Il soffocamento della rabbia
di
Angelo B
genere
tradimenti
Angelo, eccitato dal ricordo di una
confessione di Gis, desidera esplorare i
limiti della sua depravazione. La storia di
come Gis ha usato il suo corpo per
dominare e umiliare il marito accende la
sua brama, trasformandola in complice
della sua trasgressione.
La stanza era ora un pozzo d'inchiostro, il solo respiro affannato di Gis a rompere il silenzio. Angelo le
accarezzava la schiena sudata, sentendo la pelle ancora tremare sotto i suoi polpastrelli. Un pensiero gli
attraversò la mente, nitido e pericoloso come un lampeggio in un cielo sereno. Speriamo che sia rimasta
ninfomane. Non era una speranza passiva, ma una fame. Il sesso che avevano appena fatto era stato esplosivo,
un cataclisma, ma Angelo sapeva che esisteva un livello di depravazione ancora più profondo in lei, un livello che
aveva solo intravisto anni prima e che ora bramava esplorare di nuovo.
Quell'idea lo riportò a una conversazione, una confessione sussurrata un pomeriggio di molto tempo prima,
quando la tensione tra loro era ancora un filo teso e non ancora scattato. Gis gli aveva raccontato di un pranzo,
proprio come quello di poche ore prima. Angelo era andato via, lasciandola sola con suo marito, il fratello di
Angelo. L'atmosfera, gli disse, si era solidificata in un attimo.
Lui la fissava dal divano, lo sguardo incollato al seno che ancora sporgeva dal vestito estivo che Gis indossava
per l'occasione. "Perché ti vesti così quando viene a pranzo?", le aveva chiesto, la voce piatta e carica di
un'accusa non detta. "Si vede tutto il seno. Ti piace fare la troia?"
Gis, nel suo racconto ad Angelo, non aveva mostrato esitazione. Gli descrisse come si era messa comoda sulla
poltrona di fronte a lui, incrociando le gambe. "Fa caldo", gli aveva risposto, il tono volutamente leggero, quasi
didascalico. "E mi piace fargliele vedere. Mi piace guardare come sbava, come non sa dove mettere gli occhi." Le
sue parole erano state una pugnalata di vetro, affilata e fredda. Non era una giustificazione, ma una
dichiarazione di guerra silenziosa.
Il marito di Gis si era alzato, andando a versarsi un bicchiere d'acqua, il gesto lento e controllato. Quando si era
girato, i suoi occhi erano due buche nere. "Sei una troia", aveva sibilato. Non era una domanda, ma una sentenza.
L'aveva condannata senza appello.
In quel momento, gli raccontò Gis, capì che la rabbia di lui stava per tracimare, che la discussione stava per
degenerare in qualcosa di fisico, di brutale. E così, aveva agito. Non per paura, gli assicurò, ma per calcolo. Per
stemperare. Si era alzata, il silenzio della stanza rotto solo dal fruscio della sua gonna. Si era avvicinata a lui, che
era ancora in piedi vicino al bancone della cucina.
"Vieni", gli aveva detto, la voce ora un filo di seta avvolgente. "La troia ha voglia"
.
Senza aspettare una risposta, si era inginocchiata sul pavimento freddo. Le sue mani, agili e decise, avevano
slacciato la cintura e la zip dei suoi pantaloni. Lui era rimasto immobile, rigido, il corpo teso come una molla
pronta a scattare. Gis estrasse il suo cazzo, già semiduro, e lo prese in mano. Lo guardò per un istante, poi lo
portò alla bocca.
Il racconto diventava più dettagliato, più viscerale. Angelo poteva quasi vederla, la testa di Gis che si muoveva, i
suoi capelli che le cascano sul viso mentre lo prendeva in gola. Non era un pompino d'amore, né di puro
desiderio. Era un'arma. Un atto di umiliazione controllata. Lo succhiava con una forza che era quasi violenza,
usando la saliva, la lingua, la profondità della sua gola per prosciugare da lui ogni altra emozione se non il piacere
primordiale. Lui le afferrò i capelli, non con dolcezza, ma guidandola, spingendola più a fondo, facendola
soffocare. Gis non si tirò indietro. Lo accolse, i suoi occhi che si inumidivano non di lacrime di piacere, ma di
sforzo, di concentrazione. Voleva che lui la sentisse solo lì, in quel buco umido e caldo, voleva che la sua rabbia si
sciogliesse in quella sborra che stava cercando di strappargli.
