La regia (ancora Laura)

di
genere
esibizionismo

Il cameriere si avvicinò dopo pochi istanti, attirato dal cenno del mio ragazzo. Lasciò il piccolo scontrino sul tavolo e si allontanò con i bicchieri vuoti, ignorando completamente che a pochi centimetri dal suo vassoio la mia fica era stata in bella mostra.
Il mio ragazzo pagò il conto in silenzio, lasciando qualche banconota sul ferro battuto. Si alzò in piedi, sistemandosi la giacca, e mi porse la mano per aiutarmi ad alzarmi. Non appena i miei tacchi fecero pressione sulla ghiaia del giardino, avvertii una sensazione liquida scivolare lungo l'interno delle cosce: i succhi vaginali accumulati durante quell'esibizione clandestina colavano pigramente, ricordando a ogni passo che non indossavo le mutandine.
Uscimmo dal locale camminando vicini. Il braccio del mio ragazzo si posò attorno alla mia vita, stringendomi a sé con decisione, mentre la sua mano scendeva leggermente per tastare la curva del mio fianco attraverso la stoffa morbida del vestito.
«Sei ancora eccitata, Laura, lo sento da come cammini», sussurrò al mio orecchio mentre raggiungevamo l'auto parcheggiata poco lontano. «Sali in macchina. Non voglio perdere nemmeno un secondo».
Il viaggio in macchina verso casa si consumò in un silenzio teso, interrotto solo dal rumore del motore nel traffico della sera. Il mio ragazzo teneva la mano salda sul cambio, ogni tanto allungando le dita per sfiorarmi la coscia nuda, mentre io tenevo le gambe semiaperte sperando arrivasse a toccarmi la fica.

Ero sovreccitata. Però ero cosciente di non poter continuare a nascondere tutto; la pressione di essere schiacciata tra il desiderio del mio uomo e il ricatto dei miei colleghi stava diventando insostenibile.
Non appena varcammo la soglia del nostro appartamento, lui mi tirò subito a sé, premendomi contro la porta chiusa e cercando le mie labbra con foga, con le mani che già scendevano a sollevare i lembi del mio abito nero.
«Aspetta... ti prego, parliamo un secondo», sussurrai, scostando leggermente il viso, con il cuore che mi rimbombava nel petto.
Lui si fermò, guardandomi con un misto di sorpresa e leggera frustrazione, le mani ancora sui miei fianchi nudi. «Che c'è, Laura? In macchina eri vogliosa, al bar mi hai fatto impazzire. Cosa c'è che non va?».
Presi un respiro profondo, sentendo le dita tremare. Dovevo deviare la verità, proteggere il segreto delle foto ricattatorie, ma usare quell'eccitazione morbosa che avevamo appena condiviso al tavolo del bar a mio vantaggio.
«Riguarda la domenica a Maccarese...e il bikini bianco», esordii, abbassando lo sguardo per dare al mio tono la giusta sfumatura di finta colpevolezza e sottomissione. «C'è una cosa che non ti ho detto. Quel costume... non l'ho comprato io. Mi è stato regalato da Sandro e Claudio, i miei colleghi d'ufficio».
Il mio ragazzo tese i muscoli del viso, lo sguardo che si faceva improvvisamente più attento, geloso e confuso. «Cosa?!? cosa significa che te lo hanno regalato loro? Perché?!? Cosa hai fatto per loro?!?».
«Dicono che volevano farmi un omaggio...», continuai, sollevando gli occhi nei suoi per catturare la sua reazione e strofinando deliberatamente le mie cosce contro i suoi pantaloni. «Non ci sono strane pretese da parte loro. Mi chiedono solo di indossarlo per andare in ufficio e fargli vedere semplicemente come mi sta. Vogliono solo che lo indossi davanti a loro».
