Volo di carne e sudore
di
Angelo B
genere
tradimenti
Angelo, divorato dal desiderio per Carine,
abbandona moglie e lavoro per
raggiungerla a Recife. All'aeroporto, la
passione esplode in un amplesso sfrenato,
mentre la promessa di una settimana di
piacere si scontra con la realtà del suo
ritorno.
L’aria condizionata dell’ufficio ronza come un insetto fastidioso, ma non basta a scacciare il calore che mi divora
dall’interno. Le dita tamburellano sulla scrivania, il monitor davanti a me sfoca in una macchia biancastra mentre i
numeri del bilancio trimestrale si fondono in una coltre indistinta. Non riesco a concentrarmi. Non da quando lei
se n’è andata.
Ogni volta che chiudo gli occhi, la vedo. Carine. Il modo in cui si mordeva il labbro inferiore quando la penetravo,
quel piccolo gemito strozzato che le sfuggiva ogni volta che le affondavo le dita tra i capelli per costringerla a
ingoiare il mio cazzo fino in gola. Il ricordo è così vivido che quasi sento ancora il sapore salmastro della sua
pelle, quel misto di sudore e profumo di vaniglia che si attaccava alle mie labbra ogni volta che le leccavo il collo.
Mi aggiusto il cavallo dei pantaloni, il tessuto già teso contro l’erezione che non accenna a sgonfiarsi. Cazzo.
La sedia scricchiola quando mi sposto, il cuoio che si deforma sotto il mio peso. Le mani si chiudono a pugno, le
unghie che si conficcano nei palmi. Devo smetterla. Ma non ci riesco. Anche ora, mentre mia moglie mi manda un
messaggio—“Tesoro, stasera cucino la carbonara, torna presto”—la mia mente è altrove. Immaginare le sue dita
affusolate che impastano la farina, il modo in cui si lecca il pollice quando cucina, dovrebbe eccitarmi. Invece,
tutto ciò che vedo sono le unghie smaltate di nero di Carine che graffiano la mia schiena, le sue cosce che
tremano quando le sculaccio il culo prima di affondarle dentro fino a farle urlare.
Il telefono vibra sulla scrivania. Un messaggio sconosciuto. Lo apro con dita che tremano appena, il cuore che
batte così forte da farmi male alle costole.
«Ti aspetto. Volo diretto su Recife. Voglio ancora tutto.»
Nessun nome. Nessun preambolo. Solo quelle parole, crudeli e irresistibili come un morso. Il respiro mi si blocca
in gola. Recife. Il Brasile. Il caldo umido che si appiccica alla pelle, il sudore che scivola tra i seni, il sapore del sale
sulla lingua quando la lecco tutta, dalla gola al clitoride gonfio. Le dita mi formicolano. Non ci penso due volte.
Apro il browser, cerco il primo volo disponibile. Partenza domani mattina, alle 6:30.
Non importa se ho una riunione importante. Non importa se mia moglie mi aspetta a cena. L’unica cosa che
conta è che tra ventiquattro ore sarò di nuovo dentro di lei, a sentirla gemere il mio nome mentre le riempio
tutte le buche.
L’aereo atterra con un tonfo sordo, le ruote che stridono sull’asfalto bollente. Appena il portellone si apre,
un’ondata di calore mi investe come una schiaffo. L’aria è densa, pesante, satura di odori—frutta troppo matura,
benzina, il dolce stordente dei fiori di ibisco che qualcuno vende all’ingresso dell’aeroporto. Mi slaccio il colletto
della camicia, il tessuto già incollato alla pelle madida. Porca puttana. Qui si suda anche solo a respirare.
La folla si muove lenta, pigra, come se il calore avesse sciolto ogni urgenza. Io no. Io cammino a passi lunghi, lo
zaino che mi sbatte contro le spalle, gli occhi che scansionano ogni volto, ogni curva, ogni ciocca di capelli
biondo platino che potrebbe essere la sua. E poi, eccola.
Carine.
È appoggiata contro un pilastro, le braccia incrociate sotto il seno che sembra gonfio il doppio da quando l’ho
vista l’ultima volta. Indossa un top così corto che lascia scoperta la pancia piatta, l’ombelico piercing che luccica
sotto le luci al neon. Gli shorts sono un offesa al decoro pubblico—denim sbiadito che si incastra tra le natiche,
lasciando intravedere il solco scuro tra i glutei ogni volta che si sposta. La pelle è dorata, abbronzata, come se
avesse passato settimane a farsi leccare dal sole invece che da me.
