Possessione di velluto e acciaio
di
Angelo B
genere
trio
Nicole, in ginocchio e inarcata, è
intrappolata tra le dita possessive di Sara e
la penetrazione brutale di Angelo. Mentre il
dolore e il piacere si scontrano, il suo corpo
è spinto oltre i limiti, lottando tra
resistenza e abbandono.
L’aria nella stanza era densa, carica di quel misto di sudore, profumo di pelle scaldata e l’odore metallico
dell’eccitazione. Le luci soffuse proiettavano ombre allungate sulle pareti scure, mentre il suono dei respiri
affannati si mescolava al fruscio delle lenzuola di seta nera, leggermente umide sotto i corpi in movimento.
Nicole era in ginocchio sul letto, le cosce aperte in un invito silenzioso, la schiena inarcata in una curva
perfetta—non per scelta, ma perché Sara glielo aveva ordinato. Le mani della donna le stringevano i fianchi con
una possessività che bruciava quasi quanto le dita che, in quel momento, affondavano dentro di lei con una
precisione chirurgica.
Non era la prima volta che si trovava in una situazione del genere, ma ogni volta era come se il suo corpo
dimenticasse come reagire. Il dolore e il piacere si contendevano lo spazio dentro di lei, due forze opposte che la
stavano lacerando e completando allo stesso tempo. Le dita di Sara—lunghe, affusolate, le unghie smaltate di
un rosso scuro che contrastava con la pelle lattea di Nicole—si muovevano dentro la sua figa con un ritmo
ipnotico, curando ogni centimetro interno con una lentezza madida. Ogni volta che sfioravano quel punto
sensibile in alto, appena dietro l’osso pubico, Nicole sentiva le gambe tremare, le dita dei piedi arricciarsi contro
le lenzuola. Ma non era solo quello. C’era qualcosa di più grezzo, di più invasivo, che la teneva sull’orlo di un
grido.
Angelo era dietro di lei.
Lo sentiva, anche se non lo vedeva. Il calore del suo corpo massiccio irraggiava contro la sua schiena, il respiro
pesante che le solleticava la nuca ogni volta che si chinava per sussurrarle qualcosa all’orecchio. Le sue
mani—grandi, callose, quelle di un uomo abituato a comandare—le avevano già esplorato ogni curva, ogni
avvallamento, lasciando segni rossi sulla pelle che sarebbero durati giorni. Ora, però, erano fermi sui suoi glutei,
le dita che si conficcavano nella carne morbida, allargandola con una pressione che non ammetteva resistenza.
«Respira, troia», la voce di Sara era un ordine soffiato contro il suo orecchio, mentre le labbra della donna le
sfioravano il lobo, i denti che pizzicavano appena. «Non trattenere il fiato. Lascia che ti apra.»
Nicole obbedì, anche se l’istinto le urlava di irrigidirsi. L’aria le entrò nei polmoni con un sibilo, e nel momento in
cui si rilassò—anche solo per un secondo—Sara approfittò per spingere le dita più a fondo, il pollice che
premeva sul clitoride gonfio in un movimento circolare che le fece vedere le stelle. Il piacere era un’onda che le
saliva dalla pancia, calda e appiccicosa, ma poi c’era l’altro—quel bruciore stretto, quasi insopportabile, che le
divampava nell’ano mentre Angelo lo preparava con una lentezza sadica.
Non aveva usato lubrificante. O, se l’aveva fatto, era stata una quantità risibile, appena sufficiente a far scivolare
la punta del suo dito indice dentro di lei senza strapparle la pelle. Nicole sentiva ogni millimetro di quel
dito—grosso, ruvido, la nocca che le sfregava contro i muscoli tesi mentre lui lo muoveva in cerchi sempre più
ampi. Non era gentile. Non era delicato. Era un uomo che sapeva esattamente cosa stava facendo, e che godeva
nel sentirla gemere, nel vederla dimenarsi tra le mani di Sara mentre il suo corpo lottava tra il desiderio di
respingere e quello di accogliere.
