale. Le due donne lavoravano in uffici separati, ma il rapporto che ora le legava era stato irrimediabilmente riscritto dagli eventi del fine settimana. Entrambe si erano presentate al lavoro indossando abiti sobri, adatti al contesto professionale, ma la realtà sotto i vestiti era radicalmente diversa.
Per Ornella, ogni singolo movimento si era trasformato in un calvario fisico. La punizione decretata da Marco per la disobbedienza del venerdì sera era stata inflitta con fredda precisione: dieci colpi di canna sul sedere, che avevano lasciato la carne delle natiche rigata di strisce livide e dolorose. Sotto la gonna del tailleur, Ornella si sedette alla sua scrivania a fatica, muovendosi con un'estrema e forzata cautela e appoggiando il peso del corpo in modo innaturale per evitare il contatto diretto con la sedia. A ricordarle la sua perenne sottomissione vi era anche la presenza costante della sacca per la raccolta dell'urina, ancorata alla coscia destra.
Anche Valeria, nel suo ufficio, indossava un abbigliamento sobrio e conforme al codice aziendale. Eppure, nel suo modo di muoversi e di camminare, c'era un non so che di sottilmente sexy.
A metà mattinata, Valeria decise di spostarsi e andò a fare visita a Ornella nel suo ufficio, stringendo tra le mani un fascicolo aziendale come scusa formale. Si avvicinò alla scrivania della collega senza notare la sua postura sofferente o la fatica che Ornella faceva a stare seduta. Si sporse semplicemente in avanti, abbassando la voce in un sussurro udibile solo da loro due, con gli occhi accesi da una morbosa curiosità:
«Buongiorno, Ornella, come stai?», esordì, lasciando che un sorriso malizioso le illuminasse i lineamenti. «Senti... ho continuato a pensare a venerdì sera. Prima che mi riaccompagnasse alla macchina, Marco mi ha detto chiaramente che avevamo disobbedito e che ci sarebbero state delle conseguenze per te. Volevo chiederti... era una scusa per rimanere sola con me o hai veramente dovuto subire una punizione da parte sua?».
Ornella sollevò lentamente lo sguardo dal computer, mantenendo il più possibile un’espressione del viso perfettamente neutra e distaccata.
«No, Valeria, Marco non scherzava affatto», rispose Ornella con un sussurro. «Venerdì sera sono stata punita molto duramente, anche per colpa tua. Il mio uomo mi ha inflitto dieci colpi di canna sul sedere. Ne porto ancora tutti i segni ed è per questo che oggi riesco a sedermi solo a fatica».
Le parole di Ornella colpirono Valeria come una scarica elettrica. Sentire la conferma ravvicinata di quella punizione fisica così severa fece riaffiorare immediatamente nella sua mente le sculacciate decise che Marco le aveva dato sul sedile. Il pensiero della sottomissione di Ornella, unito alla consapevolezza che lui stesse governando entrambe, risvegliò il suo basso ventre. Il clitoride ricominciò a gonfiarsi, mentre una vampata di calore le infiammava il viso e le accelerava il respiro.
«Sulla punizione non posso dirti altro adesso, Valeria», continuò Ornella, spezzando quel silenzio denso. «Marco è stato categorico». Poi sollevò lo sguardo, fissandola dritta negli occhi:
«Oggi in pausa pranzo ci vediamo sulla terrazza, sul retro. Se vuoi ti mostrerò gli effetti della punizione sul mio sedere».
A quelle parole Valeria rimase paralizzata, incapace di rispondere. La mente le andò in tilt, travolta da impulsi violentemente contrastanti. Una parte di lei era incredibilmente eccitata all'idea di vedere i segni sul corpo di Ornella. Desiderava Marco, desiderava la Ornella…e l'immagine di un rapporto a tre o di assistere dal vivo a quelle punizioni le faceva mancare il fiato. Eppure esitava, frenata dalla paura di non essere pronta per un'esperienza così estrema.
«Lasciami pensare, non so se voglio vederti segnata», sussurrò infine, facendo un passo indietro.
Ornella si limitò a un cenno freddo del capo, tornando a concentrarsi sul monitor.
