Mentre lei non c'è. Capitolo 7
di
Michael035
genere
etero
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Sarà un piacere leggere i vostri pensieri e lasciarmi ispirare.
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Il tragitto dalla periferia est alla mia villa fu un viaggio attraverso due mondi che non avrebbero mai più potuto coesistere. Dopo il mio turno in caserma ero tornato da Irene, rassicurandola, stringendola, cercando di costruire un argine contro il panico che minacciava di annegarla. Quando parcheggiai l'auto nel vialetto ghiaioso, il buio aveva già inghiottito la città.
Entrai in casa. Il silenzio era assoluto, rotto solo dal ticchettio ovattato dell'orologio a pendolo nel corridoio.
Raggiunsi la sala da pranzo. Valentina era già seduta a capotavola. La tavola era apparecchiata con precisione millimetrica, la cena già servita. Indossava un abito scuro, elegante, e mi fissava con uno sguardo dubbioso e cupo, le mani intrecciate compostamente vicino al suo bicchiere di vino.
«Ciao,» dissi, sbottonandomi il colletto della camicia e prendendo posto dall'altra parte del tavolo dopo essermi lavato le mani.
Feci per prendere il tovagliolo, cercando di comportarmi normalmente.
«Dove sei stato?» esordì lei.
La sua voce era bassa, priva di inflessioni, ma nell'aria c'era un'elettricità palpabile.Non mi guardò nemmeno il piatto. Teneva gli occhi incollati ai miei.
«In giro,» risposi, versandomi da bere per prendere tempo.
«Avevo bisogno di staccare un po' la testa. Cose da sistemare prima della partenza.»
«Tutto il giorno?» incalzò Valentina.
«Non ti sei fatto sentire dalla colazione. Ho provato a chiamarti due volte nel pomeriggio. Hai sempre il telefono acceso per il Comando, Michael. Perché non hai risposto?»
«Non l'ho sentito. Avevo la suoneria abbassata.»
Cercai di tagliare un pezzo di carne, sperando di chiudere lì la questione. Inizialmente non volevo dirglielo, non quella sera. Ero stanco, svuotato dalle emozioni del pomeriggio.
Valentina posò le posate. Il lieve tintinnio del metallo sulla porcellana suonò come un avvertimento.
«Non dire cazzate, Michael.»
Alzai lo sguardo. Il suo volto era una maschera di tensione controllata, ma vidi la mascella contratta. Soffriva. Il dubbio la stava divorando da settimane, e quel giorno era stata la goccia finale. Non aveva prove, non aveva visto la mia macchina, non mi aveva rintracciato. Aveva solo il suo istinto e l'evidenza di un marito che era diventato un fantasma in casa sua.
«Non mentirmi,» continuò, la voce che scendeva di un'ottava, diventando un sussurro velenoso.
« Che strana coincidenza mancare tutto il giorno proprio quando Irene si da malata. Pensi che io sia stupida?»
Il pezzo di carne mi rimase nel piatto. Posai il coltello e la forchetta. La guardai. Guardai la sua postura rigida, i suoi occhi lucidi che si sforzava di mantenere asciutti e fieri. Avrei potuto deviare il discorso mentendo esattamente come mi avevano insegnato a fare sul campo fi battaglia. Avrei potuto inventare una scusa su un'ispezione a sorpresa in caserma. Ma ero stanco di quell'armatura.
Feci un respiro profondo e la verità mi scivolò fuori, inevitabile.
« E va bene. Vuoi la verità? » ci fu un breve silenzio
« Ero da Irene. »
Valentina non si mosse, ma sembrò che l'aria le fosse stata tolta dai polmoni per una frazione di secondo. Deglutì a fatica, assimilando il colpo senza scomporsi. Quando parlò, cercò di ridimensionare la cosa, di ridurla a qualcosa che il suo orgoglio potesse tollerare.
« Lo immaginavo » disse, con un sorriso amaro e sottile che non le raggiunse mai gli occhi. Prese il calice di vino, lo fece roteare lentamente.
« Adesso è tutto chiaro... per questo non vuoi un figlio con me, perchè ti scopi quella puttanella di Irene.»
Era razionale. Gelida. Credeva fosse solo una sbandata fisica, un errore di percorso di un militare stressato.
«Non è così, Valentina,» dissi, la voce ferma.
«Ah no?» ribatté lei, il veleno che iniziava a trasudare da ogni sillaba.
«E allora illuminami. Spiegami come un uomo della tua intelligenza finisce nel letto di una ragazzina che non ha uno scopo nella vita e che viene al lavoro con i lividi in faccia. Ti senti un eroe, vero? Il grande salvatore.»
« Non mi sento un eroe. E non ha niente a che fare con la pena. »
« Ah no? Ma smettila. Ti dico io come è andata... Ti sei fatto semplicemente intenerire dalla sua situazione, dalla sua vita che sembra così ingiusta. Hai abbassato la guardia per un secondo e ti sei fatto fregare. Non sarà tutta colpa sua, certo… Ma non confondere la sfortuna con quello che una persona è davvero.»
Appoggiai le mani sul tavolo.
« Io non ho abbassato la guardia. Io mi sono innamorato di lei. »
La parola *innamorato* le piombò addosso come una lastra di piombo. Il calice che teneva in mano tremò leggermente prima che lei lo sbattesse sul tavolo con più forza del necessario. Il vino oscillò pericolosamente.
« Innamorato? AHAHAHAH » scoppiò in un isterica risata e per la prima volta la sua compostezza vacillò, lasciando intravedere uno squarcio di dolore crudo e disperato.
« Tu hai perso la testa. Vuoi buttare sei anni del nostro matrimonio per cosa? Per la colf? Per un capriccio? »
Si alzò in piedi, appoggiando i palmi sul tavolo, la rabbia e la sofferenza che le si contorcevano sul viso. Non stava urlando, ma era come se lo stesse facendo.
« Tu tra una settimana parti, Michael! Avevamo un progetto. Avevamo deciso che al tuo ritorno avremmo avuto un figlio. Una famiglia. E tu vuoi mandare tutto a puttane per... »
« Non ci sarà nessuna famiglia al mio ritorno, Valentina » la interruppi.
La mia voce era bassa, inesorabile. Non c'era cattiveria, solo la nuda, chirurgica esposizione dei fatti.
Lei si bloccò, sbattendo le palpebre.
«Che cosa significa?»
Il silenzio nella sala divenne denso. Potevo sentire il battito del mio cuore rimbombarmi nelle orecchie.
«Irene è incinta.»
Le parole fluttuarono nell'aria, spietate.
