Odori maschi
di
IL MICROBO
genere
gay
ODORI MASCHI
Sapevamo tutti noi della classe che quel nostro amico era gay e che si dava da fare coi maschietti e anche con certi adulti, mettendo in gioco il suo cazzo (di tutto rispetto) che avevo intravisto in palestra, noi due soli, mentre si cambiava lasciandolo sporgere dagli slip. Mi invitò nella sua casa di campagna per aiutarlo a preparare un trasloco ed ho accettato. Forse voleva mettermi alla prova ma io ero deciso dall'alto del mio orgoglio maschile a fare l'indifferente. Abbiamo lavorato sodo tutto il sabato ed eravamo sudati. Quegli odori suoi e miei, che si mescolavano nell'aria mi funzionarono da afrodisiaco. Ci serve una doccia. Cero che sì. Siamo entrati nel box ad acqua ancora spenta, ovviamente nudi e a cazzo duro. Alzò un braccio e come uno scemo mi avvicinai ad annusargli l'ascella, folta e fradicia. Mi ritrassi inorridito e fece cadere il sapone. Chino a recuperarlo (non l'avessi mai fatto) mi trovai in faccia al suo pube (una selva oscura). Ondeggiò i fianchi e sparse in giro delle zaffate misteriose (fatte di ormoni e di sudori) che mi ammaliarono (cavolo). Mi spinse la testa dentro, non a fare pompino ma a inebriarmi di quel tanfo, col naso affondato in tanta pelliccia e il suo cazzo a dondolo contro il mio mento. Si ritrasse un po' e mi ritrovai la cappella sgusciata e umida piazzata davanti alla bocca con le sue dita che mi scostavano le labbra per appoggiarmelo dentro. Non dimenticherò mai il sapore di quell'uccello in salsa, più appetitoso di non so che. Lo strinsi fra le labbra, me lo spinse a metà. Un senso di proibito mi invase. Lo succhiai e più lo succhiavo più me lo spingeva. Facevo tanta saliva che colava fuori. Mi arrivò in gola e mi tenne fermo così per non so quanto prima di scandire diversi colpi che quando gli sembrarono sufficienti cessò di battere, sfilandosi. Fece cadere tutti i flaconi che c'erano in mensola. Io come un cretino li stavo raccogliendo e non mi rendevo conto che gli alzavo il culo in bellavista, a portata di sguardo e di mano. Me lo accarezzò, in cerca del buco. Rimasi immobile e muto. Forse gli sembrò un consenso. Si ficcò dentro e iniziò a remare. Strinsi i denti, lo sentivo fino in fondo. Colpito e affondato mi sono detto, quando venne lui (a fontana) e venni anch'io nello stesso momento. Quell'odore di sborra e il suo sapore lo ricordo bene mentre la leccavo qua e là, la sua e la mia, come se fosse stabilito che era mio compito ripulirla. Mi guardava compiaciuto sgocciolandone ancora un po' che andai a intercettare da cagna sulla punta del suo uccello e che egli mi dispensò come se fosse un premio per essermi lasciato inculare e per averlo fatto godere. Poi doccia, poi letto, stanchi morti: una grande dormita insieme. Ero frastornato, mi aveva vinto. Al mattino gli portai la colazione in camera. Restammo per delle ore a materasso. Me ne fece di tutti i colori. Non gli negai più niente di me, che fossimo abbracciati in bacio (di lingua), o che venissi messo (come un manichino) in posizioni sempre nuove, a disposizione dei suoi assalti. A fine giornata, stavamo sgombrando, gli chiesi di non parlarne in giro.
-Sei il mio amico segreto, nessuno saprà niente. La prossima volta saremo in due e ci sarà da divertirsi. A proposito: hai proprio un bel culo e lo sai dare bene.
-Non so cosa mi sia successo.
-Niente di che, sei solo entrato nel mio mondo.
Settimane seguenti sempre in villa, a terminare il trasloco, a tempo perso fra una scopata e l'altra. Ogni volta che mi lasciavo possedere mi sussurrava all'orecchio: Sei sempre più mio. E io come uno scemo: Lo sono eccome.
-Ti fa piacere?
