Le confessioni di mia moglie 17

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Emma mi era di fronte, mi parlava di queste esperienze e faceva crescere in me un desiderio infinito. L'avevo immaginata in quella situazione, la immaginavo in tutti i modi da lei descritti e soprattutto immaginavo il suo stato d'animo, il piacere che aveva provato a lasciarsi prendere e umiliare da quel gruppo di uomini.

La domanda mi sembrò scontata: com'erano quegli uomini?

Emma fece una mezza smorfia descrivendoli a caso. In linea di massima erano tutti tra i 40 e i 50 anni, quattro su sei nettamente fuori forma e uno magro; poi c'era Stephan. Erano alti tra il metro e settanta e il metro e novanta, e i loro membri, occhio e croce, tra i 17 e i 20 cm.

Continuai a chiederle di quella pazzesca gang ed Emma mi rispose in modo estremamente sincero: lì per lì aveva goduto della situazione, ma al rientro a casa fu diverso. Sentire sul suo corpo gli umori di quella gente le faceva venire conati di vomito, non per disprezzo verso di loro, bensì verso sé stessa. Per giorni non fece che pensarci, pentendosi continuamente.

Sapere che io le scrivevo in continuazione la faceva sentire desiderata e, per quanto il pensiero potesse sembrare assurdo nei confronti di una ninfomane, non ebbe rapporti con altri fino a quando ci incontrammo di nuovo.

La mia curiosità non ne voleva sapere di placarsi; continuai a fare domande, mentre lei cercava di persuadermi ad avere un rapporto con lei prima e a penetrarla con il dildo poi. Era affamata, aveva una voglia incontenibile.

A modo mio ero anch'io estremamente eccitato, e così presi in mano quel dildo enorme e pesante. Dopo che si fu posizionata, iniziai a infilarlo direttamente nel culo. Ne entrò metà senza molte difficoltà, poi dovetti spingere per riuscire ad andare piano piano più a fondo. Emma iniziò a godere, a implorarmi di spingerlo tutto dentro; era ferma in quella posizione, piantata sui gomiti. Colsi il momento e chiesi ancora che mi parlasse. Dalla sua bocca uscivano parole smorzate. Iniziò a parlare di me, a dirmi che ero stato io la causa, e non riuscivo a capacitarmi di come potesse dirlo, dal momento che non sapevo nulla del suo passato. Ma facciamo un passo indietro: com'era il nostro strano rapporto?

Fin da subito tra noi vi era stata una complicità naturale. Lei amava stuzzicarmi anche solo per telefono, durante le chiacchierate, oppure mandandomi foto di come si vestiva prima di uscire per lavoro o per la sera, chiedendomi ad esempio se avesse dovuto indossare una gonna più corta o qualcosa di più scollato. Emma, quando la conobbi, portava spesso gonne lunghe o abiti eleganti con tacchi medi per andare al lavoro, vestiti o gonne corte con tacchi molto alti per uscire la sera, e indossava sempre perizoma e reggiseno. La richiesta di uscire di casa senza intimo fu una delle prime che le rivolsi; in seguito proposi di mostrarsi in certe situazioni e di fare sesso con altri, mentre in precedenza avevo parlato vagamente di idee di coppia aperta che mi marcivano dentro.

Ad Emma quella mentalità piaceva. Si immaginava in una coppia aperta, anche se in realtà non capiva se io la mettessi alla prova o lo volessi davvero.

La raggiunsi, e trascorremmo la prima notte in un albergo dove lei, su mia richiesta, indossò un completo sexy: calze autoreggenti, corpetto e tacchi alti, tutto rosso. Emma fino a quel giorno non aveva mai acquistato abbigliamento simile. Fu una scopata memorabile, complice la consapevolezza della sua, per quanto ne sapessi, media esperienza. Emma non smetteva mai di saltarmi sul cazzo. Si muoveva in modo pazzesco sdraiata a pancia in giù, muoveva il bacino mentre era a gambe aperte con un'energia che lasciava senza fiato. A mio modo di vedere peccava nel succhiare, eppure riusciva senza problemi a prendere tutto il mio membro in bocca, toccandomi il pube con le labbra. Quel giorno fu memorabile anche dopo, quando si mise a gambe aperte sul letto con me seduto di fronte e si masturbò fino a squirtare su di me. Forse avrei dovuto dubitare, ma non lo feci.

