Mentre lei non c'è. Capitolo 11

di
genere
etero

La pioggia continuava a sferzare i vetri quando infilai la chiave nella serratura della villa. Entrai, la luce calda della sala da pranzo era accesa.
Irene era seduta a capotavola. Aveva preparato la cena, i piatti erano ancora intonsi e due candele si stavano lentamente consumando al centro del tavolo. Indossava una vestaglia di seta color panna che le scivolava morbidamente sul pancione. Quando mi vide, il suo viso si illuminò, cancellando ogni traccia di stanchezza.
«Mi hai aspettato,» mormorai, togliendomi il giubbotto umido. Sentivo ancora addosso l'odore pungente del sapone industriale di Manolo, una corazza chimica che nascondeva il tanfo del mio tradimento.
«Ti avevo detto di non farlo.»
«Non volevo cenare da sola,» rispose lei con un sorriso dolce, alzandosi a fatica per venirmi incontro. Mi abbracciò, affondando il viso nel mio petto. Fece una piccola smorfia, annusando la mia maglia. « puzzi di... officina. .»
Deglutii a vuoto.
« Ti ho detto che sarei passato da Manolo per quel codice che mi appare sul cruscotto. Poi mi ha chiesto di aiutarlo con una vecchia auto, e sai come sono fatto, non dico mai di no. Scusami se ho fatto cosi tardi.»
La bugia scivolò fuori con una facilità che mi fece ribrezzo. Ma Irene non ci fece caso. Mi prese per mano e mi trascinò verso il tavolo.
«Siediti. Scaldo tutto in un attimo.»
La cena passò in una strana atmosfera. Io mangiavo quasi meccanicamente, la mente ancora intorpidita, mentre lei sembrava vibrare di un'energia elettrica, quasi impaziente. I suoi occhi scuri brillavano di una luce che non le vedevo da mesi.
Quando posai la forchetta, Irene si morse il labbro inferiore, si alzò e andò verso il mobile del soggiorno. Tornò con una piccola scatola quadrata, avvolta in una carta opaca con un nastro sottile. La posò sul tavolo, spingendola verso di me.
«Che cos'è?» chiesi, aggrottando la fronte.
«Apri,» sussurrò lei, appoggiando i gomiti sul tavolo e guardandomi con un'attesa febbricitante.
Tirai il nastro. La carta scivolò via. Sollevai il coperchio della scatola e il respiro mi si bloccò in gola.
All'interno, adagiato su un letto di carta velina bianca, c'era un minuscolo paio di scarpette di lana. Erano di un rosa tenue, delicato. Accanto, un piccolo biglietto scritto con la sua calligrafia tonda: "Ciao, Papà. Non vedo l'ora di conoscerti."
Fissai quelle scarpette per un tempo che mi parve infinito. Una femmina.
Una bambina da proteggere dal mondo, dalle brutture della vita, da Marco. E persino da me stesso.
«Non volevo dirtelo mentre eri missione,» sussurrò Irene, la voce incrinata dall'emozione, vedendo i miei occhi riempirsi inaspettatamente di lacrime.
«Il medico me lo ha detto tre mesi fa, ma volevo... volevo dirtelo guardandoti negli occhi. È una bambina, Michael. Non ho neanche iniziato a comprare le sue cose per non farti scoprire nulla »
Una lacrima solitaria mi sfuggì, rigandomi la guancia. Mi alzai lentamente. La sedia strisciò sul pavimento con un rumore sordo. Feci il giro del tavolo e la tirai su, stringendola a me con una dolcezza che non sapevo quasi di possedere. Nascosi il viso nell'incavo del suo collo, inalando il suo profumo di vaniglia e pelle calda, lasciando che le mie barriere crollassero del tutto.
«Una bambina...» mormorai contro la sua pelle, la voce rotta.
«Irene... Dio, Irene. Grazie.»
Le presi il viso tra le mani, accarezzandole gli zigomi con i pollici. I nostri sguardi si incatenarono e, per un istante, il senso di colpa evaporò, lasciando spazio solo a un amore puro, totalizzante. Mi chinai su di lei e la baciai. Fu un bacio morbido, lento, denso di tutte le scuse che non potevo pronunciare ad alta voce. Le mie labbra si mossero sulle sue con una delicatezza reverenziale, assaporando il gusto della sua pelle, mentre lei si abbandonava contro il mio petto con un sospiro felice.