Il silenzio cadde pesante nella stanza. Vidi l'espressione del mio ragazzo cambiare, oscillando visibilmente tra una gelosia possessiva e un'improvvisa, torbida eccitazione. Il gioco esibizionista che avevamo vissuto al mare e quello al bar, dove mi aveva costretto ad aprirmi di spalle agli sconosciuti, aveva spalancato una porta nella sua mente. L'idea che altri due uomini desiderassero semplicemente che io indossassi ed esibissi quel bikini quasi osceno che lui stesso aveva criticato e amato sulla spiaggia, sembrò colpire dritto la sua perversione. Ma l'incertezza prese subito il sopravvento; si staccò leggermente da me, iniziando a camminare avanti e indietro per il soggiorno, tormentandosi il labbro inferiore. Era chiaramente titubante e continuava a tergiversare, incapace di prendere una decisione netta.
«Non lo so, Laura... la cosa mi disturba. Chissà cosa gli hai fatto credere…ma allo stesso tempo...», si interruppe, passandosi una mano tra i capelli. Poi ci fu una lunga pausa.
«Forse potremmo andare a giocare insieme in qualche posto fuori mano, o in un locale privato, anche se non sono del tutto sicuro che sia la cosa giusta. Mi fa uno strano effetto pensarti esposta a due tuoi colleghi».
Vedendo la sua esitazione e sentendo il mio sesso pulsare per quel misto di paura e bramosia, mi avvicinai lentamente. Gli presi le mani, guidandole sui miei fianchi, e iniziai ad accarezzarlo attraverso i pantaloni, muovendo le dita con precisione sul suo sesso già teso. Mi sporsi verso di lui, incollando il mio corpo al suo, e lo guardai dritto negli occhi con uno sguardo colmo di sottomissione.
«Dimmi cosa vuoi che faccia...», sussurrai, con la voce resa roca dal desiderio. «Tu sei il mio uomo, decidi tu per me. Cosa vorresti che facessi domani mattina con Sandro e Claudio? Vuoi che gli mostri come mi sta il bikini o preferisci di no?».
Sotto la pressione delle mie dita la sua resistenza vacillò, aprendosi a una fantasia ancora più complessa e audace. Fece un lungo respiro profondo e mi strinse forte i fianchi.
«No, domani vai in ufficio vestita normalmente, rifiuta l'invito per la mattina», disse infine, con il fiato corto. «Preferisco un'altra cosa. Voglio che quel bikini bianco tu lo indossi una sera della prossima settimana, quando andiamo a cena. Poi, mentre siamo al tavolo, voglio che tu apra la stoffa e me lo faccia intravedere, voglio vederti eccitare».
Subito dopo, però, il suo sguardo si accese di un lampo ancora più torbido e spietato. Si sporse verso di me, avvicinando le labbra al mio orecchio mentre la sua mano stringeva con più decisione la carne dei miei glutei.
«Anzi, ascoltami bene... dopo la cena ci sposteremo», continuò a sussurrare con un'insistenza febbrile, cercando di convincermi. «Andremo in un locale privé. Tu avrai addosso il bikini bianco sotto l'abito nero, e chiederai a Sandro e Claudio di raggiungerci lì. Faremo in modo che siano presenti anche loro due in quel privé. E in quell'atmosfera soffusa, tra i divanetti, tu inizierai a sbottonarti lentamente per far vedere il costume a me, lasciando però che anche loro due lo intravedano chiaramente. Voglio che ti guardino mentre sei lì con me».
«Non può funzionare così», risposi subito, scuotendo leggermente la testa mentre cercavo di mantenere un tono logico e distaccato. «Conosco Sandro e Claudio. Sono entrambi sposati, non potrebbero mai inventarsi una scusa credibile per uscire di sera e venirci a raggiungere in un locale privé senza scatenare i sospetti delle mogli. Sarebbe impossibile per loro».
Mi sporsi di nuovo verso di lui, facendo scivolare le dita lungo la cinghia dei suoi pantaloni per tenerlo legato a me, mentre la mia coscia premeva contro la sua gamba.
«Se davvero vuoi vederli coinvolti in questo gioco, forse è meglio farlo in ufficio», sussurrai, insinuando l'idea nella sua mente con voce calda e persuasiva. «Lì non devono giustificarsi con nessuno e l'ambiente è già complice. Possiamo trovare un momento in cui l'ufficio privato è vuoto, alla fine del lavoro o durante una pausa, e lasciare che il gioco si consumi alle loro scrivanie, dove non rischiano di essere scoperti dalle famiglie. Per la stessa ragione non verrebbero nemmeno al mare da soli…».