-Tanto.
Sapevamo tutti noi della classe che quel nostro amico era gay e che si dava da fare coi maschietti e anche con certi adulti, mettendo in gioco il suo cazzo (di tutto rispetto) che avevo intravisto in palestra, noi due soli, mentre si cambiava lasciandolo sporgere dagli slip. Mi invitò nella sua casa di campagna per aiutarlo a preparare un trasloco ed ho accettato. Forse voleva mettermi alla prova ma io ero deciso dall'alto del mio orgoglio maschile a fare l'indifferente. Abbiamo lavorato sodo tutto il sabato ed eravamo sudati. Quegli odori suoi e miei, che si mescolavano nell'aria mi funzionarono da afrodisiaco. Ci serve una doccia. Cero che sì. Siamo entrati nel box ad acqua ancora spenta, ovviamente nudi e a cazzo duro. Alzò un braccio e come uno scemo mi avvicinai ad annusargli l'ascella, folta e fradicia. Mi ritrassi inorridito e fece cadere il sapone. Chino a recuperarlo (non l'avessi mai fatto) mi trovai in faccia al suo pube (una selva oscura). Ondeggiò i fianchi e sparse in giro delle zaffate misteriose (fatte di ormoni e di sudori) che mi ammaliarono (cavolo). Mi spinse la testa dentro, non a fare pompino ma a inebriarmi di quel tanfo, col naso affondato in tanta pelliccia e il suo cazzo a dondolo contro il mio mento. Si ritrasse un po' e mi ritrovai la cappella sgusciata e umida piazzata davanti alla bocca con le sue dita che mi scostavano le labbra per appoggiarmelo dentro. Non dimenticherò mai il sapore di quell'uccello in salsa, più appetitoso di non so che. Lo strinsi fra le labbra, me lo spinse a metà. Un senso di proibito mi invase. Lo succhiai e più lo succhiavo più me lo spingeva. Facevo tanta saliva che colava fuori. Mi arrivò in gola e mi tenne fermo così per non so quanto prima di scandire diversi colpi che quando gli sembrarono sufficienti cessò di battere, sfilandosi. Fece cadere tutti i flaconi che c'erano in mensola. Io come un cretino li stavo raccogliendo e non mi rendevo conto che gli alzavo il culo in bellavista, a portata di sguardo e di mano. Me lo accarezzò, in cerca del buco. Rimasi immobile e muto. Forse gli sembrò un consenso. Si ficcò dentro e iniziò a remare. Strinsi i denti, lo sentivo fino in fondo. Colpito e affondato mi sono detto, quando venne lui (a fontana) e venni anch'io nello stesso momento. Quell'odore di sborra e il suo sapore lo ricordo bene mentre la leccavo qua e là, la sua e la mia, come se fosse stabilito che era mio compito ripulirla. Mi guardava compiaciuto sgocciolandone ancora un po' che andai a intercettare da cagna sulla punta del suo uccello e che egli mi dispensò come se fosse un premio per essermi lasciato inculare e per averlo fatto godere. Poi doccia, poi letto, stanchi morti: una grande dormita insieme. Ero frastornato, mi aveva vinto. Al mattino gli portai la colazione in camera. Restammo per delle ore a materasso. Me ne fece di tutti i colori. Non gli negai più niente di me, che fossimo abbracciati in bacio (di lingua), o che venissi messo (come un manichino) in posizioni sempre nuove, a disposizione dei suoi assalti. A fine giornata, stavamo sgombrando, gli chiesi di non parlarne in giro.
-Sei il mio amico segreto, nessuno saprà niente. La prossima volta saremo in due e ci sarà da divertirsi. A proposito: hai proprio un bel culo e lo sai dare bene.
-Non so cosa mi sia successo.
-Niente di che, sei solo entrato nel mio mondo.
Settimane seguenti sempre in villa, a terminare il trasloco, a tempo perso fra una scopata e l'altra. Ogni volta che mi lasciavo possedere mi sussurrava all'orecchio: Sei sempre più mio. E io come uno scemo: Lo sono eccome.
-Ti fa piacere?
-Tanto.
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Doveri tanti, diritti nessuno
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