Il sapore di un estate rubata
di
Angelo B
genere
prime esperienze
Angelo e Laura, in una sera di fine estate,
cedono a una passione travolgente. Tra
sguardi complici e desideri repressi, la
tensione esplode in un incontro selvaggio,
ma il destino ha altri piani per loro.
La sera in cui tutto iniziò aveva un sapore diverso, quell’aria pesante di fine estate che si appiccicava alla pelle
come un velo umido. Angelo, trentatré anni e un desiderio che gli bruciava nelle vene da settimane, si trovava
nel salotto di casa di Laura, circondato dal rumore ovattato della televisione e dalle voci distratte dei genitori di
lei. Lui sedeva sul divano di velluto marrone, le dita che tamburellavano nervose sul bracciolo, mentre Laura,
ventun anni appena compiuti, si muoveva nella stanza con una grazia che lo faceva impazzire. Alta, bionda, con
quei capelli che le scendevano sulle spalle come seta liquida, e quegli occhi verdi—freddi come il ghiaccio
quando ti guardavano, ma capaci di incendiarsi in un istante. Indossava una maglietta attillata che lasciava poco
all’immaginazione, il tessuto teso sui seni generosi, una terza di reggiseno che faticava a contenerli, e un paio di
jeans scoloriti che aderivano alle curve come una seconda pelle.
I genitori di Laura erano lì, intenti a chiacchierare di cose banali—il lavoro, la spesa, quel vicinato che non finiva
mai di dare fastidio. Angelo annuiva ogni tanto, sorseggiando il caffè che gli era stato offerto, ma la sua
attenzione era tutta su di lei. Ogni volta che Laura si chinava per raccogliere qualcosa, o si sistemava i capelli
dietro l’orecchio, lui sentiva il sangue affluire più in fretta, il cazzo che cominciava a indurirsi nei boxer,
premendo contro la zip dei pantaloni. Non era la prima volta che si trovava in quella casa, ma quella sera c’era
qualcosa di diverso nell’aria, una tensione elettrica che sembravano percepire solo loro due.
Fu quando la madre di Laura si alzò per andare in cucina a preparare un dolce che Angelo colse l’occasione. «Ho
lasciato il telefono in macchina, scendo un attimo a prenderlo», mentì, la voce leggermente roca. Laura lo
guardò, un sorrisetto furbo che le incurvava le labbra rosse. «Ti accompagno, così non devi fare su e giù per le
scale», rispose, troppo in fretta per essere casuale.
Salirono le scale in silenzio, i loro passi attutiti dal tappeto logoro che copriva i gradini di legno. La camera di
Laura era l’ultima porta a destra, e quando vi entrarono, lei chiuse a chiave con un click secco che sembrò
echeggiare nel petto di Angelo. La stanza era immersa in una luce dorata, quella del tramonto che filtrava
attraverso le tende di pizzo, disegnando ombre morbide sul letto disfatto. C’era un profumo dolce nell’aria,
qualcosa di vanigliato mescolato al sudore leggero della sua pelle. Laura si appoggiò alla porta, le braccia
conserte sotto il seno, che così si sollevava ancora di più, quasi a sfidarlo. «Allora, Angelo», disse, la voce bassa e
vellutata, «cosa vuoi davvero?»
Lui non rispose con le parole. In due passi fu davanti a lei, le mani che le afferrarono i fianchi con una forza
possessiva, tirandola a sé. Il loro primo bacio fu brutale, quasi violento—denti che si scontravano, lingue che si
cercavano con disperazione. Laura gemette contro la sua bocca, le unghie che gli affondavano nelle spalle
attraverso la camicia, come se volesse strappargliela di dosso. Angelo sentiva il calore del suo corpo attraverso i
vestiti, il seno schiacciato contro il suo petto, i capezzoli duri che premevano contro il tessuto. Le mani di lui
scesero, palparono il suo culo sodo attraverso i jeans, poi risalirono, le dita che si insinuavano sotto la maglietta,
sulla pelle liscia della pancia, fino a trovare il reggiseno. Con un movimento secco, glielo slacciò, e i seni di Laura
caddero liberi, pesanti e pallidi, i capezzoli rosa già turgidi.