Mettendo la mano sul suo sesso teso, avvicinai le labbra alle sue.
«Ho un'idea migliore...», sussurrai. «Domani mattina, quando vado in ufficio con il bikini bianco sotto i vestiti, potrei cercare di organizzare qualcosa che ti potrebbe piacere… Potrei chiedere proprio a Sandro e Claudio di riprendermi con il mio telefono mentre gli faccio vedere il costume. Ma non un video…Potremmo fare una videochiamata in diretta con te…in questo modo, tu sarai lì con noi a distanza e guardare tutto. Ti farei vedere in tempo reale tutto quello che succede, mentre mi sbottono il vestito e mi mostro a loro, tutto sotto il tuo controllo».
A quella proposta il mio ragazzo rimase del tutto senza fiato. I suoi occhi si dilatarono nella semioscurità del soggiorno, paralizzati dall'audacia di un piano che univa il voyeurismo più estremo al controllo sui miei stessi ricattatori. L'idea di vedermi in diretta video l'indomani mattina, mentre apro il vestito per esibire il bikini bianco davanti a Sandro e Claudio, lo lasciò muto, con il petto che si sollevava in un affanno rapido e i muscoli del corpo tesi all'inverosimile.
Sfruttando quel momento di totale stordimento, mi piegai lentamente su di lui. Feci scivolare di lato i lembi dell'abito nero sulle cosce nude e mi inginocchiai sul pavimento, tra le sue gambe. Con dita tremanti ma decise, sbottonai la sua zip e liberai il suo cazzo, che scattò in avanti, turgido e già bagnato per l'eccitazione accumulata fin dal bar.
Senza smettere di fissarlo dal basso, portai le labbra calde sulla punta, assaggiando la sua bramosia, e poi aprii la bocca per accoglierlo interamente. Cominciai a succhiargli il cazzo con movimenti lenti, ritmici e profondi, usando la lingua per avvolgere la carne tesa e spingendo la gola fino alla base. Il contrasto tra il sapore acre della sua eccitazione e il pensiero del piano per l'indomani mi fece letteralmente impazzire: mentre la mia bocca lavorava febbrilmente su di lui, la mia fica rimasta spalancata sul pavimento continuava a bagnarsi a ogni spinta.
Il mio ragazzo afferrò i miei capelli con entrambe le mani, stringendo le dita tra le ciocche per guidare il ritmo della mia bocca. Guardava in basso, verso la mia testa che si muoveva tra le sue cosce, emettendo gemiti roco e sconnessi nel silenzio della stanza. Nella sua mente l'immagine di me che gli succhiavo il cazzo in quel momento si fondeva già con la regia video della mattina successiva, amplificando il piacere fino a portarlo al limite della sopportazione…

Alle 8:25 della mattina successiva, il ticchettio cadenzato dei miei tacchi spezzò il silenzio del corridoio. Indossavo una gonna nera a portafoglio al ginocchio e una camicia bianca di cotone leggero, in cui solo i primi due bottoni erano aperti.
Sotto l'abito formale, il bikini bianco e sgambato era già al suo posto. La microfibra sottile del costume, tesa e minimale, sfiorava la mia carne sensibile a ogni movimento. Ero il quadro perfetto dell'efficienza aziendale fuori, e una bomba erotica pronta a esplodere dentro.
Presi un respiro profondo, assaporando il trionfo segreto di essere la vera mente dietro quel teatrino. Il mio ragazzo pensava di avere il controllo, ma ero stata io a imbeccarlo, a plasmare la sua fantasia e a portarlo esattamente dove volevo. E ora stavo per trasformare Sandro e Claudio nelle mie marionette personali.
Spinsi la porta ed entrai.
I miei due colleghi erano già lì, seduti alle rispettive scrivanie. Al rumore dei miei tacchi, sollevarono di scatto la testa all'unisono. Sandro si irrigidì sulla sedia, mentre gli occhi di Claudio scesero subito lungo lo spacco della mia gonna a portafoglio, per poi risalire famelici sui primi due bottoni aperti della camicia bianca, cercando di indovinare cosa nascondessi sotto.