Valeria, con il cuore che le martellava nel petto, abbandonò in fretta la stanza e andò nel suo reparto. Entrò trafelata nei servizi igienici dell'ufficio, si chiuse a chiave in una cabina e, incapace di sopportare oltre quel supplizio, cominciò a darsi piacere in modo febbrile con le dita per liberarsi finalmente della tensione e dell'eccitazione insostenibile che le scuoteva il corpo.
La terrazza sul retro dell'ufficio era completamente deserta, immersa nel silenzio sospeso della pausa pranzo. Valeria varcò la soglia guardandosi intorno. Dopo lo sfogo solitario nei bagni, la tensione non si era affatto placata; al contrario, il suo clitoride pulsava nuovamente, vinto dall'ossessione per quel weekend passato, per la figura dominante di Marco e quella sottomessa di Ornella.
Lei l'attendeva vicino al parapetto di cemento. Sotto il tailleur perfettamente ricomposto, il suo corpo subiva l'invisibile costrizione della sacca ancorata alla coscia destra, mentre le natiche risentivano pesantemente del duro trattamento. Quando vide apparire la collega, Ornella mantenne il viso privo di espressioni, ma la sua voce risuonò ferma nel dettare i confini dell’incontro.
«Sei venuta, Valeria», sussurrò Ornella «Adesso ti mostro l'effetto della verga. Ma ricorda la regola di Marco: guarda pure, ma non azzardarti a toccarmi per nessun motivo, a meno che non sia io a dirtelo».
Valeria, col fiato corto e le labbra tese, si limitò ad annuire. Era del tutto incapace di opporsi a quella volontà che arrivava da lontano.
Ornella si voltò di schiena e si piegò in avanti, quasi a novanta gradi. Con gesti calmi e calcolati, si slacciò la gonna del tailleur e la abbassò quel tanto che bastava per coprire il davanti e il tubicino del catetere. L'impatto visivo tolse a Valeria ogni residuo di lucidità. Il sedere era profondamente segnato dai dieci colpi di canna del venerdì sera: strisce livide, gonfie e arrossate solcavano la pelle in orizzontale, prova visibile di una punizione severa. Intravide anche la parte superiore dell’anello anale, gonfio e in rilievo, segni evidenti di un utilizzo intenso.
Vedere Ornella ridotta a quell'esibizione di carne violata, unito al ricordo del proprio fine settimana, scatenò in Valeria un'eccitazione violenta. Ornella, percependo i respiri affannosi e i piccoli movimenti della collega alle sue spalle, inclinò appena la testa di lato e disse con voce lamentosa:
«Valeria... mi brucia molto. Avvicinati e allevia la mia sofferenza: inginocchiati e comincia a leccarmi le ferite, mentre cominci a darti piacere con la mano».
La richiesta azzerò gli ultimi freni inibitori di Valeria. Totalmente disarmata e preda di un desiderio selvaggio, fece un passo in avanti e si inginocchiò sul pavimento della terrazza, proprio dietro il corpo piegato della collega. Valeria si sporse e appoggiò le labbra sulla pelle segnata di Ornella, iniziando a sfiorare con la lingua le strisce livide lasciate dalla verga mentre lcon le dita cominciò a masturbarsi.
Il sapore caldo della carne, il bruciore delle ferite e lo stimolo della propria mano si fusero in un cortocircuito intollerabile. Ma proprio mentre Valeria, stringendo gli occhi e ansimando, sentiva l'orgasmo salire e stava per godere definitivamente, Ornella si rialzò di scatto. Si risistemò la gonna, riallacciandola in vita con un unico movimento rapido e definitivo.
«Resta giù. Non muoverti», le ordinò secca, bloccando ogni sua protesta sul nascere.
Valeria rimase immobile, ansante e con le mani a terra sul pavimento della terrazza. Sentì i passi della collega aggirarla e posizionarsi alle sue spalle. Un attimo dopo, le mani di Ornella afferrarono l'orlo della sua gonna, sollevandola e calandole le mutandine con un gesto fluido e deciso.
