Palettina rossa, macchinina blu

di
genere
esibizionismo

Mi chiamo Anna, ho i capelli rossi fiammeggianti e un seno abbondante che attira sempre gli sguardi. Quella sera ero a un concerto all’aperto. L’atmosfera era elettrica, la musica altissima, e io ballavo sotto il palco con le braccia alzate, completamente presa dal momento.
Poi ha iniziato a piovere. All’inizio poche gocce, poi un vero e proprio diluvio. In pochi minuti ero fradicia dalla testa ai piedi. La maglietta bianca aderiva al mio corpo come una seconda pelle, diventando quasi trasparente. Il reggiseno nero si vedeva chiaramente. La gente intorno a me cominciò a correre via in tutte le direzioni, cercando riparo.
Anch’io fuggii verso il parcheggio, correndo sotto l’acqua che mi inzuppava i capelli e colava lungo il corpo. Quando arrivai alla mia auto ero completamente bagnata, infreddolita e con i vestiti che pesavano addosso.
Mi sedetti al posto di guida e cercai qualcosa per asciugarmi, ma ovviamente non avevo niente: né asciugamani, né felpa di ricambio. Solo la mia borsetta piccola. L’acqua continuava a scendere dal cielo e io avevo ancora 40 km da fare per tornare a casa.
Accesi il motore e partii. Il riscaldamento era al massimo, ma i vestiti bagnati mi davano fastidio sulla pelle. Dopo qualche chilometro, esausta e infreddolita, presi una decisione. Controllai che non ci fossero auto vicine, mi guardai intorno e, con un gesto rapido, mi sfilai la maglia zuppa. Subito dopo slacciai il reggiseno fradicio e lo tolsi. Rimasi così, in topless, con le mie tette grosse e pesanti libere nell’abitacolo caldo dell’auto. I capezzoli, ancora induriti dal freddo e dall’acqua, sporgevano orgogliosi.
Guidavo di notte sulla statale deserta, i fari che illuminavano l’asfalto bagnato. Il calore dell’auto mi stava scaldando la pelle nuda. Le mie tette si muovevano leggermente a ogni curva, pesanti e morbide. Mi sentivo strana, eccitata da quella sensazione di libertà proibita. Però avevo anche molto sonno. La pioggia, la stanchezza del concerto e il tepore dell’auto mi facevano chiudere gli occhi.
Stavo lottando contro il sonno quando, all’improvviso, vidi i lampeggianti blu e rossi nello specchietto retrovisore. Sirena breve. Mi stavano fermando.
Il cuore mi balzò in gola. Accostai lentamente sul ciglio della strada, con le mani che tremavano leggermente sul volante. Ero ancora nuda dalla vita in su, le mie grosse tette rosse bene in vista.
Abbassai il finestrino. Un poliziotto sulla quarantina si avvicinò, torcia in mano. Puntò la luce all’interno dell’auto e si bloccò. Il fascio luminoso illuminò chiaramente il mio seno nudo, bagnato di pioggia e sudore, le gocce che ancora brillavano sulla pelle chiara.
«Buonasera… signorina» disse, con la voce che gli morì in gola mentre mi fissava le tette senza riuscire a distogliere lo sguardo. «Documenti, per favore.»
Allungai il braccio verso la borsetta sul sedile del passeggero. Nel movimento, le mie tette si spostarono e ondeggiarono pesantemente. Vidi i suoi occhi seguirne ogni movimento.
Gli passai patente e libretto. Lui li prese, ma continuava a lanciare occhiate al mio petto. Il suo collega rimase in macchina, osservando la scena da lontano.
«Ha bevuto?» mi chiese, cercando di mantenere un tono professionale, ma la voce era più bassa del normale.
«No, agente. Sono solo molto stanca e bagnata dal concerto. Mi sono tolta i vestiti fradici perché mi davano fastidio…» risposi con voce dolce, guardandolo negli occhi.
Lui deglutì. La torcia tremò leggermente nella sua mano.
Restò in silenzio per qualche secondo di troppo, fissandomi le tette grosse e chiare, i capezzoli ancora turgidi. Poi, con un tono più basso e diverso, disse:
«Scenda dall’auto, per favore.»
Il cuore mi batteva fortissimo. Sapevo che non era una procedura normale. Eppure, invece di avere paura, sentii un calore improvviso tra le gambe.
Aprii lo sportello e scesi lentamente, rimanendo in topless sotto la pioggia leggera che aveva ripreso a cadere. L’acqua fredda mi colpì di nuovo i seni, facendomi rabbrividire e indurire ancora di più i capezzoli.
Il poliziotto mi guardò da capo a piedi, il respiro più pesante. Fece un passo verso di me, abbassando leggermente la torcia.
«Ha freddo?» mormorò, avvicinandosi tanto che potevo sentire il suo respiro.
Annuii, mordendomi il labbro inferiore.
Allora lui, senza dire altro, allungò una mano e la posò sul mio seno sinistro, coprendolo quasi completamente con il palmo caldo. Strinse piano, sentendo il peso e la morbidezza. Un gemito mi sfuggì dalle labbra.
«Forse possiamo trovare un modo per scaldarti…» sussurrò, mentre il suo pollice sfiorava il capezzolo duro.
In quel momento capii che non sarei tornata a casa subito.
scritto il
2026-04-29
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