L'aria nella stanza si fece subito pesante, satura di aspettativa.
«Vedo che sei arrivata, Laura», esordì Claudio, staccandosi dal tavolo e facendo un passo verso di me. «Speriamo che tu sia stata obbediente come ieri. Solleva quella gonna, mostraci che sei completamente nuda sotto».
«Sì, facci vedere se sei già bagnata per noi», incalzò Sandro dalla sua sedia, allungando una mano verso il bordo della scrivania come se volesse liberare lo spazio per farmi salire.
Invece di cedere subito e sollevare il tessuto, feci un respiro profondo. Sostenni lo sguardo di entrambi, sentendo il cuore rimbombami fin dentro le orecchie, e sollevai leggermente il telefono che tenevo in mano.

«Aspettate... ho una proposta da farvi prima di scoprirmi», dissi, con una voce che cercai di mantenere il più ferma e persuasiva possibile, lasciando che una sfumatura di torbida complicità ne ammorbidisse il tono.
Sandro e Claudio si scambiarono un'occhiata rapida, sorpresi da quella resistenza inaspettata. Claudio incrociò le braccia al petto, incuriosito. «Una proposta? Senti un po, Laura, ti ricordi che siamo noi a decidere le regole qui? Cosa avresti da proporre?».
«Riguarda il mio compagno... e ieri sera», continuai, facendo un piccolo passo in avanti per avvicinarmi a loro. «Ieri al bar mi ha costretto ad aprirmi davanti a lui, ed era così eccitato che, quando siamo tornati a casa, ho dovuto parlargli. Gli ho confessato che il bikini bianco me lo avete regalato voi due. Gli ho detto che voi mi avete chiesto di indossarlo questa mattina sotto i vestiti e di venire qui nel nostro ufficio, per mostrarvi come mi sta addosso».
Il silenzio cadde istantaneamente nella stanza. Il sorriso di Claudio svanì, sostituito da un'espressione di improvviso allarme, e Sandro si tese sulla sedia, con i muscoli della mascella che si contrassero visibilmente. L'idea che il fidanzato della loro vittima fosse a conoscenza del loro legame e del costume sembrò far crollare per un attimo la loro barriera di totale impunità.
«Sei impazzita, Laura!?!», ringhiò Sandro a voce bassa, sporgendosi pericolosamente sulla scrivania. «Gli hai detto di noi? Vuoi rovinare tutto? Sai benissimo cosa succede a quelle foto se il tuo uomo prova a fare un passo falso».
«Vi sbagliate, lasciatemi finire», li interruppi subito, «Lui non si è arrabbiato. Al contrario... l'idea lo ha fatto impazzire di eccitazione. Voleva che lo indossassi per farvelo vedere insieme a lui in un locale privé, ma io gli ho spiegato che voi due siete sposati, e che non potreste mai uscire di sera senza le vostre mogli. Gli ho detto che l'unico posto sicuro è questo ufficio. E lui alla fine ha accettato il gioco».
Claudio tese l'orecchio, lo sguardo che oscillava visibilmente tra il timore del ricatto e un'improvvisa, torbida bramosia. «In che senso… ha accettato il gioco?».
«Lui vuole guardare e vedere quello che vedrete voi», risposi, mostrando lo schermo del mio telefono. «La mia proposta è questa: oggi, alla fine della giornata di lavoro, quando tutti gli altri dipendenti saranno usciti e il piano sarà completamente deserto, io sarò qui con voi. Avvierò una videochiamata in diretta con lui. Uno di voi due prenderà il mio telefono e terrà l'obiettivo puntato su di me. Sotto i vostri occhi e sotto i suoi, io sbottonerò la camicetta bianca e aprirò la gonna a portafoglio, mostrandovi il vostro bikini sulla mia pelle. Voi potrete guardarmi finché vorrete e lui sarà lì con noi a distanza, a godersi la scena in tempo reale. Ci state?».