Valentina arretrò di un passo, come se l'avessi colpita al petto. Le sue gambe cedettero appena, facendola ricadere pesantemente sulla sedia.
Tutto il veleno, tutta l'ironia aristocratica e l'arroganza evaporarono all'istante. Il suo volto perse colore, trasformandosi in una maschera di cenere. Le labbra le tremarono, si aprirono come per dire qualcosa, ma ne uscì solo un respiro spezzato. L'idea di un tradimento la feriva; l'idea che l'avessi sostituita nel cuore l'aveva fatta infuriare; ma il fatto che avessi dato a quella ragazza la vita che avevo negato a lei, distrusse ogni sua difesa.
Nella nostra casa perfetta, improvvisamente, si sentiva solo il rumore di qualcosa di inestimabile che andava in frantumi.
Il silenzio che seguì la parola "incinta" non fu una tregua, ma la miccia di un’esplosione.
Valentina rimase immobile per qualche secondo, fissando un punto imprecisato sulla tovaglia di lino. Poi, lentamente, sollevò lo sguardo. Non c’erano lacrime. C’era una luce fredda, rettiliana, una lucidità maligna che le illuminava le iridi. Si appoggiò allo schienale della sedia, incrociò le gambe e tornò a prendere il suo calice di vino con una mano che ora era ferma come il marmo.
« Incinta » ripeté, e questa volta la sua voce era un sussurro sporco di sarcasmo.
« Complimenti, Michael. Davvero un cliché da romanzo economico. Ti mancava l’ebbrezza di infilarti nel letto di una che pulisce il tuo piscio dal bordo del water? »
« Valentina, frena la lingua » ringhiai, sentendo il sangue pulsarmi nelle tempie.
« Oh, perché? Ti offendi? O si offende la piccola troietta del quartiere? » Rise, un suono secco e sgradevole che non aveva nulla di umano.
«Sei stato così idiota, Michael. Così patetico. Ti sei fatto fottere dal manuale base della sopravvivenza dei poveri. Una lacrima, una voce tremolante, qualche livido ogni tanto, un po’ di fiatone sotto le lenzuola e il grande uomo cade in ginocchio. Credevo fossi un uomo intelligente, ma sei solo un maschio con troppo testosterone e pochissimo cervello. »
« Non provare a parlare di lei come se la conoscessi,» dissi, alzando la voce. «Lei ha una dignità che tu non avrai mai, nonostante tutti i tuoi gioielli e il tuo fottuto cognome. »
« Dignità? Quella? » Valentina scattò in piedi, sbattendo le mani sul tavolo. Il rumore dei palmi contro il legno rimbombò come uno sparo.
« Quella parassita ha visto in te un bancomat in carne ed ossa, un biglietto d’uscita dal fango in cui è nata. E tu, povero coglione, le hai servito la vita che volevo io su un piatto d’argento. Hai negato un figlio a me per darlo a una che probabilmente ha passato più tempo al consultorio che a casa sua... Sei sicuro che sia tuo, Michael? O sei solo il più ricco dei suoi amanti? »
« Zitta! Chiudi quella bocca! Stai esagerando ora » urlai, alzandomi a mia volta. La sedia cadde all’indietro con un fragore violento.
«Ecco chi sei veramente. Finalmente è uscito il mostro. Questa è la Valentina che ho sempre percepito sotto la maschera della moglie perfetta. Una donna gelida, crudele, una vipera che sputa veleno appena non ottiene quello che vuole. »
« Io sono la donna che ti ha costruito la vita! » urlò lei, perdendo ogni compostezza.
«Senza di me e della mia famiglia saresti ancora a contare i centesimi in qualche caserma sperduta!»
«No, Valentina. Senza di te sarei stato un uomo libero molto prima!» feci un passo verso di lei, gli occhi ridotti a due fessure d'odio.
« Mi hai sempre fatto pesare tutto. Il tuo status, la tua perfezione, la tua intelligenza superiore. Ecco la tua vera faccia. Sei solo una stronza. Mi fai schifo. Mi fa schifo il modo in cui guardi le persone dall’alto in basso, mi fa schifo come hai ridotto il nostro matrimonio a una transazione d'affari.»
Valentina mi fissò con un disprezzo che mi gelò le ossa. « E ora che farai? Correrai da lei? In quella topaia che puzza di muffa e miseria? Pensi che durerà? Una settimana, Michael. Una settimana e ti renderai conto che non sai cosa dire a una che non sa nemmeno coniugare un verbo. Ti stancherai di sentire l'odore della povertà sulla tua pelle e implorerai di tornare da me.»
«Non accadrà mai,» risposi con una calma che mi spaventò.
«Perché vedi, questa casa non è più il tuo castello. Questa casa è mia, l'ho comprata IO, con i MIEI soldi, Valentina. Abbiamo la separazione dei beni, e io non ho intenzione di passare un altro minuto sotto lo stesso tetto con una donna che prova a calpestare la vita di un bambino non ancora nato solo per ferire il mio orgoglio.»
Il volto di Valentina ebbe un sussulto. Il colpo della proprietà la colpì dove faceva più male: nel possesso.
«Mi stai cacciando?» chiese, la voce che tremava per la rabbia repressa e, finalmente, per un barlume di terrore.
«Ti sto dicendo che è finita. Prendi le tue borse firmate, prendi il tuo disprezzo per il mondo e vattene da tuo padre. Stanotte non dormi qui.»
Mi colpì con uno schiaffo secco, lo schiocco del palmo della sua mano rimbombò nella stanza. Chiusi gli occhi con la testa che si girò leggermente verso destra.
« Sei un pezzo di merda, Michael,» sibilò lei, sputando le parole come se fossero acido.
«Mi fai schifo. Ma non finisce qui... Ti trascinerò in tribunale, userò ogni contatto di mio padre per renderti la vita un inferno legale. E quella stracciona? Si pentirà prima che quel bambino che ha in grembo veda la luce.»
«Tu non farei niente Valentina. E non ti conviene giocare alla guerra con me. » dissi avvicinandomi al suo viso fino a sentire il suo respiro affannoso,
« ti accorgerai che il soldato che hai sposato sa essere molto più crudele di te. Non hai idea di quanto fango sono disposto a spalare per difendere quello che è mio. »
Valentina mi guardò per un ultimo, infinito istante. La sofferenza nel suo sguardo era reale, ma era la sofferenza di una regina che ha perso il trono, non di una donna che ha perso l'amore. Girò sui tacchi senza dire un'altra parola, le sue scarpe costose producevano un ticchettio secco e ritmico sul marmo, simile a un conto alla rovescia.
