Mentre lei non c'è. Capitolo 12
di
Michael035
genere
etero
Era un sabato mattina qualunque, uno di quelli che le coppie normali passano a litigare su sfumature di colore impercettibili. Eravamo in un negozio di vernici. Irene teneva in mano due campioni di cartoncino, spostando lo sguardo dalla luce della vetrina ai quadratini colorati.
«Tortora caldo, da abbinare a mobili bianchi e rosa cipria. Tu cosa ne pensi » mi chiese, appoggiandosi istintivamente con una mano al pancione.
«La commessa dice che il tortora da un tocco moderno e sofisticato, il bianco alleggerisce e il rosa cipria rende l'ambiente dolce e femminile.»
Ero lì con lei, fisicamente. Stavo per rispondere era perfetto, quando il mio telefono prese a vibrare nella tasca interna del giubbotto.
Guardai il display. *Andrea - Caserma*.
«Scusa amore, è un collega, ci metto un secondo,» dissi, facendole un cenno. Mi allontanai di qualche passo, infilandomi in una corsia deserta piena di rulli e pennelli.
«Andrea, dimmi.»
«Buongiorno Capitano,» esordì Andrea. Il suo tono era professionale ma velato di una strana urgenza.
«Ho saputo dell'arresto di Marco stanotte. Immagino tu sia già in ospedale, ti disturbo?»
Mi bloccai. La corsia del negozio sembrò improvvisamente allungarsi, i suoni di sottofondo si ovattarono.
«Quale ospedale, Andrè ? Di cosa diavolo stai parlando? Che è successo a Marco?»
Ci fu una frazione di secondo di silenzio dall'altra parte. Andrea capì di aver fatto un passo falso.
«Cazzo... scusami, pensavo ti avessero già avvisato i colleghi della volante. Hanno beccato Marco ieri sera a Torino. L'hanno gonfiato di botte dei passanti prima di arrestarlo.»
«Perché? Cosa ha fatto?» La mia voce era scesa a un sussurro roco e metallico.
Andrea prese un respiro pesante. «Ha aggredito Valentina fuori da un ristorante. L'ha massacrata di botte senza motivo apparente, a mani nude. »
Il mondo mi crollò addosso. Non fu un crollo rumoroso, fu come se l'aria venisse risucchiata via dalla stanza. Mi appoggiai allo scaffale metallico per non perdere l'equilibrio. Le nocche della mano con cui stringevo il telefono diventarono bianche.
«Dove si trova?» chiesi, con un tono così freddo che non sembrava nemmeno il mio.
«Alle Molinette. Reparto maxillo-facciale, credo. Ha preso un bel po' di botte, Michael.»
« No, non ne sapevo niente. Cazzo. Grazie per avermelo detto. Chiudo »
Misi giù. Mi passai una mano tremante sul viso. *Valentina*. La mia Valentina. Quella che avevo giurato di proteggere per quattordici anni. Massacrata per strada dallo scarto umano che mi aveva seguito fin dentro la mia nuova vita.
Uscii dalla corsia a grandi falcate. Irene stava ridendo per una battuta della commessa, ancora indecisa sui colori.
Mi affiancai a lei, mettendole una mano sulla spalla.
«Irene, lascia stare. Dobbiamo andare. Subito.»
Irene si voltò, il sorriso le morì sulle labbra appena vide la mia faccia. «Michael... sei pallido come un lenzuolo. Che succede?»
Mi voltai verso la commessa. «Mi scusi, un'emergenza di famiglia. Torneremo.»
Non aspettai risposta. Presi Irene per mano, con delicatezza ma con una fretta inequivocabile, e la guidai fuori dal negozio.
Pioveva a dirotto sull'autostrada verso Torino. I tergicristalli battevano un ritmo frenetico che non riusciva a coprire il silenzio di tomba che riempiva l'abitacolo.
Irene si teneva le mani sul grembo, fissando l'asfalto bagnato. Le avevo detto tutto appena chiuse le portiere. Senza filtri, senza addolcire la pillola. Marco. L'aggressione. Valentina in ospedale.
«È colpa mia,» sussurrò lei, la voce rotta da un pianto che non riusciva a trattenere.
«La denuncia... l'ordinanza. Gli abbiamo tolto ogni via d'uscita e lui se l'è presa con lei. Oddio, Michael, io... io le ho rovinato la vita.»
«Non dirlo neanche per scherzo,» ringhiai, stringendo il volante fino a farmi dolere i polsi.
«Tu hai fatto la cosa giusta. È colpa mia. Io l'ho lasciato a piede libero, io non ho calcolato che quel pezzo di merda potesse prendersela con l'unica persona di cui conosceva l'identità oltre a noi.»
«Portami a casa,» disse Irene, guardandomi con gli occhi lucidi e gonfi.
«Vau da solo in ospedale. Se mi vedono lì, o se sa che sono con te... per lei, per i suoi, io sono il motivo per cui il vostro matrimonio è finito. E ora sono anche il motivo per cui è in un letto d'ospedale. Non posso.»
Sapevo che aveva ragione. La lasciai davanti al cancello della villa. La bacai di fretta. Ci guardammo per un secondo dal finestrino abbassato, due persone unite da un senso di colpa troppo grande da gestire. Poi sgommai via.
I corridoi delle Molinette odoravano di disinfettante e caffè scadente. Corsi verso il reparto di chirurgia maxillo-facciale sentendo il cuore battermi nella gola.
Svoltai l'angolo della sala d'attesa e mi fermai di colpo.
Fuori dalla stanza 312, c'erano loro.
Debora, la migliore amica di Valentina da quando andavano al liceo. E seduti su due sedie di plastica grigia, i suoi genitori: Giorgio ed Elena.
Eravamo stati una famiglia. Suo padre aveva brindato con me al mio giuramento, mi aveva chiamato "figlio".
Non appena i miei anfibi scricchiolarono sul linoleum, i tre alzarono lo sguardo.
Debora scattò in piedi come una molla caricata. Era una donna minuta ma in quel momento sembrava alta tre metri. Mi venne incontro, tagliandomi la strada a cinque metri dalla porta.
Mi piazzò le mani sul petto e mi spinse con una forza inaspettata.
«Non ti azzardare a fare un altro passo, Michael. Te lo giuro su Dio, se provi a entrare lì dentro mi metto a urlare e chiamo la sicurezza.»
Alzai le mani in segno di resa, la voce ridotta a un sussurro raschiato.
«Debora, ti prego. Devo solo vederla. Voglio sapere come sta.»
«Come sta?!» sibilò lei, le lacrime di rabbia che le rigavano il trucco sbavato.
«Ha uno zigomo fratturato. Due costole incrinate. E il labbro aperto da tre punti di sutura. Ecco come sta! Perché l'ha quasi ammazzata uno psicopatico che cercava " TE " e la tua nuova vita perfetta!»
Incassai le parole come pugnalate. Non avevo difese.
