Mentre lei non c'è - Danni collaterali. Parte 1
di
Michael035
genere
etero
Questo Spin-Off è ambientato su Valentina.
Ci sono voluti sei mesi. Sei mesi di sedute dalla psicologa, due volte a settimana, per rimettere insieme i pezzi di una mente che era andata in frantumi molto prima che il pugno di Marco mi spaccasse lo zigomo.
Quando avevo chiuso la porta in faccia a Michael, consegnandogli i documenti del divorzio, gli avevo mostrato una corazza di freddezza e dignità. Quello che lui non aveva visto
— che avevo disperatamente nascosto dietro un muro di orgoglio —
Era stato il mio crollo un secondo dopo aver girato la chiave nella serratura. Ero scivolata lungo il legno di quella porta, piangendo fino a vomitare, risucchiata in un buco nero di depressione che mi aveva tolto la fame, il sonno e la voglia di vivere. Forse speravo ignorasse le mie parole per scoparmi come l'ultima volta o forse volevo che andasse via una volta per tutte. Non lo so neanch'io.
Sono stati i miei genitori a raccogliermi col cucchiaino. Loro, sdegnati da come ero stata "liquidata" e rimpiazzata, mi hanno spinta con forza verso la terapia e verso lo studio di uno dei migliori avvocati civilisti di Torino.
«Gli faremo causa per danni morali e biologici, Valentina,»
Mi aveva detto mio padre, battendo il pugno sul tavolo. «Un Capitano del suo livello non può distruggere la vita di sua moglie con le sue bugie e passarla liscia. »
La causa è iniziata, una guerra fredda fatta di perizie psichiatriche e memorie difensive in cui gli avvocati militari di Michael cercano di sminuire il mio dolore. Ma la verità è che, oggi, quelle scartoffie non mi definiscono più.
Perché in questi sei mesi, tra le macerie, ho trovato Riccardo.
Lui era il paramedico sull'ambulanza la notte dell'aggressione. Aveva tenuto tamponato il mio viso, mi aveva parlato per non farmi perdere i sensi. Ci siamo rincontrati per caso, fuori dal padiglione dell'ospedale dove andavo per i controlli maxillo-facciali. All'inizio ero terrorizzata dall'idea di far entrare un altro uomo nella mia vita. Il solo pensiero di essere toccata mi faceva tremare. Ma Riccardo non ha forzato nulla. Ha saputo aspettare, ascoltare e, quando i miei muri sono crollati, ha acceso un fuoco che pensavo fosse spento per sempre.
È venerdì sera. Sono in cucina, appoggiata all'isola della cucina, a fissare la pioggia che lava le strade di Torino.
La porta d'ingresso si apre e Riccardo entra. Indossa ancora la divisa operativa blu scuro del 118, i capelli leggermente umidi per la pioggia. Ha un viso dai lineamenti duri, le spalle larghe e uno sguardo che non ti chiede mai scusa per quello che pensa.
«Che ci fai lì impalata al buio?» mi chiede, appoggiando il borsone a terra. Si avvicina e mi circonda la vita da dietro, baciandomi il lato del collo. Il suo respiro caldo mi fa venire i brividi.
«Pensavo,» sussurro, rilassandomi contro il suo petto. «Oggi l'avvocato mi ha chiamata. Gli avvocati di Michael stanno provando a patteggiare una cifra ridicola per chiudere la causa. Mio padre è furioso, vuole andare in tribunale e fargli sputare fino all'ultimo centesimo delle sue missioni all'estero.»
Riccardo mi fa voltare verso di lui. Le sue mani, grandi e callose, mi afferrano dolcemente i fianchi.
«E tu? Tu cosa vuoi, Vale?»
«Io voglio che paghi per quello che mi ha fatto passare nella testa. Ma, allo stesso tempo...» sospiro, guardandolo negli occhi.
«Allo stesso tempo guardo te, e mi chiedo perché sto sprecando energie a pensare a lui.»
Un sorriso lento, quasi predatore, si fa strada sul viso di Riccardo.
«Esatto. Quello stronzo fa parte del passato. La tua famiglia può occuparsi dei suoi soldi. Io mi occupo di te.»
Senza aggiungere altro, mi solleva di peso. Le mie gambe si allacciano istintivamente attorno alla sua vita, la gonna del mio vestito leggero che si accartoccia sui fianchi. Lo bacio. È un bacio profondo, umido, carico di una tensione elettrica che non ha niente a che vedere con la dolcezza misurata a cui ero abituata in passato. Riccardo sa di pioggia, di fatica e di maschio.
Mi trasporta in camera da letto e mi lascia cadere sul materasso. Accende solo l'abat-jour sul comodino, una luce calda che taglia la penombra.
Si sfila la giacca della divisa e la getta a terra. Poi la maglietta. Il suo petto è scolpito, coperto da un leggero strato di sudore e da un tatuaggio tribale che gli spunta sulla spalla sinistra. Lo guardo sbottonarsi i pantaloni tattici con gesti rapidi e impazienti. Quando si libera anche dei boxer, il suo cazzo scatta in avanti, turgido, spesso e venoso. La sola vista mi fa bagnare istantaneamente.