«Dio, sei così stretta», ringhiò Angelo, la voce bassa e graffiante, come carta vetrata sulla pelle nuda. «Come una
vergine. Ogni volta.»
Le parole le colpirono dritte allo stomaco, facendole contrarre i muscoli intorno alle dita di entrambi. Sara rise,
un suono oscuro e compiaciuto, mentre con l’altra mano le afferrò un seno, il pollice che strusciava sul capezzolo
già duro, tirandolo fino a farle male. «È perché sai come trattarla, Angelo. Lei adora essere usata come una
puttana.»
Nicole non poté fare a meno di gemere, un suono rotto che le sfuggì dalle labbra semiaperte. Era vero. Odiava
ammetterlo, ma era vero. Il dolore del suo ano che veniva forzato ad aprirsi, il bruciore che si diffondeva come
fuoco lungo i nervi, era quasi insopportabile—ma era quel "quasi" che la faceva impazzire. Perché insieme a
quello c’era il piacere liquido che le inondava la figa, le pareti interne che si contraevano intorno alle dita di Sara,
la pressione del pollice sul clitoride che la portava sempre più vicina al limite.
«Ecco», mormorò Sara, come se leggesse i suoi pensieri. «Senti come sei bagnata? Sei una troia che ama essere
riempita in tutti i buchi, vero?»
Nicole non rispose a parole. Non ce n’era bisogno. Il suo corpo parlava per lei: i fianchi che si muovevano
all’indietro, cercando di prendere di più, nonostante il dolore; le labbra che si aprivano in un gemito continuo,
interrotto solo dai respiri affannati; le dita che si aggrappavano alle lenzuola, le nocche bianche per lo sforzo di
non crollare in avanti.
Angelo non aveva fretta. Lo sentiva dal modo in cui il suo dito si muoveva dentro di lei—lento, metodico, come
se stesse tracciando una mappa del suo interno. Ogni tanto, aggiungeva un secondo dito, allargandola appena
un po’ di più, e Nicole sentiva i muscoli lottare, resistere, prima di cedere con un sussulto che le faceva venire le
lacrime agli occhi. Ma non erano lacrime di dolore. Erano lacrime di qualcosa di molto più complicato, di quel
misto di umiliazione, desiderio e abbandono totale che solo loro due sapevano tirarle fuori.
«Pronta per di più, puttana?» La domanda di Angelo era retorica. Non aspettava una risposta.
Nicole sentì il suo dito uscire, lasciandola vuota per un secondo—un secondo in cui il suo corpo sembrò
dimenticare come respirare. Poi, qualcosa di molto più grosso prese il suo posto. La punta del suo cazzo, calda e
pulsante, premeva contro il suo ano, insistente, inesorabile.
«Adesso», ringhiò Angelo, le mani che le afferrarono i fianchi con una forza che le avrebbe lasciato lividi a forma
di dita. «Adesso ti scopo nel culo.»
Non ci fu preavviso. Non ci fu gentilezza. Solo un affondo secco, brutale, che le strappò un urlo dalla gola. Il
dolore fu immediato, acuto, come se qualcuno le avesse conficcato un coltello rovente tra le natiche. I muscoli si
contrassero, cercarono di respingere quell’invasione, ma Angelo era implacabile. Spinse più a fondo, centimetro
dopo centimetro, fino a quando non sentì il suo bacino premere contro i glutei di Nicole, il suo cazzo
completamente sepolto dentro di lei.
«Cazzo», ansimò, la voce rotta dal piacere. «Sei così stretta che mi stai strozzando il cazzo.»
Nicole non riusciva a pensare. Non riusciva a fare altro che sentire—il dolore che si diffondeva in onde, il piacere
che ancora pulsava tra le gambe, le dita di Sara che non avevano smesso di muoversi dentro di lei, anche mentre
Angelo la penetrava con una lentezza crudele. Ogni volta che si ritraeva, solo per spingere di nuovo dentro,
Nicole sentiva il suo corpo cedere un po’ di più, i muscoli che si abituavano a quella fullness oscena, a quel senso
di essere completamente posseduta.