«Mi dispiace... cazzo, Debora, non hai idea di quanto mi dispiaccia. Io non sapevo...»
«Ti dispiace, certo. Solo questo sai dire, Michael» mi interruppe lei, sputando le parole con un disprezzo letale.
«Le hai distrutto la vita. L'hai lasciata per un'altra. E non ti è bastato. Dovevi farle pagare anche i tuoi stessi errori. Non ha fatto altro che piangere per settimane e quando finalmente prova a uscire per lavorare... Viene massacrata da un tossico che cercava te. Devi sparire.»
«Basta, Debora.»
La voce di Giorgio, il padre di Valentina, risuonò cupa e pesante nel corridoio. Si alzò lentamente, aiutando sua moglie Elena, che piangeva silenziosamente con il viso tra le mani, a rimanere seduta.
Giorgio camminò verso di me. Era invecchiato di dieci anni. Mi guardò negli occhi. Non c'era rabbia nel suo sguardo. C'era un disgusto calmo, freddo, definitivo.
«Io non mi aspettavo questo da te, Michael,» disse piano, in modo che solo noi potessimo sentire. «Pensavamo fossi un uomo d'onore. Un uomo che difende le persone, che protegge la sua famiglia. Invece usi le persone e le butti in pasto ai cani quando non ti servono più.»
«Giorgio... le giuro, non avrei mai voluto che...»
«Non chiamarmi Giorgio,» mi zittì lui, il tono affilato come una lama.
«Tu per noi non esisti più. Se ti avvicini ancora a mia figlia, se solo provi a telefonarle, userò ogni conoscenza legale di Valentina e mia per tenerti lontano. Torna dalla tua donna e dalla bambina che aspetti. E spera che i tuoi errori non ricadano anche su di loro.»
Fece mezzo passo indietro, indicando l'uscita del reparto.
«Vattene. E non tornare mai più.»
Rimasi paralizzato per qualche secondo. Guardai la porta chiusa della stanza 312. Valentina era lì dietro, spezzata per colpa mia, e io non potevo nemmeno chiederle scusa.
Deglutii il nodo di bile e dolore che avevo in gola, abbassai lo sguardo davanti all'uomo che un tempo consideravo un padre, e mi voltai.
Camminai lungo il corridoio, verso l'uscita, sentendomi esattamente per quello che ero in quel momento: un mostro che aveva distrutto tutto ciò che aveva toccato.
Uscii fuori, l’odore di pioggia e asfalto bagnato fuori dalle Molinette sembrava volermi soffocare. Rimasi seduto in macchina per quasi due ore, immobile, con lo sguardo piantato sull’uscita principale come se fossi in appostamento. Ma non stavo dando la caccia a un criminale; stavo aspettando che la mia stessa storia mi lasciasse il passo.
Quando finalmente vidi la sagoma curva di Giorgio, seguito da Elena e Debora, uscire dal portone e dirigersi verso il parcheggio, sentii un nodo allo stomaco stringersi fino a farmi mancare il respiro. Aspettai che le loro luci di coda sparissero nel traffico di Corso Bramante. Solo allora scesi, sentendomi un estraneo nella mia stessa città.
Il reparto di chirurgia maxillo-facciale era immerso in un silenzio spettrale. Le luci dei corridoi erano basse, di quel bluastro tipico degli ospedali. Trovai la porta tagliafuoco chiusa. Non cercai il campanello; non volevo essere un ospite, volevo entrare e basta. Iniziai a bussare. Colpi secchi, ritmici, quelli che usavo quando dovevo far capire a qualcuno che non me ne sarei andato.
Dopo un tempo infinito, un’ombra oscurò il vetro smerigliato. Una caposala dal volto stanco e i capelli raccolti in una crocchia disordinata aprì lo spiraglio di pochi centimetri.
«Le visite sono finite. Torni domani alle dieci», tagliò corto, con la voce di chi ha già dato tutto nel suo turno.
«Ho bisogno di vederla. Solo cinque minuti», risposi. Cercai di mantenere il tono basso, ma sentivo la pressione salirmi al cervello.
«Non se ne parla. Il regolamento è chiaro e il primario non ammette deroghe. Si allontani.» Fece per chiudere, ma bloccai lo stipite con la mano. Non fu un gesto violento, ma fermo.
«La prego. Devo vederla, devo chiederle scusa.» La fissai dritta negli occhi, lasciando che vedesse tutta la mia rovina. Poi, con un movimento che il mio addestramento rendeva quasi invisibile, sfilai il portafoglio. Due banconote da cinquanta euro finirono tra le sue dita, proprio sopra la maniglia.
«Dieci minuti. Non ne saprà niente nessuno.»
Lei guardò i soldi, poi me. Vide le mie occhiaie, il sangue ancora secco sulle mie nocche, la disperazione che mi colava addosso. Sospirò, intascando il denaro in un battito di ciglia.
«Dieci minuti d’orologio. Se passa la ronda, io non l’ho mai vista. Stanza 312, in fondo a destra.»
Entrai. Il ronzio dei macchinari sembrava amplificare il battito del mio cuore. Spostai lentamente la porta della 312 e la vidi.
Valentina era appoggiata a una pila di cuscini. Fissava la pioggia sui vetri, le luci dei lampioni che riflettevano nel buio. Il vassoio della cena era lì, intatto, con il cibo ormai freddo. Una benda le copriva parte dello zigomo, il labbro era deformato, violaceo, con quei maledetti punti neri di sutura che sembravano artigli sulla sua pelle. Sembrava così fragile in quel letto bianco, così lontana dalla donna forte che avevo conosciuto.
Rimasi sulla soglia, col fiato corto.
«Se vuoi che vada via, devi solo dirlo. Ma volevo vederti.»
Non sussultò. Non si voltò nemmeno.
«Sei rimasto fuori ad aspettare che se ne andassero tutti? », disse, e la sua voce sembrava venire da un abisso.
«Resta, se proprio vuoi..»
Feci qualche passo, ma mi fermai prima di toccare il letto.
«I tuoi mi hanno cacciato. Debora voleva ammazzarmi. Hanno ragione, Vale. Hanno ragione su tutto.»
«Hanno ragione a odiarti. Non hanno ragione su tutto il resto», mormorò, abbassando finalmente lo sguardo sul vassoio.
«Tu non hai mandato quell'uomo, Michael. Ma sei il motivo per cui è arrivato a me. Non sapevo neanche chi fosse, poi ho collegato.»
«Mi dispiace così tanto che non so nemmeno come dirtelo senza sembrare un ipocrita.» Sentii la gola chiudersi. Vedere quel viso che avevo baciato per anni, devastato per colpa di un odio che apparteneva a me, era un supplizio peggiore di qualunque ferita in missione.
«Marco non uscirà mai più. Te lo giuro. Non importa cosa dovrò fare, non camminerà mai più nella stessa strada dove cammini tu.»
