Mentre lei non c'è. Capitolo 10

di
genere
etero

Era tutto pronto per il divorzio con Valentina. C'erano i documenti e mancava solo la firma.
L'indirizzo che mi aveva inviato era di un appartamento nel cuore del centro storico, affacciato sui tetti di Torino. Era la casa che Valentina aveva ereditato da sua nonna, un rifugio che teneva chiuso da anni, un posto "troppo piccolo" per la nostra vecchia vita di rappresentanza.
Arrivai da lei intorno alle 18:30. Quando bussai, la porta non si aprì subito. Sentii lo scatto lento della serratura.
Feci un passo all'interno e mi fermai. Mi aspettavo di trovare l'avvocato squalo, la regina di ghiaccio avvolta in un tailleur impeccabile, pronta a scorticarmi vivo con le clausole del divorzio. Invece, la donna che mi stava di fronte mi tolse le parole di bocca.
Valentina non aveva trucco. La sua pelle chiara, solitamente perfetta, era segnata da ombre profonde sotto gli occhi, testimoni di notti passate a fissare il soffitto. I capelli biondi, sempre stirati alla perfezione, erano raccolti in una coda disordinata, con alcune ciocche che le ricadevano stancamente sul collo. Indossava solo una sottoveste di seta nera, coperta da un mio vecchio cardigan di lana grigia che le arrivava a metà coscia. Era scalza.
Per la prima volta in quattordici anni, mi sembrò piccola. Fragile.
«Entra,» disse con voce roca, voltandomi le spalle per tornare verso il piccolo salotto illuminato dalle luci a neon e dalla della pioggia che batteva sui vetri.
Sul tavolino di cristallo c'era un bicchiere, una bottiglia di scotch mezza vuota e una cartellina azzurra. I documenti finali.
«Non pensavo che avresti tenuto questo cardigan,» mormorai, togliendomi la giacca e restando in piedi a pochi passi da lei.
Valentina si passò una mano sul viso, un gesto di un'umanità così disarmante che quasi non la riconobbi. «Non ho tenuto quasi nulla, Michael. Solo questo. L'ho messo perché ho freddo da sei mesi.» Si versò due dita di liquore e lo buttò giù d'un fiato, senza offrirmi niente. Poi si voltò a guardarmi.
«Sai quanti uomini ci sono stati nella mia vita?»
La domanda mi colse alla sprovvista. Rimasi in silenzio.
«Due,» continuò lei, la voce che tremava appena.
«Un ragazzino alle superiori, una storia di sei mesi finita nel nulla. E poi tu. Io non ho vissuto nient'altro che te. Tutta la mia arroganza, la mia carriera, la mia fottuta perfezione... l'ho costruita per essere l'unica cosa che un uomo come te potesse desiderare.»
«Valentina, non farti questo...»
«Non farmi cosa?» sbottò lei, accorciando la distanza tra noi. Il profumo che emanava non era quello di Chanel che usava di solito, ma l'odore nudo della sua pelle, caldo e familiare mischiato a vampate di Scotch
«Non dire la verità? Stai per firmare un foglio che cancella la mia esistenza per andare con una ragazza che non sa nemmeno quale sia il tuo piatto preferito.»
Si fermò a un palmo dal mio petto. Alzò il viso verso il mio. I suoi occhi, solitamente taglienti e superbi, erano due pozzi di dolore liquido.
«Quattordici anni, Michael. Tu eri tutto per me. »
La sua mano si posò sul mio petto, proprio sopra il cuore. Sentii il calore del suo palmo attraverso il cotone della camicia. Lentamente, fece scivolare l'altra mano dietro la mia nuca, le dita che si intrecciavano ai miei capelli corti con una confidenza che solo migliaia di notti passate insieme potevano dare.
Non mi mossi. Ero paralizzato dal peso della nostra storia.
« Possiamo ancora rimediare, Michael. » degluti con le labbra che cominciarono a tremolare.
