Oltre i confini della terapia
di
fexalox
genere
etero
Riflettere sul desiderio proibito significa addentrarsi in uno dei territori più insidiosi e affascinanti dell’animo umano: quel confine invisibile tra dovere e pulsione, tra ciò che è eticamente lecito e ciò che il corpo reclama con forza irresistibile.
Come scrisse Sigmund Freud, “l’Io non è padrone in casa propria”. Quanto più cerchiamo di controllare i nostri impulsi, tanto più essi trovano vie sotterranee per manifestarsi. Nella relazione terapeutica questo pericolo è amplificato: il transfert e il contro-transfert creano un’intimità artificiale che può trasformarsi, in un istante, in qualcosa di pericolosamente reale.
La tentazione erotica tra terapeuta e paziente non nasce quasi mai da un gesto esplicito. Nasce dal tono della voce, da uno sguardo che indugia un secondo di troppo, dalla curva di una gamba accavallata, dal fruscio leggero di un collant quando si cambia posizione sulla poltrona. È il mistero del proibito che seduce più di ogni nudità.
Io lo so bene.
Le mie tentazioni professionali sono state numerose in questi anni. La giovane manager dal tailleur impeccabile che incrociava le gambe con troppa consapevolezza durante le sedute. La moglie infelice di un uomo potente che cercava nei miei occhi qualcosa che il marito non le dava più. La studentessa venticinquenne con lo sguardo ferito che mi guardava come se potessi salvarla da se stessa.
Ma nessuna di loro mi aveva mai fatto vacillare come Laura.
Quella sera di metà autunno, mentre il vento portava l’odore di pioggia e foglie bagnate, entrai nel suo studio sapendo che qualcosa sarebbe cambiato per sempre.
Laura sedeva nella sua poltrona di pelle, i capelli mori ondulati che le ricadevano sulle spalle, gli occhi verdi luminosi e inquieti. Indossava un maglione di cachemire color crema che avvolgeva con dolcezza il suo seno pieno, una gonna grigia stretta fino al ginocchio e i suoi immancabili collant neri velati, sottili come una seconda pelle sulle gambe ancora perfette a quarantacinque anni.
Posò il taccuino sulle ginocchia e mi guardò con una serietà che non le avevo mai visto.
«Giovanni… oggi dobbiamo affrontare una questione delicata.»
La sua voce era bassa, calda, leggermente incrinata.
«Da settimane non riesco più a mantenere l’obiettività che il mio ruolo richiede. Ti sogno di notte, Giovanni. Non sono sogni professionali. Sono sogni intensi, fisici, perversi. Ti sogno nudo nel mio letto. Ti sogno mentre mi tocchi, mentre entri dentro di me. Mi sveglio sudata, eccitata, con il tuo nome sulle labbra e un desiderio che non riesco più a controllare. Durante le sedute devo stringere le gambe sotto la scrivania perché solo il suono della tua voce mi fa bagnare.»
Rimasi in silenzio, il cuore che batteva forte. Avevo immaginato quel momento per mesi, ma sentirlo dalle sue labbra era tutt’altra cosa.
Laura si alzò e andò verso la grande finestra che dava sul giardino. Fuori pioveva piano.
«Per questo motivo non posso più essere la tua terapeuta. È contrario a tutte le regole etiche. Domani ti darò il contatto di un collega eccellente.»
Mi alzai lentamente e mi avvicinai fino a fermarmi dietro di lei. Il suo profumo delicato mi avvolse.
«E se io non volessi cambiare terapeuta?» dissi con voce profonda.
Lei si voltò. Le guance arrossate, gli occhi lucidi.
«Giovanni, ti prego… non rendere tutto più difficile.»
Feci un altro passo. Eravamo vicinissimi.
«Laura, tu hai già infranto la barriera più importante. Hai perso il controllo. E io… io ti desidero da mesi. Ogni volta che entravo qui e ti vedevo con quel maglione di cachemire che ti accarezza il corpo, con quei collant neri che ti fasciano le gambe, facevo una fatica immensa a concentrarmi sulle parole invece che su di te.»
Lei deglutì. Il suo respiro si era fatto corto.