«Non mi importa di lui, Michael. Non mi importa più di niente.» Voltò finalmente il viso verso di me. L'occhio gonfio era una ferita aperta nel mio petto.
«Dimmi solo dove ho sbagliato, quando ti ho trascurato cosi tanto a tal punto da spingerti verso un altra donna. Non è un modo per riportarti da me, so che è finita e lo accetto, anche se con molta difficoltà. Ma devo saperlo, non faccio altro che pensarci. .»
Avrei voluto rispondere, ma le parole mi morirono in bocca. La vidi sospirare, un respiro corto che le fece contrarre il petto per il dolore alle costole. In quel momento, l’armatura che mi ero costruito in anni di servizio si frantumò.
Sentii una lacrima rigarmi la guancia, poi un’altra. Non riuscivo a fermarle. Era un crollo silenzioso, le mie spalle sussultavano appena. Valentina mi fissò, e vidi la sua espressione cambiare. Sapevo cosa stava pensando. Non mi vedeva piangere dalla morte di mio padre, quando ero poco più che un ragazzo. Per lei, quelle lacrime erano il segnale che l'uomo che amava era ancora lì sotto, da qualche parte. Vidi un barlume nei suoi occhi, una piccola luce, ma lei la spense subito. Non voleva illudersi. Non di nuovo.
Mi asciugai il viso con il dorso della mano, cercando di riprendere fiato.
« Non sei tu ad aver sbagliato, sono io, io sono il responsabile di tutto e me ne assumo la responsabilità. » Risposi, deviando lo sguardo sul vassoio del cibo.
«Devi mangiare qualcosa, Vale. Non hai toccato nulla.» Cambiai discorso.
«Non ho fame. Mi fa male la mascella anche solo a deglutire.»
«Proviamo. Solo un po'.» Mi sedetti sulla sedia accanto al letto. Presi il cucchiaio, spezzai un po' di quel purè insapore e lo portai con mano tremante verso le sue labbra.
«Per favore. Fallo per me, anche se mi odi.»
Mi guardò per un istante che sembrò un'eternità. Poi, lentamente, aprì la bocca. Iniziai a imboccarla con una delicatezza che non pensavo di possedere, pulendole l’angolo della bocca con un tovagliolo ogni volta che era necessario. In quel gesto c’era tutto il nostro passato: la cura, il fallimento e quel legame maledetto che non voleva saperne di morire.
Rimanemmo così per qualche minuto, in un silenzio che non era più una guerra, ma solo una ferita condivisa.
Poi, la porta si aprì di scatto. La caposala entrò con passo svelto, controllando l'orologio.
«Basta così. Il tempo è scaduto. Fuori, adesso.»
Posai il cucchiaio, indugiando ancora un istante. Guardai Valentina. Non disse nulla, ma i suoi occhi non mi mollarono finché non raggiunsi la porta.
«Tornerò domani», sussurrai.
«Non dovresti», rispose lei. Sbattendo velocemente le palpebre che annunciavano un pianto imminente. Ma non era un ordine. Era solo il suono di una donna stanca di combattere.
Uscii nel corridoio buio, mentre la porta della stanza 312 si chiudeva alle mie spalle, separandomi ancora una volta dalla donna che aveva condiviso con me metà della sua vita.
Il viaggio di ritorno dal reparto delle Molinette fu un incubo a occhi aperti. Guidavo lungo le sponde del Po, mentre la pioggia di Torino batteva con violenza sul parabrezza, distorcendo le luci dei lampioni. Dentro di me non c'era solo senso di colpa; c'era una rabbia nera, densa come pece. Odiavo Marco con ogni fibra del mio essere. Odiavo il fatto che un rifiuto umano del genere avesse potuto toccare e distruggere una persona innocente come Valentina.
Quando varcai la porta di casa, l'adrenalina e il nervosismo mi facevano tremare le mani. Lanciai le chiavi sul mobiletto dell'ingresso con troppa forza. Il rumore metallico rimbombò nel silenzio.
Mi passai le mani tra i capelli, camminando avanti e indietro per il salotto come un leone in gabbia.
«Se lo trovo in ospedale prima che lo portino in cella, lo ammazzo, Irene. Ti giuro su Dio che gli stacco la testa con le mie mani.»
Irene uscì dalla cucina. Non sussultò, non si spaventò per i miei toni. Per anni aveva vissuto con un uomo che usava la rabbia per terrorizzarla, ma la sua reazione ora fu sbalorditiva. Aveva maturato una prontezza inaspettata, una capacità di leggere le emozioni maschili che adesso usava non per difendersi, ma per curare.
Si avvicinò a me, ignorando il mio nervosismo. Mi mise le mani sul petto, premendo leggermente per costringermi a fermarmi.
«Guardami, Michael,» disse, la voce bassa, calda e ferma.
Mi fermai, il respiro pesante. I suoi occhi scuri mi ancorarono alla realtà.
«Non lo farai. Non diventerai come lui,» sussurrò, accarezzandomi la mascella contratta.
«Lui ha già perso. È finito. Non dargli il potere di trasformarti in un assassino.»
Chiusi gli occhi, appoggiando la fronte contro la sua. La tensione iniziò a defluire, sostituita da un'ondata di stanchezza devastante.
«L'ho imboccata a cena,» le confessai d'un fiato, la voce rotta, temendo la sua reazione.
«Era lì, non riusciva nemmeno a muovere la mascella per i punti. L'ho imboccata come se fosse una bambina.»
Mi aspettavo gelosia, o almeno una punta di fastidio. Ma Irene mi strinse solo più forte. Visto come era entrata nella mia vita, dal fondo di un baratro da cui l'avevo tirata fuori, l'idea della gelosia non le apparteneva. Provava solo una profonda empatia.
«Hai fatto la cosa giusta,» rispose dolcemente, senza un'ombra di esitazione.
«Aveva bisogno di te in quel momento. Non mi dà fastidio, Michael. Sei l'uomo che amo proprio perché non riesci a voltare le spalle a chi soffre. Ci hai condiviso gran parte della tua vita e io non mi sento di dirti che non dovevi farlo. Mi fido di te.»
Mangiammo qualcosa di veloce, in un silenzio che lentamente si fece meno pesante. Irene capì che le parole non sarebbero bastate a svuotare la mia testa dai demoni di quella serata.
Quando salimmo in camera da letto, la pioggia continuava a frustare i vetri. Ero seduto sul bordo del materasso, avevo solo l'intimo addosso, lo sguardo perso nel vuoto.
Irene si mise davanti a me. Indossava solo una camicia da notte di seta scura che le scivolava morbida sul pancione. Con estrema lentezza, mise le sue mani sulle mie spalle mettendosi a cavalcioni sopra di me. Iniziò a massaggiarmi le spalle, si chinò leggermente alla ricerca delle mie labbra. Il bacio che seguì fu diverso da tutti gli altri, era un bacio lento, passionale, intenso. Prese il mio viso tra le mani tenendolo ben saldo alla sua bocca. La mia erezione cominciò a farsi sentire sotto il suo peso. Quando si staccò mi tolse anche l'intimo.