« Quattordici anni... quattordici anni della mia vita sei stato solamente tu. Ogni abitudine, ogni giorno, ogni cosa che conosco. » fece un respiro corto, instabile.
« Lo so che mi hai tradita, che c'è lei adesso nella tua vita che aspetta un figlio tuo.. e Cristo, questa cosa mi sta distruggendo » abbassò lo sguardo poggiando la fronte sul mio petto.
« Ma non riesco a odiarti, cazzo »
«Ci provo, Michael. Ci provo ogni notte a convincermi che dovrei lasciarti andare. Ma poi mi sveglio e il primo pensiero sei ancora tu.»
Fece un passo avanti, fragile, quasi senza forza.
«Non riesco a immaginare una vita dove tu non entri dalla porta, dove non sento le tue chiavi, dove non so dove sei.»
Le lacrime le scesero senza più controllo.
«Dimmi come dovrei vivere senza di te.»
Inspirò a fatica.
«Dimmi come faccio a cancellare quattordici anni e fingere che non siano esistiti.»
Valentina si sollevò sulle punte e annullò gli ultimi centimetri che ci separavano. Le sue labbra premettero contro le mie. Fu un bacio esitante per una frazione di secondo, poi la disperazione prese il sopravvento. La sua bocca si aprì, affamata, cercando la mia lingua con un'urgenza cruda, quasi violenta. Il sapore dello scotch si mescolò a quello amaro del suo dolore.
Il mio corpo reagì istintivamente. La memoria muscolare di una vita intera mi portò ad afferrarla per i fianchi, stringendo la seta della sottoveste sotto le mie mani. Sentii il calore delle sue cosce contro le mie, l'attrito dei nostri bacini che si cercavano. Non c'era nulla di dolce; era oscuro, denso, carico di tutto il non detto, di rabbia e di un bisogno fisico che bruciava la pelle.
Lei gemette contro la mia bocca, spingendosi ancora più contro di me, le sue mani che scivolavano frenetiche sotto la mia camicia per graffiarmi la schiena nuda. Era un richiamo primordiale. Per un istante infinito, il mondo fuori si spense. C'era solo l'odore di quella casa umida, il corpo caldo della donna che era stata mia moglie e l'illusione che potessimo riavvolgere il nastro.
Ma mentre le sue mani cercavano la fibbia della mia cintura, l'immagine del sorriso stanco di Irene, il ricordo del suo ventre contro il mio viso quando lo baciai su quel divano mi colpirono con la forza di uno schiaffo. Quello che sentivo per Valentina era un'erezione dettata dal passato, un fuoco fatto di cenere. L'amore, quello vero, era dall'altra parte della città, terrorizzato e aggrappato a me.
Misi le mani sui polsi di Valentina. Con una fermezza che mi costò tutta l'aria che avevo nei polmoni, mi staccai dalle sue labbra e abbassai le sue mani.
I nostri respiri erano spezzati, pesanti nel silenzio della stanza.
«Valentina...» mormorai, la voce incrinata.
«Non posso.»
Lei rimase immobile, il respiro irregolare, gli occhi fissi sul mio petto. Il silenzio si allungò, spesso come un muro di mattoni. Non urlò. Non mi diede uno schiaffo. Lentamente, abbassò lo sguardo.
Una singola lacrima sfuggì alle sue ciglia e scivolò lungo la guancia pallida, andando a morire sul colletto del mio vecchio cardigan grigio. Fu la cosa più straziante che le avessi mai visto fare. Quella lacrima silenziosa era la resa incondizionata. Aveva giocato la sua ultima carta, l'unica che le restava: il suo corpo e la sua vulnerabilità. E aveva perso.
Con un movimento lentissimo, si sottrasse alla mia presa. Si voltò, le spalle incurvate sotto il peso della sconfitta, e andò verso il tavolo di cristallo. Prese una penna, firmò l'ultima pagina della cartellina azzurra con un tratto secco e nervoso, poi lasciò scivolare la penna sul vetro.