«Senti come ti scopa?», chiese Sara, le labbra che le sfioravano l’orecchio mentre le dita dentro la sua figa
acceleravano il ritmo. «Senti come ti usa? Tu sei solo un buco per lui, Nicole. Un buco stretto e caldo da
riempire.»
Le parole erano una frustata sulla sua pelle già sensibile. Nicole gemette, la testa che cadeva in avanti, i capelli
scuri che le si appiccicavano alla fronte sudata. Non poteva negarlo. Non in quel momento. Era esattamente
quello che era—un buco. Un oggetto. Una puttana da usare.
E, Dio, le piaceva.
Angelo cominciò a muoversi con più decisione, i fianchi che sbattevano contro il suo culo con colpi secchi, il
suono della pelle che si scontrava riempiva la stanza. Ogni spinta la faceva sobbalzare in avanti, costringendo
Sara a tenerla ferma, le unghie che le si conficcavano nei fianchi mentre continuava a fingerla senza pietà. Nicole
sentiva il suo orgasmo avvicinarsi, una marea nera che minacciava di sommergerla. Non sarebbe stato gentile.
Non sarebbe stato dolce. Sarebbe stato violento, come tutto il resto in quella stanza.
«Vieni per noi, troia», ordinò Sara, la voce un comando che non ammetteva disobbedienza. «Vieni mentre ti
scopano in tutti i buchi.»
E Nicole obbedì.
Il piacere esplose dentro di lei come una granata, squarciandola, lasciandola senza fiato, senza pensieri, senza
nulla se non la sensazione di essere usata, riempita, posseduta. Le pareti della sua figa si strinsero intorno alle
dita di Sara, il suo ano si contrasse intorno al cazzo di Angelo, e per un momento—un solo, interminabile
momento—non ci fu più dolore.
Ci fu solo il piacere. Solo l’abbandono. Solo la certezza che, in quella stanza, tra quelle mani, non era altro che
ciò che loro volevano che fosse.
Una puttana.
E non avrebbe voluto essere nulla di diverso.
intrappolata tra le dita possessive di Sara e
la penetrazione brutale di Angelo. Mentre il
dolore e il piacere si scontrano, il suo corpo
è spinto oltre i limiti, lottando tra
resistenza e abbandono.
L’aria nella stanza era densa, carica di quel misto di sudore, profumo di pelle scaldata e l’odore metallico
dell’eccitazione. Le luci soffuse proiettavano ombre allungate sulle pareti scure, mentre il suono dei respiri
affannati si mescolava al fruscio delle lenzuola di seta nera, leggermente umide sotto i corpi in movimento.
Nicole era in ginocchio sul letto, le cosce aperte in un invito silenzioso, la schiena inarcata in una curva
perfetta—non per scelta, ma perché Sara glielo aveva ordinato. Le mani della donna le stringevano i fianchi con
una possessività che bruciava quasi quanto le dita che, in quel momento, affondavano dentro di lei con una
precisione chirurgica.
Non era la prima volta che si trovava in una situazione del genere, ma ogni volta era come se il suo corpo
dimenticasse come reagire. Il dolore e il piacere si contendevano lo spazio dentro di lei, due forze opposte che la
stavano lacerando e completando allo stesso tempo. Le dita di Sara—lunghe, affusolate, le unghie smaltate di
un rosso scuro che contrastava con la pelle lattea di Nicole—si muovevano dentro la sua figa con un ritmo
ipnotico, curando ogni centimetro interno con una lentezza madida. Ogni volta che sfioravano quel punto
sensibile in alto, appena dietro l’osso pubico, Nicole sentiva le gambe tremare, le dita dei piedi arricciarsi contro
le lenzuola. Ma non era solo quello. C’era qualcosa di più grezzo, di più invasivo, che la teneva sull’orlo di un
grido.
Angelo era dietro di lei.