I due colleghi si scambiarono uno sguardo carico di eccitazione e stupore, completamente sopraffatti dall'audacia di quella svolta. La paura di essere denunciati svanì all'istante, rimpiazzata dalla perversione di trasformare il loro ricatto in uno show in diretta sotto gli occhi del fidanzato di Laura. Sandro accennò un cenno d'intesa con il capo, accettando l'accordo di rimandare il tutto alla sera.
«Va bene, Laura. Ci stiamo. Ma per tutta la giornata lavorativa tu resterai senza la mutandina del costume che terremo noi nel cassetto, a ricordarti cosa ti aspetta», ordinò Claudio, la voce resa roca dall'eccitazione.
Le ore successive si consumarono in un'attesa logorante, un limbo erotico che mandò in corto circuito ogni briciolo di razionalità. Ogni volta che incrociavo Sandro o Claudio, i loro sguardi indugiavano sui miei vestiti, sapendo cosa nascondevo e cosa sarebbe accaduto alla fine del turno.
Sentivo il seno turgido spingere contro il reggiseno e il sesso pulsarmi in silenzio sotto la gonna, mentre il pensiero della diretta imminente e la fame visiva dei miei colleghi amplificavano il desiderio fino a renderlo un supplizio intollerabile. Finalmente, l'orario di lavoro giunse al termine. Le luci dell'open space iniziarono a spegnersi e i rumori dei colleghi sfumarono nei corridoi, fino a lasciare il piano nel silenzio più assoluto.
Dopo essermi rimessa la mutandina in bagno, sistemandola bene sui fianchi e sul pube, tornai nell'ufficio dove Sandro e Claudio mi stavano aspettando, e richiusi la porta.
Con le dita che mi tremavano, sbloccai lo schermo e avviai la videochiamata. Il volto del mio ragazzo apparve quasi all'istante, seduto nella penombra del nostro salotto con gli occhi spiritati dall'attesa. Senza dire una parola, passai il telefono a Claudio, che lo afferrò saldamente per inquadrare perfettamente il mio corpo, offrendo al mio uomo la diretta dello spogliarello.
«Pronti?» dissi guardando dritto verso la telecamera. Portai le mani al colletto della camicia bianca. Con movimenti esasperatamente lenti, sbottonai le prime asole. I lembi di cotone si allargarono, rivelando la parte superiore del bikini bianco. Il tessuto era così striminzito e scollato che faticava a contenere le mie forme: la stoffa si tendeva al limite, lasciando completamente scoperte le ampie aureole scure dei miei capezzoli, che facevano capolino oltre l'orlo, turgide per la tensione.
Sandro emise un sospiro profondo dalla sua sedia, mentre Claudio avvicinò lo schermo per catturare ogni millimetro di quel contrasto tra la pelle abbronzata e il bianco del costume.
Dopo qualche istante di pura esibizione, richiusi parzialmente la camicia per coprire il petto e portai le mani ai fianchi. Slacciai il bottone della gonna nera a portafoglio e la aprii lentamente di lato, lasciando che il tessuto si spalancasse sulle mie gambe. Il mio ragazzo, dall'altra parte del video, vide le mie cosce scoprirsi completamente, mettendo in mostra la mutandina del bikini. Era un modello altissimo, estremamente sgambato, senza fodera interna e chiuso da laccetti sottili, che metteva in evidenza il bacino, coprendo a malapena le grandi labbra a causa della striscia di tessuto centrale ridotta al minimo.
A quel punto, Sandro si sporse dalla scrivania, gli occhi piantati sulla mia figura. «Adesso voltati, Laura. Piegati in avanti sul tavolo, in modo che alzando la gonna si possa vedere anche tutto il resto. Voglio che ci mostri il culo…».
Ero titubante, il cuore mi rimbombava nel petto per il pericolo e la vergogna di farlo in ufficio davanti al mio ragazzo, ma l'eccitazione mi stava letteralmente consumando. Chiesi a lui se potevo procedere e mi rispose di si, senza esitazioni. Mi voltai di schiena, mi chinai sul piano della scrivania, e sollevai con decisione la gonna sopra la vita.