La sentii salire le scale. Rimasi solo nella sala da pranzo, circondato dai resti di una cena che nessuno aveva mangiato. Il silenzio tornò, ma era un silenzio diverso. Era il silenzio dopo una battaglia campale. Mi sedetti, con la testa tra le mani, sentendo il peso di un amore che mi aveva reso un uomo libero.
Sentii il rumore secco del cancello automatico che si richiudeva, inghiottendo i fari della sua auto. Se n'era andata con un paio di borsoni fatti in fretta, portandosi via il suo profumo costoso e il suo veleno.
Era una donna pragmatica, di ottima famiglia e con un lavoro sicuro e stabile. Sapevo che in tribunale non avrebbe potuto fare granché: eravamo in regime di separazione dei beni e la villa era mia, di proprietà esclusiva, acquistata prima del matrimonio. Su quel fronte ero freddo, calcolatore, totalmente tranquillo. Ma conoscevo la sua indole vendicativa; sapevo che avrebbe usato i contatti del padre, gli avvocati, pur di rendere la separazione un inferno burocratico e di immagine.
Ma in quel momento non me ne fregava un cazzo.
Ero carico di un’energia tossica, elettrica. Quella donna era riuscita a tirare fuori il lato più nero, spietato e intollerante che covavo dentro. Sentivo le mani formicolare e il respiro corto. Avevo bisogno di pulirmi da quella serata. Avevo bisogno della verità.
Presi le chiavi del SUV, uscii sbattendo la porta e salii in macchina. Guidai come un pazzo nella notte, tagliando gli incroci di una città mezza deserta, spingendo sull'acceleratore finché il paesaggio urbano non si trasformò nei palazzoni grigi del quartiere di Irene.
Frenai bruscamente sotto il suo palazzo, il rumore delle gomme sull'asfalto che rompeva il silenzio. Presi il telefono e composi il numero. Squillò tre volte.
«Michael?» rispose lei, la voce impastata e spaventata.
«Scendi,» dissi solo. La voce mi vibrava ancora per l'adrenalina.
«Cosa? È l'una passata. È successo qualcosa? »
«Scendi, Irene. Subito. Ti spiego dopo.»
Cinque minuti dopo, la porta a vetri del portone si aprì. Aveva infilato un cappotto lungo sopra la tuta con cui probabilmente stava dormendo. Quando salì in auto e chiuse lo sportello, vide subito l'ombra scura sul mio viso, la tensione della mascella che non accennava a rilassarsi.
« Che hai fatto? » mi chiese, la mano che si posava istintivamente sul mio avambraccio rigido sul volante.
« È finita, » risposi, ingranando la marcia prima ancora che lei si allacciasse la cintura. Premetti sull'acceleratore, allontanandomi da quel quartiere. «L'ho sbattuta fuori. Ho preso la cosa di petto, non aveva senso girarci intorno. Le ho detto che amo te e che sei incinta.»
Irene sgranò gli occhi, il respiro che le si bloccava in gola.
«Oddio, Michael... e lei?»
«Non m'importa un cazzo di cosa farà lei,» tagliai corto, stringendo il volante.
«Importa che ha funzionato. Ora c'è campo aperto. E stanotte tu dormi con me.»
Vidi che stava per replicare, per farsi prendere dalle sue solite paranoie, ma la bloccai mettendole una mano sulla coscia, stringendola forte. Lei appoggiò la testa al sedile, guardandomi guidare, e non disse più nulla.
Varcare la soglia della villa con Irene ebbe un sapore di profanazione e, allo stesso tempo, di trionfo. Le luci soffuse illuminavano i marmi freddi e i mobili di design. Lei si fermò all'ingresso, quasi intimorita da quello spazio enorme che prima viveva solo con lo straccio in mano, abbassando lo sguardo.
«Michael, io... è tutto cosi assurdo. Fino a ieri le pulivo, queste stanze.»
Chiusi la porta a chiave con uno scatto secco.
«Questa non è più casa sua,» sussurrai, azzerando la distanza tra noi e intrappolandola contro il muro dell'ingresso.
«È casa mia. Ed è dove devi stare tu.»
Non le diedi il tempo di pensare. La rabbia per la lite con Valentina si stava flettendo, trasformandosi in un desiderio animale, feroce. Fui io a iniziare a spogliarla. I miei movimenti erano frenetici, guidati dai nervi ancora tesi. Le sfilai il cappotto facendolo cadere sul pavimento lucido, poi le afferrai i lembi della felpa e gliela tolsi passandogliela sopra la testa. Andai subito a cercare la sua pelle calda, il suo collo, inspirando il suo odore che era l'unica cosa capace di placarmi.
«Mi fai impazzire quando fai così,» mormorò lei, le mani che correvano ad armeggiare con i bottoni della mia camicia.
La presi in braccio, ignorando il suo fiato corto, e la portai di sopra, sfilandole i pantaloni della tuta lungo le scale. La adagiai sul letto matrimoniale al centro della stanza padronale. Mi liberai dei miei vestiti con un’urgenza quasi violenta, lanciandoli per aria.
Quando le fui sopra, la baciai con una fame disperata. Fu un sesso diverso da quello sul materasso cigolante di periferia. C'era un ritmo serrato, movimentato, guidato dall'adrenalina che ancora mi scorreva nelle vene. Le bloccai i polsi ai lati della testa, intrecciando le mie dita con le sue, entra dentro di lei con un solo affondo, profondo fino alla base, e entrambi espirammo un gemito strozzato. Continuai con colpi lunghi e profondi. Il letto king-size assorbiva l'urto dei nostri corpi, le lenzuola di seta si aggrovigliavano sotto la nostra pelle sudata.
«Aah sii.. Amore... Dio si » urlò lei, inarcando la schiena e offrendosi completamente alla mia furia. Il ritmo si fece più imponente, ogni colpo era un modo per sfogare la mia tensione nervosa. Ma, nonostante l'irruenza, ogni mio tocco trasudava amore. Ero rude nella forza, ma la guardavo come se fosse la cosa più sacra che avessi mai toccato. Le accarezzavo il viso, le spostavo i capelli madidi di sudore dalla fronte. Scendevo a morderle dolcemente il collo per poi coprire di baci leggeri la clavicola e il ventre ancora piatto, consapevole della vita che cresceva lì dentro, proteggendola perfino in quel caos di carne. Volevo che sentisse tutta la mia rabbia verso il mondo, ma che capisse che per lei c'era solo adorazione. Poi affondai un colpo più deciso del solito, vidi i suoi occhi allargarsi e il suo corpo che scattò leggermente.