«Firma qui,» disse, senza voltarsi a guardarmi, la voce svuotata di ogni emozione.
«E poi esci da casa mia, Michael. Non farti mai più vedere.»
Rimasi in piedi davanti al tavolo di cristallo, la penna stretta tra le dita. L'inchiostro sfiorava la linea tratteggiata sotto la parola *Firma*. Quattordici anni di vita insieme, ridotti a un foglio stampato in burocratese. Il silenzio della stanza era opprimente, rotto solo dal ticchettio della pioggia sui vetri.
Feci per premere la punta sul foglio, ma il rumore sordo di un cassetto aperto malamente mi fece alzare lo sguardo.
Valentina non mi stava guardando. Aveva preso la bottiglia di scotch intera, un bicchiere a base larga e... un pacchetto di sigarette. Lo buttò sul tavolino basso davanti al divano, strappando il cellophane con gesti nervosi e incontrollati.
Lei, che odiava l'odore del fumo, che non permetteva a nessuno di accendere una sigaretta nemmeno nel giardino della villa. Quel gesto, così banale e disperato, fu come una pugnalata. Era il segno del suo crollo totale, l'abbandono di ogni regola che si era imposta per una vita intera.
Si lasciò cadere di peso sul divano, le ginocchia piegate sotto il cardigan grigio, e prese l'accendino con le mani che tremavano.
Lasciai cadere la penna sul contratto.
«Che cazzo fai, Valentina?» mormorai, azzerando la distanza tra noi in due falcate.
Mi chinai su di lei, allungando una mano per toglierle l'accendino e il pacchetto. Ma non appena le mie dita sfiorarono le sue, lei scattò. Invece di ritrarsi, afferrò i baveri della mia camicia con una forza che non credevo possedesse.
«Lasciami,» sibilò, ma il suo non era un ordine. Era una supplica. E prima che potessi divincolarmi, si lasciò cadere all'indietro contro i cuscini del divano, tirandomi giù con lei.
Persi l'equilibrio e le franai addosso. Il profumo della sua pelle calda si mescolò all'odore stantio della stanza. I nostri volti erano a un millimetro di distanza. Il suo respiro mi colpiva le labbra, spezzato, caldo.
«Un'ultima volta, Michael,» sussurrò, le lacrime che minacciavano di caderle dagli occhi lucidi e febbricitanti.
«Regalami un'ultima volta prima di uccidermi del tutto.»
La mia mente urlò il nome di Irene, urlò di alzarmi e andarmene, ma il mio corpo rispose a un richiamo antico. La carne ha una memoria spietata. Quando Valentina sollevò il viso e premette la bocca contro la mia, ogni difesa crollò.
Iniziammo a baciarci follemente, La sua lingua cercò la mia con una disperazione rabbiosa, affamata, mentre le sue mani scivolavano frenetiche dietro la mia nuca, tirandomi i capelli. Risposi con la stessa foga, un istinto animale che si mescolava al senso di colpa e alla pietà.
Valentina ansimò contro la mia bocca, inarcando la schiena per spingersi contro il mio bacino. Le sue mani armeggiavano alla cieca con la mia cintura, slacciandola con movimenti goffi ma decisi.
Fu un attimo. Ci spogliammo dell'essenziale, in preda a un'urgenza devastante. Ripresi a baciarla, scendendo sul suo collo, e sul suo morbido seno, succhiando avidamente i suoi capezzoli turgidi.
Scendo ancora, sempre più giù fino ad arrivare al suo basso ventre, per poi finire tra le sue cosce bollenti, dove la sua succosa e invitante fica, sembrava attendermi. I suoi gemiti riempiono la stanza con una densita che aumentava sempre di più. Io nom mi fermai, continuai a leccarla e a strizzarle il clitoride, mentre con due dita tenevo allargate le sue grandi labbra. Esattamente come piaceva a lei durante le nostre notti di passione.
