Sapore di sale sulla pelle

di
genere
prime esperienze

Storia vera ma con nomi inventati
Sulla spiaggia di Rimini, un incontro casuale
tra Marco e Chiara, una toscana sfacciata e
sicura di sé, si trasforma in una passione
travolgente. Un pomeriggio d'estate, un
bacio rubato in mare, e una camera
d'albergo diventano il teatro di una perdita
di innocenza.
L’estate del 1988 a Rimini aveva quel profumo di sale e crema solare che si attaccava alla pelle come una seconda
pelle. Le giornate erano lunghe, pigre, e la spiaggia si riempiva di corpi abbronzati che si crogiolavano sotto un
sole che non perdonava. Era in uno di quei pomeriggi torridi, quando l’aria sembrava vibrare per il caldo, che lui
la vide per la prima volta.
Era seduta su un asciugamano a righe, un paio di metri più in là, vicino al bagnino numero tre. Una toscana, si
capiva dal modo in cui allungava le vocali quando rideva con le amiche, una risata cristallina che si mescolava al
frangersi delle onde. Bionda, non quella bionda ossigenata delle ragazze del luogo, ma un biondo naturale, quasi
grano maturo, con ciocche che le ricadevano sulle spalle come fili d’oro sciolti. Gli occhi, poi, erano di un azzurro
così intenso che sembravano due schegge di cielo incastrate nel viso. Il costume era un due pezzi rosso,
semplice, ma che aderiva ai seni pieni in modo indecente, il reggiseno a triangolo lasciava poco
all’immaginazione, e le mutandine, strette sui fianchi, facevano intravedere la curva perfetta dell’inguine quando
si muoveva. Le gambe, lunghe e snelle, erano distese sulla sabbia, i piedi nudi che giocavano con i granelli come
se fossero diamanti.
Lui era lì con i suoi amici, a bere una birra tiepida, ma non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Non era solo la
bellezza, era qualcosa di più: il modo in cui si mordeva il labbro inferiore quando si concentrava su qualcosa,
come in quel momento, mentre sfogliava una rivista patinata con le dita affusolate. Le unghie erano dipinte di un
rosa tenue, quasi trasparente, e ogni tanto si portava una ciocca di capelli dietro l’orecchio, un gesto che faceva
stringere lo stomaco a chiunque la guardasse.
— Dai, vai a parlale, gli aveva detto Marco, dandogli una gomitata nelle costole. — Non fare il coglione.
Lui aveva esitato. Non era timido, ma c’era qualcosa in lei che lo intimoriva. Forse era la sicurezza con cui si
muoveva, come se il mondo le appartenesse. Alla fine, si era alzato, scuotendo la sabbia dai pantaloncini, e si era
avvicinato con la scusa di chiedere l’ora. Una scusa patetica, lo sapeva, ma funzionò.