Mi staccai appena, accarezzandole i capelli sciolti sulle spalle, poi mi inginocchiai davanti a lei sul pavimento di legno della sala da pranzo. Il viso esattamente all'altezza del suo grembo.
Spostai delicatamente i lembi della vestaglia di seta, scoprendo la pelle tesa e perfetta del suo ventre, illuminata dalla luce tremolante delle candele. Chiusi gli occhi e vi premetti le labbra. Un bacio lungo, devoto.
«Ciao, piccolina,» sussurrai contro la sua pelle, accarezzando la rotondità con il palmo delle mani.
«Sono qui. Il papà è qui.»
Sentii le dita di Irene scivolare tra i miei capelli corti, accarezzandomi la nuca in un gesto di una tenerezza infinita. In quel bozzolo di intimità, il desiderio iniziò a farsi strada, caldo e affettuoso. Le mie mani scesero lungo le sue cosce, accarezzando la pelle liscia. Iniziai a risalire lentamente, scivolando sotto il tessuto della vestaglia. Volevo sfiorarla, volevo farle sentire quanto la desiderassi, quanto fosse l'unica cosa vera della mia vita in quel momento.
Le mie dita le sfiorarono l'interno coscia, avvicinandosi al suo centro, morbido e intimo. Irene emise un gemito leggero, chiudendo gli occhi e rilassando le spalle.
Ma proprio in quell'istante esatto, un colpo improvviso, netto e potente, mi colpì il palmo della mano sinistra appoggiata sul suo fianco.
Irene sussultò, aprendo gli occhi di scatto. Si piegò leggermente in avanti, aggrappandosi alle mie spalle con una smorfia che si trasformò subito in una risata cristallina.
«Ahi!» esclamò, massaggiandosi il lato destro del pancione.
Tolsi subito le mani, guardandola allarmato.
« Oi, tutto bene? »
« Si, si... è lei,» rise Irene, tenendosi il ventre e guardandomi dall'alto verso il basso con un'espressione divertita, gli occhi che le brillavano. Poi mi diede un piccolo colpetto sul naso con l'indice.
«Occhio, Capitano... mi sa che la signorina è già gelosa della sua mamma. Niente distrazioni.»
« Ha un bel caratterino la principessa » risposi.
Rimasi a fissarla per un secondo, prima che una risata mi sgorgasse spontanea dal petto. Una risata vera, profonda, che mi sciolse i muscoli delle spalle e il nodo che mi stringeva la gola da ore.
Sorridendo, mi alzai prendendo di nuovo il suo viso tra le mani. Poggiai la fronte contro la sua chiudendo gli occhi. E in quel rifugio caldo, con il profumo della cena e la pioggia che batteva fuori dalla finestra, feci una promessa silenziosa a quella bambina che scalciava: " Ci sarò sempre per voi due, nessun errore mi allontanerà da voi. "
La sera passò tra sguardi intensi, risante e un breve dibattito per il nome della bambina. Prima di addormentarmi mi girai verso di lei, aveva già gli occhi chiusi e un piccolo sorriso stampato sulle labbra, segno di un momento di felicità.
« Hey » sussurai, per vedere se fosse ancora sveglia.
« Mh, che c'è ? » domandò con un filo di voce e aprendo delicatamente gli occhi.
« Pensavo ai nomi che hai suggerito tu e... » mi fermai un attimo guardandola negli occhi.
« Mi piacciono molto Melissa e Gaia »
« Si chiamerà Melissa, ho già deciso io anche per te »
« Ah ok... a saperlo prima ti avrei dato subito carta bianca »
Scoppiamo in una piccola risata mentre la stanchezza prese il sopravvento su di noi.

Nei giorni successivi continuai godermi il mio periodo di licenza di 30 giorni per il recupero psico-fisico. Cercando anche di risistemare la mia vita trovando un nuovo equilibrio.
Una sera ero in salotto, la televisione illuminava a intermittenza la stanza immersa nella penombra. Sullo schermo, un Brad Pitt con camicia hawaiana e occhiali da sole sfrecciava per le strade di una Los Angeles del 1969. Era almeno la sesta volta che guardavo *C'era una volta a... Hollywood*, ma per me rimaneva un rituale. Una birra mezza vuota sul tavolino, il silenzio della casa, e la mente che cercava disperatamente di staccarsi dalla realtà.