Valentina mi stringe a sè tenendo le sue mani nei miei capelli.
« Aahh, sii Michaeell, cosi ti prego »
Le sue gambe si chiusero intorno alla mia testa, facendomi quasi mancare il fiato. Non mi fermo, continuo imperterrito a stuzzicare la sua figa con la lingua, fino a quando sento il suo corpo irrigidirsi...
Si conterce, e qualche secondo dopo arriva un potente orgasmo. La sento ansimare ancora un po'. Passò qualche secondo prima di riprendersi.
« Dammelo ti prego, mettimelo dentro Micharl »
Si sollevò di scatto, afferrandomi il viso per portarmi di nuovo giù sulle sue labbra. Una mano lasciò il mio viso facendosi strada tra i nostri corpi. Mi afferrò il cazzo, duro e pulsante, posando la cappella sull'entrata della sua vagina. Le sue gambe mi intrappolarono, stringendosi intono alle mie cose e costringendomi a entrare in lei.
Avrei voluto gridarle di fermarsi per staccarmi da lei, ma non ci riuscii, perché la foga del momento prese il sopravvento su qualsiasi emozione.
La prima spinta fu un colpo sordo, un incastro perfetto e doloroso che ci fece gemere entrambi. Era una danza che conoscevamo a memoria, ma stavolta non c'era amore, non c'era futuro: c'era solo l'illusione di poter fermare il tempo e riavvolgere il nastro.
« Michaell!! Mi vuoi, lo so che mi vuoi ancora » bisbigliò, apppena sotto il mio orecchio, stringendomi sempre di più.
Aumentai il ritmo, affondando in lei con spinte profonde, decise, sentendo la seta nera scivolare sotto le mie mani calde. Il suono dei nostri corpi che si scontravano riempiva il piccolo appartamento. Valentina buttò la testa all'indietro, i capelli biondi e scarmigliati sparsi sui cuscini, il respiro che si trasformava in gemiti gutturali e disperati. I nostri occhi si incrociarono di nuovo fissandosi come una volta. Il suo seno, ormai nudo, ballava leggermente su e giù. Non mi fermai, continuai senza sosta a scivolare dentro di lei. Raggiunsi l'orgasmo abbastanza in fretta. Mi sfliai da lei sborrando fuori appena in tempo. I miei getti di sperma le ricoprirono la figa.
Mi accasciai su di lei, nascondendo il viso nell'incavo del suo collo. I nostri cuori battevano all'impazzata contro il torace dell'altro. Il mio respiro caldo e affannoso si infrangeva contro il suo collo. Per qualche secondo, ci fu solo l'illusione della pace.
Poi, la realtà tornò a schiacciarci.
Sentii il suo corpo irrigidirsi sotto di me. Il calore della passione evaporò, lasciando il posto a un gelo mortale. Mi sollevai sui gomiti per guardarla.
Gli occhi di Valentina non erano più persi nel piacere. Erano vitrei. Le sue labbra, gonfie per i baci, iniziarono a tremare in modo convulso. Una lacrima scese, poi un'altra, tracciando solchi sulla pelle senza trucco.
Il suo non fu un pianto silenzioso. Fu un crollo strutturale. Le sue mani, che un attimo prima mi accarezzavano la schiena, ora si stringevano a pugno.
« Non farmi questo...» sussurrò, la voce rotta da un singhiozzo che le venne dal fondo dello stomaco.
«Vale…» la voce mi uscì bassa, spezzata.
Mi passai una mano sul viso, incapace di guardarla davvero.
«Non so nemmeno perché l’abbiamo fatto.» Deglutii.
«Per un attimo ho finto che niente fosse cambiato.» La guardai. Gli occhi rossi, il petto che si alzava a scatti.
