Università
di
Anna_83
genere
etero
Mi chiamo Anna. Sono una rossa naturale, con una massa di ricci fiammeggianti che mi arrivano a metà schiena, e ho un seno grosso, pesante, che tende sempre i maglioni e attira sguardi anche quando indosso il camice da tirocinio. Studio infermieristica all’Università La Sapienza, qui a Roma. Sono al terzo anno e l’esame di Anatomia Patologica mi sta facendo impazzire: ho già dato due volte e ho preso 18 entrambe. Se fallisco di nuovo rischio di perdere l’anno e di dover rimandare tutto.
Da settimane ero nel panico. Poi, una sera, mentre studiavo in biblioteca, ho ricevuto un messaggio da un numero sconosciuto. Era lui: un ragazzo più grande che frequentava lo stesso dipartimento, uno che avevo incrociato un paio di volte ai seminari. Si chiamava Marco. Mi scriveva che aveva le risposte complete dell’esame, con schemi, immagini e tutto il necessario per prendere 30 e lode. Ma voleva qualcosa in cambio.
«Voglio te, Anna. Una sera a casa mia. Fai tutto quello che dico io e avrai il file. Altrimenti mando in giro le tue foto nuda che hai postato su quel forum erotico anonimo. So che sei tu.»
Aveva allegato uno screenshot dei miei racconti e una mia foto nuda che avevo caricato mesi prima. Il cuore mi si fermò. Dopo la storia dell’ammiratore persecutore di qualche tempo fa, questa era la goccia che faceva traboccare il vaso. Ero terrorizzata. Ma non potevo perdere l’anno. Così, dopo due giorni di angoscia, gli risposi che accettavo.
Mi disse di presentarmi quella sera stessa nel suo appartamento a Trastevere. «Vestiti da troia. Trucco pesante, niente reggiseno, gonna corta. E porta i capelli sciolti.»
Obbedii. Indossai una gonna nera cortissima che a malapena mi copriva il culo, una canotta bianca aderente che faceva esplodere il mio seno grosso, tacchi alti. Il trucco era vistoso: rossetto rosso fuoco, eyeliner marcato. Mentre camminavo per le vie di Roma sentivo gli sguardi degli uomini, i commenti a bassa voce. Mi vergognavo da morire, ma il pensiero dell’esame mi spingeva avanti.
Arrivai al portone. Marco mi aprì con un sorriso soddisfatto. Era alto, muscoloso, con uno sguardo che mi fece subito sentire preda.
«Finalmente» disse chiudendo la porta. «Guardati… la rossa dalle tette grosse che viene a farsi ricattare come una puttanella.»
Mi fece entrare in soggiorno. Senza tanti preamboli mi girò di schiena, mi alzò la gonna e mi palpò il culo con forza, stringendo le natiche.
«Cazzo che culo che hai. E queste tette… sono enormi.»
Mi strappò praticamente la canotta, liberando il mio seno pesante. Lo soppesò con entrambe le mani, lo strizzò, mi pizzicò i capezzoli fino a farmi gemere di dolore e piacere mescolati. Poi mi spinse in ginocchio.
«Succhia.»
Mi infilò il cazzo in bocca. Era grosso, duro. Mi tenne la testa con una mano e spinse fino in gola, facendomi lacrimare. Mi chiamava bocchinara, troia, infermiera puttana. Dopo qualche minuto mi fece alzare e mi portò in camera da letto.
Mi buttò sul letto a pancia in giù. Mi penetrò prima nella figa, forte, tenendomi una gamba sollevata. Il mio seno schiacciato contro il materasso ballava a ogni colpo. Venni quasi subito, umiliata dalla mia stessa eccitazione.
Ma non aveva ancora finito.
«Ora ti rompo il culo, Anna» disse con voce bassa e crudele. «E voglio che tu stia a quattro zampe come una cagna mentre ti incula.»
Mi fece mettere a carponi sul letto, il culo in alto, il seno pesante che penzolava sotto di me. Mi allargò le natiche con le mani. Sentii la sua lingua calda e bagnata leccarmi l’ano, preparandomi. Poi versò del lubrificante freddo e infilò due dita dentro, dilatandomi lentamente.
«Respira e spingi fuori. Lo voglio tutto dentro.»
