Mentre lei non c'è. Capitolo 8

di
genere
etero

Mancavano esattamente quarantotto ore al decollo del mio C-130 per Gibuti. L'adrenalina della partenza, che di solito mi rendeva lucido e operativo, questa volta era soffocata da una cappa di ansia densa come catrame.
​Il messaggio di Valentina era arrivato in mattinata, chirurgico e inaspettato:
« Ho esagerato l'altra sera. È stata una reazione dettata dai nervi e dal dolore, non volevo essere così offensiva. Possiamo vederci? Vediamoci a Caffè Fiorio. Solo per parlare. »
​Sapevo che era un campo minato, ma non potevo sottrarmi.
​Il locale che aveva scelto era un salotto borghese con luci calde e boiserie in legno. Valentina era già lì. Niente corazze da donna d'affari: indossava un dolcevita di cashmere color crema, i capelli sciolti sulle spalle. Sembrava stanca, ma di una bellezza composta, invulnerabile.
​Mi sedetti. Ordinai un caffè nero senza guardare il cameriere.
​«Grazie per essere venuto,» esordì lei, la voce morbida, priva del veleno dell'altra sera.
«Cosa vuoi, Valentina? Mi restano due giorni. Ho un sacco di cazzi da sbrigare...»
«Voglio solo chiederti scusa,» mi interruppe dolcemente, posando la sua tazzina in porcellana.
«Sono stata crudele. E volgare. Non è da me e non te lo meritavi. Quella che hai visto era solo una donna a cui stava crollando il mondo addosso.»
​La guardai, spiazzato. Mi aspettavo minacce, ricatti sulle mie quote della casa, lettere formali. Invece, mi stava disarmando.
​«Ascoltami, Michael,» continuò, sporgendosi appena verso di me.
«Io non voglio farti la guerra. Sono una donna razionale. Non ti terrò legato a me con le carte bollate. Se vuoi distruggere tutto, ti lascerò la strada libera. Ma ti chiedo una cosa. Una sola.»
«Quale?»
«Non prendere decisioni definitive adesso. Parti per Gibuti. Fai il tuo lavoro. Prendi questi sei mesi per respirare, lontano da me e... lontano da lei. E rifletti.»
​Fece una pausa, i suoi occhi scuri puntati nei miei con un'intensità che mi mozzò il fiato.
«Siamo stati insieme quattordici anni, Michael. Otto di fidanzamento, sei di matrimonio. Eravamo dei ragazzini quando abbiamo iniziato. Ti ricordi la festa dei miei diciotto anni?»
Deglutii a vuoto. «Sì.»
«Io me lo ricordo come se fosse ieri,» sussurrò lei, un velo di malinconia vera a incrinarle la voce.
«Mio padre aveva invitato mezza città, io ero terrorizzata di non essere all'altezza. E tu mi hai trascinata in giardino, lontano da tutti. C'era odore di pioggia e di prato tagliato. Mi hai baciata sotto il gazebo. In quel momento ho capito che non avrei mai voluto nessun altro.»
​Le sue parole erano lame avvolte nel velluto.
«Come è possibile che due persone come noi, che si conoscono fino all'anima, possano buttare via tutto così? Di colpo. Per un errore di percorso, un momento di debolezza. Io non ci credo che sia finita. Non può esserlo » Allungò una mano e sfiorò la mia sul tavolo.
«Non confondere l'adrenalina e il senso di colpa con l'amore. Vai in Africa. Schiarisciti le idee. Se al tuo ritorno guarderai ancora il nostro passato e penserai che non vale più niente... firmerò le carte del divorzio in silenzio. Ma non farlo adesso.»
​Quando uscii da quel bar, l'aria fredda di novembre non bastò a svegliarmi. Sentivo uno strano sapore metallico in bocca. Una sensazione atroce mi si stava insinuando nello stomaco: il senso di errore.