«Ma non è possibile ricicire.» Cercai di dirle, sentendomi il pezzo di merda più grande della terra. Avevo appena tradito Irene. Avevo appena illuso la donna che stavo lasciando.
Lei scosse la testa, i lineamenti distorti da un dolore così atroce da risultare quasi deforme.
«Ti ho chiesto un figlio... ti ho aspettato... sono due anni che ci pensiamo...» disse tra i singhiozzi.
« E poi? Dai quel figlio che ho sempre desiderato a una ragazzina che conosci da meno di un anno? »
Inspirò male, quasi soffocando.
Quella frase fu un proiettile in pieno petto. Non potei ribattere. Era la verità, nuda, crudele e inaccettabile. Mi spinse via con forza, allontanadomi da lei. Mi spinse via con forza. Recuperò il cardigan da terra per coprirsi.
Il pianto di Valentina divenne isterico, incontrollabile. Il mascara non c'era a coprire i suoi occhi arrossati, il viso le si gonfiò di lacrime e rabbia. L'eleganza, la fierezza, la compostezza... tutto spazzato via. Il naso le colava. Respirava male. Continuava a pulirsi le guance con il dorso della mano senza riuscire a smettere di piangere.
Non c’era più niente della donna composta che conoscevo.
«Vale... mi dispiace...» provai ad allungare una mano per sfiorarle il viso.
Ma lei scattò come una molla. Mi piazzò entrambe le mani sul petto e mi spinse via con una violenza improvvisa.
«NON TOCCARMI!» urlò, la voce che raschiò la gola. Mi guardava come se fossi il demonio. Il disprezzo si mescolava all'agonia.
Mi alzai, barcollando, e cominciai a rimettermi i pantaloni e la camicia con gesti meccanici, il cervello paralizzato da quello che avevamo appena fatto.
«Vattene,» sibilò lei tra le lacrime, indicando la porta con una mano tremante. «Se hai un briciolo di dignità, almeno firma quel cazzo di foglio e sparisci.»
Rimasi immobile per un secondo.
«Valentina, Asco...» non mi lasciò finire.
«VATTENE MICHAEL! TI PREGO, VATTENE!» Il suo urlo lacerò l'aria, disperato, mentre affondava il viso tra le mani, raggomitolandosi su se stessa e scoppiando a piangere a dirotto.
Senza dire una parola, mi avvicinai al tavolo di cristallo. Con la mano che mi tremava, presi la penna. Firmai il contratto calcando così tanto la punta da quasi strappare la carta.
Presi la giacca e uscii da quella casa, chiudendomi la porta alle spalle. Sulle scale, l'eco delle sue grida di dolore rimbombava ancora.
Ero fuori. Ero libero dal mio matrimonio. Ma mentre la pioggia mi bagnava il viso sulla strada verso la macchina, capii di essere appena diventato l'incubo peggiore di me stesso. E non avevo la minima idea di come avrei potuto guardare Irene negli occhi.

La pioggia continuava a flagellare il parabrezza, ma i tergicristalli sembravano solo spalmare l'acqua e le luci dei lampioni in una macchia confusa, esattamente come i miei pensieri. Fissavo la strada, ma tutto ciò che vedevo era il viso devastato di Valentina e il documento firmato sul sedile del passeggero.
Al semaforo rosso, presi il telefono. Fissai la chat di Irene. Stava scrivendo.
*«Tutto bene? Ce la fai per cena?»*
Il pollice mi tremava mentre digitavo la bugia.
*«Hey, si tutto bene. Faccio un salto da Manolo. Se vuoi iniziare a cenare fai pure, torno leggermente più tardi. Ti amo amore mio. »*
Premetti invio e lanciai il telefono sul sedile. La parola "amore mio" mi lasciò un sapore acido in bocca. Non potevo tornare alla villa. Non con il profumo di di Valentina ancora impresso sulla mia pelle. Avevo bisogno di un posto neutro, di qualcuno che non mi guardasse normalmente.