Poi, un fruscio leggero ruppe il silenzio.
Irene comparve sulla soglia del corridoio. Indossava solo una delle mie vecchie magliette grigie, che ormai le fasciava a stento il pancione, llasciando scoperte le gambe nude. Si appoggiò allo stipite, incrociando le braccia sotto il seno appesantito dalla gravidanza, e mi guardò con un mezzo sorriso.
«Sai le battute a memoria, Michael. E io so che Cliff Booth vince alla fine,» disse, la voce impastata di sonno ma con una sfumatura inequivocabile.
Mi voltai a guardarla. La luce bluastra della TV le accarezzava i lineamenti dolci, i capelli sciolti e disordinati. Era una visione che faceva a pugni con il senso di sporco che mi portavo dentro da giorni.
«È un capolavoro, amore. È la scena al ranch di Spahn, devi avere rispetto,» risposi, cercando di mantenere il tono leggero.
Lei si staccò dalla porta, camminando lentamente verso il divano. Si fermò davanti a me, coprendo lo schermo. Il suo profumo di vaniglia e crema idratante mi investì. Fece scivolare una mano tra i miei capelli, accarezzandomi la nuca.
«C'è un capolavoro molto più interessante di là, nel letto,» mormorò, inclinando la testa. «E ha freddo.»
Guardai lo schermo, poi guardai lei. I suoi occhi scuri erano carichi di un desiderio morbido, un invito a cui era fisicamente impossibile dire di no. Sorrisi, afferrai il telecomando e spensi la TV. Il salotto piombò nel buio.
«Mi stai chiedendo un grande sacrificio, donna,» sussurrai, alzandomi.
«Ti ricompenserò adeguatamente, Capitano.»
La presi per mano e la guidai verso la camera da letto. Accesi solo la piccola abat-jour sul mio comodino, che proiettò una luce calda e dorata sulle lenzuola stropicciate.
Irene si sedette sul bordo del letto. Mi misi in ginocchio davanti a lei, separandole dolcemente le ginocchia. Le mie mani risalirono lungo l'interno delle sue cosce, accarezzando la pelle liscia e calda. Lei emise un sospiro tremante, chiudendo gli occhi e portando le mani sulle mie spalle.
Con infinita lentezza, le sfilai la maglietta facendola passare sopra la testa. Rimase nuda. Gravidanza o no, per me era la creatura più eccitante del pianeta. I seni pieni, i capezzoli già turgidi in attesa del mio tocco, la curva perfetta del ventre che custodiva nostra figlia.
Mi chinai in avanti e iniziai a baciarla. Prima le labbra, un bacio lento, profondo, in cui le nostre lingue si cercarono con dolcezza. Poi scesi lungo il collo, indugiando sull'incavo della clavicola, fino ad arrivare al seno. Quando presi un capezzolo tra le labbra, succhiandolo con delicatezza, Irene inarcò la schiena, le sue dita si strinsero nei miei capelli e un gemito sommesso le sfuggì dalla gola.
«Michael...» sussurrò, le gambe che si allargavano istintivamente per farmi spazio.
Sapevo che con il pancione le posizioni tradizionali erano diventate scomode, a volte persino dolorose per la schiena. Mi alzai, mi sfilai velocemente i pantaloni e l'intimo, e la feci sdraiare su un fianco, di schiena rispetto a me. La posizione del cucchiaio. Il modo perfetto per essere profondamente uniti senza farle pesare nulla.
Mi sdraiai dietro di lei, incollando il mio petto alla sua schiena. Un braccio scivolò sotto il suo collo per farle da cuscino, mentre con l'altra mano le accarezzavo il fianco, scendendo giù, verso il suo centro. Era già bagnata, pronta per me. Il solo contatto con il suo calore umido mi fece pulsare di un desiderio feroce.
«Dimmi se ti faccio male,» le sussurrai all'orecchio, sfiorandole il lobo con le labbra.
«Non potresti mai,» rispose lei, spingendo il bacino all'indietro, contro di me, in una muta supplica.