«Allora…» sussurrò, «se questa deve essere l’ultima seduta… forse possiamo chiuderla in modo diverso.»
Si alzò sulle punte e mi baciò.
Fu un bacio prima cauto, poi sempre più urgente. Le lingue si cercarono con una fame trattenuta per troppo tempo. Laura emise un piccolo gemito contro la mia bocca, le mani che mi accarezzavano il petto.
«Vieni con me» mormorò.
Mi condusse nel salotto adiacente. Il camino era già acceso, la luce calda e dorata danzava sulle pareti. Versò due bicchieri di Chianti e me ne porse uno. Beviamo in silenzio, guardandoci negli occhi, mentre la tensione cresceva come una corrente elettrica.
Laura posò il bicchiere. Con gesti lenti si tolse il maglione di cachemire, rivelando un reggiseno di pizzo nero che conteneva a fatica il suo seno generoso. La pelle chiara contrastava con il nero della lingerie.
«Toccami» disse semplicemente, la voce roca. «Ho immaginato le tue mani su di me per troppe notti.»
La attirai a me. Le mie mani grandi scivolarono sulla sua schiena nuda, poi sui fianchi, accarezzando il tessuto sottile dei collant attraverso la gonna. Laura rabbrividì e si lasciò sfuggire un sospiro tremante.
Le slacciai la camicia con calma, baciandole il petto, scendendo piano con le labbra. Mi inginocchiai davanti a lei, le abbassai la gonna e i collant fino alle ginocchia, lasciando solo le mutandine di pizzo già umide. La mia lingua trovò la sua intimità calda e bagnata. La leccai con lentezza devota, tracciando cerchi lenti intorno al clitoride, succhiandolo dolcemente tra le labbra mentre infilavo due dita dentro di lei, muovendole con un ritmo costante e profondo. Laura inarcò la schiena, una mano tra i miei capelli brizzolati, l’altra aggrappata al divano.
«Giovanni… oddio… proprio lì… non fermarti…» sussurrava con voce spezzata.
Quando la sentii tremare e contrarsi intorno alle mie dita, mi alzai, mi spogliai completamente e la presi sul grande divano di velluto. Entrai dentro di lei piano, centimetro dopo centimetro, guardandola negli occhi verdi. Laura avvolse le gambe intorno ai miei fianchi, i collant ancora arrotolati alle caviglie. Il ritmo fu lento e profondo all’inizio, ogni spinta accompagnata da un sospiro di lei e da un “ancora” mormorato contro il mio collo. Sentivo le sue pareti calde stringermi ritmicamente, il suo umore che mi bagnava completamente.
Poi il desiderio prese il sopravvento. La girai a quattro zampe sul divano e la presi da dietro, entrando con un colpo più deciso. Una mano le stringeva un seno pesante, pizzicando il capezzolo turgido, mentre l’altra le accarezzava il clitoride con movimenti circolari sempre più veloci. Laura spingeva indietro contro di me con forza, i capelli mori che le ricadevano sul viso, i gemiti sempre più liberi e intensi.
«Più forte… Giovanni… scopami più forte…» ansimò, la voce rauca di piacere.
Accelerai il ritmo, sentendo il suo corpo tremare. Le sue contrazioni divennero sempre più violente finché non venne con un grido soffocato, la figa che pulsava intorno al mio cazzo in onde intense e prolungate. Pochi istanti dopo esplosi anch’io dentro di lei, scaricando fiotti caldi e profondi mentre la stringevo forte contro di me.
Venimmo insieme, un orgasmo lungo e potente che ci lasciò tremanti e sudati, abbracciati sul divano mentre il fuoco crepitava piano.
Restammo così per lunghi minuti, solo i respiri che si calmavano.
Laura mi accarezzò il petto con la punta delle dita, un sorriso sereno sulle labbra.
«Domani ti mando il nominativo del collega» sussurrò. «Ma stasera… stasera non sono più la tua terapeuta.»
Le baciai la fronte, poi le labbra, con infinita tenerezza.
«E io non sono più solo il tuo paziente.»
Fuori la pioggia continuava a cadere leggera. Dentro, il maglione di cachemire giaceva abbandonato sul pavimento accanto ai collant arrotolati e ai bicchieri di Chianti ancora mezzi pieni.
