Una fortezza da espugnare
di
IL MICROBO
genere
gay
UNA FORTEZZA DA ESPUGNARE
Ho scommesso con quelli del mio gruppetto che me lo sarei cuccato. Chi? Quel nostro compagno di classe, molto riservato e inconsapevole della sua avvenenza così poco ostentata (dono di natura), dal grande potenziale erotico caso mai passivo, a misura di un bellissimo culo, che dormiva sonni profondi (praticamente in letargo) dentro la sua mutanda.
Aveva sdegnosamente rifiutato ogni tipo di corteggiamento da parte di non pochi che invano si erano dati da fare per indurlo in tentazione. Troppe remore morali a causa di una religiosità tutta di un pezzo, spinta al punto che forse meditava di entrare in seminario per farsi prete.
Intuito comunque (per il modo in cui dentro la palestra lanciava sguardi furtivi su di noi seminudi) che proprio indifferente non era, decisi di invitarlo a trascorrere insieme una giornata di mare.
Dovevo trovare un modo per farlo sciogliere. Lo scarrozzai in moto fino al lido, e già da come si teneva stretto a me, dava buoni segnali. Una volta in spiaggia ho sfoggiato un costume che imbandiva senza troppi sottintesi tutto l'ingombro dei miei genitali. Parlavamo di filosofia e di altre cose serie ma intanto lui non staccava gli occhi dal pacco dono, che evidentemente gli faceva un certo effetto. Di scatto mi alzai e come per sbaglio glielo sbandierai davanti alla faccia. Ebbe un fremito e non si trattenne dall'ammirare la pronta erezione che gli ingrandivo a sipario chiuso dal pube. Poi azzardai: Se vuoi vedere come sono fatto basta che facciamo un giretto in pineta. Colto di sorpresa mi rispose: Chissà quanta gente ci gironzola lì. E io di rimando: Conosco un posto dove non capita mai anima viva. Sospirò, ormai abbastanza intrigato: Davvero pensi che sia giusto andarci? Lo rassicurai: Non voglio metterti in alcun modo a disagio, solo che tu mi veda e mi conosca meglio.
Lo tenevo per mano e camminavamo nel folto già da un po' quando ci piazzammo in una radura solitaria. Aveva il fiatone e si sedette tra i muschi. Io in piedi mi liberai svelto di quel poco che ancora mi teneva protetto e gli chiesi: Che te ne pare? Risposta: Sei proprio dotato.
-Toccalo.
Me lo accarezzò.
-Dagli un bacetto.
Ma no, ma si, ma no, ma sì. Dopo un lungo tira e molla lo prese anche in mano e lo sbaciucchio.
-Il più era fatto: È tutto tuo se lo vuoi.
-Mi fai venire i brividi.
-Guarda che ti piacerà.
-Ma è sconveniente.
-Nessuno ci vede. Nessuno lo saprà mai. Divertiti: succhialo.
Si lascio andare e me lo succhio anche benino.
-Ora girati.
Mi sollevò tanto di sedere. Ce l'avevo in pugno. Lo portai a giorno, gli puntai il buco e lo sfondai.
-Se ti pare che mi fermo dimmelo.
-No, no. Vai avanti.
Si inarcava come un veter...ano, che ho sepolto a spinta. Gemeva, piangeva, non so se per lo sforzo di come lo battevo forte o per la vergogna che certamente provava ma non fin al punto da gettare la spugna.
Lo feci dondolare senza dargli tregua.
Mi sillabò: Sei bravissimo, caspita.
Stavo per venire alla grande: Vuoi che ti fecondo?
-Ohhh Sìì.
-Eccotela tutta.
A fiotti lo schizzai. Si ritrasse inorridito: Guarda cosa mi hai fatto.
-È un po' tardi carino per tirarsi indietro.
-Mi vorrai ancora?
-Può darsi. Intanto abbiamo rotto il ghiaccio.
Ci avevo visto giusto.
Gli amici li ho tenuti all'oscuro con un categorico: È una causa persa, non sono riuscito a smuoverlo.
Di giri in moto ne abbiamo poi fatti tanti, sempre in cerca di luoghi inaccessibili, più del suo culetto e della sue voglie, che non ebbero il minimo segreto per me. Se mai non lo chiamavo io, si faceva vivo lui, per sollecitarmi. Ci aveva preso troppo gusto. L'ho tenuto in giostra per tutto l'anno. Poi si è trasferito lontano ma ogni tanto ci sentivamo e ci mettevamo d'accordo per trovarci a metà strada. Mi diceva sempre: Ti amo troppo sai.
-Lo so. E io amo te, ancora di più.
Quando giunse il momento andammo in Municipio a ratificarci come coppia. Avrebbe desiderato una cerimonia in chiesa ma non era proprio possibile.
Gli ho insegnato di tutto, anche a guardarsi intorno, portandolo a un nude look che non ci voleva venire. L'ho visto quanto sbavava e l'ho incoraggiato a scegliersene uno.
-Indicamelo tu.
-Quel moro giù in fondo.
Quatto quatto gli si avvicinò e fu abbordato. Sparirono in un box. Io stavo di guardia. Mi uscì fuori tutto in disordine.
-Come ti è andata?
-Un toro. Ma sei meglio tu.
Ora lo scambio solo con un amico di cui mi fido. Mi presta il suo e insieme facciamo bisboccia fino a notte fonda. Tanto per non farci mancare niente e soprattutto il senso del confronto e dopo il piacere immenso di ritrovarci da soli, innamoratissimi a tu per tu, come sempre e per sempre. Non sono geloso ma se si azzardasse a tradirmi senza il mio consenso (Grrrrrr) gli farei conoscere, a botta libera e a insulti, un lato di me che ancora ignora completamente.
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