Tra gli ulivi
di
Anna_83
genere
etero
Mi chiamo Anna. Ho trentadue anni, i capelli rossi ricci che mi incorniciano il viso e mi scendono pesanti sulle spalle, e un seno abbondante che ho sempre sentito sia un dono che un peso. La mia pelle è chiara, si arrossa facilmente, e tra le gambe sono completamente depilata: liscia, morbida, sensibile come non mai.
La sera dopo il mio corpo non trovava pace. Il ricordo delle sue mani, della sua lingua e di come mi aveva presa tra gli ulivi mi aveva lasciato una fame profonda, quasi inquietante. Volevo spingermi oltre. Volevo sentire fino a che punto potevo lasciarmi andare, fino a che punto potevo offrire me stessa senza riserve.
Uscii di nuovo al tramonto, con la stessa camicia di lino bianco che aderiva alla pelle sudata. I ricci rossi mi rimbalzavano sulle spalle mentre camminavo verso la radura. Lui era lì, in piedi tra l’erba alta, come se sapesse che sarei tornata.
Questa volta il suo sguardo era più scuro, più possessivo. Non parlò molto. Mi attirò a sé e mi baciò con urgenza, le mani grandi che mi stringevano i fianchi. Mi sbottonò la camicia lentamente, liberando i miei seni pesanti che ondeggiarono nell’aria calda della sera. Sentii i suoi occhi su di me, sul mio seno pieno, sui capezzoli già turgidi.
Mi fece appoggiare le mani contro il tronco ruvido di un ulivo e mi sollevò la camicia fino alla vita. Mi abbassò le mutandine e mi allargò le gambe. Sentii le sue dita sfiorarmi il sesso liscio e bagnato, poi salire più su, fino al mio buchetto stretto.
«Voglio prenderti qui stasera» mormorò contro il mio orecchio, la voce bassa e roca.
Un brivido mi attraversò. Paura ed eccitazione si mescolavano in modo violento. Annuii lo stesso, il respiro corto. Lui si prese tutto il tempo per prepararmi: la lingua calda che girava lenta intorno al mio ano, le dita che entravano piano, allargandomi con cura mentre con l’altra mano mi accarezzava il clitoride gonfio. Ero fradicia, le cosce che tremavano.
Quando finalmente appoggiò il suo cazzo duro contro di me e cominciò a spingere, sentii un bruciore intenso che lentamente si trasformò in un piacere denso, profondo, quasi proibito. Mi stava prendendo il culo, centimetro dopo centimetro, riempiendomi in un modo che non avevo mai provato. I miei seni pesanti sbattevano contro il tronco a ogni spinta controllata.
Chiusi gli occhi e mi abbandonai alle sensazioni: il contrasto tra il dolore dolce e il piacere crescente, la vergogna di essere scopata così all’aperto, il suono umido del suo corpo che si muoveva dentro il mio. I pensieri mi vorticavano nella testa: “Sto lasciando che uno sconosciuto mi prenda nel culo tra gli ulivi… e sto godendo come non mai.”
Lui mi stringeva i fianchi con forza, una mano che ogni tanto saliva a soppesare e strizzare una delle mie tette grosse. Quando allungò le dita sul mio clitoride e cominciò a sfregarlo con decisione, venni con un gemito lungo e profondo, contraendomi violentemente intorno a lui. L’orgasmo fu diverso, più intenso, più totale.
Pochi istanti dopo lo sentii irrigidirsi e venirmi dentro, caldo e abbondante, riempiendomi il culo. Quando uscì, sentii il suo seme colarmi lentamente lungo la fessura liscia della mia figa depilata.
Restai appoggiata all’albero per qualche secondo, le gambe molli, i ricci rossi appiccicati al viso sudato, il seno arrossato e il corpo che ancora tremava. Mi sentivo esposta, usata, vulnerabile… e stranamente potente.