"Lo stavo soffocando con la mia fica, ma in un altro modo", gli sussurrò Gis quel giorno, mentre gli raccontava
tutto. "Glielo stavo togliendo di mezzo, il cervello. Volevo solo il suo cazzo, la sua sborra. Il resto non contava."
E alla fine, l'aveva ottenuta. Lui era venuto con un gemito strozzato, una scarica violenta che lei inghiottì con un
movimento rapido del collo, pulendolo con la lingua, rialzandosi poi come se niente fosse. Si era sistemato il
vestito, gli aveva dato un bacio sulla guancia e gli aveva detto: "Vedi? Adesso sei più calmo". Lui non aveva detto
una parola, si era solo lasciato cadere sulla sedia, esausto, sconfitto.
Angelo, disteso accanto a lei nel buio, sentì il cazzo indurirsi di nuovo, pulsare contro la coscia di Gis. Quella
storia non lo aveva turbato. Al contrario. Gli aveva confermato tutto. Gis non era solo una moglie infedele. Era
una creatura complessa e magnifica, capace di usare il proprio corpo come uno strumento di potere, un campo
di battaglia. E lui, Angelo, non era il fratello da placare, ma il pubblico per cui esibire, il complice nella sua stessa
trasgressione. Si voltò verso di lei, la trovò già sveglia, i suoi occhi luminosi nell'oscurità che lo fissavano,
consapevoli. Lui non disse nulla. Le prese la mano e la portò sul suo membro eretto. Lei lo strinse, un sorriso
impercettibile sulle labbra. Sì, era rimasta esattamente quella. E forse, anche di più.
confessione di Gis, desidera esplorare i
limiti della sua depravazione. La storia di
come Gis ha usato il suo corpo per
dominare e umiliare il marito accende la
sua brama, trasformandola in complice
della sua trasgressione.
La stanza era ora un pozzo d'inchiostro, il solo respiro affannato di Gis a rompere il silenzio. Angelo le
accarezzava la schiena sudata, sentendo la pelle ancora tremare sotto i suoi polpastrelli. Un pensiero gli
attraversò la mente, nitido e pericoloso come un lampeggio in un cielo sereno. Speriamo che sia rimasta
ninfomane. Non era una speranza passiva, ma una fame. Il sesso che avevano appena fatto era stato esplosivo,
un cataclisma, ma Angelo sapeva che esisteva un livello di depravazione ancora più profondo in lei, un livello che
aveva solo intravisto anni prima e che ora bramava esplorare di nuovo.
Quell'idea lo riportò a una conversazione, una confessione sussurrata un pomeriggio di molto tempo prima,
quando la tensione tra loro era ancora un filo teso e non ancora scattato. Gis gli aveva raccontato di un pranzo,
proprio come quello di poche ore prima. Angelo era andato via, lasciandola sola con suo marito, il fratello di
Angelo. L'atmosfera, gli disse, si era solidificata in un attimo.
Lui la fissava dal divano, lo sguardo incollato al seno che ancora sporgeva dal vestito estivo che Gis indossava
per l'occasione. "Perché ti vesti così quando viene a pranzo?", le aveva chiesto, la voce piatta e carica di
un'accusa non detta. "Si vede tutto il seno. Ti piace fare la troia?"
Gis, nel suo racconto ad Angelo, non aveva mostrato esitazione. Gli descrisse come si era messa comoda sulla
poltrona di fronte a lui, incrociando le gambe. "Fa caldo", gli aveva risposto, il tono volutamente leggero, quasi
didascalico. "E mi piace fargliele vedere. Mi piace guardare come sbava, come non sa dove mettere gli occhi." Le
sue parole erano state una pugnalata di vetro, affilata e fredda. Non era una giustificazione, ma una
dichiarazione di guerra silenziosa.