Riccardo sale sul letto, mettendosi a gattoni sopra di me. Mi fissa mentre fa scivolare le mani lungo le mie cosce, sollevando definitivamente il vestito fino al seno. Indosso solo un paio di slip di pizzo nero.
«Sei bellissima,» mormora, la voce roca.
«Non devi pensare a lui. Lui ti ha rovinara e umiliata. Adesso ci sono io, e ho una voglia matta di scoparti.»
«Fallo,» lo sfido, ansimando leggermente.
«Allora che aspetti? Sbattimi, Richi.»
Lui afferra il bordo degli slip e li strappa via con un gesto secco, gettandoli sul pavimento. Poi affonda il viso tra le mie gambe.
Il primo contatto della sua lingua sul mio clitoride mi fa inarcare la schiena con un grido acuto. Le mie dita si aggrappano disperatamente alle lenzuola. Riccardo è un predatore affamato: lecca, succhia e penetra con due dita contemporaneamente, allargandomi e possedendomi con la bocca in un modo che mi fa perdere completamente la cognizione dello spazio.
«Riccardo... Dio, sì... non fermarti... ooh ssiii» supplico, mentre i fianchi iniziano a muoversi da soli, cercando ancora più pressione.
La sua lingua era calda e larga, e quando leccò tutta la lunghezza della mia fessura, un urlo si liberò dalla mia gola. Non fu gentile. Fu avido. Leccò con intensità, succhiando le mie labbra minori, mordicchiandole con cura, mentre il suo naso sfregava contro il mio clitoride sensibile. I miei fianchi iniziarono a muoversi involontariamente, cercando di spingerlo più a fondo, di aumentare la pressione.
«Sì,» gemetti, le mie mani che si intrecciavano nei suoi capelli scuri e spettinati, spingendolo contro di me. «Lì... non fermarti.»
Lui obbedì, concentrando l'attenzione sul mio clitoride, girando la lingua in cerchi veloci e precisi che mi fecero vedere le stelle. La mia respirazione era affannosa, il cuore batteva forte nel petto, sentivo il sangue pulsare nelle orecchie. Era come se stesse cancellando ogni ricordo del mio matrimonio, ogni momento di solitudine, sostituendoli con questa sensazione di pura estasi fisica. Quando introdusse un dito dentro di me, curvandolo per colpire il punto G, mentre continuava a leccarmi, le mie gambe iniziarono a tremare violentemente.
«Richii, ssiii.!» gridai, il mio corpo che si arcuava mentre l'orgasmo mi travolse come un treno.
Quando sentì che stavo per venire, si fermò di scatto. Emetto un verso di frustrazione, ma lui si solleva e si posiziona tra le mie ginocchia divaricate. Afferra il suo cazzo rigido e lo sfrega contro la mia intimità fradicia, facendomi impazzire.
«Guardami, Valentina,» ordina, gli occhi scuri fissi nei miei.
«Di chi sei ora?»
«Tua. Sono tua, amore» rispondo senza esitare.
Riccardo spinge. Entra tutto, con una forza brutale e profonda che mi riempie fino a togliermi il fiato. Un gemito viscerale mi esplode in gola. Il suo bacino sbatte contro il mio con un suono umido e carnale che rimbomba nella stanza. Iniziai a muovermi sotto di lui, incontrando i suoi colpi. Si spingeva dentro con forza, le sue palle che sbattevano contro il mio culo ad ogni spinta. La sensazione di essere piena era incredibile, ogni nervo urlava di piacere.
Inizia a muoversi con un ritmo selvaggio, implacabile. Ogni affondo è un terremoto.
Mi aggrappo alle sue spalle, tenedo il suo corpo attaccato al mio, conficcando le unghie nella sua carne. «Più forte... ti prego, più forte! Aaahh »
«Sì, sporcacciona... così,» ringhia lui, afferrandomi per i capelli per tirare la mia testa all'indietro ed espormi il collo, su cui stampa morsi leggeri che mi fanno impazzire.
Il sesso con Riccardo non ha filtri, non ha regole borghesi, non ha fantasmi. È puro istinto animale. Alza entrambe le mie gambe, appoggiandosele sulle spalle per penetrarmi con una foga ancora più estrema. Sento la sua punta colpire il mio centro più profondo. Il piacere diventa un'ondata incandescente che parte dal basso ventre e mi annebbia la vista.
«Sto per venire... Riccardo, vengooo!» urlo, i muscoli vaginali che si stringono convulsamente attorno al suo sesso.
L'orgasmo mi investe con una violenza inaudita, facendomi tremare violentemente. Sento Riccardo ringhiare, accelerando le spinte per qualche secondo prima di uscire di scatto da dentro di me. In modo rapido si posizione sopra di me, puntando il suo pene verso la mia faccia.
«Apri la bocca,» ordinò.
Aprii le labbra, la lingua sporgente, aspettando. Si masturbò vigorosamente, il pugno che correva su e giù lungo il suo cazzo lucido dei miei succhi. Dopo pochi secondi, gemette forte, e il suo corpo si irrigidì.