Lo sentiva, anche se non lo vedeva. Il calore del suo corpo massiccio irraggiava contro la sua schiena, il respiro
pesante che le solleticava la nuca ogni volta che si chinava per sussurrarle qualcosa all’orecchio. Le sue
mani—grandi, callose, quelle di un uomo abituato a comandare—le avevano già esplorato ogni curva, ogni
avvallamento, lasciando segni rossi sulla pelle che sarebbero durati giorni. Ora, però, erano fermi sui suoi glutei,
le dita che si conficcavano nella carne morbida, allargandola con una pressione che non ammetteva resistenza.
«Respira, troia», la voce di Sara era un ordine soffiato contro il suo orecchio, mentre le labbra della donna le
sfioravano il lobo, i denti che pizzicavano appena. «Non trattenere il fiato. Lascia che ti apra.»
Nicole obbedì, anche se l’istinto le urlava di irrigidirsi. L’aria le entrò nei polmoni con un sibilo, e nel momento in
cui si rilassò—anche solo per un secondo—Sara approfittò per spingere le dita più a fondo, il pollice che
premeva sul clitoride gonfio in un movimento circolare che le fece vedere le stelle. Il piacere era un’onda che le
saliva dalla pancia, calda e appiccicosa, ma poi c’era l’altro—quel bruciore stretto, quasi insopportabile, che le
divampava nell’ano mentre Angelo lo preparava con una lentezza sadica.
Non aveva usato lubrificante. O, se l’aveva fatto, era stata una quantità risibile, appena sufficiente a far scivolare
la punta del suo dito indice dentro di lei senza strapparle la pelle. Nicole sentiva ogni millimetro di quel
dito—grosso, ruvido, la nocca che le sfregava contro i muscoli tesi mentre lui lo muoveva in cerchi sempre più
ampi. Non era gentile. Non era delicato. Era un uomo che sapeva esattamente cosa stava facendo, e che godeva
nel sentirla gemere, nel vederla dimenarsi tra le mani di Sara mentre il suo corpo lottava tra il desiderio di
respingere e quello di accogliere.
«Dio, sei così stretta», ringhiò Angelo, la voce bassa e graffiante, come carta vetrata sulla pelle nuda. «Come una
vergine. Ogni volta.»
Le parole le colpirono dritte allo stomaco, facendole contrarre i muscoli intorno alle dita di entrambi. Sara rise,
un suono oscuro e compiaciuto, mentre con l’altra mano le afferrò un seno, il pollice che strusciava sul capezzolo
già duro, tirandolo fino a farle male. «È perché sai come trattarla, Angelo. Lei adora essere usata come una
puttana.»
Nicole non poté fare a meno di gemere, un suono rotto che le sfuggì dalle labbra semiaperte. Era vero. Odiava
ammetterlo, ma era vero. Il dolore del suo ano che veniva forzato ad aprirsi, il bruciore che si diffondeva come
fuoco lungo i nervi, era quasi insopportabile—ma era quel "quasi" che la faceva impazzire. Perché insieme a
quello c’era il piacere liquido che le inondava la figa, le pareti interne che si contraevano intorno alle dita di Sara,
la pressione del pollice sul clitoride che la portava sempre più vicina al limite.
«Ecco», mormorò Sara, come se leggesse i suoi pensieri. «Senti come sei bagnata? Sei una troia che ama essere
riempita in tutti i buchi, vero?»
Nicole non rispose a parole. Non ce n’era bisogno. Il suo corpo parlava per lei: i fianchi che si muovevano
all’indietro, cercando di prendere di più, nonostante il dolore; le labbra che si aprivano in un gemito continuo,
interrotto solo dai respiri affannati; le dita che si aggrappavano alle lenzuola, le nocche bianche per lo sforzo di
non crollare in avanti.
Angelo non aveva fretta. Lo sentiva dal modo in cui il suo dito si muoveva dentro di lei—lento, metodico, come
se stesse tracciando una mappa del suo interno. Ogni tanto, aggiungeva un secondo dito, allargandola appena
un po’ di più, e Nicole sentiva i muscoli lottare, resistere, prima di cedere con un sussulto che le faceva venire le
lacrime agli occhi. Ma non erano lacrime di dolore. Erano lacrime di qualcosa di molto più complicato, di quel
misto di umiliazione, desiderio e abbandono totale che solo loro due sapevano tirarle fuori.