Sollevai delicatamente la sua gamba superiore e, guidandomi con le dita, entrai in lei. Lentamente. Un centimetro alla volta. La sensazione della sua carne che si stringeva attorno a me era così intensa da farmi chiudere gli occhi. Irene buttò la testa all'indietro, contro la mia spalla, rilasciando un lungo sospiro di puro piacere.
Iniziai a muovermi. Movimenti fluidi, lunghi e profondi. La mia mano libera le accarezzava il pancione teso, per poi salire a massaggiarle un seno, stringendolo al ritmo delle mie spinte. La stanza si riempì del suono dei nostri respiri spezzati, della pelle che scivolava contro la pelle.
Ed è in quel momento di perfetta intimità che la mia mente mi tradì.
Mentre spingevo a fondo, chiusi gli occhi. Nel buio dietro le mie palpebre, il profumo di vaniglia di Irene venne improvvisamente coperto da un odore pungente di profumo costoso. Non stavo accarezzando un grembo materno, sentivo le unghie affilate di Valentina che mi graffiavano la schiena a sangue. Sentivo le sue urla disperate, il sapore amaro delle sue lacrime e del tradimento. L'immagine di Valentina piegata contro il divano del suo attico esplose nella mia testa come una granata.
Un nodo di colpa mista a un'eccitazione torbida e disgustosa mi strinse la gola. Il respiro mi si bloccò.
*No. No, cazzo, esci dalla mia testa.*
Per scacciare quel fantasma, spinsi in Irene con più forza, più urgenza, affondando il viso nei suoi capelli per inalare il *suo* odore.
«Aah... Michael, così...» gemette Irene, sorpresa e deliziata da quell'improvviso aumento di intensità. La sua mano scese a stringere la mia coscia, incoraggiandomi.
Mi aggrappai alla sua voce. Mi costrinsi a riaprire gli occhi, fissando la linea del suo collo, il colore ambrato della sua pelle alla luce dell'abat-jour. Ero lì. Ero con lei. L'amavo da morire e stavo per diventare padre. Il resto era solo spazzatura.
Aumentai il ritmo, lasciandomi guidare dalle reazioni del corpo di Irene. Sentivo le sue pareti contrarsi attorno a me, sempre più strette, un preludio imminente. La mia mano scivolò giù dal suo seno, trovando il suo clitoride rigonfio e iniziando a stimolarlo in sincronia con le mie spinte.
Irene si irrigidì. Un grido soffocato contro il cuscino, e il suo orgasmo esplose, travolgendola in ondate di spasmi bollenti che mi muntevano con una forza deliziosa. Non riuscii a trattenermi oltre. Con un ringhio roco contro la sua pelle, affondai un'ultima volta, riversandomi in lei, perdendomi nel suo calore fino all'ultima goccia.
Rimanemmo incastrati per lunghi minuti, i respiri pesanti che lentamente tornavano normali. Uscii da lei con dolcezza, recuperando un fazzoletto dal comodino per ripulirci, per poi tirare su il lenzuolo per coprirci entrambi.
Mi rotolai sulla schiena e Irene fece lo stesso, sistemandosi contro il mio fianco. Una mia mano riposava sul suo ventre nudo.
C'era un silenzio perfetto. Poi, improvvisamente, la mia mano venne spinta verso l'alto da un piccolo, netto calcetto dall'interno.
Irene sorrise, guardando in basso verso il suo ombelico. Subito dopo, un secondo colpo, più forte. La pelle del pancione si deformò per un istante.
«Qualcuno si è svegliato,» sussurrai, sorridendo a mia volta, la gola stretta dall'emozione. Spostai la mano per accarezzare il punto in cui aveva colpito.
«Abbiamo fatto troppo rumore,» rise lei a bassa voce, intrecciando le sue dita con le mie sopra il suo grembo.
Guardammo in silenzio quel piccolo miracolo. Ogni volta che la sentivo muoversi, il mondo fuori smetteva di esistere.
Ma l'espressione di Irene, lentamente, cambiò. Il sorriso si spense, lasciando spazio a una serietà pacata, riflessiva. Fissò il soffitto per qualche secondo, prima di voltare il viso verso di me.
«Michael,» disse, la voce poco più alta di un sussurro.
«Dimmi.»
Prese un respiro profondo, stringendo la mia mano. «Domani vado in caserma. Non voglio aspettare che succeda qualcos'altro. Voglio denunciare Marco.»