Il marito di Gis si era alzato, andando a versarsi un bicchiere d'acqua, il gesto lento e controllato. Quando si era
girato, i suoi occhi erano due buche nere. "Sei una troia", aveva sibilato. Non era una domanda, ma una sentenza.
L'aveva condannata senza appello.
In quel momento, gli raccontò Gis, capì che la rabbia di lui stava per tracimare, che la discussione stava per
degenerare in qualcosa di fisico, di brutale. E così, aveva agito. Non per paura, gli assicurò, ma per calcolo. Per
stemperare. Si era alzata, il silenzio della stanza rotto solo dal fruscio della sua gonna. Si era avvicinata a lui, che
era ancora in piedi vicino al bancone della cucina.
"Vieni", gli aveva detto, la voce ora un filo di seta avvolgente. "La troia ha voglia"
.
Senza aspettare una risposta, si era inginocchiata sul pavimento freddo. Le sue mani, agili e decise, avevano
slacciato la cintura e la zip dei suoi pantaloni. Lui era rimasto immobile, rigido, il corpo teso come una molla
pronta a scattare. Gis estrasse il suo cazzo, già semiduro, e lo prese in mano. Lo guardò per un istante, poi lo
portò alla bocca.
Il racconto diventava più dettagliato, più viscerale. Angelo poteva quasi vederla, la testa di Gis che si muoveva, i
suoi capelli che le cascano sul viso mentre lo prendeva in gola. Non era un pompino d'amore, né di puro
desiderio. Era un'arma. Un atto di umiliazione controllata. Lo succhiava con una forza che era quasi violenza,
usando la saliva, la lingua, la profondità della sua gola per prosciugare da lui ogni altra emozione se non il piacere
primordiale. Lui le afferrò i capelli, non con dolcezza, ma guidandola, spingendola più a fondo, facendola
soffocare. Gis non si tirò indietro. Lo accolse, i suoi occhi che si inumidivano non di lacrime di piacere, ma di
sforzo, di concentrazione. Voleva che lui la sentisse solo lì, in quel buco umido e caldo, voleva che la sua rabbia si
sciogliesse in quella sborra che stava cercando di strappargli.
"Lo stavo soffocando con la mia fica, ma in un altro modo", gli sussurrò Gis quel giorno, mentre gli raccontava
tutto. "Glielo stavo togliendo di mezzo, il cervello. Volevo solo il suo cazzo, la sua sborra. Il resto non contava."
E alla fine, l'aveva ottenuta. Lui era venuto con un gemito strozzato, una scarica violenta che lei inghiottì con un
movimento rapido del collo, pulendolo con la lingua, rialzandosi poi come se niente fosse. Si era sistemato il
vestito, gli aveva dato un bacio sulla guancia e gli aveva detto: "Vedi? Adesso sei più calmo". Lui non aveva detto
una parola, si era solo lasciato cadere sulla sedia, esausto, sconfitto.
Angelo, disteso accanto a lei nel buio, sentì il cazzo indurirsi di nuovo, pulsare contro la coscia di Gis. Quella
storia non lo aveva turbato. Al contrario. Gli aveva confermato tutto. Gis non era solo una moglie infedele. Era
una creatura complessa e magnifica, capace di usare il proprio corpo come uno strumento di potere, un campo
di battaglia. E lui, Angelo, non era il fratello da placare, ma il pubblico per cui esibire, il complice nella sua stessa
trasgressione. Si voltò verso di lei, la trovò già sveglia, i suoi occhi luminosi nell'oscurità che lo fissavano,
consapevoli. Lui non disse nulla. Le prese la mano e la portò sul suo membro eretto. Lei lo strinse, un sorriso
impercettibile sulle labbra. Sì, era rimasta esattamente quella. E forse, anche di più.
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