Invertii il senso di marcia e puntai verso la periferia sud.
L'officina di Manolo era chiusa al pubblico da ore, ma conoscevo le sue abitudini. La saracinesca principale era abbassata, ma la luce al neon filtrava dalla porta laterale mezza arrugginita. Manolo era il mio migliore amico dai tempi in cui l'unica nostra preoccupazione era truccare i motorini prima che i Carabinieri ci sequestrassero il libretto. Era l'unico che mi aveva visto piangere quando mio padre era morto, e l'unico a cui avevo detto di voler lasciare Valentina mesi fa.
Spinsi la porta di ferro. L'odore di olio motore, metallo tagliato e caffè bruciato mi investì, coprendo per un istante quello della mia colpa.
«Siamo chiusi, amico. Ripassa domani. » mugugnò una voce da sotto il telaio di una vecchia Mustang sollevata sul ponte.
«Sono io, Manolo. Michael. »
Il rumore della chiave inglese si fermò. Manolo scivolò fuori da sotto l'auto sul suo carrellino. Si pulì le mani sporche di grasso su uno straccio unto, strizzando gli occhi scuri verso di me. Indossava la solita tuta da meccanico sbiadita. Non ci vedevamo da prima che partissi per l'Africa, ma a lui bastò uno sguardo per leggere il disastro che mi portavo addosso.
«Cazzo, Mike...» mormorò, alzandosi in piedi e buttando lo straccio sul banco da lavoro.
«Sembri un fantasma.»
Non risposi. Mi avvicinai a un vecchio divanetto di pelle sventrato che teneva in un angolo dell'officina e mi ci lasciai cadere di peso, nascondendo il viso tra le mani.
Manolo non fece domande idiote. Andò verso un piccolo frigo malandato coperto di adesivi, tirò fuori due birre, le stappò con l'accendino e me ne allungò una. Poi trascinò uno sgabello di metallo e si sedette di fronte a me.
«Bevi,» ordinò.
«E poi sputa il rospo. Pensavo volessi festeggiare, ma la tua faccia non mi sembra molto rassicurante.»
Presi un lungo sorso di birra gelata. Il freddo mi aiutò a schiarire la voce, ma non la coscienza.
«Ho firmato le carte del divorzio due ore fa. A casa di Valentina.»
«E dov'è il problema? Era quello che volevi, no? Fine della prigione d'oro, inizio della vita da padre di famiglia.»
Alzai lo sguardo verso di lui.
«L'ho scopata, Manolo.»
Il silenzio che calò nell'officina fu più pesante del rumore della pioggia sul tetto di lamiera. Manolo si fermò con la bottiglia a metà strada verso la bocca. Mi fissò per dieci lunghissimi secondi, cercando di capire se fosse una battuta di cattivo gusto. Quando capì che ero serio, posò la birra sul pavimento.
«Tu hai fatto... cosa?» La sua voce era un sussurro duro, incredulo.
«Mi ha tirato a sé. Era distrutta, piangeva... sembrava un'altra persona. Mi ha chiesto un'ultima volta prima di firmare, prima di lasciarmi andare per sempre. E io ho ceduto. L'ho fatto e poi ho firmato quel cazzo di foglio mentre lei mi urlava di sparire.» Mi passai le mani tra i capelli, sentendo un senso di nausea montarmi nello stomaco.
«Ho tradito Irene. L'ho tradita proprio nel giorno in cui l'ho resa l'unica donna della mia vita. Sono un fottuto ipocrita.»
Manolo si accese una sigaretta, i movimenti lenti e calcolati. Aspirò profondamente, soffiando il fumo verso il neon sfarfallante.
«Sei un coglione, Mike. Un coglione di proporzioni bibliche,» sentenziò, senza sconti.
«Sei andato in Africa, sei tornato convinto di poter fare da scudo a questa ragazza e al suo bambino, e la prima cosa che fai è scoparti Valentina in un momento di debolezza?»