La guardai, sorpreso dalla fermezza del suo tono. Nessuna esitazione, nessuna paura.
«Sei sicura?» chiesi dolcemente, accarezzandole il dorso della mano col pollice.
«So quanto ti spaventa rimettere in mezzo avvocati e giudici.»
«Ero spaventata,» mi corresse, tornando a guardare il suo pancione. «Ma quando vi guardo... quando sento lei muoversi... capisco che non ho più il diritto di avere paura. Non voglio che Melissa nasca con l'ombra di quell'uomo sulla nostra vita. Non voglio dovermi guardare le spalle quando la porterò al parco. E non voglio che tu debba rischiare la carriera, o la vita, per proteggerci dai suoi deliri.»
Si girò completamente verso di me, i suoi occhi scuri che mi scrutavano l'anima.
«Voglio chiudere con il passato, Michael. Voglio che la nostra vita inizi davvero da domani. Una volta per tutte.»
Le accarezzai la guancia, sentendo il peso delle sue parole schiacciarmi le costole. Lei stava chiudendo coraggiosamente con il suo passato. Io, invece, il mio passato me lo portavo ancora addosso, nascosto in segreti che potevano distruggerci.
«Va bene,» le dissi, baciandole la fronte, stringendola a me.
«Domani andiamo. Ti accompagno io.»
Mentre Irene chiudeva gli occhi, rassicurata e sfinita, io rimasi a fissare il buio. L'ingranaggio era partito. E pregai, pregai con tutto me stesso, che la giustizia facesse il suo corso prima che Marco, o Valentina, facessero esplodere la nostra vita.

- Qualche giorno dopo -

Il giudice firmò l'ordinanza restrittiva. Marco non poteva più avvicinarsi a lei, alla villa o a casa di sua madre. Sulla carta, avevamo vinto. La legge aveva eretto un muro invisibile attorno alla nostra famiglia.
Ma i muri invisibili non fermano gli uomini che sono già morti dentro.
Marco era al capolinea. I suoi creditori per la merce non mandavano avvocati, mandavano picchiatori. Lo avevano intercettato due notti prima, rompendogli due costole e lasciandolo a sanguinare in un vicolo cieco. Con decine di segnalazioni all'attivo e i Carabinieri col fiato sul collo per la denuncia di Irene, sapeva che le porte del carcere, o quelle dell'obitorio, si stavano aprendo per lui. Non aveva più niente da perdere. Nessuna via di fuga. Gli restava solo un'ossessione bruciante, un odio acido e corroso verso chi, nella sua testa malata, gli aveva rubato l'unico giocattolo che lo faceva sentire un uomo potente.
Io ero irraggiungibile: sapeva che lo avrei smembrato o fatto arrestare in tre secondi. Irene era troppo protetta.
Così, la mente di un predatore disperato cerca la preda più vulnerabile del branco. Anche se quella preda, con il nostro branco, non c'entrava assolutamente nulla.
Cercando online, tra profili social, Marco aveva trovato l'anello debole. Il simbolo del mio passato. La donna che condivideva il mio cognome fino a pochi mesi prima.
Valentina.

Una sera Valentina uscì dal ristorante "La Castella" leggermente fuori città. stringendosi nel suo cappotto di cachemire nero. Stava faticosamente cercando di rimettere insieme i cocci della sua vita. Il lavoro era l'unica terapia che funzionava: aveva appena chiuso una consulenza per l'organizzazione di un grosso matrimonio in quel locale. Era stanca, gli occhi segnati da occhiaie che il trucco non riusciva a nascondere del tutto, ma stava andando avanti. Un passo alla volta, lontana da me, lontana dal suo stesso baratro.
Parcheggiò vicino casa di una sua amica che le stava affianco in quel momento. Attraversò la strada lasciando il parcheggio dove aveva lasciato l'auto. C'erano poche persone in giro, solo il rumore distante del traffico e il fruscio delle foglie secche sull'asfalto.
Marco l'aveva osservata in silenzio cercando di capire i suoi spostamenti e infatti dopo diversi giorni la trovò vicino casa della sua amica.
« Signora! Signora! »
La voce maschile, rauca e raschiata, la fece voltare di scatto mentre posava le chiavi nella borsa.