«Porca puttana», ansimò lui, la bocca che si chiudeva su uno dei due, succhiando con avidità. Laura inarcò la
schiena, un gemito strozzato che le sfuggiva dalle labbra. «Sì… così…», sussurrò, le dita che gli affondavano nei
capelli, tenendolo lì, come se avesse paura che si fermasse. Angelo passò dall’uno all’altro, mordicchiando,
leccando, mentre le mani scendevano a slacciare i bottoni dei suoi jeans. Li fece scivolare giù insieme alle
mutandine, e Laura si liberò delle scarpe con un calcio, rimanendo davanti a lui completamente nuda, eccetto
per la maglietta ancora sollevata sopra i seni.
E poi la vide.
La sua figa era depilata quasi completamente, solo una sottile striscia di peli biondi e ricci che scendeva verso il
clitoride, già gonfio e lucido di eccitazione. Le grandi labbra erano rosa scuro, leggermente aperte, e Angelo sentì
la bocca inaridirsi. «Cazzo, Laura…», ringhiò, le dita che scendevano a sfiorarla, sentendo quanto era bagnata,
quanto calda. Lei ansimò, le gambe che tremavano leggermente quando lui passò un dito lungo la fessura,
raccogliendo la sua umidità, poi lo portò alla bocca, assaggiandola. «Hai un sapore da impazzire», mormorò, la
voce roca.
Laura non rispose. Invece, si abbassò in ginocchio davanti a lui, le mani che già lavoravano alla cintura dei suoi
pantaloni. Li aprì con movimenti rapidi, tirando giù boxer e jeans insieme, liberando finalmente il suo cazzo. Era
grosso, duro come il marmo, la punta già umida di pre-sborra. Laura lo guardò per un istante, poi lo avvolse con
le dita, stringendo appena, prima di sputare sul palmo e cominciare a strofinarlo, su e giù, la mano che scivolava
con un suono bagnato. «Vuoi che te lo succhi, Angelo?», chiese, gli occhi che brillavano di malizia mentre lo
guardava dal basso.
Lui non ebbe il tempo di rispondere. La bocca di Laura si chiuse sulla punta, la lingua che girava intorno al gland,
raccogliendo il liquido salato che già fuorusciva. Angelo gemette, le dita che si stringevano nei suoi capelli biondi,
guidandola giù, sempre più giù, finché non sentì la gola di lei contrarsi intorno alla base del suo cazzo. «Cazzo,
sì… così, puttana…», ansimò, i fianchi che cominciavano a muoversi da soli, spingendo dentro quella bocca calda
e stretta. Laura lo prendeva tutto, senza conati, le labbra strette intorno all’asta, le guance che si scavavano per
l’impegno. Una mano scivolò tra le sue gambe, e Angelo sentì le dita di lei che si infilavano dentro la sua figa,
gemendo attorno al suo cazzo mentre si toccava.
Ma non era abbastanza.
Con un gemito frustato, Angelo la tirò su, la spinse sul letto, facendola sdraiare sulla schiena. Si tolse la camicia
in fretta, poi si chinò su di lei, le labbra che trovavano di nuovo i suoi seni, succhiando, mordendo, mentre le
mani le spalancavano le gambe. La figa di Laura era un disastro bagnato, le labbra gonfie, il clitoride che pulsava.
Angelo ci sputò sopra, poi cominciò a leccarla con lunghe, lente passate della lingua, partendo dall’ano—piccolo,
stretto, mai toccato prima—fino alla punta del clitoride. «Oh Dio… Angelo, sì…», ansimava lei, le dita che gli
artigliavano le spalle, i fianchi che si sollevavano per incontrare la sua bocca.
Lui non si fermò. Infilò due dita dentro di lei, curvandole per trovare quel punto che la fece urlare, mentre la
lingua continuava a lavorare sul clitoride. Laura veniva già, il corpo scosso da tremiti violenti, la figa che si
stringeva attorno alle sue dita, inondandole di succhi caldi. Ma Angelo non aveva intenzione di fermarsi lì.
Si alzò, il cazzo che pulsava dolorosamente, e si posizionò tra le sue gambe. «Girati», ordinò, la voce un ringhio.
Laura obbedì senza esitare, mettendosi a carponi, il culo alto e invitante, la schiena inarcata. Angelo si chinò,
sputò sul suo buco stretto, poi cominciò a massaggiarlo con il pollice, allargando lentamente l’anello di muscoli.
«Rilassati», sussurrò, anche se sapeva che sarebbe stato doloroso. «Respira.»