Il primo getto di sperma mi colpì sulla guancia, caldo e denso. Il secondo fece c'entro nella mia bocca, il terzo mi schizzò sulla fronte coprendomi il viso, gli occhi, il naso. Mi sentii sporca, usata, e incredibilmente viva. Il suo seme mi gocciolava sul mento. Lo guardai negli occhi, leccandomi le labbra per raccogliere quello che riuscii a raggiungere.
Riccardo si chinò e mi baciò, non curandosi del suo stesso sperma che ci univa.
Collassa sopra di me, il suo peso caldo e massiccio che mi schiaccia piacevolmente contro il materasso. I nostri respiri affannati si mescolano nel silenzio della stanza.
Mentre gli accarezzo lentamente i capelli corti e sudati, fisso il soffitto. La causa civile andrà avanti, i miei avvocati lotteranno contro i militari per strappare un risarcimento, e la mia famiglia avrà la sua fottuta giustizia. Ma la verità è che ho già vinto. Ho ripreso in mano il mio corpo, la mia mente e la mia dignità.
Qualche settimana dopo:
L’aula del Tribunale Civile di Torino odorava di legno vecchio e disinfettante economico. Ero seduta accanto al mio avvocato, l’avvocato Demichelis, con la schiena dritta e le mani compostamente incrociate sul grembo. Indossavo un tailleur grigio fumo: elegante, freddo, inavvicinabile.
A pochi metri da me, dall'altra parte del corridoio centrale, c'era Michael.
Indossava un abito scuro dal taglio sartoriale, ma la sua postura era inequivocabilmente militare. La schiena rigida, lo sguardo fisso in avanti, le mani appoggiate sul tavolo con calcolata tranquillità. Era la prima volta che lo vedevo da mesi, e mentirei se dicessi che il mio stomaco non ha avuto un sussulto. Ma non era più amore. Era la reazione fisica a un trauma.
La prima udienza era entrata subito nel vivo. Demichelis aveva giocato le nostre carte con maestria: aveva depositato le perizie psichiatriche, i referti ospedalieri e aveva delineato un quadro perfetto del danno morale e biologico esistenziale che il comportamento di Michael mi aveva causato. La sua doppia vita, tenuta in piedi proprio sotto il mio naso, nella nostra casa. Il fatto di scoprire che un altra donna era incinta di lui proprio quando ero pronta ad avere un figlio con lui. Era un macigno. Il giudice, una donna sulla cinquantina con lo sguardo severo, sembrava pendere dalle nostre labbra. Eravamo in vantaggio. Lo sentivo nell'aria.
Poi si è alzato l'avvocato di Michael.
L'avvocato Sironi era un uomo massiccio, con i capelli brizzolati tirati indietro e una voce che rimbombava come un tamburo. Un vero pezzo di merda, specializzato in diritto militare, ma anche abilitato al libero foro. Sapevo che sarebbe stato un osso duro, ma non immaginavo quanto.
«Vostro Onore,» esordì Sironi, con quella calma elegante che in lui somigliava sempre a una forma di disprezzo, «la controparte chiede a questo Tribunale di credere a due versioni della stessa donna. Ed è un esercizio francamente ambizioso.»
Fece un passo lento, sfogliando appena il fascicolo.
«La prima è la signora Valentina del tempo della separazione: lucida, composta, perfettamente in controllo. Una donna che rassicura il marito, promette una chiusura civile, concordata, dignitosa. Nessuna minaccia. Nessuna accusa. Nessun danno intollerabile. Nessuna urgenza soprattutto. Il mio assistito sostiene che la sua ex moglie gli abbia chiesto di riflettere in quei sei mesi di messione all'estero.»
Alzò appena lo sguardo.
«Poi, qualche mese dopo, compare una seconda versione. Ed è una metamorfosi interessante.»
Un silenzio sottile attraversò l’aula.
«La stessa donna che garantiva equilibrio e misura si presenta oggi come vittima devastata, annientata, irreparabilmente compromessa. E allora la domanda è semplice, Vostro Onore: quando dovremmo credere alla signora Valentina? Quando prometteva una separazione serena, o adesso che ne monetizza le macerie?»
Lasciò la frase sospesa, con studiata crudeltà.
«Perché il tempo, in questa causa, non è un dettaglio. È il dettaglio. Il danno davvero intollerabile non si deposita con mesi di ritardo. Non si lascia sedimentare. Non si riformula. Non si quantifica a freddo dopo aver promesso quiete.»
Richiuse il fascicolo con un gesto secco.
«Questo non è il riflesso di un trauma. È la revisione strategica di un epilogo che, all’epoca, la signora Valentina aveva accettato di gestire con ben altro contegno.»
Poi concluse, glaciale:
«Non siamo davanti alla reazione di una donna distrutta, Vostro Onore. Siamo davanti al ripensamento di una donna lucida. E il ripensamento, per quanto elegante, non è una voce di danno.»
Aveva ribaltato la scacchiera. Il viso della giudice si era fatto indecifrabile, e quando ha rinviato l'udienza per esaminare le nuove memorie difensive, ho capito che non sarebbe stata una passeggiata.
Uscimmo nel corridoio del palazzo di giustizia. L'aria era pesante.