Si stacca dal pilastro quando mi vede, un sorrisetto malizioso che le incurva le labbra carnose. «Finalmente.» La
voce è roca, come se avesse passato la notte a urlare. Probabilmente l’ha fatto.
Non rispondo. Non ce n’è bisogno. In due passi sono davanti a lei, le mani che le affondano nei fianchi prima
ancora che possa dire altro. Il suo profumo mi avvolge—cocco, sudore, quel sentore metallico che ha sempre
dopo che viene. «Mi sei mancata, troia», le ringhio contro l’orecchio, i denti che le mordicchiano il lobo. Lei
sospira, il corpo che si inarca contro il mio, il culo che sfrega contro la mia erezione già dolorante. «Lo so. Ecco
perché sono qui.»
Le dita scivolano sotto l’orlo degli shorts, la pelle lì è rovente, umida. «Niente mutandine, eh?» Le sibilo,
sentendo già il calore della sua figa contro le nocche. «Volevo che mi scopassi appena mi vedevi.» La sua risata è
un suono sporco, gutturale. «E allora che aspetti, Angelo?»
Non aspetto. La spingo contro il pilastro, le mani che le strappano il top in due, i bottoni che volano via come
proiettili. I seni sono più pieni, i capezzoli duri come sassi, scuri, già bagnati. Li prendo tra le labbra, succhiando
forte, i denti che graffiano appena. Lei gemere, le unghie che mi affondano nelle spalle attraverso la camicia.
«Dio, sì… così…» La sua voce si spezza quando le infilo due dita dentro senza preavviso, il palmo che preme
contro il clitoride gonfio. «Sei già fradicia, puttana.»
«È colpa tua», ansima, le cosce che tremano mentre le allargo le gambe con un ginocchio. «Mi hai fatto venire
solo a pensarci.» Le dita escono con un plop bagnato, lucide del suo succo. Me le lecco una per una, gli occhi
piantati nei suoi. «Allora preparati, perché non ti farò chiudere occhio per una settimana.»
Lei ride, ma è un suono rotto, disperato. «Promesse, promesse.» Poi mi afferra la cintola, le dita che slacciano la
fibbia con una rapidità che mi fa venire i brividi. «Ora tocca a me.» Si inginocchia davanti a me, lì, in mezzo al
passaggio, la gente che ci gira intorno come se non esistessimo. La zip scende con un sibilo, il cazzo che salta
fuori già duro, la punta che gocciola. «Gesù…» Non ho nemmeno il tempo di respirare che me lo ingoia tutto, la
gola che si contrae intorno al gland, le labbra strette intorno all’asta. «Cazzo, Carine—» Le afferro i capelli,
tirandole indietro la testa fino a farle inarcare la schiena, la bocca che si apre in un gemito soffocato. «Così.
Proprio così.»
Lei mi guarda dal basso, gli occhi lucidi, le labbra gonfie intorno al mio cazzo. «Ti piace quando ti succhio come
una troia, Angelo?» Non rispondo. Non ne ho bisogno. Le spingo la testa giù, sentendo la punta che le sfiora la
gola, il conato che le fa lacrimare gli occhi. «Brava. Così. Prendilo tutto.» Le sue mani mi stringono le natiche, le
unghie che si conficcano nella carne mentre mi prende fino in fondo, la saliva che le cola dagli angoli della bocca,
bagnandomi le palle. «Dio, sì… sto per—» Non finisco la frase. Vengo con un ruggito, le vene del collo che mi
pulsano, lo sperma che le riempie la gola a fiotti. Lei deglutisce tutto, leccandosi le labbra quando finalmente la
lascio andare. «Buon ragazzo.»
Mi rialzo la zip, il respiro ancora affannato. *«Una settimana», le ricordo, la voce roca. «Tutte le buche. Tutti i
giorni.» Lei si alza, si sistema il top strappato con una scrollata di spalle. «E poi?»
Sorridò, ma è un ghigno senza allegria. «Poi torno da mia moglie.»
Carine ride, un suono che mi graffia la pelle. «Allora facciamo in modo che ti ricordi di me ogni volta che la
tocchi.» Mi prende per mano, le dita intrecciate alle mie, bagnate del mio stesso sperma. «Andiamo. Ho
prenotato una stanza con la vasca idromassaggio. Voglio vederti venire mentre mi scopi il culo sotto l’acqua.»