« Michael... Aaii, mi fai male cosi »
« Scusami amore, non volevo credimi. »
Mi piegai per succhiare i suoi seni, prendendo un capezzolo in bocca e mordendolo forte. Lei urlò, le unghie che affonfarono nei miei capelli come se volesse spingermi via. Il dolore mescolato al piacere fu intenso, amplificando ogni sensazione.
Mi fermai un attimo, prendendo il suo viso tra le mani baciandola. Le nostre lingue si intrecciavano tra loro esplorandosi come se fosse la prima volta.
« Girati » le ordinai. Le afferrai i fianchi e la penetrai da dietro, con un colpo secco che la fece sbattere contro il cuscino. Lei affondò la faccia tra le lenzuola, urlando un piacere soffocato.
«Sì! Ancora!»
La presa da dietro era diversa, più profonda, più brutale. Potevo guardare il mio cazzo che entrava e usciva da lei, lucido dei suoi umori, e la vista mi fece groggiolare di desiderio. Le colpii il culo con un colpo secco. La pelle rimbalzò, diventando rossa.
«Ti voglio Irene, sei mia.» sussurrai, sentendo l'eccitazione salire incontrollabile. «La mia donna.»
«Solo tua, amore. » rispose lei, torcendosi indietro per cercarmi con lo sguardo, il viso contorto per l'estasi. «Ancora ti prego... aaah.»
La sollevai di forza facendola poggiare con la schiena sul mio petto. Poi la spinsi più avanti, facendola avvicinare il più possibile alla parete dove poggiava kl letto. Le sue mani finorono contro il muro mentre io da dietro ripresi a penetrarla. Aumentai il ritmo, diventando una macchina istintiva. Non c'era spazio per i pensieri, per Valentina. C'era solo il calore, il sudore, l'odore del sesso che riempiva la stanza. Le mie cosce battevano contro le sue, un suono bagnato e ritmato che ci faceva impazzire. Mi sentivo potente, dominante,
« Aah.. aah.. aaaah... amoree, calmati » rallentai all'istante per paura di farle male.
« Dio, ma che ti è preso stasera? » esclamò sorpresa.
« Niente, è solo... è solo che quella puttana mi ha fatto innervosire. Sto esagerando, perdonami »
« Non fa niente. Mi stai facendo impazzire. »
Cambiammo posizione più volte, dominati da un’energia inesauribile. La feci sedere su di me, le mie mani salde sui suoi fianchi per dettare il ritmo, mentre lei chiudeva gli occhi e gettava la testa all'indietro, bellissima e selvaggia nel cuore della mia villa borghese.
« Vuoi venire? » domandai
« Cazzo, si che lo voglio » Rispose con voce ansimante.
Il suo corpo nudo si distese sotto di me, i seni pallidi che si sollevavano a ogni respiro affannoso, i capezzoli ancora arrossati dai miei morsi. Le cosce si aprirono istintivamente, come se fossi già dentro di lei, e quando scesi lungo il suo ventre con la bocca, sentii i muscoli delle sue gambe tendersi.
Non le diedi il tempo di prepararsi.
La mia lingua le si schiacciò contro la figa con un colpo solo, duro, dalla base del clitoride fino alla cima, raccogliendo in un solo gesto tutto il suo sapore aspro e salato. Irene sobbalzò, le dita che si aggrappavano alle lenzuola come se stesse per cadere, un gemito strozzato che le sfuggì dalla gola.« M-Michael…! »
Non mi fermai.
Le afferrai le cosce e le spalancai ancora di più, premendo le sue ginocchia contro il materasso fino a sentirle tremare.
Le infilai due dita dentro senza preavviso, curvo le nocche verso l’alto per strofinarle contro quel punto ruvido che la faceva impazzire. La sua schiena si inarcò, le dita che mi artigliavano i capelli, tirandomeli fino a farmi male. « Cazzo, sì... così, non smettere »
La leccai come un animale affamato, la lingua che si muoveva in cerchi stretti sul suo clitoride, le dita che la penetravano con colpi brevi e profondi. Ogni volta che la sentivo stringersi intorno a me, aumentavo il ritmo, come se volessi farle perdere il controllo solo con la forza. I suoi gemiti si facevano sempre più alti, rotti, le parole che si spezzavano in singhiozzi. «Sto per... sto per »
Non le lasciai finire la frase.
Le succhiai il clitoride tra le labbra e lo morsi, appena abbastanza da farle esplodere il respiro in un grido. Il suo orgasmo la colpì come un pugno nello stomaco: le cosce mi serrarono la testa in una morsa, i fianchi che si sollevavano dal letto in scatti convulsi, la figa che si contraeva intorno alle mie dita come se volesse risucchiarmele dentro. Un fiotto caldo mi colò sulla guancia, il suo sapore ancora più intenso ora, quasi metallico.
« Michaaelll » urlò, la voce rotta, le unghie che mi graffiavano la nuca « Cazzo, cazzo, cazzo »
Mi sollevai, le labbra lucide, il mento bagnato. Lei mi guardò come se mi vedesse per la prima volta, le pupille dilatate, le guance in fiamme. Poi, lentamente, un sorrisetto le incurvò le labbra.
« Ora tocca a te » disse, la voce rauca.
Mi spinse giù sul materasso con una forza che non mi aspettavo, le mani che mi afferrarono i fianchi e mi fecero rotolare sulla schiena. Prima che potessi anche solo pensare di resistere, si era già strisciata giù lungo il mio corpo, le labbra che mi sfioravano l’addome, la lingua che tracciava una scia bagnata sull’ombelico, poi più giù, e ancora più giù
Quando mi prese il cazzo in bocca, fu come se mi avesse dato la scossa.
Le sue labbra si chiusero attorno alla base, la lingua che si avvolgeva intorno all’asta come una spirale bollente, la gola che si apriva per inghiottirmi fino in fondo. Sentii la punta del mio cazzo sbattere contro qualcosa di morbido e umido, e poi lei deglutì. Un suono gorgogliante le sfuggì dalla gola, vibrante, e le mie dita si conficcarono nelle lenzuola, i muscoli delle cosce che si contraevano come se stessi per esplodere.
« Irene, Tesoro » ansimai, ma lei non si fermò.
Mi succhiava come se volesse svuotarmi l’anima, la testa che si muoveva su e giù con una precisione chirurgica, le guance che si scavavano a ogni risucchio. Ogni volta che risaliva, la lingua mi strusciava sulla parte inferiore, proprio sotto la corona, dove sapevo che ero più sensibile, e quando scendeva di nuovo, mi inghiottiva fino alle palle, massaggiandole con le dita mentre mi lavorava.