Laura annuì, le dita che stringevano le lenzuola, mentre Angelo premeva la punta del cazzo contro il suo ano. Fu
lento, metodico, centimetro dopo centimetro, mentre lei ansimava, i gemiti che si facevano sempre più alti, un
misto di dolore e piacere. «Cazzo… è troppo…», gemette lei, ma Angelo non si fermò. Continuò a spingere,
finché non fu completamente dentro, il cazzo avvolto dal calore stretto e vellutato del suo culo. «Porca troia,
Laura…», ansimò lui, le mani che le afferrarono i fianchi, cominciando a muoversi, prima con cautela, poi con
sempre più forza.
Ogni spinta era una scossa elettrica, il sudore che colava giù per la schiena di Angelo mentre la scopava nel culo,
sentendo come si stringeva attorno a lui, come se non volesse più lasciarlo andare. Laura gemette, il viso sepolto
nel cuscino, le dita che si infilavano nella figa, strofinando il clitoride mentre lui la prendeva da dietro. «Più
forte… cazzo, Angelo, più forte!», urlò, e lui ubbidì, i fianchi che sbattevano contro il suo culo con colpi secchi, il
suono umido della carne che si scontrava che riempiva la stanza.
Non durò a lungo. Angelo sentì le palle contrarsi, il cazzo che pulsava, e con un ultimo affondo profondo, venne
dentro di lei, riempiendole il culo di sperma caldo, i gemiti che si mescolavano a quelli di Laura, che veniva di
nuovo, il corpo scosso da spasmi violenti. Si accasciò su di lei, il respiro affannoso, la pelle che bruciava dove si
toccavano.
Ma non era finita.
Dopo qualche minuto, Angelo si ritirò, il cazzo ancora duro nonostante avesse appena sborrato. Laura si girò, gli
occhi lucidi, le labbra gonfie per i baci e i morsi. «Ora voglio sentirti dentro la figa», disse, la voce roca. Non ci fu
bisogno di altre parole. Angelo la fece sdraiare sulla schiena, le gambe aperte, e si posizionò tra di esse, il cazzo
che sfiorava l’ingresso bagnato della sua figa. Questa volta non ci furono preliminari. Affondò dentro di lei in un
solo, lungo movimento, riempiendola completamente.
Laura gridò, le unghie che gli graffiavano la schiena, le gambe che si avvolgevano attorno ai suoi fianchi. «Sì…
così… scopami, Angelo… scopami forte!», urlava, mentre lui cominciava a muoversi, ogni spinta profonda, ogni
ritiro lento, come se volesse assaporare ogni secondo. La figa di Laura era stretta, bagnata, perfetta, e Angelo
sentiva il suo cazzo scivolare dentro e fuori con un suono osceno, i loro corpi che si scontravano in un ritmo
sempre più frenetico.
Non ci volle molto perché entrambi raggiungessero di nuovo l’orgasmo. Laura venne per prima, la figa che si
stringeva attorno a lui in onde convulse, i gemiti che si trasformavano in urla mentre Angelo continuava a
martellarla, finché anche lui non poté più resistere. Con un ultimo, violento affondo, venne di nuovo, questa
volta dentro la sua figa, riempiendola di sperma mentre lei tremava sotto di lui, le gambe che gli stringevano i
fianchi come una morsa.
Si accasciarono l’uno sull’altra, sudati, esausti, i corpi ancora tremanti per l’intensità di quello che era appena
successo. Angelo rotolò di lato, tirando Laura con sé, le labbra che trovavano le sue in un bacio lento, quasi
tenero, nonostante tutto. «Porca puttana», mormorò lei contro la sua bocca, un sorrisetto soddisfatto che le
incurvava le labbra. «Non pensavo che sarebbe stato così… intenso.»
Lui rise, una risata bassa e roca, mentre le accarezzava i capelli sudati. «E pensi che sia finita qui?», chiese, il
cazzo che già cominciava a risvegliarsi tra le sue gambe.
Ma quella fu l’unica notte.
Perché dopo, la vita li portò altrove. Laura non volle più vederlo, e Angelo rimase con il ricordo di quella serata
impresso nella mente, nel corpo, in ogni singolo dettaglio. Anche dopo venticinque anni, chiudeva gli occhi e
riviveva tutto: il sapore della sua figa, il calore del suo culo, i gemiti che gli riempivano le orecchie.