Rimasi nudo, vulnerabile, mentre lei scendeva lentamente poggiandosi sulle ginocchia.
«Lascia andare tutto, Michael. Stasera ci penso io,» sussurrò, baciandomi la cappella.
Le sue dita si chiusero attorno alla mia erezione, già turgida nonostante lo stress. Il tocco della sua mano, calda e morbida, mi fece trattenere il fiato. Iniziò a muoversi su e giù, con un ritmo lento ma deciso, applicando la giusta pressione. Il pollice sfiorava la punta sensibile, raccogliendo le prime gocce di umidità per lubrificare i movimenti. Chiusi gli occhi, lasciando cadere la testa all'indietro, mentre la rabbia si scioglieva, rimpiazzata da un calore liquido e prepotente che mi si irradiava nel basso ventre.
«Così...» gemetti a mezza voce, le mie mani che si aggrappavano alle coperte.
Irene aumentò leggermente il ritmo, accarezzandomi la coscia con l'altra mano. Voleva farsi sentire in ogni centimetro del mio corpo, voleva scacciare l'odore dell'ospedale e il sapore del sangue con il puro piacere.
Poi, si fermò.
Aprii gli occhi, confuso e ansante, e la vidi avvicinarsi sempre di più, aprendomi dolcemente le gambe. Sollevò lo sguardo, i suoi occhi profondi e scuri incatenati ai miei nella penombra della stanza. Non c'era sottomissione in quel gesto, ma un dominio assoluto, dettato da un amore possessivo e guaritore.
Si sporse in avanti e prese la punta del mio sesso tra le labbra calde e bagnate.
Un sussulto mi attraversò la schiena. Le mie dita scivolarono istintivamente tra i suoi capelli, stringendoli appena.
Irene prese tutto il tempo necessario. Iniziò a usare la lingua, tracciando l'intera lunghezza prima di scendere più a fondo, inglobandmi completamente. La sua bocca era un paradiso rovente in cui mi stavo perdendo volontariamente.
Iniziò un ritmo costante, profondo. Il vuoto che creava con le guance era perfetto, la lingua lavorava instancabile sul frenulo mentre le sue mani mi accarezzavano i fianchi e le cosce, tenendomi saldo. Sentivo il respiro caldo di lei contro la mia pelle ogni volta che si allontanava per riprendere fiato prima di spingersi di nuovo giù.
Era un momento carico di un romanticismo viscerale. Stava succhiando via ogni traccia di Marco, ogni immagine di Valentina su quel letto, ogni singola goccia di senso di colpa che mi avvelenava.
«Irene...» ringhiai, la voce che si spezzava mentre il piacere diventava insostenibile. La tensione mi faceva inarcare la schiena, il bacino che iniziava a muoversi involontariamente incontro ai suoi movimenti.
Lei capì che ero al limite. Non rallentò. Anzi, strinse la presa sui miei fianchi e aumentò la velocità e la profondità, succhiando con un'intensità che mi fece vedere le stelle nel buio della camera.
Non riuscii più a trattenermi. Il mio corpo si tese come la corda di un arco. Con un gemito strozzato, mi abbandonai al culmine, riversandomi nella sua bocca con ondate di calore violento. Irene non si ritrasse; accolse tutto, rallentando gradualmente i movimenti, usando le labbra per mungere dolcemente gli ultimi spasmi di piacere, fino a quando non ebbi più nulla da dare.
Si allontanò lentamente, passandosi il dorso della mano sulle labbra con un respiro profondo. Mi guardò, un piccolo sorriso soddisfatto a piegarle la bocca, consapevole di aver esorcizzato tutti i miei demoni.
Mi chinai in avanti, prendendole il viso tra le mani, e la baciai. Un bacio lento, profondo, che sapeva di noi. La tirai su, facendola sdraiare accanto a me sul letto, per poi mettermi sopra di lei restando leggermente sospeso per non dar fastidio alla pancia. Il mio cuore batteva forte, ma finalmente il ritmo era quello giusto.
« Ti amo » le dissi, cominciando a baciarla tenendo le sue mani bloccate accanto alla sua testa.
« Ti amo anch'io » Rispose.
« Ti amo più di qualsiasi cosa »
Mi sdraiai affianco a lei, mentre ascoltavo la pioggia di Torino continuare a cadere là fuori.
Eravamo intrecciati sotto le coperte, la sua testa sulla mia spalla e la mia mano che riposava pigramente sulla curva alta del suo ventre. Tutto sembrava essersi fermato in un equilibrio perfetto, fragile ma bellissimo.
Improvvisamente, sentii il corpo di Irene irrigidirsi. Non fu un movimento brusco, ma un mutamento di consistenza, come se i suoi muscoli si fossero trasformati in corda tesa.
Emesse un piccolo gemito strozzato, un "Ah" soffocato, e portò subito la mano sopra la mia, stringendola forte contro la pelle del pancione.
Mi risvegliai dal torpore in un istante, il cuore che ricominciava a martellare.
«Irene? Ehi, che succede? Stai male?» mi sollevai su un gomito, cercando il suo sguardo nel buio.
Lei non rispose subito. Teneva gli occhi chiusi, il respiro sospeso. Sotto il mio palmo, sentii qualcosa di incredibile: l’intero utero era diventato duro come il marmo, una massa solida e tesa che sembrava quasi voler esplodere.
«Respira... amore, respira,» sussurrai, sentendo il panico riaffiorare.
«Dobbiamo andare in ospedale? Sono le contrazioni?»
Passarono una decina di secondi, lunghi come ore, poi la tensione sotto la mia mano iniziò lentamente a sciogliersi. Irene espirò a fondo, rilassando le spalle contro il cuscino. Aprì gli occhi e mi guardò, accennando un sorriso stanco ma rassicurante.
«No, amore... tranquillo,» sussurrò, la voce ancora un po' affannata. «Sono le false contrazioni. Solo che questa... questa è stata più forte delle altre. Mi ha tolto il fiato per un attimo.»
«Sei sicura?» chiesi, continuando ad accarezzarle la pancia ora tornata morbida.
«Era durissima, sembrava una pietra.»
«Sicura. Si sta solo allenando,» rispose lei, prendendo la mia mano e baciandone il dorso.
«È il suo modo per dici " Hey preparatevi che sto arrivando " È impaziente di conoscerci.»
Rimanemmo in silenzio, mentre un piccolo movimento, un calcetto deciso proprio sotto il mio pollice, sembrò confermare le sue parole. Era un richiamo all'ordine. Il passato era un fantasma che sanguinava in una stanza d'ospedale, ma il presente era lì, sotto la mia mano, caldo e prepotente.
«Hai ragione,» ammisi, chinandomi per baciarle la fronte.