Prima che Valeria potesse realizzare quel cambio di dinamica, Ornella spinse due dita della mano destra dentro di lei, senza preavviso, mentre la teneva ferma con l’altra mano sulla schiena.
Il contrasto tra la freddezza del comando e il calore improvviso di quella penetrazione tesa tolse a Valeria ogni residuo controllo. Ornella iniziò a muovere le dita con un ritmo rapido e implacabile, assecondando l'eccitazione che Valeria aveva accumulato fino a quel momento. La costrizione di rimanere inginocchiata azzerò gli ultimi freni inibitori.
Bastarono pochi secondi. Valeria tentò di inarcare la schiena, stringendo i pugni contro il pavimento, mentre le dita di Ornella la spingevano oltre il limite, facendola crollare in un orgasmo violento e liberatorio che le strappò un gemito soffocato.
Ornella sfilò le dita e si posizionò davanti a lei.
«Pulisci», ordinò freddamente, sollevando la mano all'altezza del viso di Valeria.
Ancora scossa dai brividi dell'orgasmo e incapace di opporsi, Valeria sollevò lo sguardo. Aprì le labbra e accolse le dita di Ornella, leccandole con cura, una dopo l'altra, finché non furono completamente pulite.
Solo a quel punto Ornella ritirò la mano. Con gesti calmi e calcolati, si sistemò i vestiti, tornando in un attimo l'impeccabile professionista di sempre. Guardò la collega dall'alto e riprese a parlare:
«Il prossimo fine settimana Marco ti vuole come ospite nel nostro appartamento. Rimarrai con noi per l'intero weekend».
Valeria, col cuore che le martellava nel petto e il corpo ancora vibrante, la fissò dal basso, intrappolata tra il terrore di quell'invito e l'ossessione per il loro triangolo.
«Lasciami pensare...», sussurrò, rialzandosi a fatica e sistemandosi la gonna con le mani tremanti.
Ornella si limitò a un cenno gelido, sfilando il telefono dalla tasca per registrare l'esitazione e comunicarla a Marco. Valeria girò i tacchi e abbandonò la terrazza a passi rapidi, cercando il silenzio dei bagni dell'ufficio per lavarsi viso e ginocchia, e provare a ricomporsi prima del rientro in reparto.
Per Ornella, ogni singolo movimento si era trasformato in un calvario fisico. La punizione decretata da Marco per la disobbedienza del venerdì sera era stata inflitta con fredda precisione: dieci colpi di canna sul sedere, che avevano lasciato la carne delle natiche rigata di strisce livide e dolorose. Sotto la gonna del tailleur, Ornella si sedette alla sua scrivania a fatica, muovendosi con un'estrema e forzata cautela e appoggiando il peso del corpo in modo innaturale per evitare il contatto diretto con la sedia. A ricordarle la sua perenne sottomissione vi era anche la presenza costante della sacca per la raccolta dell'urina, ancorata alla coscia destra.
Anche Valeria, nel suo ufficio, indossava un abbigliamento sobrio e conforme al codice aziendale. Eppure, nel suo modo di muoversi e di camminare, c'era un non so che di sottilmente sexy.
A metà mattinata, Valeria decise di spostarsi e andò a fare visita a Ornella nel suo ufficio, stringendo tra le mani un fascicolo aziendale come scusa formale. Si avvicinò alla scrivania della collega senza notare la sua postura sofferente o la fatica che Ornella faceva a stare seduta. Si sporse semplicemente in avanti, abbassando la voce in un sussurro udibile solo da loro due, con gli occhi accesi da una morbosa curiosità:
«Buongiorno, Ornella, come stai?», esordì, lasciando che un sorriso malizioso le illuminasse i lineamenti. «Senti... ho continuato a pensare a venerdì sera. Prima che mi riaccompagnasse alla macchina, Marco mi ha detto chiaramente che avevamo disobbedito e che ci sarebbero state delle conseguenze per te. Volevo chiederti... era una scusa per rimanere sola con me o hai veramente dovuto subire una punizione da parte sua?».
Ornella sollevò lentamente lo sguardo dal computer, mantenendo il più possibile un’espressione del viso perfettamente neutra e distaccata.