«Lo so!» sbottai, alzandomi in piedi e iniziando a camminare nervosamente nello spazio stretto tra gli attrezzi.
«Non devi dirmi che faccio schifo, lo so già! Il punto è che non so cosa fare adesso. Irene è a casa che mi aspetta. È incinta di sette mesi, Mano'. E come se non bastasse, Marco, il suo ex, ha ricominciato a tormentarla. Le manda messaggi, la minaccia di andare da sua madre, e lei... lei ha il terrore di denunciarlo. Abbiamo litigato a morte per qualche sera fa. Io dovrei essere quello forte, quello che le dà sicurezza, e invece le sto portando addosso l'odore della mia ex moglie!»
Manolo scosse la testa, passandosi una mano ruvida sulla barba ispida.
«Sei in un vicolo cieco, fratello. E la situazione è brutta.»
«Che cazzo faccio? Se glielo dico, la distruggo. In questo momento di vulnerabilità, con Marco che la pressa psicologicamente, scoprire che io sono andato a letto con la "perfetta Valentina" le darebbe il colpo di grazia. Mi lascerebbe, o peggio, scapperebbe chissà dove. Ma se non glielo dico... come faccio a guardarla negli occhi?»
Manolo si alzò, avvicinandosi a me. Mi piantò un dito sul petto, proprio sopra il cuore.
«Ascoltami bene, fenomeno. Tu hai il vizio di voler salvare tutti. Volevi salvare il tuo matrimonio mantenendo le apparenze, e hai fallito. Hai voluto salvare Irene dal suo ex, e ora sei tu quello che le sta mentendo alle spalle. Non puoi essere l'eroe se sei tu quello con le mani sporche.»
«Quindi mi stai dicendo di dirglielo?»
«Ti sto dicendo che hai di fronte una montagna di merda,» rispose lui, implacabile.
«Se glielo dici stasera, l'ammazzi. Potrebbe fare una cazzata, potrebbe cercare conforto in quel pazzo del suo ex pur di scappare da te, perché nella sua testa ora sei uguale a lui: un pezzo di merda. Se non glielo dici, metti una bomba a orologeria sotto il vostro letto. Perchè credimi, Valentina non è il tipo di donna che si fa scopare e poi scompare in silenzio. Prima o poi, quella donna presenterà il conto. E lo farà a Irene.»
Le parole di Manolo erano lame affilate, ma perfettamente logiche. Mi appoggiai con la schiena alla portiera di un'auto, sentendomi mancare l'aria.
«Devi sistemare una cosa alla volta, Mike,» continuò Manolo, abbassando il tono, tornando a essere il fratello maggiore che a volte sapeva essere.
«Prima neutralizzi la minaccia esterna. Fai chiudere questo Marco in gabbia. Metti Irene al sicuro. E poi... poi dovrai fare i conti con te stesso. Ma se torni a casa stasera e le vomiti addosso questa confessione solo per sentirti tu la coscienza più leggera... non sei onesto, sei solo un egoista che non sa reggere il peso delle proprie scelte.»
Rimasi in silenzio, fissando il fondo della bottiglia di birra. Aveva ragione. Scaricare la mia colpa su Irene in quel momento non era un atto di onestà, era un atto di vigliaccheria per lavarmene le mani.
« Datti una rinfrescata in bagno,» disse Manolo, indicando una porta in fondo all'officina.
«Lavati via quel fottuto profumo. Usa il sapone da meccanico, ti scartavetrerà la pelle ma almeno saprai di sgrassatore e non di Chanel. E poi torna a casa. Sostienila. Ma preparati, Mike. Perché questa cazzata la pagherai. Tutti paghiamo, alla fine.»


CONTINUA... . .
scritto il
2026-04-23
6 0 5
visite
1 0
voti
valutazione
6.1
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Mentre lei non c'è. Capitolo 9

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.