Tornai verso casa con il suo seme che mi scivolava tra le cosce, un sorriso segreto sulle labbra e una nuova consapevolezza dentro di me: potevo spingermi molto più in là di quanto avessi mai immaginato.
La sera dopo il mio corpo non trovava pace. Il ricordo delle sue mani, della sua lingua e di come mi aveva presa tra gli ulivi mi aveva lasciato una fame profonda, quasi inquietante. Volevo spingermi oltre. Volevo sentire fino a che punto potevo lasciarmi andare, fino a che punto potevo offrire me stessa senza riserve.
Uscii di nuovo al tramonto, con la stessa camicia di lino bianco che aderiva alla pelle sudata. I ricci rossi mi rimbalzavano sulle spalle mentre camminavo verso la radura. Lui era lì, in piedi tra l’erba alta, come se sapesse che sarei tornata.
Questa volta il suo sguardo era più scuro, più possessivo. Non parlò molto. Mi attirò a sé e mi baciò con urgenza, le mani grandi che mi stringevano i fianchi. Mi sbottonò la camicia lentamente, liberando i miei seni pesanti che ondeggiarono nell’aria calda della sera. Sentii i suoi occhi su di me, sul mio seno pieno, sui capezzoli già turgidi.
Mi fece appoggiare le mani contro il tronco ruvido di un ulivo e mi sollevò la camicia fino alla vita. Mi abbassò le mutandine e mi allargò le gambe. Sentii le sue dita sfiorarmi il sesso liscio e bagnato, poi salire più su, fino al mio buchetto stretto.
«Voglio prenderti qui stasera» mormorò contro il mio orecchio, la voce bassa e roca.
Un brivido mi attraversò. Paura ed eccitazione si mescolavano in modo violento. Annuii lo stesso, il respiro corto. Lui si prese tutto il tempo per prepararmi: la lingua calda che girava lenta intorno al mio ano, le dita che entravano piano, allargandomi con cura mentre con l’altra mano mi accarezzava il clitoride gonfio. Ero fradicia, le cosce che tremavano.
Quando finalmente appoggiò il suo cazzo duro contro di me e cominciò a spingere, sentii un bruciore intenso che lentamente si trasformò in un piacere denso, profondo, quasi proibito. Mi stava prendendo il culo, centimetro dopo centimetro, riempiendomi in un modo che non avevo mai provato. I miei seni pesanti sbattevano contro il tronco a ogni spinta controllata.
Chiusi gli occhi e mi abbandonai alle sensazioni: il contrasto tra il dolore dolce e il piacere crescente, la vergogna di essere scopata così all’aperto, il suono umido del suo corpo che si muoveva dentro il mio. I pensieri mi vorticavano nella testa: “Sto lasciando che uno sconosciuto mi prenda nel culo tra gli ulivi… e sto godendo come non mai.”
Lui mi stringeva i fianchi con forza, una mano che ogni tanto saliva a soppesare e strizzare una delle mie tette grosse. Quando allungò le dita sul mio clitoride e cominciò a sfregarlo con decisione, venni con un gemito lungo e profondo, contraendomi violentemente intorno a lui. L’orgasmo fu diverso, più intenso, più totale.
Pochi istanti dopo lo sentii irrigidirsi e venirmi dentro, caldo e abbondante, riempiendomi il culo. Quando uscì, sentii il suo seme colarmi lentamente lungo la fessura liscia della mia figa depilata.
Restai appoggiata all’albero per qualche secondo, le gambe molli, i ricci rossi appiccicati al viso sudato, il seno arrossato e il corpo che ancora tremava. Mi sentivo esposta, usata, vulnerabile… e stranamente potente.
Tornai verso casa con il suo seme che mi scivolava tra le cosce, un sorriso segreto sulle labbra e una nuova consapevolezza dentro di me: potevo spingermi molto più in là di quanto avessi mai immaginato.
2
voti
voti
valutazione
6
6
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Con uno sconosciuto 2racconto sucessivo
Amore tenero
Commenti dei lettori al racconto erotico