Mi sdraiai di nuovo, stringendola a me, proteggendo con le mie braccia lei e quel piccolo terremoto che stava scuotendo il nostro mondo.
«Tortora caldo, da abbinare a mobili bianchi e rosa cipria. Tu cosa ne pensi » mi chiese, appoggiandosi istintivamente con una mano al pancione.
«La commessa dice che il tortora da un tocco moderno e sofisticato, il bianco alleggerisce e il rosa cipria rende l'ambiente dolce e femminile.»
Ero lì con lei, fisicamente. Stavo per rispondere era perfetto, quando il mio telefono prese a vibrare nella tasca interna del giubbotto.
Guardai il display. *Andrea - Caserma*.
«Scusa amore, è un collega, ci metto un secondo,» dissi, facendole un cenno. Mi allontanai di qualche passo, infilandomi in una corsia deserta piena di rulli e pennelli.
«Andrea, dimmi.»
«Buongiorno Capitano,» esordì Andrea. Il suo tono era professionale ma velato di una strana urgenza.
«Ho saputo dell'arresto di Marco stanotte. Immagino tu sia già in ospedale, ti disturbo?»
Mi bloccai. La corsia del negozio sembrò improvvisamente allungarsi, i suoni di sottofondo si ovattarono.
«Quale ospedale, Andrè ? Di cosa diavolo stai parlando? Che è successo a Marco?»
Ci fu una frazione di secondo di silenzio dall'altra parte. Andrea capì di aver fatto un passo falso.
«Cazzo... scusami, pensavo ti avessero già avvisato i colleghi della volante. Hanno beccato Marco ieri sera a Torino. L'hanno gonfiato di botte dei passanti prima di arrestarlo.»
«Perché? Cosa ha fatto?» La mia voce era scesa a un sussurro roco e metallico.
Andrea prese un respiro pesante. «Ha aggredito Valentina fuori da un ristorante. L'ha massacrata di botte senza motivo apparente, a mani nude. »
Il mondo mi crollò addosso. Non fu un crollo rumoroso, fu come se l'aria venisse risucchiata via dalla stanza. Mi appoggiai allo scaffale metallico per non perdere l'equilibrio. Le nocche della mano con cui stringevo il telefono diventarono bianche.
«Dove si trova?» chiesi, con un tono così freddo che non sembrava nemmeno il mio.
«Alle Molinette. Reparto maxillo-facciale, credo. Ha preso un bel po' di botte, Michael.»
« No, non ne sapevo niente. Cazzo. Grazie per avermelo detto. Chiudo »
Misi giù. Mi passai una mano tremante sul viso. *Valentina*. La mia Valentina. Quella che avevo giurato di proteggere per quattordici anni. Massacrata per strada dallo scarto umano che mi aveva seguito fin dentro la mia nuova vita.
Uscii dalla corsia a grandi falcate. Irene stava ridendo per una battuta della commessa, ancora indecisa sui colori.
Mi affiancai a lei, mettendole una mano sulla spalla.
«Irene, lascia stare. Dobbiamo andare. Subito.»
Irene si voltò, il sorriso le morì sulle labbra appena vide la mia faccia. «Michael... sei pallido come un lenzuolo. Che succede?»
Mi voltai verso la commessa. «Mi scusi, un'emergenza di famiglia. Torneremo.»
Non aspettai risposta. Presi Irene per mano, con delicatezza ma con una fretta inequivocabile, e la guidai fuori dal negozio.
Pioveva a dirotto sull'autostrada verso Torino. I tergicristalli battevano un ritmo frenetico che non riusciva a coprire il silenzio di tomba che riempiva l'abitacolo.
Irene si teneva le mani sul grembo, fissando l'asfalto bagnato. Le avevo detto tutto appena chiuse le portiere. Senza filtri, senza addolcire la pillola. Marco. L'aggressione. Valentina in ospedale.
«È colpa mia,» sussurrò lei, la voce rotta da un pianto che non riusciva a trattenere.
«La denuncia... l'ordinanza. Gli abbiamo tolto ogni via d'uscita e lui se l'è presa con lei. Oddio, Michael, io... io le ho rovinato la vita.»
«Non dirlo neanche per scherzo,» ringhiai, stringendo il volante fino a farmi dolere i polsi.
«Tu hai fatto la cosa giusta. È colpa mia. Io l'ho lasciato a piede libero, io non ho calcolato che quel pezzo di merda potesse prendersela con l'unica persona di cui conosceva l'identità oltre a noi.»
«Portami a casa,» disse Irene, guardandomi con gli occhi lucidi e gonfi.
«Vau da solo in ospedale. Se mi vedono lì, o se sa che sono con te... per lei, per i suoi, io sono il motivo per cui il vostro matrimonio è finito. E ora sono anche il motivo per cui è in un letto d'ospedale. Non posso.»
Sapevo che aveva ragione. La lasciai davanti al cancello della villa. La bacai di fretta. Ci guardammo per un secondo dal finestrino abbassato, due persone unite da un senso di colpa troppo grande da gestire. Poi sgommai via.
I corridoi delle Molinette odoravano di disinfettante e caffè scadente. Corsi verso il reparto di chirurgia maxillo-facciale sentendo il cuore battermi nella gola.
Svoltai l'angolo della sala d'attesa e mi fermai di colpo.
Fuori dalla stanza 312, c'erano loro.
Debora, la migliore amica di Valentina da quando andavano al liceo. E seduti su due sedie di plastica grigia, i suoi genitori: Giorgio ed Elena.
Eravamo stati una famiglia. Suo padre aveva brindato con me al mio giuramento, mi aveva chiamato "figlio".
Non appena i miei anfibi scricchiolarono sul linoleum, i tre alzarono lo sguardo.
Debora scattò in piedi come una molla caricata. Era una donna minuta ma in quel momento sembrava alta tre metri. Mi venne incontro, tagliandomi la strada a cinque metri dalla porta.
Mi piazzò le mani sul petto e mi spinse con una forza inaspettata.
«Non ti azzardare a fare un altro passo, Michael. Te lo giuro su Dio, se provi a entrare lì dentro mi metto a urlare e chiamo la sicurezza.»
Alzai le mani in segno di resa, la voce ridotta a un sussurro raschiato.
«Debora, ti prego. Devo solo vederla. Voglio sapere come sta.»
«Come sta?!» sibilò lei, le lacrime di rabbia che le rigavano il trucco sbavato.
«Ha uno zigomo fratturato. Due costole incrinate. E il labbro aperto da tre punti di sutura. Ecco come sta! Perché l'ha quasi ammazzata uno psicopatico che cercava " TE " e la tua nuova vita perfetta!»
Incassai le parole come pugnalate. Non avevo difese.
«Mi dispiace... cazzo, Debora, non hai idea di quanto mi dispiaccia. Io non sapevo...»