«No, Valeria, Marco non scherzava affatto», rispose Ornella con un sussurro. «Venerdì sera sono stata punita molto duramente, anche per colpa tua. Il mio uomo mi ha inflitto dieci colpi di canna sul sedere. Ne porto ancora tutti i segni ed è per questo che oggi riesco a sedermi solo a fatica».
Le parole di Ornella colpirono Valeria come una scarica elettrica. Sentire la conferma ravvicinata di quella punizione fisica così severa fece riaffiorare immediatamente nella sua mente le sculacciate decise che Marco le aveva dato sul sedile. Il pensiero della sottomissione di Ornella, unito alla consapevolezza che lui stesse governando entrambe, risvegliò il suo basso ventre. Il clitoride ricominciò a gonfiarsi, mentre una vampata di calore le infiammava il viso e le accelerava il respiro.
«Sulla punizione non posso dirti altro adesso, Valeria», continuò Ornella, spezzando quel silenzio denso. «Marco è stato categorico». Poi sollevò lo sguardo, fissandola dritta negli occhi:
«Oggi in pausa pranzo ci vediamo sulla terrazza, sul retro. Se vuoi ti mostrerò gli effetti della punizione sul mio sedere».
A quelle parole Valeria rimase paralizzata, incapace di rispondere. La mente le andò in tilt, travolta da impulsi violentemente contrastanti. Una parte di lei era incredibilmente eccitata all'idea di vedere i segni sul corpo di Ornella. Desiderava Marco, desiderava la Ornella…e l'immagine di un rapporto a tre o di assistere dal vivo a quelle punizioni le faceva mancare il fiato. Eppure esitava, frenata dalla paura di non essere pronta per un'esperienza così estrema.
«Lasciami pensare, non so se voglio vederti segnata», sussurrò infine, facendo un passo indietro.
Ornella si limitò a un cenno freddo del capo, tornando a concentrarsi sul monitor.
Valeria, con il cuore che le martellava nel petto, abbandonò in fretta la stanza e andò nel suo reparto. Entrò trafelata nei servizi igienici dell'ufficio, si chiuse a chiave in una cabina e, incapace di sopportare oltre quel supplizio, cominciò a darsi piacere in modo febbrile con le dita per liberarsi finalmente della tensione e dell'eccitazione insostenibile che le scuoteva il corpo.
La terrazza sul retro dell'ufficio era completamente deserta, immersa nel silenzio sospeso della pausa pranzo. Valeria varcò la soglia guardandosi intorno. Dopo lo sfogo solitario nei bagni, la tensione non si era affatto placata; al contrario, il suo clitoride pulsava nuovamente, vinto dall'ossessione per quel weekend passato, per la figura dominante di Marco e quella sottomessa di Ornella.
Lei l'attendeva vicino al parapetto di cemento. Sotto il tailleur perfettamente ricomposto, il suo corpo subiva l'invisibile costrizione della sacca ancorata alla coscia destra, mentre le natiche risentivano pesantemente del duro trattamento. Quando vide apparire la collega, Ornella mantenne il viso privo di espressioni, ma la sua voce risuonò ferma nel dettare i confini dell’incontro.
«Sei venuta, Valeria», sussurrò Ornella «Adesso ti mostro l'effetto della verga. Ma ricorda la regola di Marco: guarda pure, ma non azzardarti a toccarmi per nessun motivo, a meno che non sia io a dirtelo».
Valeria, col fiato corto e le labbra tese, si limitò ad annuire. Era del tutto incapace di opporsi a quella volontà che arrivava da lontano.
Ornella si voltò di schiena e si piegò in avanti, quasi a novanta gradi. Con gesti calmi e calcolati, si slacciò la gonna del tailleur e la abbassò quel tanto che bastava per coprire il davanti e il tubicino del catetere. L'impatto visivo tolse a Valeria ogni residuo di lucidità. Il sedere era profondamente segnato dai dieci colpi di canna del venerdì sera: strisce livide, gonfie e arrossate solcavano la pelle in orizzontale, prova visibile di una punizione severa. Intravide anche la parte superiore dell’anello anale, gonfio e in rilievo, segni evidenti di un utilizzo intenso.
