Velluto e ghiaccio

di
genere
trio

Il freddo pungente delle Dolomiti accende
il desiderio proibito di Nicole, Angelo e
Franco. Mentre il marito la riempie con
forza contro la ringhiera panoramica,
Franco la spinge a ingoiare il suo stesso
sapore. Chi sarà il prossimo a reclamare il
suo corpo tremante?
Il sole del mattino filtrava debole tra le cime imbiancate delle Dolomiti, posandosi sulle finestre della suite come
una carezza fredda. Il resort si stava lentamente risvegliando, ma tra le mura della stanza l’aria era ancora densa
di sudore, di gemiti soffocati e del profumo muschiato del sesso. Nicole si stirò sotto le lenzuola di seta, la pelle
ancora arrossata dai morsi e dalle mani di Angelo, il corpo indolenzito in tutti i punti giusti. Accanto a lei, il
marito si mosse, il torace ampio che si sollevava in un respiro lento, le labbra ancora gonfie per averla baciata,
leccata, divorata fino a farle perdere la voce.
Non c’era fretta di tornare alla normalità. Non ancora.
Un colpo secco alla porta li fece sobbalzare. Non era il servizio in camera—era troppo presto per la
colazione—e non era certo la governante. Nicole scambiò uno sguardo con Angelo, gli occhi scuri di lui ancora
appannati dal sonno e dalla lussuria, prima che si alzasse nudo dal letto, il cazzo semieretto che oscillava pesante
tra le cosce. Non si preoccupò di coprirsi. Non ce n’era bisogno.
Franco era sulla soglia, il viso affilato illuminato da un sorrisetto che non prometteva nulla di innocente.
Indossava solo un accappatoio di spugna scura, aperto abbastanza da lasciar intravedere il torace scolpito e la
linea scura dei peli che spariva sotto la cintura. I suoi occhi scivolarono su Nicole, ancora avvolta nelle lenzuola,
poi su Angelo, e infine oltre, verso il disordine del letto: le coperte strappate via, i cuscini a terra, la bottiglia di
champagne vuota e il vetro appannato della finestra, prova di quanto avevano sudato.
—Prima che partiate— disse Franco, la voce bassa e vellutata, come se stesse offrendo un segreto invece di una
semplice informazione. —C’è un sentiero dietro il resort. Porta a una terrazza panoramica. Nessuno vi
disturberà.
Non servivano altre parole.

Angelo sentì il sangue affluire di nuovo al cazzo al solo pensiero. Nicole si morse il labbro inferiore, le dita che si
attorcigliavano intorno al bordo del lenzuolo, già immaginando il freddo pungente sulla pelle nuda, il contrasto
con il calore che le avrebbe scatenato tra le gambe. Era questo, no? La fuga. Non scappare da qualcosa, ma verso
qualcosa. Verso il brivido di essere scoperti, verso l’adrenalina di sapere che bastava un grido, un passo falso, e
qualcuno avrebbe potuto vederli. Li avrebbe visti così.
—Vai a prepararti— le ordinò Angelo, la voce roca, mentre già si avvicinava a Franco, le mani che si posavano
sulle spalle dell’altro uomo in un gesto che era metà sfida, metà invito. —Noi ti aspettiamo fuori.
Nicole non ebbe bisogno di altre istruzioni.
L’aria gelida le morse la pelle non appena varcò la porta della suite, avvolta solo nella pelliccia di volpe che
Angelo le aveva gettato addosso la sera prima. Il pelo morbido le sfiorava i capezzoli, già duri per il freddo e
l’eccitazione, la stoffa pesante che le accarezzava l’interno delle cosce mentre camminava. Non indossava nulla
sotto. Niente mutandine, niente reggiseno, niente scarpe. Solo la pelliccia, aperta abbastanza da lasciar
intravedere il ventre piatto e la curva dei seni quando il vento la faceva ondeggiare. Ogni passo sulla neve fresca
era una piccola tortura, il ghiaccio che le si insinuava tra le dita dei piedi, risalendo lungo le gambe fino a farle
contrarre i muscoli intorno a un vuoto che voleva disperatamente essere riempito.
Angelo e Franco la precedevano di qualche metro, i loro corpi massicci che si muovevano con una sicurezza
animalesca, le spalle larghe che tagliavano la nebbia mattutina. Parlavano a bassa voce, ma Nicole non aveva
bisogno di sentire le parole per sapere di cosa stessero discutendo. Lo capiva dal modo in cui Franco si voltava
ogni tanto a guardarla, gli occhi scuri che scendevano lungo il suo corpo, fermandosi dove la pelliccia si apriva
appena abbastanza per lasciar intravedere l’ombra scura del suo sesso. Lo capiva dal modo in cui Angelo serrava i
pugni, come se dovesse trattenersi dal prendere ciò che voleva subito, lì, nella neve, senza aspettare la terrazza,
senza aspettare nulla.