Valentina non aveva torto. Stavo radendo al suolo un impero costruito in quattordici anni per una passione viscerale, disperata, per una ragazza che conoscevo da pochi mesi e che portava in grembo mio figlio. Ero davvero sicuro di quello che stavo facendo, o ero solo drogato dall'idea di essere il salvatore di Irene?

Il rientro alla villa fu silenzioso, quasi spettrale. Le luci soffuse del salone illuminavano quei mobili che ora, dopo le parole di Valentina, sembravano testimoni muti di una vita intera che stavo smantellando. Mi tolsi la giacca e la lanciai sul divano, sentendo il peso di ogni singolo anno passato tra quelle mura.
Irene era in cucina. Non stava urlando, non stava facendo scenate. Era seduta sull'isola di marmo, giocherellando con le pagine del suo quaderno di appunti. Quando entrai, alzò lo sguardo. Era calma, ma c’era una sfumatura di fastidio nel modo in cui strinse le labbra.
«Sei tornato,» disse a bassa voce.
«È durata parecchio la "chiacchierata civile".»
«C’erano molte cose di cui discutere, Irene. Non è facile come sembra...» Mi passai una mano sul viso, cercando di scacciare l’immagine del gazebo e del profumo di ortensie che Valentina mi aveva evocato.
«Sì, certo. Immagino,» disse lei con una nota di scetticismo.
«Ti ha convinto a farle tenere la casa? O ti ha ricordato quanto è bello il vostro mondo rispetto a quello da cui provengo io?»
Mi fermai a metà corridoio. La stanchezza e il senso di colpa si trasformarono in un’irritazione improvvisa. «Non è il momento per il sarcasmo. È tutto maledettamente complicato. Uscire da quattordici anni di vita insieme non è come cambiare un turno di guardia. Ci sono legami che... che non si spezzano con un colpo di forbici.»
Irene scese dallo sgabello, avvicinandosi lentamente. «Lo so che è difficile, Michael. Ma sembra che ogni volta che la vedi, torni qui con lo sguardo di chi ha appena fatto un incidente stradale. Mi guardi come se fossi io l’ostacolo tra te e la tua vita perfetta.»
«Non ho detto questo!» alzai la voce, e il suono rimbalzò contro il soffitto troppo alto della stanza.
«Ma devi capire che io sto affrontando una guerra su due fronti. Mentre cerco di gestire Valentina, devo anche preoccuparmi che tu non abbia il coraggio di chiudere con Marco. Mi chiedi di essere risoluto, ma tu tremi ogni volta che quel tossico ti manda un messaggio! Io con Valentina ci ho passato metà dei miei anni di vita!»
Irene si bloccò, come se l'avessi colpita. La sua maschera di calma si sciolse all'istante, lasciando spazio a una vulnerabilità nuda, quasi dolorosa da guardare. Le sue spalle si incurvarono e gli occhi neri si fecero lucidi.
«Hai ragione,» sussurrò, e questa volta non c’era rabbia, solo una tristezza infinita.
«Ho paura. Ho una maledetta paura di lui, Michael. Perché lui è la mia rovina, è l’unica cosa che ho conosciuto per anni. E ho paura perché tu tra due giorni te ne vai, e io resto qui, in questa casa che non è mia, con il fantasma di tua moglie che mi guarda da ogni angolo.»
Una lacrima le rigò la guancia, seguita da un'altra.
«Sei stato tu a volerlo,» continuò, la voce che tremava. «Sei stato tu a sbattere fuori Valentina. Sei stato tu a prendermi per mano e a portarmi in questo posto, dicendomi che sarei stata al sicuro. Io non ti ho chiesto di distruggere il tuo matrimonio, Michael. L'hai fatto perché dicevi di amarmi.»
Si asciugò il viso con il dorso della mano, un gesto infantile che mi strinse il cuore. Fece un respiro profondo, guardandomi con una dignità che mi fece sentire un verme.