Ciao, Laura. Dove che sei.
cedono a una passione travolgente. Tra
sguardi complici e desideri repressi, la
tensione esplode in un incontro selvaggio,
ma il destino ha altri piani per loro.
La sera in cui tutto iniziò aveva un sapore diverso, quell’aria pesante di fine estate che si appiccicava alla pelle
come un velo umido. Angelo, trentatré anni e un desiderio che gli bruciava nelle vene da settimane, si trovava
nel salotto di casa di Laura, circondato dal rumore ovattato della televisione e dalle voci distratte dei genitori di
lei. Lui sedeva sul divano di velluto marrone, le dita che tamburellavano nervose sul bracciolo, mentre Laura,
ventun anni appena compiuti, si muoveva nella stanza con una grazia che lo faceva impazzire. Alta, bionda, con
quei capelli che le scendevano sulle spalle come seta liquida, e quegli occhi verdi—freddi come il ghiaccio
quando ti guardavano, ma capaci di incendiarsi in un istante. Indossava una maglietta attillata che lasciava poco
all’immaginazione, il tessuto teso sui seni generosi, una terza di reggiseno che faticava a contenerli, e un paio di
jeans scoloriti che aderivano alle curve come una seconda pelle.
I genitori di Laura erano lì, intenti a chiacchierare di cose banali—il lavoro, la spesa, quel vicinato che non finiva
mai di dare fastidio. Angelo annuiva ogni tanto, sorseggiando il caffè che gli era stato offerto, ma la sua
attenzione era tutta su di lei. Ogni volta che Laura si chinava per raccogliere qualcosa, o si sistemava i capelli
dietro l’orecchio, lui sentiva il sangue affluire più in fretta, il cazzo che cominciava a indurirsi nei boxer,
premendo contro la zip dei pantaloni. Non era la prima volta che si trovava in quella casa, ma quella sera c’era
qualcosa di diverso nell’aria, una tensione elettrica che sembravano percepire solo loro due.
Fu quando la madre di Laura si alzò per andare in cucina a preparare un dolce che Angelo colse l’occasione. «Ho
lasciato il telefono in macchina, scendo un attimo a prenderlo», mentì, la voce leggermente roca. Laura lo
guardò, un sorrisetto furbo che le incurvava le labbra rosse. «Ti accompagno, così non devi fare su e giù per le
scale», rispose, troppo in fretta per essere casuale.
Salirono le scale in silenzio, i loro passi attutiti dal tappeto logoro che copriva i gradini di legno. La camera di
Laura era l’ultima porta a destra, e quando vi entrarono, lei chiuse a chiave con un click secco che sembrò
echeggiare nel petto di Angelo. La stanza era immersa in una luce dorata, quella del tramonto che filtrava
attraverso le tende di pizzo, disegnando ombre morbide sul letto disfatto. C’era un profumo dolce nell’aria,
qualcosa di vanigliato mescolato al sudore leggero della sua pelle. Laura si appoggiò alla porta, le braccia
conserte sotto il seno, che così si sollevava ancora di più, quasi a sfidarlo. «Allora, Angelo», disse, la voce bassa e
vellutata, «cosa vuoi davvero?»
Lui non rispose con le parole. In due passi fu davanti a lei, le mani che le afferrarono i fianchi con una forza
possessiva, tirandola a sé. Il loro primo bacio fu brutale, quasi violento—denti che si scontravano, lingue che si
cercavano con disperazione. Laura gemette contro la sua bocca, le unghie che gli affondavano nelle spalle
attraverso la camicia, come se volesse strappargliela di dosso. Angelo sentiva il calore del suo corpo attraverso i
vestiti, il seno schiacciato contro il suo petto, i capezzoli duri che premevano contro il tessuto. Le mani di lui
scesero, palparono il suo culo sodo attraverso i jeans, poi risalirono, le dita che si insinuavano sotto la maglietta,
sulla pelle liscia della pancia, fino a trovare il reggiseno. Con un movimento secco, glielo slacciò, e i seni di Laura
caddero liberi, pesanti e pallidi, i capezzoli rosa già turgidi.