Vedere Ornella ridotta a quell'esibizione di carne violata, unito al ricordo del proprio fine settimana, scatenò in Valeria un'eccitazione violenta. Ornella, percependo i respiri affannosi e i piccoli movimenti della collega alle sue spalle, inclinò appena la testa di lato e disse con voce lamentosa:
«Valeria... mi brucia molto. Avvicinati e allevia la mia sofferenza: inginocchiati e comincia a leccarmi le ferite, mentre cominci a darti piacere con la mano».
La richiesta azzerò gli ultimi freni inibitori di Valeria. Totalmente disarmata e preda di un desiderio selvaggio, fece un passo in avanti e si inginocchiò sul pavimento della terrazza, proprio dietro il corpo piegato della collega. Valeria si sporse e appoggiò le labbra sulla pelle segnata di Ornella, iniziando a sfiorare con la lingua le strisce livide lasciate dalla verga mentre lcon le dita cominciò a masturbarsi.
Il sapore caldo della carne, il bruciore delle ferite e lo stimolo della propria mano si fusero in un cortocircuito intollerabile. Ma proprio mentre Valeria, stringendo gli occhi e ansimando, sentiva l'orgasmo salire e stava per godere definitivamente, Ornella si rialzò di scatto. Si risistemò la gonna, riallacciandola in vita con un unico movimento rapido e definitivo.
«Resta giù. Non muoverti», le ordinò secca, bloccando ogni sua protesta sul nascere.
Valeria rimase immobile, ansante e con le mani a terra sul pavimento della terrazza. Sentì i passi della collega aggirarla e posizionarsi alle sue spalle. Un attimo dopo, le mani di Ornella afferrarono l'orlo della sua gonna, sollevandola e calandole le mutandine con un gesto fluido e deciso.
Prima che Valeria potesse realizzare quel cambio di dinamica, Ornella spinse due dita della mano destra dentro di lei, senza preavviso, mentre la teneva ferma con l’altra mano sulla schiena.
Il contrasto tra la freddezza del comando e il calore improvviso di quella penetrazione tesa tolse a Valeria ogni residuo controllo. Ornella iniziò a muovere le dita con un ritmo rapido e implacabile, assecondando l'eccitazione che Valeria aveva accumulato fino a quel momento. La costrizione di rimanere inginocchiata azzerò gli ultimi freni inibitori.
Bastarono pochi secondi. Valeria tentò di inarcare la schiena, stringendo i pugni contro il pavimento, mentre le dita di Ornella la spingevano oltre il limite, facendola crollare in un orgasmo violento e liberatorio che le strappò un gemito soffocato.
Ornella sfilò le dita e si posizionò davanti a lei.
«Pulisci», ordinò freddamente, sollevando la mano all'altezza del viso di Valeria.
Ancora scossa dai brividi dell'orgasmo e incapace di opporsi, Valeria sollevò lo sguardo. Aprì le labbra e accolse le dita di Ornella, leccandole con cura, una dopo l'altra, finché non furono completamente pulite.
Solo a quel punto Ornella ritirò la mano. Con gesti calmi e calcolati, si sistemò i vestiti, tornando in un attimo l'impeccabile professionista di sempre. Guardò la collega dall'alto e riprese a parlare:
«Il prossimo fine settimana Marco ti vuole come ospite nel nostro appartamento. Rimarrai con noi per l'intero weekend».
Valeria, col cuore che le martellava nel petto e il corpo ancora vibrante, la fissò dal basso, intrappolata tra il terrore di quell'invito e l'ossessione per il loro triangolo.
«Lasciami pensare...», sussurrò, rialzandosi a fatica e sistemandosi la gonna con le mani tremanti.
Ornella si limitò a un cenno gelido, sfilando il telefono dalla tasca per registrare l'esitazione e comunicarla a Marco. Valeria girò i tacchi e abbandonò la terrazza a passi rapidi, cercando il silenzio dei bagni dell'ufficio per lavarsi viso e ginocchia, e provare a ricomporsi prima del rientro in reparto.
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