«Se adesso senti di aver fatto un errore... se pensi che lei abbia ragione e che io sia solo una sbandata di periferia che ti rovinerà la carriera... dillo subito. » Si avvicinò alla porta, la voce ridotta a un filo. «Se vuoi... se vuoi vado via anche io. Posso sparire stasera stessa. Torno da mia madre. Non voglio essere il tuo rimpianto.»
Fece per dirigersi verso l'ingresso, a testa bassa.
«Irene, ferma.»
Non si fermò. Feci tre passi rapidi e la afferrai per il braccio, non con forza, ma con la disperazione di chi sente che sta perdendo l'unica cosa vera rimasta. La voltai verso di me e la strinsi. Lei oppose una debole resistenza, cercando di divincolarsi, ma poi crollò contro il mio petto, nascondendo il viso nell'incavo del mio collo e lasciandosi andare a un pianto silenzioso che mi bagnò la pelle.
«Non andare da nessuna parte,» sussurrai contro i suoi capelli, stringendola così forte da sentire il battito del suo cuore contro il mio.
«Non sei un errore. È solo che tutto questo fa un male cane. Ma non ti lascio andare. Non ora, non dopo quello che abbiamo affrontato.»
La sollevai leggermente, costringendola a guardarmi. Le sue ciglia erano bagnate, il labbro inferiore tremava. In quel momento, la perfezione di Valentina e la stabilità del mio passato sembrarono improvvisamente sbiadite, irreali. La realtà era lei: fragile, incasinata, spaventata e bellissima.
«Resta con me,» le chiesi, baciandole la fronte. «Abbiamo solo quarantott'ore. Non sprechiamole a chiederci se abbiamo ragione. Facciamo solo in modo che ne valga la pena.»
Irene annuì, aggrappandosi alla mia camicia come se fosse l'unico appiglio in mezzo alla tempesta. La portai verso il divano, tenendola stretta, sapendo che fuori da quella porta il mondo stava aspettando di farci a pezzi.
Il silenzio del salone fu rotto solo dai nostri respiri irregolari, mentre la tenevo stretta contro il mio petto. Lentamente, la disperazione che l'aveva fatta crollare si trasformò in un bisogno diverso, un'urgenza primordiale di rassicurazione e appartenenza.
Le sollevai il viso, asciugando con i pollici l'ultima traccia di bagnato sulle sue guance. La guardai negli occhi, quegli occhi neri e profondi che avevano visto troppo buio per la sua età, e vi lessi la stessa fame che mi stava divorando dentro. Non era solo desiderio di pelle; era la necessità assoluta di ancorarci l'uno all'altra per non essere spazzati via dalla tempesta perfetta che avevamo scatenato.
Mi chinai sulle sue labbra, assaggiando il sale delle sue lacrime, e la baciai. Fu un bacio esitante, morbido, che cercava il permesso di entrare nel suo dolore per curarlo. Irene schiuse le labbra, accogliendomi con un sospiro che le tremò in gola, e le sue mani si aggrapparono al colletto della mia camicia, tirandomi a sé.
Il bacio si approfondì, diventando caldo, disperato, vitale. Non c'era bisogno di salire le scale, non c'era tempo per arrivare al letto. L'attrazione era una forza di gravità che ci spingeva verso il basso. Facendo un passo indietro, la guidai verso il grande divano in pelle chiara al centro della stanza, togliendoci i vestiti mentre ci avvicinavamo. Quando le sue ginocchia toccarono il bordo, si lasciò cadere all'indietro, trascinandomi con sé.
Mi inginocchiai tra le sue gambe sbottonando i suoi jeans per tirarli via con calma e per ammirare la sua bellezza. Rimanemmo solo con la biancheria intima. Le presi le caviglie tirandola più verso di me, le aprii le gambe tuffandomi in mezzo alle sue cosce spostando con un dito le sue mutandine già bagnate dai suoi umori.
« Ti amo, Irene » dissi, la voce rauca.