Il sentiero si inerpicava tra gli abeti, i rami carichi di neve che si spezzavano sotto il loro passaggio. Nicole sentiva
il respiro corto, il cuore che le martellava nel petto non per la fatica, ma per l’attesa. Ogni volta che inciampava,
che la neve le si infilava tra le dita dei piedi, un brivido le percorreva la schiena, facendole stringere le cosce. Dio,
quanto era bagnata. Aveva già i capezzoli così duri che facevano male, la fica che pulsava a ogni passo, come se il
semplice atto di camminare la stesse eccitando sempre di più.
Finalmente, la terrazza.
Era una piattaforma di legno grezzo, sospesa sul vuoto, con una ringhiera bassa che non avrebbe fermato
nessuno se avessero perso l’equilibrio. Davanti a loro, le Dolomiti si stendevano in tutto il loro splendore, le
cime aguzze che si perdevano tra le nuvole, il silenzio rotto solo dal fruscio del vento tra gli alberi. Non c’era
anima viva. Nessun sciatore in lontananza, nessun addetto del resort. Solo loro tre, e il mondo intero che
sembrava trattenere il fiato.
—Gesù— ansimò Nicole, le parole che le uscivano in nuvole di vapore. Non per il panorama, ma per ciò che
stava per accadere.
Angelo non rispose. Non con le parole.
Si avvicinò alle sue spalle, le mani che si posavano sui suoi fianchi attraverso la pelliccia, le dita che si insinuavano
sotto il pelo morbido per trovare la pelle nuda. Era caldo, nonostante il freddo, il suo corpo una fornace contro il
suo. Nicole sentì il suo alito sul collo, poi i denti che le affondavano nella spalla, abbastanza forte da farle male,
abbastanza forte da farle gemere.
—Apri— le sussurrò all’orecchio, la voce un ringhio. —Fammi vedere quanto sei zuppa, puttana.
Le dita di Nicole tremarono mentre slacciava la cintura della pelliccia, lasciando che la stoffa pesante si aprisse,
scoprendo il suo corpo al vento gelido. I capezzoli si contrassero ancora di più, quasi violacei, la pelle d’oca che
le ricopriva le braccia e le gambe. Ma tra le cosce era tutto il contrario: caldo, umido, disgustosamente bagnato.
Sentiva il suo succo che le colava lungo l’interno delle cosce, e sapeva che Angelo lo vedeva. Lo vedeva tutto.
—Porca troia— imprecò Franco da dietro di loro, la voce strozzata. —Guarda com’è pronta. Sembra che stia
per svenire se non la scopi subito.
Angelo rise, un suono basso e sporco, mentre una mano scivolava sul ventre di Nicole, poi più giù, le dita che si
immergevano tra le pieghe bagnate della sua fica. —Sì, è così, non è vero, amore? Le sue dita si mossero in
cerchi lenti, spingendo dentro di lei solo le punte, abbastanza per farle inarcare la schiena, abbastanza per farle
sfuggire un gemito rotto. —È una troietta affamata. Una puttana che non ne ha mai abbastanza.
—Angelo— supplicò Nicole, le unghie che si conficcavano nella ringhiera di legno, le ginocchia che minacciavano
di cedere. Non era giusto. Non era giusto che la facessero aspettare, non quando era così vicina, non quando
poteva già sentire il cazzo di lui premere contro il suo culo, duro come la pietra.
—Shh— le fece lui, mentre con l’altra mano le afferrava un seno, strizzando il capezzolo tra pollice e indice fino
a farle vedere le stelle. —Franco vuole guardare. Vuole vedere quanto sei brava a prendere il mio cazzo mentre
ti scopo come meriti.
Nicole gemette, il suono che si perdeva nel vento, mentre sentiva Franco avvicinarsi, il suo corpo che si
posizionava di lato, abbastanza vicino da poterla toccare se avesse allungato una mano. Ma non lo fece. Non
ancora. Voleva guardare. Voleva vedere Angelo che la piegava in due, che le spalancava le gambe e le affondava
dentro fino a farle urlare.
E Angelo glielo diede.