— Scusa, aveva detto, fermandosi a un passo da lei, abbastanza vicino da sentire il profumo del suo doposole,
qualcosa di dolce, quasi vanigliato. — Hai l’ora?
Lei aveva alzato lo sguardo, gli occhi azzurri che lo trapassavano come lame. — Le due e mezzo, aveva risposto,
indicando l’orologio al polso, un Casio argentato con il cinturino di plastica bianca. — Ma se volevi solo
guardarmi le tette, potevi chiedere direttamente.
Lui era rimasto senza parole. Non si aspettava una risposta così diretta, così sfacciata. Le ragazze che conosceva
lui arrossivano e abbassavano lo sguardo, non ti fissavano dritto negli occhi mentre ti dicevano una cosa del
genere. Aveva riso, imbarazzato, passandosi una mano tra i capelli scuri, ancora umidi di mare.
— No, giuro, mi serviva davvero l’ora, aveva balbettato.
Lei aveva sorriso, un sorrisetto malizioso che le aveva fatto comparire una fossetta sulla guancia sinistra. — Va
bene, ti credo. Però ora che sei qui, perché non ti siedi?
E così era cominciato tutto.
Si era presentata come Chiara, vent’anni appena compiuti, di Firenze. Era a Rimini con le amiche, ma loro erano
troppo occupate a rincorrere i ragazzi del bar per badare a lei. — Sono qui per divertirmi, aveva detto,
allungando le gambe e facendo scivolare le dita dei piedi sulla sabbia calda. — E tu? Sei di qui?
— No, sono di Bologna. Sono qui con gli amici, ma oggi mi sono stufato delle loro stronzate, aveva risposto lui,
sentendo il cuore battere più forte. Non era abituato a parlare con ragazze così, così sicure, così… disponibili.
Chiara si era morsa il labbro, poi aveva preso la bottiglietta d’acqua accanto a lei e ne aveva bevuto un sorso,
lentamente, la gola che si muoveva mentre deglutiva. Lui aveva seguito il movimento, ipnotizzato, sentendo
qualcosa stringersi nei pantaloncini.
— Fa caldo, eh? aveva detto lei, posando la bottiglia e passandosi la lingua sulle labbra, come per raccogliere le
gocce rimaste.
— Sì, un caldo del cazzo, aveva risposto lui, la voce più roca del previsto.
Lei aveva riso, una risata bassa, sensuale. — Vuoi fare il bagno? L’acqua è fresca.
Non aveva aspettato la risposta. Si era alzata, scuotendo la sabbia dalle cosce, e si era avviata verso il mare, i
fianchi che oscillavano con un ritmo ipnotico. Lui l’aveva seguita, sentendo gli occhi degli amici addosso, ma non
gli importava. Non gli importava di niente, in quel momento, se non di quella ragazza che camminava davanti a
lui, il costume rosso che si incollava alla schiena sudata, le natiche sode che si muovevano sotto il tessuto
sottile.
L’acqua era davvero fresca, quasi fredda dopo il caldo della sabbia. Chiara si era immersa fino alla vita, poi si era
voltata verso di lui, i capelli bagnati che le si appiccicavano alle spalle, le gocce che scendevano lungo il collo, tra
i seni, fino a perdere tra le mutandine. — Allora, bolognese, sai nuotare o devi tenerti a galla? aveva detto,
schizzandolo con una manata d’acqua.

Lui aveva riso, poi l’aveva afferrata per la vita, tirandola verso di sé. — Stai attenta a quello che dici, toscana.
Lei non si era divisa. Anzi, si era avvicinata di più, tanto che lui poteva sentire il calore del suo corpo nonostante
l’acqua fresca. — E se non sto attenta? aveva sussurrato, le labbra a un soffio dalle sue.
Non aveva resistito. L’aveva baciata.
Era stato un bacio grezzo, affamato, due lingue che si cercavano senza sapere bene cosa fare, denti che si
scontravano, respiri che si mescolavano. Lei aveva gemito contro la sua bocca, le mani che gli affondavano nei
capelli, le unghie che gli graffiavano il cuoio capelluto. Lui le aveva preso il seno, attraverso il costume bagnato,
sentendo il capezzolo indurirsi sotto le dita, e lei aveva inarcato la schiena, premendosi contro di lui.
— Dio, sei duro, aveva mormorato lei, staccandosi appena, la mano che scendeva lungo il suo addome, fino a
sfiorare l’erezione che premeva contro i pantaloncini.
Lui aveva chiuso gli occhi, un brivido che gli percorreva la schiena. — È colpa tua, aveva ansimato.
Lei aveva riso, poi l’aveva baciato di nuovo, questa volta più lentamente, le labbra che si muovevano sulle sue
con una lentezza torturante. — Vieni con me, aveva detto, staccandosi. — Andiamo via da qui.
Non aveva bisogno di dirglielo due volte.
Erano usciti dall’acqua, le mani intrecciate, come due adolescenti, anche se non lo erano più. Lei aveva preso
l’asciugamano, si era asciugata in fretta, poi aveva indossato un prendisole leggero, quasi trasparente, che le
aderiva al corpo bagnato, rivelando ogni curva. Lui aveva cercato di non guardare, ma era impossibile. Il tessuto
sottile si incollava ai capezzoli duri, alla fessura tra le gambe, e lui sentiva il sangue pulsargli nelle tempie.
— Dove andiamo? aveva chiesto, seguendola lungo la spiaggia, verso i bagni pubblici.
Lei si era voltata, gli aveva fatto l’occhiolino. — In un posto dove nessuno ci disturberà.
La pensione Giovane Italia era un posto modesto, con le pareti scrostate e l’odore di umido che si mescolava a
quello di detersivo economico. Chiara aveva una chiave, la camera era al secondo piano, una stanza minuscola
con un letto a una piazza e mezza, una finestra che dava sul vicolo e un ventilatore che girava pigro sul soffitto.
Non appena la porta si era chiusa alle loro spalle, lei l’aveva spinto contro il muro, le labbra sulle sue, la lingua
che gli invadeva la bocca con una fame che lo aveva fatto gemere. Le sue mani erano dappertutto: sul suo petto,
sulla schiena, poi giù, a slacciargli i pantaloncini, a tirargli giù i boxer.
Quando l’aveva preso in mano, lui aveva sussultato, un gemito strozzato che le era morto in gola. — Porca
puttana, aveva ansimato, mentre lei cominciava a muovere la mano su e giù, lenta, torturante.
— Sei grosso, aveva detto lei, guardandolo negli occhi mentre lo accarezzava, il pollice che sfiorava la punta
umida. — E sei già tutto bagnato.
Lui non aveva risposto. Non poteva. Le aveva afferrato i fianchi, l’aveva sollevata, e lei aveva avvolto le gambe
intorno alla sua vita, il prendisole che si sollevava, lasciando intravedere il costume rosso, ormai fradicio, che si