Le altre due notti le trascorremmo a casa sua, poi ripartii. L'incontro successivo avvenne circa un mese dopo: ci recammo in un'altra capitale europea, incontrandoci direttamente lì. In quell'occasione indossò per la prima volta, su mia richiesta, una maglia trasparente senza reggiseno. Al ristorante mangiammo e soprattutto bevemmo molto; lei si divertiva a stuzzicarmi rivolgendo ripetute richieste al cameriere, che puntualmente le fissava i capezzoli. Quella notte, entrambi ubriachi, facemmo una gran scopata anale culminata con una sborrata sul suo viso. Mentre la scopavo le stringevo il collo, le tiravo i capelli, la insultavo, e a lei piaceva da matti. In quell'occasione le feci anche la battuta in doccia: volevo farle la pipì addosso e lei, istintivamente, mi disse che potevo sognarmi una cosa simile, incerta se si trattasse di una mia reale fantasia o solo di una delle mie stupide battute. In realtà lo avrebbe tanto voluto. Dopo il weekend ognuno rientrò a casa propria, nell'attesa del nuovo incontro.

Emma per quasi quattro mesi non aveva avuto rapporti al di fuori di me. Una sola piccola situazione le si era creata in discoteca, dove si lasciò baciare e palpare, ma solo in modo limitato, dal suo vecchio amante.

Quando rientrò in città, eccitata dal weekend appena trascorso, sentii come un fuoco accendersi dentro di lei. Aveva un desiderio pazzesco di sentirsi umiliata e mi disse che ero io a farglielo desiderare, perché lasciavo le cose a metà, parlavo troppo e non agivo.

Scrisse così a Stephan, al quale in passato non aveva più risposto dopo la gang. L'uomo le rispose, e lei, parlandomi mentre le spingevo a fondo il dildo, mi disse con voce spezzata: «Gli chiesi di orinarmi in bocca.»

A quelle parole realizzai che Emma non era soltanto una ninfomane. Era una sottomessa. Amava essere sottomessa.

Le chiesi di continuare, ma lei, prima di farlo, mi chiese di tenere fermo il dildo. Si sollevò sulla schiena e, mentre io tenevo l'oggetto immobile, vi si sedette sopra emettendo un urlo di piacere. Vedere dal vivo quella scena fu sconvolgente.

Mi guardava con gli occhi spalancati, colmi di piacere e sofferenza, con tutto il dildo piantato nel culo. Guardandomi in faccia, mentre ormai le avevo posato le mani sui seni e sulla pancia, continuò a raccontarmi cosa aveva fatto quel giorno, strozzando ogni parola mentre si stimolava il clitoride.

Disse di aver atteso che Stephan le desse il via libera per raggiungerlo al bar quando sarebbe stato solo. Quando arrivò la comunicazione, le fu chiesto di fare in fretta: era già pronto. Emma si affrettò a raggiungerlo e si ritrovò a entrare nonostante ci fossero ancora dei clienti nei paraggi. Appena dentro trovò le chiavi sulla porta, come le ultime volte; chiuse a chiave e raggiunse l'uomo, che l'attendeva in piedi accanto al bancone mentre si slacciava i pantaloni. Gli si inginocchiò davanti e immediatamente iniziò a ingoiarne l'urina. Quando il flusso era troppo abbondante, lasciò che le arrivasse sul viso e poi di nuovo in bocca, più che poteva, vogliosa di quel liquido.

Emma, mentre narrava, si era lasciata andare a un orgasmo intenso.

Si spostò sdraiandosi sul letto, lasciando il dildo sporco e incustodito. Continuando a guardarmi con quell'aria eccitata, riprese a raccontarmi quell'ennesimo incontro. Quando Stephan finì di orinare, Emma si affrettò a togliersi i vestiti in parte bagnati e, per la prima volta incurante dei rischi, fece indurire il membro dell'uomo e gli salì sopra lì, a terra, sul pavimento. Lo implorò di stringerle i capezzoli e il collo; infine lo prese in bocca dopo che lui l'aveva avvisata dell'imminente eiaculazione, e ne ingoiò lo sperma.

Rientrò a casa in una mezz'ora, forse meno. E di nuovo, come le altre volte, accadde: si sentì sbagliata.

Dopo quelle confessioni Emma non volle più saperne di parlare, almeno per quel giorno. Poco dopo mi chiese di avvisarla in caso di necessità di andare in bagno, e così la accontentai.
scritto il
2026-05-10
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