Non durai nemmeno cinque minuti.
Sentii il calore salire dalla base della schiena, un formicolio elettrico che mi percorreva le vene. « Aah. Ec.. » non riuscii a dire niente, ma lei non si ritirò. Anzi. Mi afferrò i fianchi e mi spinse più a fondo, la gola che si contraeva attorno a me, e fu quello a farmi perdere il controllo.
Venni con un gemito strozzato, le dita che le affondavano nei capelli, tenendola ferma mentre le riempivo la bocca di sperma. Lei ingoiò tutto, goccia dopo goccia, la gola che lavorava intorno a me anche quando ero troppo sensibile per reggerlo. Solo quando fui completamente vuoto, si staccò, le labbra lucide, un filo di sperma che le colava dal mento. Si pulì con due dita e le portò alle mie labbra, pulendole su di esse. Si avvicinò mettendosi sopra di me e mi baciò.
« Ti è piaciuto? »
« È stato il miglior sesso orale che abbia mai provato. Nom sto scherzando. » Risposi. « Sei fantastica. Baciami »
Mi guardò, gli occhi che brillavano di una soddisfazione quasi malvagia. Posò di nuovo le sue labbra sulle mie, c'era ancora il mio sapore che si mescolava a quello della nostra saliva.
Dopo una ripulita veloce ci infilammo a letto. Passammo la notte incastrati l'uno nell'altra. Le lenzuola, che prima mi sembravano fredde come un sudario, ora erano calde.
Irene mi accarezzava il petto nudo nel buio, disegnando cerchi immaginari con i polpastrelli.
« Mi sembra tutto cosi assurdo » sussurrò, la voce roca e stanca.
«Lo è,» risposi, stringendola più forte a me.
Non riuscivamo a smettere di toccarci. Ogni volta che il sonno sembrava avere la meglio, io la cercavo. Le baciavo la fronte, la punta del naso, le labbra gonfie e il taglio sul labbro che stava finalmente guarendo. Un'infinità di baci lenti, morbidi, ripetuti, come se dovessi assicurarmi che fosse davvero lì, nel mio letto, nella mia vita.
«Ti amo,» le sussurrai contro i capelli, un attimo prima che chiudesse gli occhi.
« Ti amo anch'io » Rispose sorridendo nel sonno, stringendosi contro il mio cuore.
CONTINUA.....
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Il tragitto dalla periferia est alla mia villa fu un viaggio attraverso due mondi che non avrebbero mai più potuto coesistere. Dopo il mio turno in caserma ero tornato da Irene, rassicurandola, stringendola, cercando di costruire un argine contro il panico che minacciava di annegarla. Quando parcheggiai l'auto nel vialetto ghiaioso, il buio aveva già inghiottito la città.
Entrai in casa. Il silenzio era assoluto, rotto solo dal ticchettio ovattato dell'orologio a pendolo nel corridoio.
Raggiunsi la sala da pranzo. Valentina era già seduta a capotavola. La tavola era apparecchiata con precisione millimetrica, la cena già servita. Indossava un abito scuro, elegante, e mi fissava con uno sguardo dubbioso e cupo, le mani intrecciate compostamente vicino al suo bicchiere di vino.
«Ciao,» dissi, sbottonandomi il colletto della camicia e prendendo posto dall'altra parte del tavolo dopo essermi lavato le mani.
Feci per prendere il tovagliolo, cercando di comportarmi normalmente.
«Dove sei stato?» esordì lei.
La sua voce era bassa, priva di inflessioni, ma nell'aria c'era un'elettricità palpabile.Non mi guardò nemmeno il piatto. Teneva gli occhi incollati ai miei.
«In giro,» risposi, versandomi da bere per prendere tempo.
«Avevo bisogno di staccare un po' la testa. Cose da sistemare prima della partenza.»
«Tutto il giorno?» incalzò Valentina.
«Non ti sei fatto sentire dalla colazione. Ho provato a chiamarti due volte nel pomeriggio. Hai sempre il telefono acceso per il Comando, Michael. Perché non hai risposto?»
«Non l'ho sentito. Avevo la suoneria abbassata.»
Cercai di tagliare un pezzo di carne, sperando di chiudere lì la questione. Inizialmente non volevo dirglielo, non quella sera. Ero stanco, svuotato dalle emozioni del pomeriggio.
Valentina posò le posate. Il lieve tintinnio del metallo sulla porcellana suonò come un avvertimento.
«Non dire cazzate, Michael.»
Alzai lo sguardo. Il suo volto era una maschera di tensione controllata, ma vidi la mascella contratta. Soffriva. Il dubbio la stava divorando da settimane, e quel giorno era stata la goccia finale. Non aveva prove, non aveva visto la mia macchina, non mi aveva rintracciato. Aveva solo il suo istinto e l'evidenza di un marito che era diventato un fantasma in casa sua.
«Non mentirmi,» continuò, la voce che scendeva di un'ottava, diventando un sussurro velenoso.
« Che strana coincidenza mancare tutto il giorno proprio quando Irene si da malata. Pensi che io sia stupida?»
Il pezzo di carne mi rimase nel piatto. Posai il coltello e la forchetta. La guardai. Guardai la sua postura rigida, i suoi occhi lucidi che si sforzava di mantenere asciutti e fieri. Avrei potuto deviare il discorso mentendo esattamente come mi avevano insegnato a fare sul campo fi battaglia. Avrei potuto inventare una scusa su un'ispezione a sorpresa in caserma. Ma ero stanco di quell'armatura.
Feci un respiro profondo e la verità mi scivolò fuori, inevitabile.
« E va bene. Vuoi la verità? » ci fu un breve silenzio
« Ero da Irene. »
Valentina non si mosse, ma sembrò che l'aria le fosse stata tolta dai polmoni per una frazione di secondo. Deglutì a fatica, assimilando il colpo senza scomporsi. Quando parlò, cercò di ridimensionare la cosa, di ridurla a qualcosa che il suo orgoglio potesse tollerare.
« Lo immaginavo » disse, con un sorriso amaro e sottile che non le raggiunse mai gli occhi. Prese il calice di vino, lo fece roteare lentamente.
« Adesso è tutto chiaro... per questo non vuoi un figlio con me, perchè ti scopi quella puttanella di Irene.»
Era razionale. Gelida. Credeva fosse solo una sbandata fisica, un errore di percorso di un militare stressato.
«Non è così, Valentina,» dissi, la voce ferma.
«Ah no?» ribatté lei, il veleno che iniziava a trasudare da ogni sillaba.
