Velluto e desiderio
di
Angelo B
genere
prime esperienze
Angelo, immerso nel caos del Velvet
Underground, non riesce a distogliere lo
sguardo da Chanel, la cui presenza domina
il locale. Mentre la sua mente immagina
scenari audaci, la realtà lo sfida a
trasformare la fantasia in un'ossessione
tangibile.
La serata romana si era distesa come un velluto caldo sulla pelle, con l’aria che portava con sé il profumo di
sigarette mentolate, gin tonici troppo dolci e quel sentore metallico che aleggiava sempre nei locali quando il
sudore si mescolava al profumo di troppo. Angelo era appoggiato al bancone del Velvet Underground, un posto
che conosceva fin troppo bene—luci soffuse che si riflettevano sui bicchieri appannati, bassi che vibravano
sotto i piedi come un battito cardiaco collettivo. Aveva già perso il conto dei negroni, ma non abbastanza da non
notare lei non appena era entrata.
Chanel.
Un nome che sembrava uscito da una pubblicità di lusso degli anni ‘90, ma che su di lei suonava come una
promessa sporca. Alta, almeno un metro e ottanta, con quelle gambe che sembravano non finire mai, avvolte in
un paio di stivali neri a coscia che luccicavano come vernice bagnata. La minigonna di pelle aderente le modellava
il culo come se fosse stata cucita direttamente sulla sua carne, due mezze lune di carne soda che si muovevano
con una sinuosità ipnotica ogni volta che si spostava. La camicetta di seta bianca, semi-trasparente, si apriva
generosa sul décolleté, lasciando poco all’immaginazione: un reggiseno di pizzo nero che faticava a contenere
due seni pieni, rotondi, che sembravano pesare sulle sue mani ogni volta che si aggiustava i capelli
biondi—lunghi, lisci, con quelle onde che cadevano sulle spalle come fili d’oro fuso.
Angelo sentì la bocca seccarsi.
Non era la prima volta che la vedeva al Velvet, ma quella sera c’era qualcosa di diverso. Forse era il modo in cui si
era leccata le labbra dopo aver ordinato un Sex on the Beach—un cocktail kitsch, troppo dolce, proprio come
immaginava fosse il suo sapore. Forse era il fatto che, quando si era girata per prendere il bicchiere, la luce aveva
attraversato la stoffa della camicetta, disegnando l’ombra scura dei capezzoli duri contro il tessuto. O forse era
semplicemente il modo in cui i suoi occhi verdi, freddi come giada, si erano posati su di lui per un secondo
troppo lungo, prima di scivolare via con un sorrisetto che diceva so esattamente cosa stai pensando.
E lui lo stava pensando eccome.
Immaginò le sue mani—grandi, callose per le ore passate a suonare la chitarra—che si chiudevano intorno a
quella vita stretta, i pollici che si insinuavano sotto l’orlo della minigonna per sentire la pelle calda dei fianchi.
Avrebbe scommesso che fosse liscia come seta, senza un filo di peluria, il tipo di pelle che si arrossava al minimo
graffio. E quel culo… Dio, quel culo. Lo avrebbe afferrato a piene mani, le dita che si conficcavano nella carne
soda mentre la spingeva contro il muro del bagno, la schiena inarcata, le cosce che tremavano ogni volta che le
avrebbe sbattuto contro.
—Smettila, si disse, stringendo il bicchiere fino a rischiare di romperlo.
Ma era impossibile.
Perché Chanel non era solo un corpo da urlo—era l’atteggiamento. Il modo in cui si passava la lingua sul labbro
inferiore, lasciandolo lucido e invitante. Il modo in cui incrociava le gambe, facendo scivolare la gonna ancora più
su, rivelando un centimetro in più di coscia ogni volta che si muoveva. Il modo in cui, quando rideva, si piegava
leggermente in avanti, offrendo una vista generosa della scollatura, dove la carne dei seni sembrava sul punto di
traboccare dal pizzo.
Angelo si aggiustò i jeans, sentendo il tessuto sfregare contro l’erezione che premeva, dura e dolorosa. Cazzo.
Non poteva permettersi di fare una figura di merda, non qui, non con lei. Ma il suo cervello era già altrove,
immerso in una fantasia così vivida che poteva quasi sentire il calore umido del suo corpo contro il suo.