Appoggiai la fronte sul materasso, le mani strette alle lenzuola. La cappella grossa premette contro il mio buchetto stretto. Con un colpo secco spinse dentro. Urlai. Il bruciore era intenso, mi sentivo spaccata in due.
«Aaaah… piano, ti prego!»
«Zitta. Prendilo tutto.»
Iniziò a muoversi. Prima lento, poi sempre più forte. Mi teneva i fianchi con mani di ferro, tirandomi indietro contro di sé mentre spingeva. Il mio seno oscillava pesantemente a ogni affondo, i capezzoli che sfioravano il lenzuolo. Il dolore si trasformava poco a poco in un piacere oscuro, degradante. Mi sentivo completamente dominata, usata, ricattata.
Marco mi afferrò i capelli rossi con una mano, tirandoli come redini.
«Muovi il culo, infermierina. Scopati da sola sul mio cazzo.»
Obbedii, spingendo indietro contro di lui, gemendo come una puttana. Mi schiaffeggiava le natiche ritmicamente, lasciandomi impronte rosse sulla pelle chiara.
«Dimmi che ti piace farti inculare per l’esame.»
«Mi… mi piace… ahh… mi piace farmi inculare!»
Accelerò. Mi sodomizzava con colpi profondi e violenti, il suono della pelle che sbatteva riempiva la stanza insieme ai miei gemiti rotti. Il mio ano era completamente aperto intorno al suo cazzo grosso. Venni di nuovo, questa volta con un orgasmo anale intenso che mi fece tremare le gambe.
Alla fine lui ringhiò, tirò fuori il cazzo e mi ordinò di girarmi. Si mise sopra il mio petto e venne copiosamente sulle mie tette grosse, schizzi caldi che colavano tra i seni e sul collo.
«Brava ragazza» disse ansimando. «Il file è tuo. Ma sappi che ho registrato tutto. La prossima volta che avrai bisogno di aiuto… tornerai da me.»
Mi lasciò lì, sdraiata sul letto, il culo dolorante e dilatato, il seno coperto di sperma, i capelli rossi appiccicati al viso sudato. Presi il file USB che mi diede e me ne andai da quell’appartamento a Trastevere con le gambe che tremavano.
Mentre camminavo verso casa per le strade di Roma di notte, mi sentivo umiliata, sporca… ma anche stranamente eccitata. Sapevo che non era finita. E una parte di me, quella più oscura, già aspettava la prossima volta che Marco mi avrebbe ricattata.
Da settimane ero nel panico. Poi, una sera, mentre studiavo in biblioteca, ho ricevuto un messaggio da un numero sconosciuto. Era lui: un ragazzo più grande che frequentava lo stesso dipartimento, uno che avevo incrociato un paio di volte ai seminari. Si chiamava Marco. Mi scriveva che aveva le risposte complete dell’esame, con schemi, immagini e tutto il necessario per prendere 30 e lode. Ma voleva qualcosa in cambio.
«Voglio te, Anna. Una sera a casa mia. Fai tutto quello che dico io e avrai il file. Altrimenti mando in giro le tue foto nuda che hai postato su quel forum erotico anonimo. So che sei tu.»
Aveva allegato uno screenshot dei miei racconti e una mia foto nuda che avevo caricato mesi prima. Il cuore mi si fermò. Dopo la storia dell’ammiratore persecutore di qualche tempo fa, questa era la goccia che faceva traboccare il vaso. Ero terrorizzata. Ma non potevo perdere l’anno. Così, dopo due giorni di angoscia, gli risposi che accettavo.
Mi disse di presentarmi quella sera stessa nel suo appartamento a Trastevere. «Vestiti da troia. Trucco pesante, niente reggiseno, gonna corta. E porta i capelli sciolti.»
Obbedii. Indossai una gonna nera cortissima che a malapena mi copriva il culo, una canotta bianca aderente che faceva esplodere il mio seno grosso, tacchi alti. Il trucco era vistoso: rossetto rosso fuoco, eyeliner marcato. Mentre camminavo per le vie di Roma sentivo gli sguardi degli uomini, i commenti a bassa voce. Mi vergognavo da morire, ma il pensiero dell’esame mi spingeva avanti.
Arrivai al portone. Marco mi aprì con un sorriso soddisfatto. Era alto, muscoloso, con uno sguardo che mi fece subito sentire preda.