«Ti dispiace, certo. Solo questo sai dire, Michael» mi interruppe lei, sputando le parole con un disprezzo letale.
«Le hai distrutto la vita. L'hai lasciata per un'altra. E non ti è bastato. Dovevi farle pagare anche i tuoi stessi errori. Non ha fatto altro che piangere per settimane e quando finalmente prova a uscire per lavorare... Viene massacrata da un tossico che cercava te. Devi sparire.»
«Basta, Debora.»
La voce di Giorgio, il padre di Valentina, risuonò cupa e pesante nel corridoio. Si alzò lentamente, aiutando sua moglie Elena, che piangeva silenziosamente con il viso tra le mani, a rimanere seduta.
Giorgio camminò verso di me. Era invecchiato di dieci anni. Mi guardò negli occhi. Non c'era rabbia nel suo sguardo. C'era un disgusto calmo, freddo, definitivo.
«Io non mi aspettavo questo da te, Michael,» disse piano, in modo che solo noi potessimo sentire. «Pensavamo fossi un uomo d'onore. Un uomo che difende le persone, che protegge la sua famiglia. Invece usi le persone e le butti in pasto ai cani quando non ti servono più.»
«Giorgio... le giuro, non avrei mai voluto che...»
«Non chiamarmi Giorgio,» mi zittì lui, il tono affilato come una lama.
«Tu per noi non esisti più. Se ti avvicini ancora a mia figlia, se solo provi a telefonarle, userò ogni conoscenza legale di Valentina e mia per tenerti lontano. Torna dalla tua donna e dalla bambina che aspetti. E spera che i tuoi errori non ricadano anche su di loro.»
Fece mezzo passo indietro, indicando l'uscita del reparto.
«Vattene. E non tornare mai più.»
Rimasi paralizzato per qualche secondo. Guardai la porta chiusa della stanza 312. Valentina era lì dietro, spezzata per colpa mia, e io non potevo nemmeno chiederle scusa.
Deglutii il nodo di bile e dolore che avevo in gola, abbassai lo sguardo davanti all'uomo che un tempo consideravo un padre, e mi voltai.
Camminai lungo il corridoio, verso l'uscita, sentendomi esattamente per quello che ero in quel momento: un mostro che aveva distrutto tutto ciò che aveva toccato.
Uscii fuori, l’odore di pioggia e asfalto bagnato fuori dalle Molinette sembrava volermi soffocare. Rimasi seduto in macchina per quasi due ore, immobile, con lo sguardo piantato sull’uscita principale come se fossi in appostamento. Ma non stavo dando la caccia a un criminale; stavo aspettando che la mia stessa storia mi lasciasse il passo.
Quando finalmente vidi la sagoma curva di Giorgio, seguito da Elena e Debora, uscire dal portone e dirigersi verso il parcheggio, sentii un nodo allo stomaco stringersi fino a farmi mancare il respiro. Aspettai che le loro luci di coda sparissero nel traffico di Corso Bramante. Solo allora scesi, sentendomi un estraneo nella mia stessa città.
Il reparto di chirurgia maxillo-facciale era immerso in un silenzio spettrale. Le luci dei corridoi erano basse, di quel bluastro tipico degli ospedali. Trovai la porta tagliafuoco chiusa. Non cercai il campanello; non volevo essere un ospite, volevo entrare e basta. Iniziai a bussare. Colpi secchi, ritmici, quelli che usavo quando dovevo far capire a qualcuno che non me ne sarei andato.
Dopo un tempo infinito, un’ombra oscurò il vetro smerigliato. Una caposala dal volto stanco e i capelli raccolti in una crocchia disordinata aprì lo spiraglio di pochi centimetri.
«Le visite sono finite. Torni domani alle dieci», tagliò corto, con la voce di chi ha già dato tutto nel suo turno.
«Ho bisogno di vederla. Solo cinque minuti», risposi. Cercai di mantenere il tono basso, ma sentivo la pressione salirmi al cervello.
«Non se ne parla. Il regolamento è chiaro e il primario non ammette deroghe. Si allontani.» Fece per chiudere, ma bloccai lo stipite con la mano. Non fu un gesto violento, ma fermo.
«La prego. Devo vederla, devo chiederle scusa.» La fissai dritta negli occhi, lasciando che vedesse tutta la mia rovina. Poi, con un movimento che il mio addestramento rendeva quasi invisibile, sfilai il portafoglio. Due banconote da cinquanta euro finirono tra le sue dita, proprio sopra la maniglia.
«Dieci minuti. Non ne saprà niente nessuno.»
Lei guardò i soldi, poi me. Vide le mie occhiaie, il sangue ancora secco sulle mie nocche, la disperazione che mi colava addosso. Sospirò, intascando il denaro in un battito di ciglia.
«Dieci minuti d’orologio. Se passa la ronda, io non l’ho mai vista. Stanza 312, in fondo a destra.»
Entrai. Il ronzio dei macchinari sembrava amplificare il battito del mio cuore. Spostai lentamente la porta della 312 e la vidi.
Valentina era appoggiata a una pila di cuscini. Fissava la pioggia sui vetri, le luci dei lampioni che riflettevano nel buio. Il vassoio della cena era lì, intatto, con il cibo ormai freddo. Una benda le copriva parte dello zigomo, il labbro era deformato, violaceo, con quei maledetti punti neri di sutura che sembravano artigli sulla sua pelle. Sembrava così fragile in quel letto bianco, così lontana dalla donna forte che avevo conosciuto.
Rimasi sulla soglia, col fiato corto.
«Se vuoi che vada via, devi solo dirlo. Ma volevo vederti.»
Non sussultò. Non si voltò nemmeno.
«Sei rimasto fuori ad aspettare che se ne andassero tutti? », disse, e la sua voce sembrava venire da un abisso.
«Resta, se proprio vuoi..»
Feci qualche passo, ma mi fermai prima di toccare il letto.
«I tuoi mi hanno cacciato. Debora voleva ammazzarmi. Hanno ragione, Vale. Hanno ragione su tutto.»
«Hanno ragione a odiarti. Non hanno ragione su tutto il resto», mormorò, abbassando finalmente lo sguardo sul vassoio.
«Tu non hai mandato quell'uomo, Michael. Ma sei il motivo per cui è arrivato a me. Non sapevo neanche chi fosse, poi ho collegato.»
«Mi dispiace così tanto che non so nemmeno come dirtelo senza sembrare un ipocrita.» Sentii la gola chiudersi. Vedere quel viso che avevo baciato per anni, devastato per colpa di un odio che apparteneva a me, era un supplizio peggiore di qualunque ferita in missione.
«Marco non uscirà mai più. Te lo giuro. Non importa cosa dovrò fare, non camminerà mai più nella stessa strada dove cammini tu.»
«Non mi importa di lui, Michael. Non mi importa più di niente.» Voltò finalmente il viso verso di me. L'occhio gonfio era una ferita aperta nel mio petto.