« Ti amo abbastanza da bruciare tutto il resto. »
Lei emise un sospiro che suonò come un singhio di liberazione quando iniziai a baciare l'interno della sua coscia. La mia bocca risalì lentamente, tracciando linee di fuoco sulla pelle sensibile, per poi riscendere fino a raggiungere il suo monte di Venere. Leccai il clitoride con un movimento lento e deliberato, assaporando il suo sapore dolce e salato. Irene affondò le mani nei miei capelli, spingendo il mio viso verso di sé.
« Adoro quando mi lecchi... » gemette, sollevsndosi per incontrare meglio la mia lingua.
Ma non volevo solo leccarla. Volevo essere dentro di lei, volevo riempirla fino a quando non ci sarebbe stato spazio per nient'altro oltre a noi. Mi sollevai, sfilando anche le sue mutandine e buttandole lomtano dal divano. portai la punta all'entrata della sua figa bagnata dai suoi umori e dalla mia saliva. La guardai dritto negli occhi mentre scivolavo dentro di lei, non con la furia di prima, ma con una lentezza tortuosa.
Entrai lentamente, centimetro per centimetro, sentendo le sue pareti vaginali che si aprivano per accogliermi, calde e avvolgenti. Era una sensazione di casa, di ritorno. Quando fui completamente dentro di lei, ci fermammo. Restammo lì, connessi, respirando all'unisono e guardandoci negli occhi .
« Sei così bella. » sussurrai, baciandole le labbra.
« Anche tu amore mio... Ti amo » mi rispose gemendo contro la mia bocca, mentre le mie mani scivolavano sotto il reggiseno che indossava.
« Anche io, amore » le risposi, la voce roca, slacciando il suo reggiseno con un movimento fluido.
« Ci sei solo tu per me... solo tu. »
La luce ambrata delle piantane accarezzava la sua pelle nuda, rivelando la sua bellezza fragile e fiera. Non c'era la furia rabbiosa della volta precedente; c'era solo un'intensità silenziosa, una dolcezza così cruda da far male. Iniziai a muovermi. I colpi erano profondi e ritmati, un'onda costante che si infrangeva contro la riva. Ogni spinta era una dichiarazione, una promessa. Le gambe di Irene si avvolsero attorno alla mia vita, incrociando le caviglie dietro la mia schiena, tirandomi più a fondo.
« Ooh sii, Michael.. non fermarti » pregò, la sua voce un sussurro contro il mio orecchio.
« Così... aah vaii » Ansimava con gli occhi chiusi, sopraffatta dal piacere.
La presi sotto le cosce e sollevai le sue gambe in alto, appoggiandole sulle mie spalle. Per penetrarla ancora più a fondo, toccando punti che la fecero archeggiare violentemente. Il mio cazzo scivolava dentro e fuori con un suono bagnato e eccitante, un frullare di pelle contro pelle che riempiva la stanza.
« Siii.. sei mia » dissi con i denti stretti, sentendo la tensione che cresceva alla base della mia schiena.
« Aaah, ssiii... la mia piccola »
Lei rispose con un gemito inarticolato, le unghie che mi graffiavano la schiena.
« Si amore, solo tua. Oddio siii »
Mi posizionai sopra di lei, sostenendo il mio peso sugli avambracci per non schiacciarla. Il contrasto tra il mio corpo teso, segnato dall'addestramento, e la morbidezza del suo era assoluto. Le baciai il profilo del seno, il collo, le sue labbra. Irene inarcò la schiena, cercando il contatto totale, le sue dita che si perdevano tra i miei capelli, tracciando la linea della mia mascella.
Ci fermammo un istante, incastrati l'uno nell'altra, assorbendo la scossa di quell'unione perfetta.
«Guardami,» le sussurrai, intrecciando le mie dita con le sue e premendo le nostre mani contro i cuscini del divano.