La terapia era ufficialmente finita.
Tutto il resto stava solo cominciando.
Come scrisse Sigmund Freud, “l’Io non è padrone in casa propria”. Quanto più cerchiamo di controllare i nostri impulsi, tanto più essi trovano vie sotterranee per manifestarsi. Nella relazione terapeutica questo pericolo è amplificato: il transfert e il contro-transfert creano un’intimità artificiale che può trasformarsi, in un istante, in qualcosa di pericolosamente reale.
La tentazione erotica tra terapeuta e paziente non nasce quasi mai da un gesto esplicito. Nasce dal tono della voce, da uno sguardo che indugia un secondo di troppo, dalla curva di una gamba accavallata, dal fruscio leggero di un collant quando si cambia posizione sulla poltrona. È il mistero del proibito che seduce più di ogni nudità.
Io lo so bene.
Le mie tentazioni professionali sono state numerose in questi anni. La giovane manager dal tailleur impeccabile che incrociava le gambe con troppa consapevolezza durante le sedute. La moglie infelice di un uomo potente che cercava nei miei occhi qualcosa che il marito non le dava più. La studentessa venticinquenne con lo sguardo ferito che mi guardava come se potessi salvarla da se stessa.
Ma nessuna di loro mi aveva mai fatto vacillare come Laura.
Quella sera di metà autunno, mentre il vento portava l’odore di pioggia e foglie bagnate, entrai nel suo studio sapendo che qualcosa sarebbe cambiato per sempre.
Laura sedeva nella sua poltrona di pelle, i capelli mori ondulati che le ricadevano sulle spalle, gli occhi verdi luminosi e inquieti. Indossava un maglione di cachemire color crema che avvolgeva con dolcezza il suo seno pieno, una gonna grigia stretta fino al ginocchio e i suoi immancabili collant neri velati, sottili come una seconda pelle sulle gambe ancora perfette a quarantacinque anni.
Posò il taccuino sulle ginocchia e mi guardò con una serietà che non le avevo mai visto.
«Giovanni… oggi dobbiamo affrontare una questione delicata.»
La sua voce era bassa, calda, leggermente incrinata.
«Da settimane non riesco più a mantenere l’obiettività che il mio ruolo richiede. Ti sogno di notte, Giovanni. Non sono sogni professionali. Sono sogni intensi, fisici, perversi. Ti sogno nudo nel mio letto. Ti sogno mentre mi tocchi, mentre entri dentro di me. Mi sveglio sudata, eccitata, con il tuo nome sulle labbra e un desiderio che non riesco più a controllare. Durante le sedute devo stringere le gambe sotto la scrivania perché solo il suono della tua voce mi fa bagnare.»
Rimasi in silenzio, il cuore che batteva forte. Avevo immaginato quel momento per mesi, ma sentirlo dalle sue labbra era tutt’altra cosa.
Laura si alzò e andò verso la grande finestra che dava sul giardino. Fuori pioveva piano.
«Per questo motivo non posso più essere la tua terapeuta. È contrario a tutte le regole etiche. Domani ti darò il contatto di un collega eccellente.»
Mi alzai lentamente e mi avvicinai fino a fermarmi dietro di lei. Il suo profumo delicato mi avvolse.
«E se io non volessi cambiare terapeuta?» dissi con voce profonda.
Lei si voltò. Le guance arrossate, gli occhi lucidi.
«Giovanni, ti prego… non rendere tutto più difficile.»
Feci un altro passo. Eravamo vicinissimi.
«Laura, tu hai già infranto la barriera più importante. Hai perso il controllo. E io… io ti desidero da mesi. Ogni volta che entravo qui e ti vedevo con quel maglione di cachemire che ti accarezza il corpo, con quei collant neri che ti fasciano le gambe, facevo una fatica immensa a concentrarmi sulle parole invece che su di te.»
Lei deglutì. Il suo respiro si era fatto corto.
«Allora…» sussurrò, «se questa deve essere l’ultima seduta… forse possiamo chiuderla in modo diverso.»
Si alzò sulle punte e mi baciò.
Fu un bacio prima cauto, poi sempre più urgente. Le lingue si cercarono con una fame trattenuta per troppo tempo. Laura emise un piccolo gemito contro la mia bocca, le mani che mi accarezzavano il petto.