Immaginò di avvicinarla al bancone, di sussurrarle qualcosa all’orecchio—qualcosa di sporco, qualcosa che le
avrebbe fatto mordere il labbro e guardarlo con quegli occhi da gatta. "Sai che ti sto immaginando in ginocchio,
vero? Con quelle labbra rosse avvolte intorno al mio cazzo, mentre ti tengo per i capelli e ti faccio venire con la
lingua in gola." Le avrebbe detto così, senza mezzi termini, perché il tipo di donna come Chanel non voleva le
mezze misure. Voleva essere usata, nel modo più delizioso possibile.
E lei avrebbe riso, quel risino basso e roco, prima di rispondere con qualcosa di altrettanto sfacciato. "E tu sai
che sto immaginando quanto dureresti, prima di venire come un ragazzino?" Avrebbe fatto scivolare una mano
sulla sua coscia, le unghie laccate di nero che graffiavano appena il denim, abbastanza vicine al suo inguine da
fargli mancare il fiato.
Ma nella sua fantasia, Angelo non si sarebbe lasciato provocare. L’avrebbe afferrata per il polso, trascinandola
verso i bagni, dove l’aria puzzava di disinfettante e sesso frettoloso. L’avrebbe spinta contro la porta appena
chiusa, il corpo di lei che si schiacciava contro il legno, il respiro già affannoso. "Vuoi giocare, tesoro? Allora
gioca." Le avrebbe strappato la camicetta con un gesto secco, i bottoni che schizzavano via come proiettili,
rivelando finalmente quel reggiseno di pizzo che non faceva altro che nascondere a malapena i suoi seni. Li
avrebbe liberati con un strattone, la stoffa che si lacerava sotto la sua impazienza, e poi—Dio—le avrebbe preso
un capezzolo tra le labbra, succhiando forte, i denti che graffiavano appena la pelle sensibile.
Chanel avrebbe gemuto, le unghie che si conficcavano nelle sue spalle, la schiena inarcata per offrirgli di più.
"Così, cazzo… così forte…" La sua voce sarebbe stata un sussurro roco, rotto dai singhiozzi ogni volta che lui le
mordeva la carne, lasciando segni rossi che sarebbero durati giorni.
Ma Angelo non si sarebbe fermato lì.
Le avrebbe slacciato la gonna, facendola scivolare giù lungo le cosce, rivelando un perizoma nero, così sottile che
poteva vedere il contorno perfetto delle sue labbra, già lucide, già pronte. Avrebbe passato un dito lungo la
stoffa, sentendo il calore umido che trasudava da sotto. "Sei già fradicia, puttana." Le avrebbe sussurrato
all’orecchio, mentre con l’altra mano le stringeva un seno, il pollice che strofinava il capezzolo gonfio. "E io non ti
ho ancora nemmeno toccata davvero."
Lei avrebbe riso, un suono spezzato, mentre si dimenava contro la sua mano. "Allora tocchimi, stronzo. Fammi
vedere cosa sai fare."
E lui l’avrebbe accontentata.
Avrebbe strappato via quel pezzo di stoffa inutile, esponendo finalmente la sua fica—rasata, lucida, con le
labbra gonfie e scure che pulsavano. Avrebbe passato due dita lungo la fessura, raccogliendo la sua umidità,
portandosele alle labbra per assaggiare. "Cristo, sei dolce come il miele." Poi sarebbe sceso in ginocchio,
afferrandole le cosce, costringendola ad allargarle, la lingua che si insinuava tra le pieghe bagnate senza
preavviso.
Chanel avrebbe gridato, le mani che si aggrappavano ai suoi capelli, le anche che si muovevano in cerchi disperati
contro la sua bocca. "Sì—proprio lì—non smettere, cazzo—" La sua voce si sarebbe rotta in un gemito quando
lui avrebbe infilato due dita dentro di lei, curvandole per colpire quel punto che la faceva impazzire, la lingua che
continuava a leccare il suo clitoride gonfio, succhiandolo tra le labbra come se fosse un frutto maturo.
Avrebbe potuto farla venire così, in piedi, con le cosce che tremavano e le unghie che gli graffiavano il cuoio
capelluto. Ma Angelo voleva di più.
L’avrebbe fatta girare, spingendola contro il lavandino, il suo culo perfetto esposto, la schiena inarcata. Avrebbe
abbassato la zip dei jeans, liberando il suo cazzo—duro come l’acciaio, la punta già lucida di pre-sperma. "Ti
scoperò così forte che domani camminerai come se avessi un cazzo in mezzo alle gambe." Le avrebbe sputato
sulla fica, passando la corona del suo membro lungo la fessura bagnata, sentendola fremere.