«Pronta per di più, puttana?» La domanda di Angelo era retorica. Non aspettava una risposta.
Nicole sentì il suo dito uscire, lasciandola vuota per un secondo—un secondo in cui il suo corpo sembrò
dimenticare come respirare. Poi, qualcosa di molto più grosso prese il suo posto. La punta del suo cazzo, calda e
pulsante, premeva contro il suo ano, insistente, inesorabile.
«Adesso», ringhiò Angelo, le mani che le afferrarono i fianchi con una forza che le avrebbe lasciato lividi a forma
di dita. «Adesso ti scopo nel culo.»
Non ci fu preavviso. Non ci fu gentilezza. Solo un affondo secco, brutale, che le strappò un urlo dalla gola. Il
dolore fu immediato, acuto, come se qualcuno le avesse conficcato un coltello rovente tra le natiche. I muscoli si
contrassero, cercarono di respingere quell’invasione, ma Angelo era implacabile. Spinse più a fondo, centimetro
dopo centimetro, fino a quando non sentì il suo bacino premere contro i glutei di Nicole, il suo cazzo
completamente sepolto dentro di lei.
«Cazzo», ansimò, la voce rotta dal piacere. «Sei così stretta che mi stai strozzando il cazzo.»
Nicole non riusciva a pensare. Non riusciva a fare altro che sentire—il dolore che si diffondeva in onde, il piacere
che ancora pulsava tra le gambe, le dita di Sara che non avevano smesso di muoversi dentro di lei, anche mentre
Angelo la penetrava con una lentezza crudele. Ogni volta che si ritraeva, solo per spingere di nuovo dentro,
Nicole sentiva il suo corpo cedere un po’ di più, i muscoli che si abituavano a quella fullness oscena, a quel senso
di essere completamente posseduta.
«Senti come ti scopa?», chiese Sara, le labbra che le sfioravano l’orecchio mentre le dita dentro la sua figa
acceleravano il ritmo. «Senti come ti usa? Tu sei solo un buco per lui, Nicole. Un buco stretto e caldo da
riempire.»
Le parole erano una frustata sulla sua pelle già sensibile. Nicole gemette, la testa che cadeva in avanti, i capelli
scuri che le si appiccicavano alla fronte sudata. Non poteva negarlo. Non in quel momento. Era esattamente
quello che era—un buco. Un oggetto. Una puttana da usare.
E, Dio, le piaceva.
Angelo cominciò a muoversi con più decisione, i fianchi che sbattevano contro il suo culo con colpi secchi, il
suono della pelle che si scontrava riempiva la stanza. Ogni spinta la faceva sobbalzare in avanti, costringendo
Sara a tenerla ferma, le unghie che le si conficcavano nei fianchi mentre continuava a fingerla senza pietà. Nicole
sentiva il suo orgasmo avvicinarsi, una marea nera che minacciava di sommergerla. Non sarebbe stato gentile.
Non sarebbe stato dolce. Sarebbe stato violento, come tutto il resto in quella stanza.
«Vieni per noi, troia», ordinò Sara, la voce un comando che non ammetteva disobbedienza. «Vieni mentre ti
scopano in tutti i buchi.»
E Nicole obbedì.
Il piacere esplose dentro di lei come una granata, squarciandola, lasciandola senza fiato, senza pensieri, senza
nulla se non la sensazione di essere usata, riempita, posseduta. Le pareti della sua figa si strinsero intorno alle
dita di Sara, il suo ano si contrasse intorno al cazzo di Angelo, e per un momento—un solo, interminabile
momento—non ci fu più dolore.
Ci fu solo il piacere. Solo l’abbandono. Solo la certezza che, in quella stanza, tra quelle mani, non era altro che
ciò che loro volevano che fosse.
Una puttana.
E non avrebbe voluto essere nulla di diverso.
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