I miei glutei si offrirono in bella mostra, tondi e completamente scoperti, sormontati solo dal sottilissimo triangolo bianco che spariva tra le natiche contratte. Claudio, tenendo il telefono puntato per mostrare la scena in diretta al mio ragazzo, si avvicinò ancora di più.
«Allarga le gambe, Laura», mi ordinò Claudio a voce bassa, con un tono che non ammetteva repliche. «Allargale bene. Voglio che il tuo ragazzo veda la striscia del costume in mezzo».
Separai lentamente le gambe, inarcando ulteriormente il bacino sul legno della scrivania. Quella posizione esasperata finì per esporre la mia intimità più profonda, scoprendo del tutto la zona posteriore e le pieghe dell'anello anale; nel frattempo, complice l'eccitazione che mi bagnava, il tessuto bianco e teso del costume aderiva così tanto da delineare perfettamente ogni rilievo della vulva.
Sandro si alzò in piedi e si sporse sul tavolo, calamitato da quello spettacolo di puro piacere che si consumava sotto i suoi occhi.
«Laura... sei completamente fradicia…», disse Sandro con un sorriso pieno di lussuria. «Guarda come sei bagnata... dovresti darti piacere da sola adesso, qui, sotto gli occhi del tuo uomo».
Con il respiro spezzato e la carne che mi pulsava per l'eccitazione, voltai leggermente la testa verso Claudio. Continuava a tenere il telefono puntato sul mio culo, trasmettendo l'inquadratura in diretta. Fissai l'obiettivo, come se attraverso quel piccolo cerchio di vetro potessi incrociare lo sguardo del mio ragazzo.
«Ti prego, dimmi tu cosa devo fare...», sussurrai con voce roca, cercando la sua approvazione in quel triangolo perverso. «Vuoi che mi tocchi per te?».
Il silenzio che seguì dalla linea fu quasi opprimente; il ragazzo rimase muto per un tempo che parve infinito, letteralmente paralizzato dalla crudezza di quella visione e dall'eccitazione febbrile di avere i miei colleghi come attori della sua fantasia più proibita. Poi, con una voce bassa, resa roca e tremante dall’eccitazione, rispose: «Voglio che tu mi faccia vedere bene la fica, Laura».
«Come…? Cosa devo fare…?», chiesi con il cuore che mi rimbombava nelle orecchie, mentre sentivo gli sguardi di Sandro e Claudio bruciarmi sulla pelle nuda dei glutei.
«Togli il bikini», ordinò lui, con una determinazione maliziosa che mi fece vibrare dentro. «Sfilatelo davanti a loro, lentamente. E poi piegati di nuovo sulla scrivania e comincia a darti piacere. Zoomate bene…voglio vedere tutto».
Sentire quell'ordine definitivo dal mio uomo mi fece crollare l'ultimo briciolo di resistenza. Fu come un colpo allo stomaco: un'ondata di calore pazzesca mi scivolò tra le cosce, bagnandomi ancora di più. Senza pensarci, portai le mani ai fianchi e afferrai i laccetti dello slip bianco. La stoffa era ormai fradicia e trasparente, inzuppata dei miei stessi umori. La feci scivolare giù, lentamente, restando del tutto nuda dalla vita in giù in mezzo all'ufficio.
Mi girai di nuovo verso la scrivania, piantai i palmi sul legno e mi piegai in avanti, spingendo indietro il culo e allargando le gambe il più possibile verso il telefono. Senza più lo scudo del tessuto bianco, la mia fica si offrì interamente all’obiettivo e agli occhi dei due colleghi. Era visibilmente gonfia e lucida, con fili viscosi che si allungavano fino ad attaccarsi all'interno delle cosce.
Senza indugiare oltre, infilai la mano in mezzo alle gambe, premendo le dita direttamente sul clitoride turgido e sulle labbra spalancate. Con Sandro che mi divorava con gli occhi, e Claudio che stringeva l'inquadratura il più possibile per mostrarmi bene al mio ragazzo, cominciai a strofinarmi con movimenti rapidi e insistenti, riempiendo la stanza del rumore umido e vischioso del mio stesso piacere.