E poi—finalmente—l’avrebbe penetrata con un colpo secco, affondando fino alle palle in un solo movimento.
Il grido di Chanel sarebbe rimbalzato contro le piastrelle, il suo corpo che si stringeva intorno a lui come una
morsa bollente. "Cazzo—sei enorme—" Avrebbe cercato di spingersi indietro, di prendere il controllo, ma lui
l’avrebbe tenuta ferma per i fianchi, sbattendola contro di sé con colpi profondi, brutali, ogni affondo
accompagnato dal suono umido della sua fica che si apriva per lui.
"Prendilo tutto, troia. Prendilo fino in fondo." Le avrebbe afferrato i capelli, tirandole la testa all’indietro,
costringendola a guardarsi allo specchio mentre la scopava. "Guarda come ti scopo. Guarda quanto ti piace."
E lei avrebbe obbedito, gli occhi semichiusi, le labbra dischiuse, il corpo che si muoveva all’unisono con il suo,
ogni spinta che la faceva gemere sempre più forte. "Non fermarti—sto per venire—cazzo, Angelo, sto per—"
Lui avrebbe sentito il suo corpo contrarsi intorno al suo membro, le pareti interne che pulsavano, strizzandolo, e
sarebbe stato troppo. Con un ringhio, avrebbe affondato un’ultima volta, tenendola stretta contro di sé mentre
il suo sperma le riempiva la fica a fiotti caldi, marcandola, reclamandola.
Poi, nella realtà, il bicchiere gli scivolò dalle dita.
Si ritrovò con le mani sudaticce e il respiro corto, il corpo teso come una corda di violino. Chanel era ancora lì,
dall’altra parte del locale, che rideva con un tipo in giacca di pelle, le dita che giocavano distrattamente con il
bordo del bicchiere.
Angelo si passò una mano sul viso, sentendo il sudore freddo sulla fronte.
Porca puttana.
Quella notte, sarebbe tornato a casa con le palle blu e la testa piena di immagini che non avrebbe mai potuto
cancellare. Ma domani—domani avrebbe fatto in modo che quella fantasia diventasse realtà. Perché una cosa
era certa: Chanel sarebbe stata sua, prima o poi. E quando fosse successo, l’avrebbe scopata fino a farle
dimenticare il suo stesso nome.
Underground, non riesce a distogliere lo
sguardo da Chanel, la cui presenza domina
il locale. Mentre la sua mente immagina
scenari audaci, la realtà lo sfida a
trasformare la fantasia in un'ossessione
tangibile.
La serata romana si era distesa come un velluto caldo sulla pelle, con l’aria che portava con sé il profumo di
sigarette mentolate, gin tonici troppo dolci e quel sentore metallico che aleggiava sempre nei locali quando il
sudore si mescolava al profumo di troppo. Angelo era appoggiato al bancone del Velvet Underground, un posto
che conosceva fin troppo bene—luci soffuse che si riflettevano sui bicchieri appannati, bassi che vibravano
sotto i piedi come un battito cardiaco collettivo. Aveva già perso il conto dei negroni, ma non abbastanza da non
notare lei non appena era entrata.
Chanel.
Un nome che sembrava uscito da una pubblicità di lusso degli anni ‘90, ma che su di lei suonava come una
promessa sporca. Alta, almeno un metro e ottanta, con quelle gambe che sembravano non finire mai, avvolte in
un paio di stivali neri a coscia che luccicavano come vernice bagnata. La minigonna di pelle aderente le modellava
il culo come se fosse stata cucita direttamente sulla sua carne, due mezze lune di carne soda che si muovevano
con una sinuosità ipnotica ogni volta che si spostava. La camicetta di seta bianca, semi-trasparente, si apriva
generosa sul décolleté, lasciando poco all’immaginazione: un reggiseno di pizzo nero che faticava a contenere
due seni pieni, rotondi, che sembravano pesare sulle sue mani ogni volta che si aggiustava i capelli
biondi—lunghi, lisci, con quelle onde che cadevano sulle spalle come fili d’oro fuso.
Angelo sentì la bocca seccarsi.
Non era la prima volta che la vedeva al Velvet, ma quella sera c’era qualcosa di diverso. Forse era il modo in cui si
era leccata le labbra dopo aver ordinato un Sex on the Beach—un cocktail kitsch, troppo dolce, proprio come
immaginava fosse il suo sapore. Forse era il fatto che, quando si era girata per prendere il bicchiere, la luce aveva
attraversato la stoffa della camicetta, disegnando l’ombra scura dei capezzoli duri contro il tessuto. O forse era
semplicemente il modo in cui i suoi occhi verdi, freddi come giada, si erano posati su di lui per un secondo
troppo lungo, prima di scivolare via con un sorrisetto che diceva so esattamente cosa stai pensando.