Un uomo emerse dall'ombra di un grosso platano. Indossava un giubbotto scuro e aveva il viso tumefatto, gli occhi febbricitanti e spiritati di chi non dorme da giorni. Valentina si bloccò, l'istinto di sopravvivenza che le congelava il sangue. Non lo aveva mai visto in vita sua.
«Chi è lei?» chiese, stringendo la maniglia della borsa. «Se vuole dei soldi...»
«Soldi?» Marco sputò a terra, facendo un passo verso di lei.
«I soldi non mi ridanno la vita. Sei tu la moglie di quel figlio di puttana, vero? Miss perfezione.»
Valentina continuò a indietreggiare, il respiro che le si mozzava in gola.
«Non so di cosa stia parlando. Mi lasci in pace o mi metto a urlare.»
«Urla. Fallo,» ringhiò lui, annuendo in modo frenetico, come se parlasse da solo.
«È colpa tua. Se tu lo avessi tenuto al guinzaglio, quel figlio di puttana, lui non sarebbe venuto a prendersi quello che mi appartiene. Non mi avrebbe rovinato!»
«Io non c'entro nient—»
Marco non la fece finire. Scattò in avanti con una ferocia cieca. Non aveva armi, usò solo i pugni gonfi di nocche spaccate. Il primo colpo la prese in pieno viso, uno schiaffo a mano aperta così violento che Valentina venne sbalzata all'indietro, sbattendo la schiena contro il cofano di un'auto e cadendo a terra.
La borsa le sfuggì di mano, riversando documenti e chiavi sull'asfalto.
Emise un urlo acuto, disperato, cercando di proteggersi il viso con le braccia.
«Puttana!» urlò Marco, prendendola a calci nel fianco, cieco di rabbia, sfogando su quel corpo fragile tutte le umiliazioni, le botte prese, il carcere imminente.
«Dov'è il tuo eroe adesso, eh?! Digli che sono stato io! Digli che gli distruggo tutto quello che ha!»
Valentina singhiozzava, raggomitolata su se stessa, sputando sangue. «Basta... ti prego, io n-... AIUTO! per favore aiuto!»
Le urla non si persero nel vuoto. Da un pub all'angolo opposto della strada, la realtà moderna e caotica della città prese il sopravvento.
«Ehi! Oh, cazzo fai? Lasciala!»
Un gruppo di tre ragazzi, trentenni in giacca e camicia che stavano fumando fuori dal locale, si voltò. Videro l'uomo accanirsi sulla donna a terra e non ci pensarono due volte. Corsero attraverso la strada.
Marco fece in tempo a tirare indietro il braccio per l'ennesimo pugno, quando il più grosso dei tre lo scaraventò con forza schiantandolo contro la portiera di una macchina con un tonfo metallico sordo.
«Pezzo di merda! Mollala!» ruggì il ragazzo, colpendolo al volto.
Gli altri due arrivarono subito dopo. Non furono delicati. La rabbia di vedere una donna massacrata in strada innescò un linciaggio istantaneo. Marco, già debole e ferito, venne buttato a terra e riempito di calci. Non cercò nemmeno di difendersi, si raggomitolò ridendo in modo isterico, il sangue che gli colava dai denti spaccati, godendo malatamente del dolore pur di sentire di aver lasciato il segno.
«Chiamate la polizia! Muovetevi!» urlò uno dei soccorritori a un cameriere uscito dal ristorante.
Un altro ragazzo si inginocchiò accanto a Valentina. Era una maschera di sangue e terrore. Aveva il labbro spaccato, lo zigomo già livido e gonfio, e si teneva le costole respirando a fatica, tremando in modo convulso.
«Signora... signora, mi sente? Stia ferma, l'ambulanza sta arrivando. L'abbiamo fermato, è finita.»
Valentina non riusciva a parlare. Riusciva solo a piangere, stringendo il cappotto sporco di fango e sangue, la mente annebbiata dal trauma e da una singola, orribile consapevolezza: Le scelte di Michael, anche cercando di stargli lontana, ne stava pagando il prezzo con la sua stessa carne.
In lontananza, le sirene della Polizia iniziarono a fendere la notte, avvicinandosi rapidamente alla scena del disastro.

CONTINUA... . .
scritto il
2026-04-24
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