La stimolazione sul clitoride divenne febbrile. Inquadrata da Claudio, la mia fica pulsava, spalancata, offrendo al mio ragazzo e ai miei colleghi lo spettacolo più crudo e degradante della mia vita. Il ritmo dei miei polpastrelli sulla carne turgida accelerò fino a rompere ogni controllo, e nel giro di pochi istanti venni investita da un orgasmo violento e devastante. Inarcai la schiena sul piano della scrivania, emettendo un gemito roco e prolungato a bocca aperta, mentre le pareti vaginali e l’ano si contraevano in modo ritmico, lasciando colare fuori altri fluidi viscosi lungo le cosce nude.
Mentre cercavo di riprendere fiato con il corpo ancora scosso dai brividi del piacere, mi resi conto che l'atmosfera nella stanza era diventata elettrica. Sandro e Claudio, completamente soggiogati dalla visione ravvicinata della mia intimità completamente spalancata e dalle mie grida soffocate, avevano perso ogni controllo. Claudio continuava a reggere il telefono con la mano sinistra per non interrompere la diretta, ma con la destra stringeva già con forza il proprio cazzo attraverso il tessuto dei pantaloni, muovendola in un ritmo rapido e disperato. Sandro, rimasto in piedi accanto al tavolo, aveva la mano infilata nella zip aperta dei pantaloni e si toccava pesantemente, gli occhi sbarrati e accesi di un'eccitazione bestiale fissi sulla mia carne nuda. Entrambi godevano apertamente di quella degradazione, ansimando nel silenzio dell'ufficio.
Quella totale esplosione di lussuria collettiva provocò in me un'ultima scarica di audacia esibizionista. Sentendomi il centro assoluto del loro desiderio, sollevai la testa verso l'obiettivo e fissai la telecamera, sfidando il mio ragazzo attraverso lo schermo. Claudio, avvicinò ancora di più lo smartphone al mio viso, catturando le mie labbra schiuse e i capelli spettinati.
«Hai visto cosa mi hanno fatto fare, amore? Mi sento una troia in calore pronta per essere sfondata…», sussurrai, la voce ridotta a un filo roco che si impastava con i respiri pesanti degli altri due uomini. Quella frase fece impazzire Sandro. Con un gemito soffocato, l'uomo tirò completamente fuori il cazzo dai pantaloni; era gonfio, e già bagnato in punta. Fece un passo deciso verso di me, superando l'angolo della scrivania, finché la sua cappella violacea non si trovò a pochi centimetri dal mio viso.
«Guarda come ci hai ridotti, Laura...», ansimò Sandro, mentre la sua mano scorreva frenetica sull'asta tesa. «Dì al tuo uomo che adesso non puoi più fermarti».
Voltai gli occhi verso Claudio, quasi a cercare una sponda, ma lui era altrettanto perso. Aveva sbottonato i pantaloni e si stava masturbando con foga, muovendo il telefono per inquadrare il cazzo di Sandro che oscillava sopra di me. Dall'altoparlante del cellulare arrivò il mugolio del mio ragazzo, ormai completamente fuori controllo, spezzato da un respiro affannoso che tradiva la sua masturbazione compulsiva dall'altra parte della linea.
Sandro emise un grugnito profondo, afferrandomi per i capelli dietro la nuca per costringermi a sollevare il viso verso di lui. Il suo cazzo, teso all'inverosimile e gonfio, oscillò a pochi millimetri dalle mie labbra, lucidissimo.
«Hai sentito come gode il tuo ragazzo?», ansimò Sandro, la voce ridotta a un sussurro roco mentre spingeva il bacino in avanti. «Guarda cosa succede adesso per colpa tua…».
Vidi la cappella e il cellulare puntato a un palmo di distanza, e immaginai gli occhi del mio uomo incollati a quella scena, mentre dall'altoparlante arrivava il rumore del suo respiro sempre più rapido, disperato e sul punto di esplodere.
Sandro iniziò a masturbarsi con colpi rapidi e violenti proprio sopra di me, con gli occhi sbarrati fissi nei miei. Sentivo il calore della sua pelle e l'odore intenso dell'eccitazione che mi riempiva i sensi. Bastarono pochissimi secondi di quel ritmo frenetico.