«Dimmi solo dove ho sbagliato, quando ti ho trascurato cosi tanto a tal punto da spingerti verso un altra donna. Non è un modo per riportarti da me, so che è finita e lo accetto, anche se con molta difficoltà. Ma devo saperlo, non faccio altro che pensarci. .»
Avrei voluto rispondere, ma le parole mi morirono in bocca. La vidi sospirare, un respiro corto che le fece contrarre il petto per il dolore alle costole. In quel momento, l’armatura che mi ero costruito in anni di servizio si frantumò.
Sentii una lacrima rigarmi la guancia, poi un’altra. Non riuscivo a fermarle. Era un crollo silenzioso, le mie spalle sussultavano appena. Valentina mi fissò, e vidi la sua espressione cambiare. Sapevo cosa stava pensando. Non mi vedeva piangere dalla morte di mio padre, quando ero poco più che un ragazzo. Per lei, quelle lacrime erano il segnale che l'uomo che amava era ancora lì sotto, da qualche parte. Vidi un barlume nei suoi occhi, una piccola luce, ma lei la spense subito. Non voleva illudersi. Non di nuovo.
Mi asciugai il viso con il dorso della mano, cercando di riprendere fiato.
« Non sei tu ad aver sbagliato, sono io, io sono il responsabile di tutto e me ne assumo la responsabilità. » Risposi, deviando lo sguardo sul vassoio del cibo.
«Devi mangiare qualcosa, Vale. Non hai toccato nulla.» Cambiai discorso.
«Non ho fame. Mi fa male la mascella anche solo a deglutire.»
«Proviamo. Solo un po'.» Mi sedetti sulla sedia accanto al letto. Presi il cucchiaio, spezzai un po' di quel purè insapore e lo portai con mano tremante verso le sue labbra.
«Per favore. Fallo per me, anche se mi odi.»
Mi guardò per un istante che sembrò un'eternità. Poi, lentamente, aprì la bocca. Iniziai a imboccarla con una delicatezza che non pensavo di possedere, pulendole l’angolo della bocca con un tovagliolo ogni volta che era necessario. In quel gesto c’era tutto il nostro passato: la cura, il fallimento e quel legame maledetto che non voleva saperne di morire.
Rimanemmo così per qualche minuto, in un silenzio che non era più una guerra, ma solo una ferita condivisa.
Poi, la porta si aprì di scatto. La caposala entrò con passo svelto, controllando l'orologio.
«Basta così. Il tempo è scaduto. Fuori, adesso.»
Posai il cucchiaio, indugiando ancora un istante. Guardai Valentina. Non disse nulla, ma i suoi occhi non mi mollarono finché non raggiunsi la porta.
«Tornerò domani», sussurrai.
«Non dovresti», rispose lei. Sbattendo velocemente le palpebre che annunciavano un pianto imminente. Ma non era un ordine. Era solo il suono di una donna stanca di combattere.
Uscii nel corridoio buio, mentre la porta della stanza 312 si chiudeva alle mie spalle, separandomi ancora una volta dalla donna che aveva condiviso con me metà della sua vita.
Il viaggio di ritorno dal reparto delle Molinette fu un incubo a occhi aperti. Guidavo lungo le sponde del Po, mentre la pioggia di Torino batteva con violenza sul parabrezza, distorcendo le luci dei lampioni. Dentro di me non c'era solo senso di colpa; c'era una rabbia nera, densa come pece. Odiavo Marco con ogni fibra del mio essere. Odiavo il fatto che un rifiuto umano del genere avesse potuto toccare e distruggere una persona innocente come Valentina.
Quando varcai la porta di casa, l'adrenalina e il nervosismo mi facevano tremare le mani. Lanciai le chiavi sul mobiletto dell'ingresso con troppa forza. Il rumore metallico rimbombò nel silenzio.
Mi passai le mani tra i capelli, camminando avanti e indietro per il salotto come un leone in gabbia.
«Se lo trovo in ospedale prima che lo portino in cella, lo ammazzo, Irene. Ti giuro su Dio che gli stacco la testa con le mie mani.»
Irene uscì dalla cucina. Non sussultò, non si spaventò per i miei toni. Per anni aveva vissuto con un uomo che usava la rabbia per terrorizzarla, ma la sua reazione ora fu sbalorditiva. Aveva maturato una prontezza inaspettata, una capacità di leggere le emozioni maschili che adesso usava non per difendersi, ma per curare.
Si avvicinò a me, ignorando il mio nervosismo. Mi mise le mani sul petto, premendo leggermente per costringermi a fermarmi.
«Guardami, Michael,» disse, la voce bassa, calda e ferma.
Mi fermai, il respiro pesante. I suoi occhi scuri mi ancorarono alla realtà.
«Non lo farai. Non diventerai come lui,» sussurrò, accarezzandomi la mascella contratta.
«Lui ha già perso. È finito. Non dargli il potere di trasformarti in un assassino.»
Chiusi gli occhi, appoggiando la fronte contro la sua. La tensione iniziò a defluire, sostituita da un'ondata di stanchezza devastante.
«L'ho imboccata a cena,» le confessai d'un fiato, la voce rotta, temendo la sua reazione.
«Era lì, non riusciva nemmeno a muovere la mascella per i punti. L'ho imboccata come se fosse una bambina.»
Mi aspettavo gelosia, o almeno una punta di fastidio. Ma Irene mi strinse solo più forte. Visto come era entrata nella mia vita, dal fondo di un baratro da cui l'avevo tirata fuori, l'idea della gelosia non le apparteneva. Provava solo una profonda empatia.
«Hai fatto la cosa giusta,» rispose dolcemente, senza un'ombra di esitazione.
«Aveva bisogno di te in quel momento. Non mi dà fastidio, Michael. Sei l'uomo che amo proprio perché non riesci a voltare le spalle a chi soffre. Ci hai condiviso gran parte della tua vita e io non mi sento di dirti che non dovevi farlo. Mi fido di te.»
Mangiammo qualcosa di veloce, in un silenzio che lentamente si fece meno pesante. Irene capì che le parole non sarebbero bastate a svuotare la mia testa dai demoni di quella serata.
Quando salimmo in camera da letto, la pioggia continuava a frustare i vetri. Ero seduto sul bordo del materasso, avevo solo l'intimo addosso, lo sguardo perso nel vuoto.
Irene si mise davanti a me. Indossava solo una camicia da notte di seta scura che le scivolava morbida sul pancione. Con estrema lentezza, mise le sue mani sulle mie spalle mettendosi a cavalcioni sopra di me. Iniziò a massaggiarmi le spalle, si chinò leggermente alla ricerca delle mie labbra. Il bacio che seguì fu diverso da tutti gli altri, era un bacio lento, passionale, intenso. Prese il mio viso tra le mani tenendolo ben saldo alla sua bocca. La mia erezione cominciò a farsi sentire sotto il suo peso. Quando si staccò mi tolse anche l'intimo.