«E allora illuminami. Spiegami come un uomo della tua intelligenza finisce nel letto di una ragazzina che non ha uno scopo nella vita e che viene al lavoro con i lividi in faccia. Ti senti un eroe, vero? Il grande salvatore.»
« Non mi sento un eroe. E non ha niente a che fare con la pena. »
« Ah no? Ma smettila. Ti dico io come è andata... Ti sei fatto semplicemente intenerire dalla sua situazione, dalla sua vita che sembra così ingiusta. Hai abbassato la guardia per un secondo e ti sei fatto fregare. Non sarà tutta colpa sua, certo… Ma non confondere la sfortuna con quello che una persona è davvero.»
Appoggiai le mani sul tavolo.
« Io non ho abbassato la guardia. Io mi sono innamorato di lei. »
La parola *innamorato* le piombò addosso come una lastra di piombo. Il calice che teneva in mano tremò leggermente prima che lei lo sbattesse sul tavolo con più forza del necessario. Il vino oscillò pericolosamente.
« Innamorato? AHAHAHAH » scoppiò in un isterica risata e per la prima volta la sua compostezza vacillò, lasciando intravedere uno squarcio di dolore crudo e disperato.
« Tu hai perso la testa. Vuoi buttare sei anni del nostro matrimonio per cosa? Per la colf? Per un capriccio? »
Si alzò in piedi, appoggiando i palmi sul tavolo, la rabbia e la sofferenza che le si contorcevano sul viso. Non stava urlando, ma era come se lo stesse facendo.
« Tu tra una settimana parti, Michael! Avevamo un progetto. Avevamo deciso che al tuo ritorno avremmo avuto un figlio. Una famiglia. E tu vuoi mandare tutto a puttane per... »
« Non ci sarà nessuna famiglia al mio ritorno, Valentina » la interruppi.
La mia voce era bassa, inesorabile. Non c'era cattiveria, solo la nuda, chirurgica esposizione dei fatti.
Lei si bloccò, sbattendo le palpebre.
«Che cosa significa?»
Il silenzio nella sala divenne denso. Potevo sentire il battito del mio cuore rimbombarmi nelle orecchie.
«Irene è incinta.»
Le parole fluttuarono nell'aria, spietate.
Valentina arretrò di un passo, come se l'avessi colpita al petto. Le sue gambe cedettero appena, facendola ricadere pesantemente sulla sedia.
Tutto il veleno, tutta l'ironia aristocratica e l'arroganza evaporarono all'istante. Il suo volto perse colore, trasformandosi in una maschera di cenere. Le labbra le tremarono, si aprirono come per dire qualcosa, ma ne uscì solo un respiro spezzato. L'idea di un tradimento la feriva; l'idea che l'avessi sostituita nel cuore l'aveva fatta infuriare; ma il fatto che avessi dato a quella ragazza la vita che avevo negato a lei, distrusse ogni sua difesa.
Nella nostra casa perfetta, improvvisamente, si sentiva solo il rumore di qualcosa di inestimabile che andava in frantumi.
Il silenzio che seguì la parola "incinta" non fu una tregua, ma la miccia di un’esplosione.
Valentina rimase immobile per qualche secondo, fissando un punto imprecisato sulla tovaglia di lino. Poi, lentamente, sollevò lo sguardo. Non c’erano lacrime. C’era una luce fredda, rettiliana, una lucidità maligna che le illuminava le iridi. Si appoggiò allo schienale della sedia, incrociò le gambe e tornò a prendere il suo calice di vino con una mano che ora era ferma come il marmo.
« Incinta » ripeté, e questa volta la sua voce era un sussurro sporco di sarcasmo.
« Complimenti, Michael. Davvero un cliché da romanzo economico. Ti mancava l’ebbrezza di infilarti nel letto di una che pulisce il tuo piscio dal bordo del water? »
« Valentina, frena la lingua » ringhiai, sentendo il sangue pulsarmi nelle tempie.
« Oh, perché? Ti offendi? O si offende la piccola troietta del quartiere? » Rise, un suono secco e sgradevole che non aveva nulla di umano.
«Sei stato così idiota, Michael. Così patetico. Ti sei fatto fottere dal manuale base della sopravvivenza dei poveri. Una lacrima, una voce tremolante, qualche livido ogni tanto, un po’ di fiatone sotto le lenzuola e il grande uomo cade in ginocchio. Credevo fossi un uomo intelligente, ma sei solo un maschio con troppo testosterone e pochissimo cervello. »
« Non provare a parlare di lei come se la conoscessi,» dissi, alzando la voce. «Lei ha una dignità che tu non avrai mai, nonostante tutti i tuoi gioielli e il tuo fottuto cognome. »
« Dignità? Quella? » Valentina scattò in piedi, sbattendo le mani sul tavolo. Il rumore dei palmi contro il legno rimbombò come uno sparo.
« Quella parassita ha visto in te un bancomat in carne ed ossa, un biglietto d’uscita dal fango in cui è nata. E tu, povero coglione, le hai servito la vita che volevo io su un piatto d’argento. Hai negato un figlio a me per darlo a una che probabilmente ha passato più tempo al consultorio che a casa sua... Sei sicuro che sia tuo, Michael? O sei solo il più ricco dei suoi amanti? »
« Zitta! Chiudi quella bocca! Stai esagerando ora » urlai, alzandomi a mia volta. La sedia cadde all’indietro con un fragore violento.
«Ecco chi sei veramente. Finalmente è uscito il mostro. Questa è la Valentina che ho sempre percepito sotto la maschera della moglie perfetta. Una donna gelida, crudele, una vipera che sputa veleno appena non ottiene quello che vuole. »
« Io sono la donna che ti ha costruito la vita! » urlò lei, perdendo ogni compostezza.
«Senza di me e della mia famiglia saresti ancora a contare i centesimi in qualche caserma sperduta!»
«No, Valentina. Senza di te sarei stato un uomo libero molto prima!» feci un passo verso di lei, gli occhi ridotti a due fessure d'odio.
« Mi hai sempre fatto pesare tutto. Il tuo status, la tua perfezione, la tua intelligenza superiore. Ecco la tua vera faccia. Sei solo una stronza. Mi fai schifo. Mi fa schifo il modo in cui guardi le persone dall’alto in basso, mi fa schifo come hai ridotto il nostro matrimonio a una transazione d'affari.»
Valentina mi fissò con un disprezzo che mi gelò le ossa. « E ora che farai? Correrai da lei? In quella topaia che puzza di muffa e miseria? Pensi che durerà? Una settimana, Michael. Una settimana e ti renderai conto che non sai cosa dire a una che non sa nemmeno coniugare un verbo. Ti stancherai di sentire l'odore della povertà sulla tua pelle e implorerai di tornare da me.»