«Vieni con me» mormorò.
Mi condusse nel salotto adiacente. Il camino era già acceso, la luce calda e dorata danzava sulle pareti. Versò due bicchieri di Chianti e me ne porse uno. Beviamo in silenzio, guardandoci negli occhi, mentre la tensione cresceva come una corrente elettrica.
Laura posò il bicchiere. Con gesti lenti si tolse il maglione di cachemire, rivelando un reggiseno di pizzo nero che conteneva a fatica il suo seno generoso. La pelle chiara contrastava con il nero della lingerie.
«Toccami» disse semplicemente, la voce roca. «Ho immaginato le tue mani su di me per troppe notti.»
La attirai a me. Le mie mani grandi scivolarono sulla sua schiena nuda, poi sui fianchi, accarezzando il tessuto sottile dei collant attraverso la gonna. Laura rabbrividì e si lasciò sfuggire un sospiro tremante.
Le slacciai la camicia con calma, baciandole il petto, scendendo piano con le labbra. Mi inginocchiai davanti a lei, le abbassai la gonna e i collant fino alle ginocchia, lasciando solo le mutandine di pizzo già umide. La mia lingua trovò la sua intimità calda e bagnata. La leccai con lentezza devota, tracciando cerchi lenti intorno al clitoride, succhiandolo dolcemente tra le labbra mentre infilavo due dita dentro di lei, muovendole con un ritmo costante e profondo. Laura inarcò la schiena, una mano tra i miei capelli brizzolati, l’altra aggrappata al divano.
«Giovanni… oddio… proprio lì… non fermarti…» sussurrava con voce spezzata.
Quando la sentii tremare e contrarsi intorno alle mie dita, mi alzai, mi spogliai completamente e la presi sul grande divano di velluto. Entrai dentro di lei piano, centimetro dopo centimetro, guardandola negli occhi verdi. Laura avvolse le gambe intorno ai miei fianchi, i collant ancora arrotolati alle caviglie. Il ritmo fu lento e profondo all’inizio, ogni spinta accompagnata da un sospiro di lei e da un “ancora” mormorato contro il mio collo. Sentivo le sue pareti calde stringermi ritmicamente, il suo umore che mi bagnava completamente.
Poi il desiderio prese il sopravvento. La girai a quattro zampe sul divano e la presi da dietro, entrando con un colpo più deciso. Una mano le stringeva un seno pesante, pizzicando il capezzolo turgido, mentre l’altra le accarezzava il clitoride con movimenti circolari sempre più veloci. Laura spingeva indietro contro di me con forza, i capelli mori che le ricadevano sul viso, i gemiti sempre più liberi e intensi.
«Più forte… Giovanni… scopami più forte…» ansimò, la voce rauca di piacere.
Accelerai il ritmo, sentendo il suo corpo tremare. Le sue contrazioni divennero sempre più violente finché non venne con un grido soffocato, la figa che pulsava intorno al mio cazzo in onde intense e prolungate. Pochi istanti dopo esplosi anch’io dentro di lei, scaricando fiotti caldi e profondi mentre la stringevo forte contro di me.
Venimmo insieme, un orgasmo lungo e potente che ci lasciò tremanti e sudati, abbracciati sul divano mentre il fuoco crepitava piano.
Restammo così per lunghi minuti, solo i respiri che si calmavano.
Laura mi accarezzò il petto con la punta delle dita, un sorriso sereno sulle labbra.
«Domani ti mando il nominativo del collega» sussurrò. «Ma stasera… stasera non sono più la tua terapeuta.»
Le baciai la fronte, poi le labbra, con infinita tenerezza.
«E io non sono più solo il tuo paziente.»
Fuori la pioggia continuava a cadere leggera. Dentro, il maglione di cachemire giaceva abbandonato sul pavimento accanto ai collant arrotolati e ai bicchieri di Chianti ancora mezzi pieni.
La terapia era ufficialmente finita.
Tutto il resto stava solo cominciando.
1
voti
voti
valutazione
9
9
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Bendata per mio figlio – La seconda notte
Commenti dei lettori al racconto erotico