Rimasi nudo, vulnerabile, mentre lei scendeva lentamente poggiandosi sulle ginocchia.
«Lascia andare tutto, Michael. Stasera ci penso io,» sussurrò, baciandomi la cappella.
Le sue dita si chiusero attorno alla mia erezione, già turgida nonostante lo stress. Il tocco della sua mano, calda e morbida, mi fece trattenere il fiato. Iniziò a muoversi su e giù, con un ritmo lento ma deciso, applicando la giusta pressione. Il pollice sfiorava la punta sensibile, raccogliendo le prime gocce di umidità per lubrificare i movimenti. Chiusi gli occhi, lasciando cadere la testa all'indietro, mentre la rabbia si scioglieva, rimpiazzata da un calore liquido e prepotente che mi si irradiava nel basso ventre.
«Così...» gemetti a mezza voce, le mie mani che si aggrappavano alle coperte.
Irene aumentò leggermente il ritmo, accarezzandomi la coscia con l'altra mano. Voleva farsi sentire in ogni centimetro del mio corpo, voleva scacciare l'odore dell'ospedale e il sapore del sangue con il puro piacere.
Poi, si fermò.
Aprii gli occhi, confuso e ansante, e la vidi avvicinarsi sempre di più, aprendomi dolcemente le gambe. Sollevò lo sguardo, i suoi occhi profondi e scuri incatenati ai miei nella penombra della stanza. Non c'era sottomissione in quel gesto, ma un dominio assoluto, dettato da un amore possessivo e guaritore.
Si sporse in avanti e prese la punta del mio sesso tra le labbra calde e bagnate.
Un sussulto mi attraversò la schiena. Le mie dita scivolarono istintivamente tra i suoi capelli, stringendoli appena.
Irene prese tutto il tempo necessario. Iniziò a usare la lingua, tracciando l'intera lunghezza prima di scendere più a fondo, inglobandmi completamente. La sua bocca era un paradiso rovente in cui mi stavo perdendo volontariamente.
Iniziò un ritmo costante, profondo. Il vuoto che creava con le guance era perfetto, la lingua lavorava instancabile sul frenulo mentre le sue mani mi accarezzavano i fianchi e le cosce, tenendomi saldo. Sentivo il respiro caldo di lei contro la mia pelle ogni volta che si allontanava per riprendere fiato prima di spingersi di nuovo giù.
Era un momento carico di un romanticismo viscerale. Stava succhiando via ogni traccia di Marco, ogni immagine di Valentina su quel letto, ogni singola goccia di senso di colpa che mi avvelenava.
«Irene...» ringhiai, la voce che si spezzava mentre il piacere diventava insostenibile. La tensione mi faceva inarcare la schiena, il bacino che iniziava a muoversi involontariamente incontro ai suoi movimenti.
Lei capì che ero al limite. Non rallentò. Anzi, strinse la presa sui miei fianchi e aumentò la velocità e la profondità, succhiando con un'intensità che mi fece vedere le stelle nel buio della camera.
Non riuscii più a trattenermi. Il mio corpo si tese come la corda di un arco. Con un gemito strozzato, mi abbandonai al culmine, riversandomi nella sua bocca con ondate di calore violento. Irene non si ritrasse; accolse tutto, rallentando gradualmente i movimenti, usando le labbra per mungere dolcemente gli ultimi spasmi di piacere, fino a quando non ebbi più nulla da dare.
Si allontanò lentamente, passandosi il dorso della mano sulle labbra con un respiro profondo. Mi guardò, un piccolo sorriso soddisfatto a piegarle la bocca, consapevole di aver esorcizzato tutti i miei demoni.
Mi chinai in avanti, prendendole il viso tra le mani, e la baciai. Un bacio lento, profondo, che sapeva di noi. La tirai su, facendola sdraiare accanto a me sul letto, per poi mettermi sopra di lei restando leggermente sospeso per non dar fastidio alla pancia. Il mio cuore batteva forte, ma finalmente il ritmo era quello giusto.
« Ti amo » le dissi, cominciando a baciarla tenendo le sue mani bloccate accanto alla sua testa.
« Ti amo anch'io » Rispose.
« Ti amo più di qualsiasi cosa »
Mi sdraiai affianco a lei, mentre ascoltavo la pioggia di Torino continuare a cadere là fuori.
Eravamo intrecciati sotto le coperte, la sua testa sulla mia spalla e la mia mano che riposava pigramente sulla curva alta del suo ventre. Tutto sembrava essersi fermato in un equilibrio perfetto, fragile ma bellissimo.
Improvvisamente, sentii il corpo di Irene irrigidirsi. Non fu un movimento brusco, ma un mutamento di consistenza, come se i suoi muscoli si fossero trasformati in corda tesa.
Emesse un piccolo gemito strozzato, un "Ah" soffocato, e portò subito la mano sopra la mia, stringendola forte contro la pelle del pancione.
Mi risvegliai dal torpore in un istante, il cuore che ricominciava a martellare.
«Irene? Ehi, che succede? Stai male?» mi sollevai su un gomito, cercando il suo sguardo nel buio.
Lei non rispose subito. Teneva gli occhi chiusi, il respiro sospeso. Sotto il mio palmo, sentii qualcosa di incredibile: l’intero utero era diventato duro come il marmo, una massa solida e tesa che sembrava quasi voler esplodere.
«Respira... amore, respira,» sussurrai, sentendo il panico riaffiorare.
«Dobbiamo andare in ospedale? Sono le contrazioni?»
Passarono una decina di secondi, lunghi come ore, poi la tensione sotto la mia mano iniziò lentamente a sciogliersi. Irene espirò a fondo, rilassando le spalle contro il cuscino. Aprì gli occhi e mi guardò, accennando un sorriso stanco ma rassicurante.
«No, amore... tranquillo,» sussurrò, la voce ancora un po' affannata. «Sono le false contrazioni. Solo che questa... questa è stata più forte delle altre. Mi ha tolto il fiato per un attimo.»
«Sei sicura?» chiesi, continuando ad accarezzarle la pancia ora tornata morbida.
«Era durissima, sembrava una pietra.»
«Sicura. Si sta solo allenando,» rispose lei, prendendo la mia mano e baciandone il dorso.
«È il suo modo per dici " Hey preparatevi che sto arrivando " È impaziente di conoscerci.»
Rimanemmo in silenzio, mentre un piccolo movimento, un calcetto deciso proprio sotto il mio pollice, sembrò confermare le sue parole. Era un richiamo all'ordine. Il passato era un fantasma che sanguinava in una stanza d'ospedale, ma il presente era lì, sotto la mia mano, caldo e prepotente.
«Hai ragione,» ammisi, chinandomi per baciarle la fronte.
Mi sdraiai di nuovo, stringendola a me, proteggendo con le mie braccia lei e quel piccolo terremoto che stava scuotendo il nostro mondo.
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