Irene aprì gli occhi, velati di desiderio. Non c'erano filtri tra noi in quel momento. C'era solo l'anima messa a nudo. Mi mossi dentro di lei con un ritmo lento, profondo, inesorabile. Ogni spinta non era un atto di conquista, ma una dichiarazione. Volevo che sentisse con ogni cellula del suo corpo che lei era abbastanza, che non c'era nessun errore, nessuna Valentina, nessun passato che potesse competere con quello che eravamo lì, in quell'istante.
Lei si sollevò leggermente, cercando la mia bocca, e la baciai con una fame che non sentivo da tempo. Le nostre lingue si intrecciarono, mimando l'atto che i nostri corpi stavano compiendo sotto.
« Se non è amore questo, allora cos'è? » mormorò contro le mie labbra, e quelle parole, semplici e dirette, colpirono il mio petto come un proiettile.
« Spiegamelo perché io non lo so » continuò, baciandomi il collo. Il mio battito accellerò
« Questo può essere solo amore. Ti amo » Risposi accompagnando i miei movimenti con il bacino, le gambe strette attorno alla mia vita per tenermi ancora più vicino.
« Non lasciarmi mai » disse
«Mai.» ripetei completamente preso da quel momento.
Il sesso fu un'onda lunga e avvolgente che ci travolse senza violenza, ma con una potenza inarrestabile. La tensione dei muscoli, il calore dei nostri corpi sudati, i piccoli sussurri scambiati a fior di labbra... tutto gridava un sentimento che andava oltre la semplice lussuria. Quando il piacere ci investì, fu simultaneo, un'esplosione calda e luminosa che mi svuotò i polmoni, facendomi crollare dolcemente sul suo petto.
Rimanemmo così per un tempo indefinito. Il silenzio del salotto era riempito solo dai nostri respiri affannosi, pesanti, che cercavano di ritrovare un ritmo normale. Lentamente, mi sollevai sui gomiti per guardarla.
Ci scambiammo un lungo sguardo, immobile, carico di tutte le parole che non serviva più pronunciare. Il viso di Irene era arrossato, le labbra gonfie dai baci. La sua frangetta scura era disordinata, alcune ciocche le si erano appiccicate alla fronte imperlata di sudore, dandole un'aria meravigliosamente selvaggia e indifesa. Sorrise, un sorriso stanco ma finalmente sereno.
Mi sfilai lentamente da lei scivolando più in basso lungo il divano. Il mio sguardo si posò sul suo ventre. Era ancora piatto, ma l'idea di ciò che nascondeva mi colpì con la forza di un treno in corsa. Lì dentro, protetta dal calore di quella ragazza incredibile, stava crescendo una vita. Nostro figlio. Una scintilla di futuro nel mezzo di tutto quel caos.
Mi chinai, sfiorando la pelle morbida del suo basso ventre con le labbra. Fu un bacio lungo, reverenziale. Sentii il calore del suo corpo contro la mia bocca, il miracolo di un'esistenza che si stava formando grazie a noi.
Irene sospirò dolcemente. La sua mano scese a cercarmi, e le sue dita iniziarono ad accarezzarmi la testa, massaggiandomi il cuoio capelluto con una tenerezza materna e innamorata. Mi strinsi al suo corpo, il viso premuto contro la sua pancia.
In quel preciso istante, qualcosa dentro di me si arrese definitivamente. Sentii il mio cuore tremare nel petto, una vibrazione fisica, profonda. Uno sciame di farfalle mi invase lo stomaco, una sensazione di vertigine e calore che non provavo da quando ero un ragazzino, forse che non avevo mai provato davvero. Tutte le parole di Valentina, tutta la logica fredda dei miei quattordici anni precedenti, si sbriciolarono fino a scomparire.
Non c'era nessun errore. Non ero drogato dal senso di colpa o dalla sindrome del salvatore.
Io la amavo. La amavo con una purezza e una forza che mi terrorizzavano e mi salvavano allo stesso tempo. E mentre lei continuava ad accarezzarmi i capelli in quel salotto silenzioso, seppi che non importava quanto fango avremmo dovuto attraversare: li avrei protetti entrambi, a costo della mia stessa vita.