«Finalmente» disse chiudendo la porta. «Guardati… la rossa dalle tette grosse che viene a farsi ricattare come una puttanella.»
Mi fece entrare in soggiorno. Senza tanti preamboli mi girò di schiena, mi alzò la gonna e mi palpò il culo con forza, stringendo le natiche.
«Cazzo che culo che hai. E queste tette… sono enormi.»
Mi strappò praticamente la canotta, liberando il mio seno pesante. Lo soppesò con entrambe le mani, lo strizzò, mi pizzicò i capezzoli fino a farmi gemere di dolore e piacere mescolati. Poi mi spinse in ginocchio.
«Succhia.»
Mi infilò il cazzo in bocca. Era grosso, duro. Mi tenne la testa con una mano e spinse fino in gola, facendomi lacrimare. Mi chiamava bocchinara, troia, infermiera puttana. Dopo qualche minuto mi fece alzare e mi portò in camera da letto.
Mi buttò sul letto a pancia in giù. Mi penetrò prima nella figa, forte, tenendomi una gamba sollevata. Il mio seno schiacciato contro il materasso ballava a ogni colpo. Venni quasi subito, umiliata dalla mia stessa eccitazione.
Ma non aveva ancora finito.
«Ora ti rompo il culo, Anna» disse con voce bassa e crudele. «E voglio che tu stia a quattro zampe come una cagna mentre ti incula.»
Mi fece mettere a carponi sul letto, il culo in alto, il seno pesante che penzolava sotto di me. Mi allargò le natiche con le mani. Sentii la sua lingua calda e bagnata leccarmi l’ano, preparandomi. Poi versò del lubrificante freddo e infilò due dita dentro, dilatandomi lentamente.
«Respira e spingi fuori. Lo voglio tutto dentro.»
Appoggiai la fronte sul materasso, le mani strette alle lenzuola. La cappella grossa premette contro il mio buchetto stretto. Con un colpo secco spinse dentro. Urlai. Il bruciore era intenso, mi sentivo spaccata in due.
«Aaaah… piano, ti prego!»
«Zitta. Prendilo tutto.»
Iniziò a muoversi. Prima lento, poi sempre più forte. Mi teneva i fianchi con mani di ferro, tirandomi indietro contro di sé mentre spingeva. Il mio seno oscillava pesantemente a ogni affondo, i capezzoli che sfioravano il lenzuolo. Il dolore si trasformava poco a poco in un piacere oscuro, degradante. Mi sentivo completamente dominata, usata, ricattata.
Marco mi afferrò i capelli rossi con una mano, tirandoli come redini.
«Muovi il culo, infermierina. Scopati da sola sul mio cazzo.»
Obbedii, spingendo indietro contro di lui, gemendo come una puttana. Mi schiaffeggiava le natiche ritmicamente, lasciandomi impronte rosse sulla pelle chiara.
«Dimmi che ti piace farti inculare per l’esame.»
«Mi… mi piace… ahh… mi piace farmi inculare!»
Accelerò. Mi sodomizzava con colpi profondi e violenti, il suono della pelle che sbatteva riempiva la stanza insieme ai miei gemiti rotti. Il mio ano era completamente aperto intorno al suo cazzo grosso. Venni di nuovo, questa volta con un orgasmo anale intenso che mi fece tremare le gambe.
Alla fine lui ringhiò, tirò fuori il cazzo e mi ordinò di girarmi. Si mise sopra il mio petto e venne copiosamente sulle mie tette grosse, schizzi caldi che colavano tra i seni e sul collo.
«Brava ragazza» disse ansimando. «Il file è tuo. Ma sappi che ho registrato tutto. La prossima volta che avrai bisogno di aiuto… tornerai da me.»
Mi lasciò lì, sdraiata sul letto, il culo dolorante e dilatato, il seno coperto di sperma, i capelli rossi appiccicati al viso sudato. Presi il file USB che mi diede e me ne andai da quell’appartamento a Trastevere con le gambe che tremavano.
Mentre camminavo verso casa per le strade di Roma di notte, mi sentivo umiliata, sporca… ma anche stranamente eccitata. Sapevo che non era finita. E una parte di me, quella più oscura, già aspettava la prossima volta che Marco mi avrebbe ricattata.
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