E lui lo stava pensando eccome.
Immaginò le sue mani—grandi, callose per le ore passate a suonare la chitarra—che si chiudevano intorno a
quella vita stretta, i pollici che si insinuavano sotto l’orlo della minigonna per sentire la pelle calda dei fianchi.
Avrebbe scommesso che fosse liscia come seta, senza un filo di peluria, il tipo di pelle che si arrossava al minimo
graffio. E quel culo… Dio, quel culo. Lo avrebbe afferrato a piene mani, le dita che si conficcavano nella carne
soda mentre la spingeva contro il muro del bagno, la schiena inarcata, le cosce che tremavano ogni volta che le
avrebbe sbattuto contro.
—Smettila, si disse, stringendo il bicchiere fino a rischiare di romperlo.
Ma era impossibile.
Perché Chanel non era solo un corpo da urlo—era l’atteggiamento. Il modo in cui si passava la lingua sul labbro
inferiore, lasciandolo lucido e invitante. Il modo in cui incrociava le gambe, facendo scivolare la gonna ancora più
su, rivelando un centimetro in più di coscia ogni volta che si muoveva. Il modo in cui, quando rideva, si piegava
leggermente in avanti, offrendo una vista generosa della scollatura, dove la carne dei seni sembrava sul punto di
traboccare dal pizzo.
Angelo si aggiustò i jeans, sentendo il tessuto sfregare contro l’erezione che premeva, dura e dolorosa. Cazzo.
Non poteva permettersi di fare una figura di merda, non qui, non con lei. Ma il suo cervello era già altrove,
immerso in una fantasia così vivida che poteva quasi sentire il calore umido del suo corpo contro il suo.
Immaginò di avvicinarla al bancone, di sussurrarle qualcosa all’orecchio—qualcosa di sporco, qualcosa che le
avrebbe fatto mordere il labbro e guardarlo con quegli occhi da gatta. "Sai che ti sto immaginando in ginocchio,
vero? Con quelle labbra rosse avvolte intorno al mio cazzo, mentre ti tengo per i capelli e ti faccio venire con la
lingua in gola." Le avrebbe detto così, senza mezzi termini, perché il tipo di donna come Chanel non voleva le
mezze misure. Voleva essere usata, nel modo più delizioso possibile.
E lei avrebbe riso, quel risino basso e roco, prima di rispondere con qualcosa di altrettanto sfacciato. "E tu sai
che sto immaginando quanto dureresti, prima di venire come un ragazzino?" Avrebbe fatto scivolare una mano
sulla sua coscia, le unghie laccate di nero che graffiavano appena il denim, abbastanza vicine al suo inguine da
fargli mancare il fiato.
Ma nella sua fantasia, Angelo non si sarebbe lasciato provocare. L’avrebbe afferrata per il polso, trascinandola
verso i bagni, dove l’aria puzzava di disinfettante e sesso frettoloso. L’avrebbe spinta contro la porta appena
chiusa, il corpo di lei che si schiacciava contro il legno, il respiro già affannoso. "Vuoi giocare, tesoro? Allora
gioca." Le avrebbe strappato la camicetta con un gesto secco, i bottoni che schizzavano via come proiettili,
rivelando finalmente quel reggiseno di pizzo che non faceva altro che nascondere a malapena i suoi seni. Li
avrebbe liberati con un strattone, la stoffa che si lacerava sotto la sua impazienza, e poi—Dio—le avrebbe preso
un capezzolo tra le labbra, succhiando forte, i denti che graffiavano appena la pelle sensibile.
Chanel avrebbe gemuto, le unghie che si conficcavano nelle sue spalle, la schiena inarcata per offrirgli di più.
"Così, cazzo… così forte…" La sua voce sarebbe stata un sussurro roco, rotto dai singhiozzi ogni volta che lui le
mordeva la carne, lasciando segni rossi che sarebbero durati giorni.
Ma Angelo non si sarebbe fermato lì.