La mattina della partenza, l'ingresso della villa era ingombro dai borsoni. Avevamo deciso che per quei sei mesi sarebbe tornata a vivere da sua madre. La donna aveva bisogno di cure costanti e, in fondo, sapevamo entrambi che Irene da sola in quella casa immensa si sarebbe sentita un bersaglio, schiacciata dall'ombra di Valentina e dall'isolamento.
«Lavorare non se ne parla, sia chiaro » le dissi con tono fermo, infilando una carta di debito nella tasca laterale della sua borsa.
« Non con una gravidanza di mezzo e gli studi da finire.»
Lei fece subito per tirarsi fuori, scuotendo la testa con quel suo orgoglio testardo.
« Michael, no. Te l'ho già detto, me la sono sempre cavata bene o male. Posso trovare un part-time leggero, qualcosa che mi permetta di...»
Le bloccai le mani, stringendole forte tra le mie. «Ascoltami bene,» la interruppi, guardandola dritta negli occhi.
«Questo non è un mantenimento, è un fottuto prestito a tasso d'usura. Me lo ripagherai quando prenderai quel pezzo di carta, diventerai l'insegnante che hai sempre sognato di essere e porterai a casa il tuo primo stipendio vero. Fino ad allora, hai solo due priorità: chiudere quei quattro esami per la tesi e proteggere nostro figlio. Ci siamo capiti?»
Irene mi guardò. Le sue difese crollarono, lasciando spazio a un sorriso tremante e agli occhi lucidi. Annuì lentamente, arrendendosi, e si strinse al mio petto.
Cinque ore dopo, l'asfalto dell'aeroporto militare vibrava sotto il rombo sordo dei motori del C-130. Indossavo la mimetica e il tattico, sentendo l'aria gelida del mattino tagliarmi il viso. Irene era in piedi davanti a me, avvolta nel suo cappotto, le mani affondate nelle tasche e il naso arrossato dal freddo e dalle lacrime trattenute.
Tirai fuori il telefono e le inoltrai un contatto.
«Ti ho appena mandato il numero di Andrea,» le dissi, alzando la voce per sovrastare il rumore delle turbine.
«È il mio sergente maggiore, mi fido di lui come di un fratello. Il suo plotone non parte per questo turno, resta a coordinare la logistica qui alla base. Sa tutta la situazione.»
Irene guardò lo schermo del suo telefono, poi me. «Michael, non serve che...»
«Sì che serve,» la tagliai corto, mettendole le mani sulle spalle.
«Qualsiasi cosa succeda. Un'emergenza in casa con tua madre, un problema con l'università, o se quel bastardo di Marco si fa vivo anche solo per sbaglio. Tu lo chiami e lui arriva. Ti prego, promettimi che lo farai.»
«Lo prometto,» sussurrò lei. Afferrò i baveri della mia giacca militare, tirandomi verso di sé con una forza disperata.
«Tu però promettimi che tornerai intero. Non fare l'eroe, Michael. Torna da me.»
«Niente e nessuno mi impedirà di tornare da voi due,» risposi, sentendo un nodo stringermi la gola.
La baciai, ignorando i colleghi intorno, i richiami del caposcalo e il mondo intero. Fu un bacio dolce, profondo, che sapeva di sale e di promesse. Ci mettemmo tutto quello che non avevamo il tempo di dirci. Quando mi staccai, le accarezzai la guancia un'ultima volta, chiudendo gli occhi per un secondo per memorizzare il suo profumo.
Mi voltai e camminai verso la rampa dell'aereo a passo svelto. Non mi girai indietro per non cedere ma, mentre il portellone si chiudeva inghiottendomi nel buio della fusoliera, seppi di aver lasciato la mia anima su quella pista. La missione era iniziata, ma la mia vera guerra adesso era solo riuscire a tornare a casa.

CONTINUA... . . .

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scritto il
2026-04-21
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