«Sto venendo... cazzo, sto venendo!», gridò Sandro, irrigidendo le gambe.
Un attimo dopo, la prima scarica potente e caldissima mi colpì in pieno viso. Chiusi gli occhi d'istinto mentre il suo seme, denso e copioso, mi macchiava la guancia, la fronte e colava lentamente lungo l'angolo della bocca schiusa. Sandro continuò a spingere con le ultime pulsazioni, bagnandomi il viso, mentre Claudio zoomava famelico sul viso pieno di sperma.
Sandro rimase immobile per qualche istante, con il fiato corto e i muscoli ancora tesi, prima di lasciarsi andare all'indietro con un sospiro profondo, visibilmente svuotato.
Claudio, però, era ancora lì. Con la mano destra, continuava a muoversi con un ritmo disperato e furioso sul proprio cazzo, ormai giunto quasi al limite massimo di sopportazione.
Dall'altoparlante del telefono, la voce del mio uomo tornò a farsi sentire, ancora tremante e impastata dopo il suo stesso orgasmo. «Claudio...» sussurrò, con un tono che univa sfinimento e un'insaziabile perversione. «Non lasciarla così. Finisci il lavoro. Voglio vedere anche te su di lei».
Quel comando fu la scintilla finale. Claudio non se lo fece ripetere due volte. Orientando la telecamera del telefono verso il basso per inquadrare perfettamente il mio culo, garantendo così al mio uomo una visuale ravvicinata e spietata di ciò che stava per accadere, «Guarda bene... guarda bene come la riduco», ansimò Claudio verso l'altoparlante, mentre con la mano destra accelerava gli ultimi, disperati colpi sull'asta tesa. Bastarono pochissimi istanti. Claudio emise un grugnito sordo, quasi animale, e tese tutti i muscoli del corpo.
«Cazzo, sto venendo anche io... guarda qui!», gridò, mentre la prima scarica del suo seme mi colpì su uno dei glutei, seguito subito dopo da altre ondate che andarono a rigare le curve del mio fondoschiena, scivolando poi lungo le cosce. Claudio continuò a sussultare sopra di me per qualche secondo, tenendo fermo il telefono affinché il mio ragazzo non perdesse nemmeno una singola goccia.
Il silenzio che seguì fu rotto soltanto dai nostri respiri affannosi e dallo scatto metallico di Sandro che si risistemava i pantaloni.«Laura…», la voce del mio ragazzo arrivò stanca, quasi un sussurro privo di forze, eppure intrisa di quella soddisfazione perversa che io stessa avevo pianificato dall'inizio. «Sono contento che tu abbia seguito le mie indicazioni…».
Un sorriso impercettibile mi piegò le labbra, mentre tenevo la guancia pulita incollata al legno freddo della scrivania. Lo lasciai credere padrone della situazione, assaporando il trionfo segreto di essere stata io, e solo io, la vera regista di quel teatrino. Avevo mosso ogni filo: dall’invito dei miei colleghi a casa, al costume bianco indossato a Maccarese, e fino all’esibizione in ufficio per spingere Claudio, Sandro e il mio stesso uomo esattamente dove volevo io. Li avevo ridotti a marionette della mia stessa lussuria, convinti di dominarmi mentre eseguivano i miei desideri più oscuri.
«Sì, amore…», risposi con un filo di voce roca, recitando la mia parte fino in fondo e fissando la lente della telecamera con finta devozione. «Ho fatto proprio tutto quello che volevi…».
Dall'altra parte del telefono ci fu una breve pausa, poi un sospiro profondo. «Bravissima… ti aspetto a casa…».
Senza aggiungere altro, chiuse la linea.

Mi sollevai lentamente sui gomiti, lasciando che il mio sguardo scivolasse sui miei due colleghi ancora storditi da quel delirio, mentre il calore del loro seme sulla mia pelle nuda mi ricordava, goccia dopo goccia, chi avesse davvero diretto il gioco.
scritto il
2026-07-15
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