Con un movimento brusco, la spinse in avanti, facendola appoggiare contro la ringhiera, il legno ruvido che le
graffiava i seni. La pelliccia scivolò giù per le braccia, intrappolandole i polsi, lasciandola esposta, vulnerabile, sua.
Poi sentì il cazzo di Angelo premere contro il suo ingresso, grosso, bollente, già lucido di pre-sborra, e quando
finalmente la penetrò in un solo, violento affondo, Nicole urlò.
—Cazzo!— La parola le esplose dalle labbra, il dolore e il piacere che si fondevano in un’unica, bruciante
sensazione. Era enorme, troppo, eppure il suo corpo lo inghiottì avidamente, i muscoli che si allungavano per
accoglierlo, la fica che già si stringeva intorno a lui, disperata per tenerlo dentro.
—Così— ringhiò Angelo, le mani che le afferravano i fianchi con una forza che le avrebbe lasciato lividi, le dita
che si conficcavano nella carne mentre cominciava a muoversi. —Prendilo tutto, troia. Fatti scopare come si

deve.
Ogni spinta era un colpo secco, i suoi fianchi che sbattevano contro il suo culo, il suono umido della sua fica che
veniva riempita e svuotata, svuotata e riempita, sempre più forte, sempre più veloce. Nicole non riusciva a
respirare. Non riusciva a pensare. Poteva solo sentire—il cazzo di Angelo che la dilaniava, il freddo che le
mordeva la pelle, gli occhi di Franco su di lei, che la osservavano mentre veniva sculacciata, afferrata, usata.
—Dio, guardate come si muove— ansimò Franco, la voce rotta. —Guardate come si stringe intorno a te. Vuole
che la riempi, Angelo. Vuole che le sborri dentro fino a farle colare tutto giù per le gambe.
—Lo so— ringhiò Angelo, e Nicole sentì il suo ritmo incrinarsi, le spinte che diventavano più irregolari, più
profonde. —Lo so, cazzo.
Poi una mano—non quella di Angelo—le scivolò tra i capelli, afferrandoli con forza e tirando indietro la sua
testa. Franco. Finalmente la toccava. Finalmente partecipava.
—Apri la bocca, puttana— le ordinò, e Nicole obbedì senza esitare, le labbra che si dischiudevano proprio
mentre Franco le ci spingeva dentro due dita, bagnate—dove le aveva messe prima?—e salate, il sapore
muschiato del suo stesso eccitamento che le esplodeva in bocca.
—Succhia— le comandò Franco, e lei lo fece, la lingua che si avvolgeva attorno alle sue dita, le guance che si
scavavano mentre Angelo le martellava il culo, il suo cazzo che ora le sfiorava quel punto lì, quello che la faceva
impazzire, che la faceva venire con un urlo strozzato, le gambe che tremavano, la fica che si contraeva attorno a
lui come se volesse tenerlo prigioniero.
—Cazzo, sto per venire— ansimò Angelo, le parole che si mescolavano ai suoi gemiti, ai colpi secchi dei loro
corpi che si scontravano. —Dove vuoi che ti riempia, Nicole? Vuoi che ti sborri in quella fichetta stretta o vuoi
che ti sporchi la faccia come la puttana che sei?
Non ebbe il tempo di rispondere.
Franco le tirò i capelli ancora più forte, costringendola a inarcarsi, e fu allora che Angelo persero il controllo. Con
un ultimo, violento affondo, si piantò dentro di lei fino in fondo, il cazzo che pulsava mentre cominciava a venire,
il seme bollente che le inondava l’utero, colando fuori in rivoli densi che le scendevano lungo le cosce,
mescolandosi alla neve sotto di loro.
Nicole venne con lui, il corpo scosso da spasmi violenti, la bocca aperta in un grido silenzioso mentre Franco le
teneva la testa indietro, costringendola a guardare il cielo, le nuvole, le montagne. Come se il mondo intero
dovesse vedere cosa le stavano facendo. Come se non ci fosse nulla di più importante di questo—del suo corpo
che veniva usato, riempito, possesso.
Quando Angelo finalmente si ritirò, il suo cazzo lucido e ancora semiduro, Nicole sentì il seme colarle giù per le
gambe, freddo ora, misto alla neve che si scioglieva sotto di lei. Si sarebbe dovuta sentire umiliata. Avrebbe
dovuto avere vergogna.
Invece, si leccò le labbra e si voltò verso Franco, gli occhi che brillavano di una sfida silenziosa.
—Ora tocca a te— disse, la voce roca, le gambe che ancora tremavano. —Se hai le palle.
scritto il
2026-03-01
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