E io la seguo. Perché so già che non riuscirò a dirle di no. Non ora. Non mai.
abbandona moglie e lavoro per
raggiungerla a Recife. All'aeroporto, la
passione esplode in un amplesso sfrenato,
mentre la promessa di una settimana di
piacere si scontra con la realtà del suo
ritorno.
L’aria condizionata dell’ufficio ronza come un insetto fastidioso, ma non basta a scacciare il calore che mi divora
dall’interno. Le dita tamburellano sulla scrivania, il monitor davanti a me sfoca in una macchia biancastra mentre i
numeri del bilancio trimestrale si fondono in una coltre indistinta. Non riesco a concentrarmi. Non da quando lei
se n’è andata.
Ogni volta che chiudo gli occhi, la vedo. Carine. Il modo in cui si mordeva il labbro inferiore quando la penetravo,
quel piccolo gemito strozzato che le sfuggiva ogni volta che le affondavo le dita tra i capelli per costringerla a
ingoiare il mio cazzo fino in gola. Il ricordo è così vivido che quasi sento ancora il sapore salmastro della sua
pelle, quel misto di sudore e profumo di vaniglia che si attaccava alle mie labbra ogni volta che le leccavo il collo.
Mi aggiusto il cavallo dei pantaloni, il tessuto già teso contro l’erezione che non accenna a sgonfiarsi. Cazzo.
La sedia scricchiola quando mi sposto, il cuoio che si deforma sotto il mio peso. Le mani si chiudono a pugno, le
unghie che si conficcano nei palmi. Devo smetterla. Ma non ci riesco. Anche ora, mentre mia moglie mi manda un
messaggio—“Tesoro, stasera cucino la carbonara, torna presto”—la mia mente è altrove. Immaginare le sue dita
affusolate che impastano la farina, il modo in cui si lecca il pollice quando cucina, dovrebbe eccitarmi. Invece,
tutto ciò che vedo sono le unghie smaltate di nero di Carine che graffiano la mia schiena, le sue cosce che
tremano quando le sculaccio il culo prima di affondarle dentro fino a farle urlare.
Il telefono vibra sulla scrivania. Un messaggio sconosciuto. Lo apro con dita che tremano appena, il cuore che
batte così forte da farmi male alle costole.
«Ti aspetto. Volo diretto su Recife. Voglio ancora tutto.»
Nessun nome. Nessun preambolo. Solo quelle parole, crudeli e irresistibili come un morso. Il respiro mi si blocca
in gola. Recife. Il Brasile. Il caldo umido che si appiccica alla pelle, il sudore che scivola tra i seni, il sapore del sale
sulla lingua quando la lecco tutta, dalla gola al clitoride gonfio. Le dita mi formicolano. Non ci penso due volte.
Apro il browser, cerco il primo volo disponibile. Partenza domani mattina, alle 6:30.
Non importa se ho una riunione importante. Non importa se mia moglie mi aspetta a cena. L’unica cosa che
conta è che tra ventiquattro ore sarò di nuovo dentro di lei, a sentirla gemere il mio nome mentre le riempio
tutte le buche.
L’aereo atterra con un tonfo sordo, le ruote che stridono sull’asfalto bollente. Appena il portellone si apre,
un’ondata di calore mi investe come una schiaffo. L’aria è densa, pesante, satura di odori—frutta troppo matura,
benzina, il dolce stordente dei fiori di ibisco che qualcuno vende all’ingresso dell’aeroporto. Mi slaccio il colletto
della camicia, il tessuto già incollato alla pelle madida. Porca puttana. Qui si suda anche solo a respirare.
La folla si muove lenta, pigra, come se il calore avesse sciolto ogni urgenza. Io no. Io cammino a passi lunghi, lo
zaino che mi sbatte contro le spalle, gli occhi che scansionano ogni volto, ogni curva, ogni ciocca di capelli
biondo platino che potrebbe essere la sua. E poi, eccola.
Carine.
È appoggiata contro un pilastro, le braccia incrociate sotto il seno che sembra gonfio il doppio da quando l’ho
vista l’ultima volta. Indossa un top così corto che lascia scoperta la pancia piatta, l’ombelico piercing che luccica
sotto le luci al neon. Gli shorts sono un offesa al decoro pubblico—denim sbiadito che si incastra tra le natiche,
lasciando intravedere il solco scuro tra i glutei ogni volta che si sposta. La pelle è dorata, abbronzata, come se
avesse passato settimane a farsi leccare dal sole invece che da me.