Feci qualche passo verso l'uscita, cercando con lo sguardo Riccardo, che mi aveva promesso di aspettarmi fuori dall'aula. Ma prima che potessi raggiungerlo, una voce alle mie spalle mi gelò il sangue.
«Una causa civile, Valentina. Davvero?»
Mi voltai. Michael era a un metro da me. I suoi occhi chiari mi scrutavano con una miscela di confusione e fredda irritazione. Non c'era traccia dell'uomo distrutto dai sensi di colpa che ricordavo. C'era solo il Capitano.
«Ti sorprende, Michael?» risposi, sostenendo il suo sguardo senza battere ciglio.
«O pensavi che il tuo distintivo ti garantisse l'immunità anche dalle conseguenze delle tue azioni?»
Lui fece un passo avanti, abbassando la voce.
«Pensavo che avessimo chiuso. Hai tutto quello che vuoi. Avevamo chiuso in modo pacifico e senza torti. Perché questo teatrino? Non ti bastano i soldi? Hai così tanto bisogno di vendicarti per sentirti viva?»
«Non è una vendetta,» sibilai, sentendo la rabbia pulsarmi nelle tempie.
«È il conto. Tu hai ricostruito la tua vita perfetta sulle mie macerie. Ora voglio che tu paghi il dolore che mi hai causato.»
«Stai sprecando il tuo tempo e quello del tribunale. Sironi vi farà a pezzi, e tu finirai solo per riaprire ferite che faresti meglio a lasciar stare.»
«C'è qualche problema qui?»
La voce di Riccardo arrivò ruvida, carica di minaccia. Si era avvicinato a grandi falcate, piazzandosi fisicamente tra me e Michael. Con la giacca di pelle e la mascella contratta, Riccardo sembrava pronto a far esplodere il corridoio.
Michael non si mosse di un millimetro. Inclinò leggermente la testa, studiando Riccardo dalla testa ai piedi con la precisione clinica di chi è abituato a disinnescare bombe.
«Tutto sotto controllo,» disse Michael, con una calma glaciale che mi fece accapponare la pelle.
«Stavo solo salutando la mia ex moglie. Tu devi essere... Riccardo, giusto? Il paramedico.»
«Quello che le sta vicino ora,» ringhiò Riccardo, facendo un mezzo passo in avanti, gonfiando il petto.
«Quindi fai un passo indietro e lasciala in pace. Le tue stronzate non attaccano più. Hai finito di farle del male.»
Mi aspettavo che Michael reagisse d'istinto, ma il suo volto si distese in un sorriso amaro e sottile. Pieno di compatimento.
«Ascoltami bene, ragazzino,» mormorò Michael, la voce bassa, affilata come un rasoio.
«Tu sei abituato a raccogliere i pezzi dopo che l'incidente è già avvenuto. Arrivi, metti due cerotti, carichi la barella e ti senti un eroe. Ma non hai la minima idea di cosa significhi stare nel fuoco.»
«Non fare il fenomeno con me, "capitano"...» sbottò Riccardo, alzando un braccio.
Gli occhi di Michael diventarono improvvisamente due fessure di ghiaccio.
«E tu non alzare la mano. Non con me. Io non sono uno psicopatico in preda a delle convulsioni che puoi gedtire bloccandolo su una barella. Fai un altro passo e ti garantisco che stasera il tuo turno in ambulanza lo passi sul retro, disteso, con i tuoi colleghi che ti attaccano una flebo. Sono stato chiaro?»
Riccardo strinse i pugni, le nocche bianche. La tensione era così palpabile che si faceva fatica a respirare. Riccardo era forte, era abituato alla strada, ma Michael era addestrato a mantenere il controllo totale sotto stress. Lo stava smontando solo con la gravità delle sue parole.
«Basta così!» intervenne l'avvocato Demichelis, sbucando da dietro le mie spalle e afferrandomi per un gomito.
«Siamo in un tribunale, per l'amor di Dio.»
Quasi in contemporanea, Sironi posò una mano pesante sulla spalla di Michael.
«Capitano. Non farti provocare. Abbiamo un'udienza vinta a metà, non rovinare tutto nel corridoio. Andiamo.»
Michael non distolse lo sguardo da Riccardo per altri due, interminabili secondi. Poi, lentamente, annuì. Si sistemò i polsini della giacca con un gesto di un'eleganza quasi irritante.
Guardò me un'ultima volta.
«Ci vediamo alla prossima udienza, Valentina. Porta un ombrello... Perchè pioverà merda.»
E si voltò, allontanandosi lungo il corridoio di marmo con il suo avvocato al fianco, i passi misurati e identici l'uno all'altro.
Riccardo respirava a fatica, ancora in posizione di guardia, gli occhi fissi sulla schiena di Michael. Gli presi la mano. Era fredda e tremava leggermente per l'adrenalina inespressa.
«Lascialo perdere,» sussurrai, stringendogli le dita.
«Lui abbaia, ma alla fine il guinzaglio glielo metterò io.»
Ma mentre lo dicevo, mentre guardavo Michael sparire oltre la porta a vetri del tribunale, un dubbio freddo mi si insinuò nello stomaco. Sironi era un genio del male, e Michael non era mai stato così lucido, così spietato. Questa guerra era appena iniziata, e non ero più sicura di uscirne senza spargere altro sangue.