«Porca puttana», ansimò lui, la bocca che si chiudeva su uno dei due, succhiando con avidità. Laura inarcò la
schiena, un gemito strozzato che le sfuggiva dalle labbra. «Sì… così…», sussurrò, le dita che gli affondavano nei
capelli, tenendolo lì, come se avesse paura che si fermasse. Angelo passò dall’uno all’altro, mordicchiando,
leccando, mentre le mani scendevano a slacciare i bottoni dei suoi jeans. Li fece scivolare giù insieme alle
mutandine, e Laura si liberò delle scarpe con un calcio, rimanendo davanti a lui completamente nuda, eccetto
per la maglietta ancora sollevata sopra i seni.
E poi la vide.
La sua figa era depilata quasi completamente, solo una sottile striscia di peli biondi e ricci che scendeva verso il
clitoride, già gonfio e lucido di eccitazione. Le grandi labbra erano rosa scuro, leggermente aperte, e Angelo sentì
la bocca inaridirsi. «Cazzo, Laura…», ringhiò, le dita che scendevano a sfiorarla, sentendo quanto era bagnata,
quanto calda. Lei ansimò, le gambe che tremavano leggermente quando lui passò un dito lungo la fessura,
raccogliendo la sua umidità, poi lo portò alla bocca, assaggiandola. «Hai un sapore da impazzire», mormorò, la
voce roca.
Laura non rispose. Invece, si abbassò in ginocchio davanti a lui, le mani che già lavoravano alla cintura dei suoi
pantaloni. Li aprì con movimenti rapidi, tirando giù boxer e jeans insieme, liberando finalmente il suo cazzo. Era
grosso, duro come il marmo, la punta già umida di pre-sborra. Laura lo guardò per un istante, poi lo avvolse con
le dita, stringendo appena, prima di sputare sul palmo e cominciare a strofinarlo, su e giù, la mano che scivolava
con un suono bagnato. «Vuoi che te lo succhi, Angelo?», chiese, gli occhi che brillavano di malizia mentre lo
guardava dal basso.
Lui non ebbe il tempo di rispondere. La bocca di Laura si chiuse sulla punta, la lingua che girava intorno al gland,
raccogliendo il liquido salato che già fuorusciva. Angelo gemette, le dita che si stringevano nei suoi capelli biondi,
guidandola giù, sempre più giù, finché non sentì la gola di lei contrarsi intorno alla base del suo cazzo. «Cazzo,
sì… così, puttana…», ansimò, i fianchi che cominciavano a muoversi da soli, spingendo dentro quella bocca calda
e stretta. Laura lo prendeva tutto, senza conati, le labbra strette intorno all’asta, le guance che si scavavano per
l’impegno. Una mano scivolò tra le sue gambe, e Angelo sentì le dita di lei che si infilavano dentro la sua figa,
gemendo attorno al suo cazzo mentre si toccava.
Ma non era abbastanza.
Con un gemito frustato, Angelo la tirò su, la spinse sul letto, facendola sdraiare sulla schiena. Si tolse la camicia
in fretta, poi si chinò su di lei, le labbra che trovavano di nuovo i suoi seni, succhiando, mordendo, mentre le
mani le spalancavano le gambe. La figa di Laura era un disastro bagnato, le labbra gonfie, il clitoride che pulsava.
Angelo ci sputò sopra, poi cominciò a leccarla con lunghe, lente passate della lingua, partendo dall’ano—piccolo,
stretto, mai toccato prima—fino alla punta del clitoride. «Oh Dio… Angelo, sì…», ansimava lei, le dita che gli
artigliavano le spalle, i fianchi che si sollevavano per incontrare la sua bocca.
Lui non si fermò. Infilò due dita dentro di lei, curvandole per trovare quel punto che la fece urlare, mentre la
lingua continuava a lavorare sul clitoride. Laura veniva già, il corpo scosso da tremiti violenti, la figa che si
stringeva attorno alle sue dita, inondandole di succhi caldi. Ma Angelo non aveva intenzione di fermarsi lì.
Si alzò, il cazzo che pulsava dolorosamente, e si posizionò tra le sue gambe. «Girati», ordinò, la voce un ringhio.
Laura obbedì senza esitare, mettendosi a carponi, il culo alto e invitante, la schiena inarcata. Angelo si chinò,
sputò sul suo buco stretto, poi cominciò a massaggiarlo con il pollice, allargando lentamente l’anello di muscoli.
«Rilassati», sussurrò, anche se sapeva che sarebbe stato doloroso. «Respira.»