«Non accadrà mai,» risposi con una calma che mi spaventò.
«Perché vedi, questa casa non è più il tuo castello. Questa casa è mia, l'ho comprata IO, con i MIEI soldi, Valentina. Abbiamo la separazione dei beni, e io non ho intenzione di passare un altro minuto sotto lo stesso tetto con una donna che prova a calpestare la vita di un bambino non ancora nato solo per ferire il mio orgoglio.»
Il volto di Valentina ebbe un sussulto. Il colpo della proprietà la colpì dove faceva più male: nel possesso.
«Mi stai cacciando?» chiese, la voce che tremava per la rabbia repressa e, finalmente, per un barlume di terrore.
«Ti sto dicendo che è finita. Prendi le tue borse firmate, prendi il tuo disprezzo per il mondo e vattene da tuo padre. Stanotte non dormi qui.»
Mi colpì con uno schiaffo secco, lo schiocco del palmo della sua mano rimbombò nella stanza. Chiusi gli occhi con la testa che si girò leggermente verso destra.
« Sei un pezzo di merda, Michael,» sibilò lei, sputando le parole come se fossero acido.
«Mi fai schifo. Ma non finisce qui... Ti trascinerò in tribunale, userò ogni contatto di mio padre per renderti la vita un inferno legale. E quella stracciona? Si pentirà prima che quel bambino che ha in grembo veda la luce.»
«Tu non farei niente Valentina. E non ti conviene giocare alla guerra con me. » dissi avvicinandomi al suo viso fino a sentire il suo respiro affannoso,
« ti accorgerai che il soldato che hai sposato sa essere molto più crudele di te. Non hai idea di quanto fango sono disposto a spalare per difendere quello che è mio. »
Valentina mi guardò per un ultimo, infinito istante. La sofferenza nel suo sguardo era reale, ma era la sofferenza di una regina che ha perso il trono, non di una donna che ha perso l'amore. Girò sui tacchi senza dire un'altra parola, le sue scarpe costose producevano un ticchettio secco e ritmico sul marmo, simile a un conto alla rovescia.
La sentii salire le scale. Rimasi solo nella sala da pranzo, circondato dai resti di una cena che nessuno aveva mangiato. Il silenzio tornò, ma era un silenzio diverso. Era il silenzio dopo una battaglia campale. Mi sedetti, con la testa tra le mani, sentendo il peso di un amore che mi aveva reso un uomo libero.
Sentii il rumore secco del cancello automatico che si richiudeva, inghiottendo i fari della sua auto. Se n'era andata con un paio di borsoni fatti in fretta, portandosi via il suo profumo costoso e il suo veleno.
Era una donna pragmatica, di ottima famiglia e con un lavoro sicuro e stabile. Sapevo che in tribunale non avrebbe potuto fare granché: eravamo in regime di separazione dei beni e la villa era mia, di proprietà esclusiva, acquistata prima del matrimonio. Su quel fronte ero freddo, calcolatore, totalmente tranquillo. Ma conoscevo la sua indole vendicativa; sapevo che avrebbe usato i contatti del padre, gli avvocati, pur di rendere la separazione un inferno burocratico e di immagine.
Ma in quel momento non me ne fregava un cazzo.
Ero carico di un’energia tossica, elettrica. Quella donna era riuscita a tirare fuori il lato più nero, spietato e intollerante che covavo dentro. Sentivo le mani formicolare e il respiro corto. Avevo bisogno di pulirmi da quella serata. Avevo bisogno della verità.
Presi le chiavi del SUV, uscii sbattendo la porta e salii in macchina. Guidai come un pazzo nella notte, tagliando gli incroci di una città mezza deserta, spingendo sull'acceleratore finché il paesaggio urbano non si trasformò nei palazzoni grigi del quartiere di Irene.
Frenai bruscamente sotto il suo palazzo, il rumore delle gomme sull'asfalto che rompeva il silenzio. Presi il telefono e composi il numero. Squillò tre volte.
«Michael?» rispose lei, la voce impastata e spaventata.
«Scendi,» dissi solo. La voce mi vibrava ancora per l'adrenalina.
«Cosa? È l'una passata. È successo qualcosa? »
«Scendi, Irene. Subito. Ti spiego dopo.»
Cinque minuti dopo, la porta a vetri del portone si aprì. Aveva infilato un cappotto lungo sopra la tuta con cui probabilmente stava dormendo. Quando salì in auto e chiuse lo sportello, vide subito l'ombra scura sul mio viso, la tensione della mascella che non accennava a rilassarsi.
« Che hai fatto? » mi chiese, la mano che si posava istintivamente sul mio avambraccio rigido sul volante.
« È finita, » risposi, ingranando la marcia prima ancora che lei si allacciasse la cintura. Premetti sull'acceleratore, allontanandomi da quel quartiere. «L'ho sbattuta fuori. Ho preso la cosa di petto, non aveva senso girarci intorno. Le ho detto che amo te e che sei incinta.»
Irene sgranò gli occhi, il respiro che le si bloccava in gola.
«Oddio, Michael... e lei?»
«Non m'importa un cazzo di cosa farà lei,» tagliai corto, stringendo il volante.
«Importa che ha funzionato. Ora c'è campo aperto. E stanotte tu dormi con me.»
Vidi che stava per replicare, per farsi prendere dalle sue solite paranoie, ma la bloccai mettendole una mano sulla coscia, stringendola forte. Lei appoggiò la testa al sedile, guardandomi guidare, e non disse più nulla.
Varcare la soglia della villa con Irene ebbe un sapore di profanazione e, allo stesso tempo, di trionfo. Le luci soffuse illuminavano i marmi freddi e i mobili di design. Lei si fermò all'ingresso, quasi intimorita da quello spazio enorme che prima viveva solo con lo straccio in mano, abbassando lo sguardo.
«Michael, io... è tutto cosi assurdo. Fino a ieri le pulivo, queste stanze.»
Chiusi la porta a chiave con uno scatto secco.
«Questa non è più casa sua,» sussurrai, azzerando la distanza tra noi e intrappolandola contro il muro dell'ingresso.
«È casa mia. Ed è dove devi stare tu.»
Non le diedi il tempo di pensare. La rabbia per la lite con Valentina si stava flettendo, trasformandosi in un desiderio animale, feroce. Fui io a iniziare a spogliarla. I miei movimenti erano frenetici, guidati dai nervi ancora tesi. Le sfilai il cappotto facendolo cadere sul pavimento lucido, poi le afferrai i lembi della felpa e gliela tolsi passandogliela sopra la testa. Andai subito a cercare la sua pelle calda, il suo collo, inspirando il suo odore che era l'unica cosa capace di placarmi.