Ci sono voluti sei mesi. Sei mesi di sedute dalla psicologa, due volte a settimana, per rimettere insieme i pezzi di una mente che era andata in frantumi molto prima che il pugno di Marco mi spaccasse lo zigomo.
Quando avevo chiuso la porta in faccia a Michael, consegnandogli i documenti del divorzio, gli avevo mostrato una corazza di freddezza e dignità. Quello che lui non aveva visto
— che avevo disperatamente nascosto dietro un muro di orgoglio —
Era stato il mio crollo un secondo dopo aver girato la chiave nella serratura. Ero scivolata lungo il legno di quella porta, piangendo fino a vomitare, risucchiata in un buco nero di depressione che mi aveva tolto la fame, il sonno e la voglia di vivere. Forse speravo ignorasse le mie parole per scoparmi come l'ultima volta o forse volevo che andasse via una volta per tutte. Non lo so neanch'io.
Sono stati i miei genitori a raccogliermi col cucchiaino. Loro, sdegnati da come ero stata "liquidata" e rimpiazzata, mi hanno spinta con forza verso la terapia e verso lo studio di uno dei migliori avvocati civilisti di Torino.
«Gli faremo causa per danni morali e biologici, Valentina,»
Mi aveva detto mio padre, battendo il pugno sul tavolo. «Un Capitano del suo livello non può distruggere la vita di sua moglie con le sue bugie e passarla liscia. »
La causa è iniziata, una guerra fredda fatta di perizie psichiatriche e memorie difensive in cui gli avvocati militari di Michael cercano di sminuire il mio dolore. Ma la verità è che, oggi, quelle scartoffie non mi definiscono più.
Perché in questi sei mesi, tra le macerie, ho trovato Riccardo.
Lui era il paramedico sull'ambulanza la notte dell'aggressione. Aveva tenuto tamponato il mio viso, mi aveva parlato per non farmi perdere i sensi. Ci siamo rincontrati per caso, fuori dal padiglione dell'ospedale dove andavo per i controlli maxillo-facciali. All'inizio ero terrorizzata dall'idea di far entrare un altro uomo nella mia vita. Il solo pensiero di essere toccata mi faceva tremare. Ma Riccardo non ha forzato nulla. Ha saputo aspettare, ascoltare e, quando i miei muri sono crollati, ha acceso un fuoco che pensavo fosse spento per sempre.
È venerdì sera. Sono in cucina, appoggiata all'isola della cucina, a fissare la pioggia che lava le strade di Torino.
La porta d'ingresso si apre e Riccardo entra. Indossa ancora la divisa operativa blu scuro del 118, i capelli leggermente umidi per la pioggia. Ha un viso dai lineamenti duri, le spalle larghe e uno sguardo che non ti chiede mai scusa per quello che pensa.
«Che ci fai lì impalata al buio?» mi chiede, appoggiando il borsone a terra. Si avvicina e mi circonda la vita da dietro, baciandomi il lato del collo. Il suo respiro caldo mi fa venire i brividi.
«Pensavo,» sussurro, rilassandomi contro il suo petto. «Oggi l'avvocato mi ha chiamata. Gli avvocati di Michael stanno provando a patteggiare una cifra ridicola per chiudere la causa. Mio padre è furioso, vuole andare in tribunale e fargli sputare fino all'ultimo centesimo delle sue missioni all'estero.»
Riccardo mi fa voltare verso di lui. Le sue mani, grandi e callose, mi afferrano dolcemente i fianchi.
«E tu? Tu cosa vuoi, Vale?»
«Io voglio che paghi per quello che mi ha fatto passare nella testa. Ma, allo stesso tempo...» sospiro, guardandolo negli occhi.
«Allo stesso tempo guardo te, e mi chiedo perché sto sprecando energie a pensare a lui.»
Un sorriso lento, quasi predatore, si fa strada sul viso di Riccardo.
«Esatto. Quello stronzo fa parte del passato. La tua famiglia può occuparsi dei suoi soldi. Io mi occupo di te.»
Senza aggiungere altro, mi solleva di peso. Le mie gambe si allacciano istintivamente attorno alla sua vita, la gonna del mio vestito leggero che si accartoccia sui fianchi. Lo bacio. È un bacio profondo, umido, carico di una tensione elettrica che non ha niente a che vedere con la dolcezza misurata a cui ero abituata in passato. Riccardo sa di pioggia, di fatica e di maschio.
Mi trasporta in camera da letto e mi lascia cadere sul materasso. Accende solo l'abat-jour sul comodino, una luce calda che taglia la penombra.
Si sfila la giacca della divisa e la getta a terra. Poi la maglietta. Il suo petto è scolpito, coperto da un leggero strato di sudore e da un tatuaggio tribale che gli spunta sulla spalla sinistra. Lo guardo sbottonarsi i pantaloni tattici con gesti rapidi e impazienti. Quando si libera anche dei boxer, il suo cazzo scatta in avanti, turgido, spesso e venoso. La sola vista mi fa bagnare istantaneamente.
