Carne all'asta

di
genere
etero

Era ormai sera tardi. Mio figlio dormiva dalla nonna e io ero sola in casa, con un fuoco strano che mi bruciava dentro. Dopo le foto con il vestitino rosso, dopo essermi fatta guardare, toccare e fotografare mentre facevo le cose più intime, sentivo un bisogno nuovo: volevo spingermi oltre. Volevo essere vista davvero, scambiata per ciò che in quel momento desideravo fingere di essere.
Mi vestii con cura, come una prostituta di strada. Indossai il vestito rosso che mi aveva regalato Renato: quello cortissimo, lucido, con la scollatura profonda che lasciava i miei seni grandi quasi completamente esposti. Sotto non misi niente. Niente mutandine, niente reggiseno. I capezzoli rosa scuro premevano visibilmente contro il tessuto sottile. Ai piedi misi un paio di tacchi alti neri, lucidi, che mi facevano ancheggiare in modo esagerato. Mi truccai pesantemente: rossetto rosso fuoco, eyeliner marcato, ombretto scuro. I capelli rossi erano sciolti e mossi. Mi guardai allo specchio e quasi non mi riconobbi: sembravo una versione volgare, esagerata e irresistibile di me stessa.
Sopra tutto infilai un cappotto lungo e coprente, nero, che arrivava quasi alle caviglie. Nessuno avrebbe sospettato cosa nascondevo sotto.
Salii in macchina e guidai fino al corso famoso della città, quello dove di notte le prostitute battono il marciapiede. Quando arrivai si era già fatto buio. I lampioni arancioni illuminavano l’asfalto umido. Parcheggiai in una traversa poco illuminata, spensi il motore e rimasi qualche minuto seduta, con il cuore che martellava.
Sto davvero per farlo? Sto per scendere e passeggiare come una puttana?
La vergogna mi stringeva lo stomaco, ma tra le gambe sentivo già un calore umido. L’idea di essere guardata, fischiata, trattata come carne da vendere mi eccitava in un modo perverso e profondo. Volevo sentirmi desiderata, volgare, esposta. Volevo il rischio, senza però spingermi fino in fondo… o almeno così credevo.
Scesi dalla macchina. Il cappotto mi copriva completamente. Cominciai a camminare lentamente sul marciapiede, ancheggiando sui tacchi alti. I fari delle auto di passaggio mi illuminavano a tratti. Sentivo gli sguardi degli uomini dentro le macchine che rallentavano. Alcuni abbassavano il finestrino.
«Quanto vuoi, rossa?» mi gridò uno dal finestrino.
Io mi fermai, aprii leggermente il cappotto mostrando solo un lembo di coscia e il vestito rosso lucido. Con voce bassa e provocante dissi una cifra assurda, esagerata: «Cinquecento euro per mezz’ora.»
L’uomo rise e ripartì.
Ne passarono altri. Uno in macchina sportiva mi offrì duecento. Io alzai la cifra a seicento. Un altro in un SUV mi propose trecento. Io risposi freddamente: «Ottocento, e solo se paghi subito.» Nessuno accettava. Mi sentivo potente. Ero io a decidere, io a dettare le regole. Passeggiavo lenta, il cappotto che si apriva ogni tanto lasciando intravedere il vestito cortissimo, le gambe nude, il seno che ondeggiava.
Dopo una ventina di minuti, una Mercedes SL argentata con le porte ad ali di gabbiano si fermò accanto a me. Il finestrino si abbassò.
Dentro c’era un ragazzo di soli diciannove anni, molto grosso: alto, spalle larghe, petto muscoloso, braccia tatuate. Capelli corti scuri, sguardo arrogante e sicuro di sé. Mi squadrò da capo a piedi.
«Quanto?» chiese con voce profonda.
«Mille euro» risposi senza esitare, convinta che avrebbe riso e se ne sarebbe andato.
Invece tirò fuori il portafoglio, contò dieci banconote da cento e me le porse. «Sali.»
Rimasi paralizzata per un secondo. Ha accettato. Ha davvero accettato mille euro. Il cuore mi esplose nel petto. La vergogna, l’eccitazione e la paura si mescolarono in un turbine violento. Pensavo che nessuno avrebbe pagato quella cifra folle… invece lui l’aveva fatto senza battere ciglio.
Salii. La portiera ad ala di gabbiano si chiuse con un suono lussuoso. L’abitacolo era stretto, sportivo, profumava di pelle e di colonia maschile. Il ragazzo partì senza dire una parola.
Mi trattò esattamente come si tratta una prostituta. Non mi chiese il nome, non mi fece complimenti. Mise una mano sulla mia coscia nuda e la fece scivolare sotto il cappotto, trovando subito il vestito cortissimo.
«Togliti il cappotto» ordinò.
Obbedii. Rimasi seduta con solo quel vestitino rosso addosso, i seni quasi completamente fuori, il sesso coperto a malapena dalla gonna plissettata.
Lui guidò per qualche minuto fino a una zona più buia e isolata, poi fermò la macchina in un parcheggio deserto. Abbassò il sedile del passeggero con un comando elettrico, facendomi sdraiare quasi completamente.
«Apri le gambe» disse secco.
Obbedii di nuovo. La gonna si sollevò, scoprendo il mio cespuglio rosso vivo. Lui mi guardò il sesso per qualche secondo, poi tirò fuori il cazzo già duro dai pantaloni. Era grosso, in proporzione al suo corpo massiccio.
Non mi baciò, non mi accarezzò. Mi penetrò con una spinta decisa, entrando fino in fondo nella mia figa già bagnata per l’adrenalina. Gemetti forte. Lui cominciò a scoparmi con spinte potenti, profonde, tenendo una mano sul mio seno grande e stringendolo con forza. I miei capezzoli erano durissimi. Il vestito rosso si era arrotolato sotto le ascelle.
«Sei una puttana rossa, eh?» grugnì mentre mi fotteva. «Con queste tette enormi e questo culo… mille euro ben spesi.»
Le sue parole volgari mi umiliarono e mi eccitarono allo stesso tempo. Venni violentemente dopo pochi minuti, contraendo il sesso intorno al suo cazzo grosso, bagnandolo dei miei umori. Lui non si fermò. Continuò a martellarmi finché non venne dentro di me con un grugnito animalesco, riempiendomi di sperma caldo.
Quando finì, si tirò su i pantaloni, riaccese il motore e mi riportò esattamente dove mi aveva caricata, senza dire una parola in più.
Mi porse un fazzoletto di carta. «Pulisciti.»
Scesi dalla Mercedes con le gambe tremanti, il vestito rosso sgualcito, il sesso bagnato del suo sperma che mi colava lungo le cosce. Il cappotto lo richiusi in fretta.
Mentre la macchina con le porte ad ali di gabbiano si allontanava nel buio, rimasi lì sul marciapiede, il cuore che batteva all’impazzata.
Ho appena fatto la puttana. Mi sono fatta pagare mille euro da un ragazzo di diciannove anni e mi ha scopata come tale.
La vergogna era bruciante, ma l’eccitazione era ancora più forte. Mi sentivo sporca, usata, viva come non mai.
Tornai alla mia macchina con il passo incerto sui tacchi alti, sapendo che questo segreto sarebbe rimasto solo mio… almeno per ora.
scritto il
2026-04-26
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