Laura annuì, le dita che stringevano le lenzuola, mentre Angelo premeva la punta del cazzo contro il suo ano. Fu
lento, metodico, centimetro dopo centimetro, mentre lei ansimava, i gemiti che si facevano sempre più alti, un
misto di dolore e piacere. «Cazzo… è troppo…», gemette lei, ma Angelo non si fermò. Continuò a spingere,
finché non fu completamente dentro, il cazzo avvolto dal calore stretto e vellutato del suo culo. «Porca troia,
Laura…», ansimò lui, le mani che le afferrarono i fianchi, cominciando a muoversi, prima con cautela, poi con
sempre più forza.
Ogni spinta era una scossa elettrica, il sudore che colava giù per la schiena di Angelo mentre la scopava nel culo,
sentendo come si stringeva attorno a lui, come se non volesse più lasciarlo andare. Laura gemette, il viso sepolto
nel cuscino, le dita che si infilavano nella figa, strofinando il clitoride mentre lui la prendeva da dietro. «Più
forte… cazzo, Angelo, più forte!», urlò, e lui ubbidì, i fianchi che sbattevano contro il suo culo con colpi secchi, il
suono umido della carne che si scontrava che riempiva la stanza.
Non durò a lungo. Angelo sentì le palle contrarsi, il cazzo che pulsava, e con un ultimo affondo profondo, venne
dentro di lei, riempiendole il culo di sperma caldo, i gemiti che si mescolavano a quelli di Laura, che veniva di
nuovo, il corpo scosso da spasmi violenti. Si accasciò su di lei, il respiro affannoso, la pelle che bruciava dove si
toccavano.
Ma non era finita.
Dopo qualche minuto, Angelo si ritirò, il cazzo ancora duro nonostante avesse appena sborrato. Laura si girò, gli
occhi lucidi, le labbra gonfie per i baci e i morsi. «Ora voglio sentirti dentro la figa», disse, la voce roca. Non ci fu
bisogno di altre parole. Angelo la fece sdraiare sulla schiena, le gambe aperte, e si posizionò tra di esse, il cazzo
che sfiorava l’ingresso bagnato della sua figa. Questa volta non ci furono preliminari. Affondò dentro di lei in un
solo, lungo movimento, riempiendola completamente.
Laura gridò, le unghie che gli graffiavano la schiena, le gambe che si avvolgevano attorno ai suoi fianchi. «Sì…
così… scopami, Angelo… scopami forte!», urlava, mentre lui cominciava a muoversi, ogni spinta profonda, ogni
ritiro lento, come se volesse assaporare ogni secondo. La figa di Laura era stretta, bagnata, perfetta, e Angelo
sentiva il suo cazzo scivolare dentro e fuori con un suono osceno, i loro corpi che si scontravano in un ritmo
sempre più frenetico.
Non ci volle molto perché entrambi raggiungessero di nuovo l’orgasmo. Laura venne per prima, la figa che si
stringeva attorno a lui in onde convulse, i gemiti che si trasformavano in urla mentre Angelo continuava a
martellarla, finché anche lui non poté più resistere. Con un ultimo, violento affondo, venne di nuovo, questa
volta dentro la sua figa, riempiendola di sperma mentre lei tremava sotto di lui, le gambe che gli stringevano i
fianchi come una morsa.
Si accasciarono l’uno sull’altra, sudati, esausti, i corpi ancora tremanti per l’intensità di quello che era appena
successo. Angelo rotolò di lato, tirando Laura con sé, le labbra che trovavano le sue in un bacio lento, quasi
tenero, nonostante tutto. «Porca puttana», mormorò lei contro la sua bocca, un sorrisetto soddisfatto che le
incurvava le labbra. «Non pensavo che sarebbe stato così… intenso.»
Lui rise, una risata bassa e roca, mentre le accarezzava i capelli sudati. «E pensi che sia finita qui?», chiese, il
cazzo che già cominciava a risvegliarsi tra le sue gambe.
Ma quella fu l’unica notte.
Perché dopo, la vita li portò altrove. Laura non volle più vederlo, e Angelo rimase con il ricordo di quella serata
impresso nella mente, nel corpo, in ogni singolo dettaglio. Anche dopo venticinque anni, chiudeva gli occhi e
riviveva tutto: il sapore della sua figa, il calore del suo culo, i gemiti che gli riempivano le orecchie.
Ciao, Laura. Dove che sei.
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