Riccardo sale sul letto, mettendosi a gattoni sopra di me. Mi fissa mentre fa scivolare le mani lungo le mie cosce, sollevando definitivamente il vestito fino al seno. Indosso solo un paio di slip di pizzo nero.
«Sei bellissima,» mormora, la voce roca.
«Non devi pensare a lui. Lui ti ha rovinara e umiliata. Adesso ci sono io, e ho una voglia matta di scoparti.»
«Fallo,» lo sfido, ansimando leggermente.
«Allora che aspetti? Sbattimi, Richi.»
Lui afferra il bordo degli slip e li strappa via con un gesto secco, gettandoli sul pavimento. Poi affonda il viso tra le mie gambe.
Il primo contatto della sua lingua sul mio clitoride mi fa inarcare la schiena con un grido acuto. Le mie dita si aggrappano disperatamente alle lenzuola. Riccardo è un predatore affamato: lecca, succhia e penetra con due dita contemporaneamente, allargandomi e possedendomi con la bocca in un modo che mi fa perdere completamente la cognizione dello spazio.
«Riccardo... Dio, sì... non fermarti... ooh ssiii» supplico, mentre i fianchi iniziano a muoversi da soli, cercando ancora più pressione.
La sua lingua era calda e larga, e quando leccò tutta la lunghezza della mia fessura, un urlo si liberò dalla mia gola. Non fu gentile. Fu avido. Leccò con intensità, succhiando le mie labbra minori, mordicchiandole con cura, mentre il suo naso sfregava contro il mio clitoride sensibile. I miei fianchi iniziarono a muoversi involontariamente, cercando di spingerlo più a fondo, di aumentare la pressione.
«Sì,» gemetti, le mie mani che si intrecciavano nei suoi capelli scuri e spettinati, spingendolo contro di me. «Lì... non fermarti.»
Lui obbedì, concentrando l'attenzione sul mio clitoride, girando la lingua in cerchi veloci e precisi che mi fecero vedere le stelle. La mia respirazione era affannosa, il cuore batteva forte nel petto, sentivo il sangue pulsare nelle orecchie. Era come se stesse cancellando ogni ricordo del mio matrimonio, ogni momento di solitudine, sostituendoli con questa sensazione di pura estasi fisica. Quando introdusse un dito dentro di me, curvandolo per colpire il punto G, mentre continuava a leccarmi, le mie gambe iniziarono a tremare violentemente.
«Richii, ssiii.!» gridai, il mio corpo che si arcuava mentre l'orgasmo mi travolse come un treno.
Quando sentì che stavo per venire, si fermò di scatto. Emetto un verso di frustrazione, ma lui si solleva e si posiziona tra le mie ginocchia divaricate. Afferra il suo cazzo rigido e lo sfrega contro la mia intimità fradicia, facendomi impazzire.
«Guardami, Valentina,» ordina, gli occhi scuri fissi nei miei.
«Di chi sei ora?»
«Tua. Sono tua, amore» rispondo senza esitare.
Riccardo spinge. Entra tutto, con una forza brutale e profonda che mi riempie fino a togliermi il fiato. Un gemito viscerale mi esplode in gola. Il suo bacino sbatte contro il mio con un suono umido e carnale che rimbomba nella stanza. Iniziai a muovermi sotto di lui, incontrando i suoi colpi. Si spingeva dentro con forza, le sue palle che sbattevano contro il mio culo ad ogni spinta. La sensazione di essere piena era incredibile, ogni nervo urlava di piacere.
Inizia a muoversi con un ritmo selvaggio, implacabile. Ogni affondo è un terremoto.
Mi aggrappo alle sue spalle, tenedo il suo corpo attaccato al mio, conficcando le unghie nella sua carne. «Più forte... ti prego, più forte! Aaahh »
«Sì, sporcacciona... così,» ringhia lui, afferrandomi per i capelli per tirare la mia testa all'indietro ed espormi il collo, su cui stampa morsi leggeri che mi fanno impazzire.
Il sesso con Riccardo non ha filtri, non ha regole borghesi, non ha fantasmi. È puro istinto animale. Alza entrambe le mie gambe, appoggiandosele sulle spalle per penetrarmi con una foga ancora più estrema. Sento la sua punta colpire il mio centro più profondo. Il piacere diventa un'ondata incandescente che parte dal basso ventre e mi annebbia la vista.
«Sto per venire... Riccardo, vengooo!» urlo, i muscoli vaginali che si stringono convulsamente attorno al suo sesso.
L'orgasmo mi investe con una violenza inaudita, facendomi tremare violentemente. Sento Riccardo ringhiare, accelerando le spinte per qualche secondo prima di uscire di scatto da dentro di me. In modo rapido si posizione sopra di me, puntando il suo pene verso la mia faccia.
«Apri la bocca,» ordinò.
Aprii le labbra, la lingua sporgente, aspettando. Si masturbò vigorosamente, il pugno che correva su e giù lungo il suo cazzo lucido dei miei succhi. Dopo pochi secondi, gemette forte, e il suo corpo si irrigidì.