Le avrebbe slacciato la gonna, facendola scivolare giù lungo le cosce, rivelando un perizoma nero, così sottile che
poteva vedere il contorno perfetto delle sue labbra, già lucide, già pronte. Avrebbe passato un dito lungo la
stoffa, sentendo il calore umido che trasudava da sotto. "Sei già fradicia, puttana." Le avrebbe sussurrato
all’orecchio, mentre con l’altra mano le stringeva un seno, il pollice che strofinava il capezzolo gonfio. "E io non ti
ho ancora nemmeno toccata davvero."
Lei avrebbe riso, un suono spezzato, mentre si dimenava contro la sua mano. "Allora tocchimi, stronzo. Fammi
vedere cosa sai fare."
E lui l’avrebbe accontentata.
Avrebbe strappato via quel pezzo di stoffa inutile, esponendo finalmente la sua fica—rasata, lucida, con le
labbra gonfie e scure che pulsavano. Avrebbe passato due dita lungo la fessura, raccogliendo la sua umidità,
portandosele alle labbra per assaggiare. "Cristo, sei dolce come il miele." Poi sarebbe sceso in ginocchio,
afferrandole le cosce, costringendola ad allargarle, la lingua che si insinuava tra le pieghe bagnate senza
preavviso.
Chanel avrebbe gridato, le mani che si aggrappavano ai suoi capelli, le anche che si muovevano in cerchi disperati
contro la sua bocca. "Sì—proprio lì—non smettere, cazzo—" La sua voce si sarebbe rotta in un gemito quando
lui avrebbe infilato due dita dentro di lei, curvandole per colpire quel punto che la faceva impazzire, la lingua che
continuava a leccare il suo clitoride gonfio, succhiandolo tra le labbra come se fosse un frutto maturo.
Avrebbe potuto farla venire così, in piedi, con le cosce che tremavano e le unghie che gli graffiavano il cuoio
capelluto. Ma Angelo voleva di più.
L’avrebbe fatta girare, spingendola contro il lavandino, il suo culo perfetto esposto, la schiena inarcata. Avrebbe
abbassato la zip dei jeans, liberando il suo cazzo—duro come l’acciaio, la punta già lucida di pre-sperma. "Ti
scoperò così forte che domani camminerai come se avessi un cazzo in mezzo alle gambe." Le avrebbe sputato
sulla fica, passando la corona del suo membro lungo la fessura bagnata, sentendola fremere.
E poi—finalmente—l’avrebbe penetrata con un colpo secco, affondando fino alle palle in un solo movimento.
Il grido di Chanel sarebbe rimbalzato contro le piastrelle, il suo corpo che si stringeva intorno a lui come una
morsa bollente. "Cazzo—sei enorme—" Avrebbe cercato di spingersi indietro, di prendere il controllo, ma lui
l’avrebbe tenuta ferma per i fianchi, sbattendola contro di sé con colpi profondi, brutali, ogni affondo
accompagnato dal suono umido della sua fica che si apriva per lui.
"Prendilo tutto, troia. Prendilo fino in fondo." Le avrebbe afferrato i capelli, tirandole la testa all’indietro,
costringendola a guardarsi allo specchio mentre la scopava. "Guarda come ti scopo. Guarda quanto ti piace."
E lei avrebbe obbedito, gli occhi semichiusi, le labbra dischiuse, il corpo che si muoveva all’unisono con il suo,
ogni spinta che la faceva gemere sempre più forte. "Non fermarti—sto per venire—cazzo, Angelo, sto per—"
Lui avrebbe sentito il suo corpo contrarsi intorno al suo membro, le pareti interne che pulsavano, strizzandolo, e
sarebbe stato troppo. Con un ringhio, avrebbe affondato un’ultima volta, tenendola stretta contro di sé mentre
il suo sperma le riempiva la fica a fiotti caldi, marcandola, reclamandola.
Poi, nella realtà, il bicchiere gli scivolò dalle dita.
Si ritrovò con le mani sudaticce e il respiro corto, il corpo teso come una corda di violino. Chanel era ancora lì,
dall’altra parte del locale, che rideva con un tipo in giacca di pelle, le dita che giocavano distrattamente con il
bordo del bicchiere.
Angelo si passò una mano sul viso, sentendo il sudore freddo sulla fronte.
Porca puttana.
Quella notte, sarebbe tornato a casa con le palle blu e la testa piena di immagini che non avrebbe mai potuto
cancellare. Ma domani—domani avrebbe fatto in modo che quella fantasia diventasse realtà. Perché una cosa
era certa: Chanel sarebbe stata sua, prima o poi. E quando fosse successo, l’avrebbe scopata fino a farle
dimenticare il suo stesso nome.
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