incollava alla sua figa.
— Voglio sentirti, aveva sussurrato lei, mordendogli il collo. — Voglio che mi scopi.
E lui, Dio, lui voleva la stessa cosa. L’aveva portata sul letto, l’aveva buttata giù, poi le aveva strappato il
prendisole, il costume, tutto, lasciandola nuda sotto di sé. Il suo corpo era ancora più bello di quanto avesse
immaginato: i seni pieni, con i capezzoli scuri e duri, la pancia piatta, l’ombelico un piccolo buco che chiedeva di
essere leccato, e poi giù, il pube rasato, le labbra della figa già gonfie, lucide di eccitazione.
— Sei sicura? aveva chiesto, anche se non voleva davvero sapere la risposta.
Lei aveva annuito, gli occhi azzurri che bruciavano. — Sì. Ma vai piano. È la prima volta.
Lui aveva deglutito. — Anche per me.
Era stato un momento di esitazione, un attimo in cui il mondo sembrava fermarsi. Poi lei aveva allungato una
mano, l’aveva guidato verso di sé, e quando la punta del suo cazzo aveva sfiorato l’ingresso stretto e caldo della
sua figa, lui aveva perso ogni controllo.
Era entrato con un colpo solo, affondando fino in fondo, e lei aveva gridato, le unghie che gli si conficcavano
nelle spalle, i denti serrati sul labbro inferiore. — Cazzo, fa male, aveva ansimato, ma non l’aveva fermato.
Lui si era bloccato, sudato, il cuore che gli martellava nel petto. — Scusa, scusa, scusa— aveva ripetuto,
cercando di tirarsi indietro, ma lei l’aveva afferrato per i fianchi, tenendolo dentro di sé.
— No, non fermarti, aveva detto, la voce rotta. — Continua. Voglio sentirti tutto.
E così aveva fatto.
Era stato goffo, disordinato, due corpi che imparavano a muoversi insieme, sudati, ansimanti, con lei che gli
graffiava la schiena e lui che le mordeva il collo, le tette, qualsiasi cosa potesse raggiungere. Ogni affondo era
una scoperta, ogni gemito un’incoraggiamento. Quando era venuto, era stato come un tuono, un’ondata di
piacere che gli aveva svuotato le palle dentro di lei, e lei aveva urlato, il corpo scosso da spasmi, le pareti della
figa che si stringevano attorno al suo cazzo come una morsa.
Erano crollati sul letto, sudati, ansimanti, le gambe ancora intrecciate. Lei aveva riso, una risata stanca, felice. —
Porca troia, aveva detto, passandosi una mano tra i capelli sudati. — Questo sì che è stato perdere la verginità.
Lui aveva riso anche lui, poi l’aveva baciata, dolcemente questa volta, le labbra gonfie, il sapore del sale ancora
sulla pelle.
Non avevano parlato del domani. Non allora.
E in effetti, il domani non era mai arrivato.
scritto il
2026-04-01
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