Il primo getto di sperma mi colpì sulla guancia, caldo e denso. Il secondo fece c'entro nella mia bocca, il terzo mi schizzò sulla fronte coprendomi il viso, gli occhi, il naso. Mi sentii sporca, usata, e incredibilmente viva. Il suo seme mi gocciolava sul mento. Lo guardai negli occhi, leccandomi le labbra per raccogliere quello che riuscii a raggiungere.
Riccardo si chinò e mi baciò, non curandosi del suo stesso sperma che ci univa.
Collassa sopra di me, il suo peso caldo e massiccio che mi schiaccia piacevolmente contro il materasso. I nostri respiri affannati si mescolano nel silenzio della stanza.
Mentre gli accarezzo lentamente i capelli corti e sudati, fisso il soffitto. La causa civile andrà avanti, i miei avvocati lotteranno contro i militari per strappare un risarcimento, e la mia famiglia avrà la sua fottuta giustizia. Ma la verità è che ho già vinto. Ho ripreso in mano il mio corpo, la mia mente e la mia dignità.
Qualche settimana dopo:
L’aula del Tribunale Civile di Torino odorava di legno vecchio e disinfettante economico. Ero seduta accanto al mio avvocato, l’avvocato Demichelis, con la schiena dritta e le mani compostamente incrociate sul grembo. Indossavo un tailleur grigio fumo: elegante, freddo, inavvicinabile.
A pochi metri da me, dall'altra parte del corridoio centrale, c'era Michael.
Indossava un abito scuro dal taglio sartoriale, ma la sua postura era inequivocabilmente militare. La schiena rigida, lo sguardo fisso in avanti, le mani appoggiate sul tavolo con calcolata tranquillità. Era la prima volta che lo vedevo da mesi, e mentirei se dicessi che il mio stomaco non ha avuto un sussulto. Ma non era più amore. Era la reazione fisica a un trauma.
La prima udienza era entrata subito nel vivo. Demichelis aveva giocato le nostre carte con maestria: aveva depositato le perizie psichiatriche, i referti ospedalieri e aveva delineato un quadro perfetto del danno morale e biologico esistenziale che il comportamento di Michael mi aveva causato. La sua doppia vita, tenuta in piedi proprio sotto il mio naso, nella nostra casa. Il fatto di scoprire che un altra donna era incinta di lui proprio quando ero pronta ad avere un figlio con lui. Era un macigno. Il giudice, una donna sulla cinquantina con lo sguardo severo, sembrava pendere dalle nostre labbra. Eravamo in vantaggio. Lo sentivo nell'aria.
Poi si è alzato l'avvocato di Michael.
L'avvocato Sironi era un uomo massiccio, con i capelli brizzolati tirati indietro e una voce che rimbombava come un tamburo. Un vero pezzo di merda, specializzato in diritto militare, ma anche abilitato al libero foro. Sapevo che sarebbe stato un osso duro, ma non immaginavo quanto.
«Vostro Onore,» esordì Sironi, con quella calma elegante che in lui somigliava sempre a una forma di disprezzo, «la controparte chiede a questo Tribunale di credere a due versioni della stessa donna. Ed è un esercizio francamente ambizioso.»
Fece un passo lento, sfogliando appena il fascicolo.
«La prima è la signora Valentina del tempo della separazione: lucida, composta, perfettamente in controllo. Una donna che rassicura il marito, promette una chiusura civile, concordata, dignitosa. Nessuna minaccia. Nessuna accusa. Nessun danno intollerabile. Nessuna urgenza soprattutto. Il mio assistito sostiene che la sua ex moglie gli abbia chiesto di riflettere in quei sei mesi di messione all'estero.»
Alzò appena lo sguardo.
«Poi, qualche mese dopo, compare una seconda versione. Ed è una metamorfosi interessante.»
Un silenzio sottile attraversò l’aula.
«La stessa donna che garantiva equilibrio e misura si presenta oggi come vittima devastata, annientata, irreparabilmente compromessa. E allora la domanda è semplice, Vostro Onore: quando dovremmo credere alla signora Valentina? Quando prometteva una separazione serena, o adesso che ne monetizza le macerie?»
Lasciò la frase sospesa, con studiata crudeltà.
«Perché il tempo, in questa causa, non è un dettaglio. È il dettaglio. Il danno davvero intollerabile non si deposita con mesi di ritardo. Non si lascia sedimentare. Non si riformula. Non si quantifica a freddo dopo aver promesso quiete.»
Richiuse il fascicolo con un gesto secco.
«Questo non è il riflesso di un trauma. È la revisione strategica di un epilogo che, all’epoca, la signora Valentina aveva accettato di gestire con ben altro contegno.»
Poi concluse, glaciale:
«Non siamo davanti alla reazione di una donna distrutta, Vostro Onore. Siamo davanti al ripensamento di una donna lucida. E il ripensamento, per quanto elegante, non è una voce di danno.»
Aveva ribaltato la scacchiera. Il viso della giudice si era fatto indecifrabile, e quando ha rinviato l'udienza per esaminare le nuove memorie difensive, ho capito che non sarebbe stata una passeggiata.
Uscimmo nel corridoio del palazzo di giustizia. L'aria era pesante.
Feci qualche passo verso l'uscita, cercando con lo sguardo Riccardo, che mi aveva promesso di aspettarmi fuori dall'aula. Ma prima che potessi raggiungerlo, una voce alle mie spalle mi gelò il sangue.