Si stacca dal pilastro quando mi vede, un sorrisetto malizioso che le incurva le labbra carnose. «Finalmente.» La
voce è roca, come se avesse passato la notte a urlare. Probabilmente l’ha fatto.
Non rispondo. Non ce n’è bisogno. In due passi sono davanti a lei, le mani che le affondano nei fianchi prima
ancora che possa dire altro. Il suo profumo mi avvolge—cocco, sudore, quel sentore metallico che ha sempre
dopo che viene. «Mi sei mancata, troia», le ringhio contro l’orecchio, i denti che le mordicchiano il lobo. Lei
sospira, il corpo che si inarca contro il mio, il culo che sfrega contro la mia erezione già dolorante. «Lo so. Ecco
perché sono qui.»
Le dita scivolano sotto l’orlo degli shorts, la pelle lì è rovente, umida. «Niente mutandine, eh?» Le sibilo,
sentendo già il calore della sua figa contro le nocche. «Volevo che mi scopassi appena mi vedevi.» La sua risata è
un suono sporco, gutturale. «E allora che aspetti, Angelo?»
Non aspetto. La spingo contro il pilastro, le mani che le strappano il top in due, i bottoni che volano via come
proiettili. I seni sono più pieni, i capezzoli duri come sassi, scuri, già bagnati. Li prendo tra le labbra, succhiando
forte, i denti che graffiano appena. Lei gemere, le unghie che mi affondano nelle spalle attraverso la camicia.
«Dio, sì… così…» La sua voce si spezza quando le infilo due dita dentro senza preavviso, il palmo che preme
contro il clitoride gonfio. «Sei già fradicia, puttana.»
«È colpa tua», ansima, le cosce che tremano mentre le allargo le gambe con un ginocchio. «Mi hai fatto venire
solo a pensarci.» Le dita escono con un plop bagnato, lucide del suo succo. Me le lecco una per una, gli occhi
piantati nei suoi. «Allora preparati, perché non ti farò chiudere occhio per una settimana.»
Lei ride, ma è un suono rotto, disperato. «Promesse, promesse.» Poi mi afferra la cintola, le dita che slacciano la
fibbia con una rapidità che mi fa venire i brividi. «Ora tocca a me.» Si inginocchia davanti a me, lì, in mezzo al
passaggio, la gente che ci gira intorno come se non esistessimo. La zip scende con un sibilo, il cazzo che salta
fuori già duro, la punta che gocciola. «Gesù…» Non ho nemmeno il tempo di respirare che me lo ingoia tutto, la
gola che si contrae intorno al gland, le labbra strette intorno all’asta. «Cazzo, Carine—» Le afferro i capelli,
tirandole indietro la testa fino a farle inarcare la schiena, la bocca che si apre in un gemito soffocato. «Così.
Proprio così.»
Lei mi guarda dal basso, gli occhi lucidi, le labbra gonfie intorno al mio cazzo. «Ti piace quando ti succhio come
una troia, Angelo?» Non rispondo. Non ne ho bisogno. Le spingo la testa giù, sentendo la punta che le sfiora la
gola, il conato che le fa lacrimare gli occhi. «Brava. Così. Prendilo tutto.» Le sue mani mi stringono le natiche, le
unghie che si conficcano nella carne mentre mi prende fino in fondo, la saliva che le cola dagli angoli della bocca,
bagnandomi le palle. «Dio, sì… sto per—» Non finisco la frase. Vengo con un ruggito, le vene del collo che mi
pulsano, lo sperma che le riempie la gola a fiotti. Lei deglutisce tutto, leccandosi le labbra quando finalmente la
lascio andare. «Buon ragazzo.»
Mi rialzo la zip, il respiro ancora affannato. *«Una settimana», le ricordo, la voce roca. «Tutte le buche. Tutti i
giorni.» Lei si alza, si sistema il top strappato con una scrollata di spalle. «E poi?»
Sorridò, ma è un ghigno senza allegria. «Poi torno da mia moglie.»
Carine ride, un suono che mi graffia la pelle. «Allora facciamo in modo che ti ricordi di me ogni volta che la
tocchi.» Mi prende per mano, le dita intrecciate alle mie, bagnate del mio stesso sperma. «Andiamo. Ho
prenotato una stanza con la vasca idromassaggio. Voglio vederti venire mentre mi scopi il culo sotto l’acqua.»
E io la seguo. Perché so già che non riuscirò a dirle di no. Non ora. Non mai.
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