«Una causa civile, Valentina. Davvero?»
Mi voltai. Michael era a un metro da me. I suoi occhi chiari mi scrutavano con una miscela di confusione e fredda irritazione. Non c'era traccia dell'uomo distrutto dai sensi di colpa che ricordavo. C'era solo il Capitano.
«Ti sorprende, Michael?» risposi, sostenendo il suo sguardo senza battere ciglio.
«O pensavi che il tuo distintivo ti garantisse l'immunità anche dalle conseguenze delle tue azioni?»
Lui fece un passo avanti, abbassando la voce.
«Pensavo che avessimo chiuso. Hai tutto quello che vuoi. Avevamo chiuso in modo pacifico e senza torti. Perché questo teatrino? Non ti bastano i soldi? Hai così tanto bisogno di vendicarti per sentirti viva?»
«Non è una vendetta,» sibilai, sentendo la rabbia pulsarmi nelle tempie.
«È il conto. Tu hai ricostruito la tua vita perfetta sulle mie macerie. Ora voglio che tu paghi il dolore che mi hai causato.»
«Stai sprecando il tuo tempo e quello del tribunale. Sironi vi farà a pezzi, e tu finirai solo per riaprire ferite che faresti meglio a lasciar stare.»
«C'è qualche problema qui?»
La voce di Riccardo arrivò ruvida, carica di minaccia. Si era avvicinato a grandi falcate, piazzandosi fisicamente tra me e Michael. Con la giacca di pelle e la mascella contratta, Riccardo sembrava pronto a far esplodere il corridoio.
Michael non si mosse di un millimetro. Inclinò leggermente la testa, studiando Riccardo dalla testa ai piedi con la precisione clinica di chi è abituato a disinnescare bombe.
«Tutto sotto controllo,» disse Michael, con una calma glaciale che mi fece accapponare la pelle.
«Stavo solo salutando la mia ex moglie. Tu devi essere... Riccardo, giusto? Il paramedico.»
«Quello che le sta vicino ora,» ringhiò Riccardo, facendo un mezzo passo in avanti, gonfiando il petto.
«Quindi fai un passo indietro e lasciala in pace. Le tue stronzate non attaccano più. Hai finito di farle del male.»
Mi aspettavo che Michael reagisse d'istinto, ma il suo volto si distese in un sorriso amaro e sottile. Pieno di compatimento.
«Ascoltami bene, ragazzino,» mormorò Michael, la voce bassa, affilata come un rasoio.
«Tu sei abituato a raccogliere i pezzi dopo che l'incidente è già avvenuto. Arrivi, metti due cerotti, carichi la barella e ti senti un eroe. Ma non hai la minima idea di cosa significhi stare nel fuoco.»
«Non fare il fenomeno con me, "capitano"...» sbottò Riccardo, alzando un braccio.
Gli occhi di Michael diventarono improvvisamente due fessure di ghiaccio.
«E tu non alzare la mano. Non con me. Io non sono uno psicopatico in preda a delle convulsioni che puoi gedtire bloccandolo su una barella. Fai un altro passo e ti garantisco che stasera il tuo turno in ambulanza lo passi sul retro, disteso, con i tuoi colleghi che ti attaccano una flebo. Sono stato chiaro?»
Riccardo strinse i pugni, le nocche bianche. La tensione era così palpabile che si faceva fatica a respirare. Riccardo era forte, era abituato alla strada, ma Michael era addestrato a mantenere il controllo totale sotto stress. Lo stava smontando solo con la gravità delle sue parole.
«Basta così!» intervenne l'avvocato Demichelis, sbucando da dietro le mie spalle e afferrandomi per un gomito.
«Siamo in un tribunale, per l'amor di Dio.»
Quasi in contemporanea, Sironi posò una mano pesante sulla spalla di Michael.
«Capitano. Non farti provocare. Abbiamo un'udienza vinta a metà, non rovinare tutto nel corridoio. Andiamo.»
Michael non distolse lo sguardo da Riccardo per altri due, interminabili secondi. Poi, lentamente, annuì. Si sistemò i polsini della giacca con un gesto di un'eleganza quasi irritante.
Guardò me un'ultima volta.
«Ci vediamo alla prossima udienza, Valentina. Porta un ombrello... Perchè pioverà merda.»
E si voltò, allontanandosi lungo il corridoio di marmo con il suo avvocato al fianco, i passi misurati e identici l'uno all'altro.
Riccardo respirava a fatica, ancora in posizione di guardia, gli occhi fissi sulla schiena di Michael. Gli presi la mano. Era fredda e tremava leggermente per l'adrenalina inespressa.
«Lascialo perdere,» sussurrai, stringendogli le dita.
«Lui abbaia, ma alla fine il guinzaglio glielo metterò io.»
Ma mentre lo dicevo, mentre guardavo Michael sparire oltre la porta a vetri del tribunale, un dubbio freddo mi si insinuò nello stomaco. Sironi era un genio del male, e Michael non era mai stato così lucido, così spietato. Questa guerra era appena iniziata, e non ero più sicura di uscirne senza spargere altro sangue.
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