«Mi fai impazzire quando fai così,» mormorò lei, le mani che correvano ad armeggiare con i bottoni della mia camicia.
La presi in braccio, ignorando il suo fiato corto, e la portai di sopra, sfilandole i pantaloni della tuta lungo le scale. La adagiai sul letto matrimoniale al centro della stanza padronale. Mi liberai dei miei vestiti con un’urgenza quasi violenta, lanciandoli per aria.
Quando le fui sopra, la baciai con una fame disperata. Fu un sesso diverso da quello sul materasso cigolante di periferia. C'era un ritmo serrato, movimentato, guidato dall'adrenalina che ancora mi scorreva nelle vene. Le bloccai i polsi ai lati della testa, intrecciando le mie dita con le sue, entra dentro di lei con un solo affondo, profondo fino alla base, e entrambi espirammo un gemito strozzato. Continuai con colpi lunghi e profondi. Il letto king-size assorbiva l'urto dei nostri corpi, le lenzuola di seta si aggrovigliavano sotto la nostra pelle sudata.
«Aah sii.. Amore... Dio si » urlò lei, inarcando la schiena e offrendosi completamente alla mia furia. Il ritmo si fece più imponente, ogni colpo era un modo per sfogare la mia tensione nervosa. Ma, nonostante l'irruenza, ogni mio tocco trasudava amore. Ero rude nella forza, ma la guardavo come se fosse la cosa più sacra che avessi mai toccato. Le accarezzavo il viso, le spostavo i capelli madidi di sudore dalla fronte. Scendevo a morderle dolcemente il collo per poi coprire di baci leggeri la clavicola e il ventre ancora piatto, consapevole della vita che cresceva lì dentro, proteggendola perfino in quel caos di carne. Volevo che sentisse tutta la mia rabbia verso il mondo, ma che capisse che per lei c'era solo adorazione. Poi affondai un colpo più deciso del solito, vidi i suoi occhi allargarsi e il suo corpo che scattò leggermente.
« Michael... Aaii, mi fai male cosi »
« Scusami amore, non volevo credimi. »
Mi piegai per succhiare i suoi seni, prendendo un capezzolo in bocca e mordendolo forte. Lei urlò, le unghie che affonfarono nei miei capelli come se volesse spingermi via. Il dolore mescolato al piacere fu intenso, amplificando ogni sensazione.
Mi fermai un attimo, prendendo il suo viso tra le mani baciandola. Le nostre lingue si intrecciavano tra loro esplorandosi come se fosse la prima volta.
« Girati » le ordinai. Le afferrai i fianchi e la penetrai da dietro, con un colpo secco che la fece sbattere contro il cuscino. Lei affondò la faccia tra le lenzuola, urlando un piacere soffocato.
«Sì! Ancora!»
La presa da dietro era diversa, più profonda, più brutale. Potevo guardare il mio cazzo che entrava e usciva da lei, lucido dei suoi umori, e la vista mi fece groggiolare di desiderio. Le colpii il culo con un colpo secco. La pelle rimbalzò, diventando rossa.
«Ti voglio Irene, sei mia.» sussurrai, sentendo l'eccitazione salire incontrollabile. «La mia donna.»
«Solo tua, amore. » rispose lei, torcendosi indietro per cercarmi con lo sguardo, il viso contorto per l'estasi. «Ancora ti prego... aaah.»
La sollevai di forza facendola poggiare con la schiena sul mio petto. Poi la spinsi più avanti, facendola avvicinare il più possibile alla parete dove poggiava kl letto. Le sue mani finorono contro il muro mentre io da dietro ripresi a penetrarla. Aumentai il ritmo, diventando una macchina istintiva. Non c'era spazio per i pensieri, per Valentina. C'era solo il calore, il sudore, l'odore del sesso che riempiva la stanza. Le mie cosce battevano contro le sue, un suono bagnato e ritmato che ci faceva impazzire. Mi sentivo potente, dominante,
« Aah.. aah.. aaaah... amoree, calmati » rallentai all'istante per paura di farle male.
« Dio, ma che ti è preso stasera? » esclamò sorpresa.
« Niente, è solo... è solo che quella puttana mi ha fatto innervosire. Sto esagerando, perdonami »
« Non fa niente. Mi stai facendo impazzire. »
Cambiammo posizione più volte, dominati da un’energia inesauribile. La feci sedere su di me, le mie mani salde sui suoi fianchi per dettare il ritmo, mentre lei chiudeva gli occhi e gettava la testa all'indietro, bellissima e selvaggia nel cuore della mia villa borghese.
« Vuoi venire? » domandai
« Cazzo, si che lo voglio » Rispose con voce ansimante.
Il suo corpo nudo si distese sotto di me, i seni pallidi che si sollevavano a ogni respiro affannoso, i capezzoli ancora arrossati dai miei morsi. Le cosce si aprirono istintivamente, come se fossi già dentro di lei, e quando scesi lungo il suo ventre con la bocca, sentii i muscoli delle sue gambe tendersi.
Non le diedi il tempo di prepararsi.
La mia lingua le si schiacciò contro la figa con un colpo solo, duro, dalla base del clitoride fino alla cima, raccogliendo in un solo gesto tutto il suo sapore aspro e salato. Irene sobbalzò, le dita che si aggrappavano alle lenzuola come se stesse per cadere, un gemito strozzato che le sfuggì dalla gola.« M-Michael…! »
Non mi fermai.
Le afferrai le cosce e le spalancai ancora di più, premendo le sue ginocchia contro il materasso fino a sentirle tremare.
Le infilai due dita dentro senza preavviso, curvo le nocche verso l’alto per strofinarle contro quel punto ruvido che la faceva impazzire. La sua schiena si inarcò, le dita che mi artigliavano i capelli, tirandomeli fino a farmi male. « Cazzo, sì... così, non smettere »
La leccai come un animale affamato, la lingua che si muoveva in cerchi stretti sul suo clitoride, le dita che la penetravano con colpi brevi e profondi. Ogni volta che la sentivo stringersi intorno a me, aumentavo il ritmo, come se volessi farle perdere il controllo solo con la forza. I suoi gemiti si facevano sempre più alti, rotti, le parole che si spezzavano in singhiozzi. «Sto per... sto per »
Non le lasciai finire la frase.
Le succhiai il clitoride tra le labbra e lo morsi, appena abbastanza da farle esplodere il respiro in un grido. Il suo orgasmo la colpì come un pugno nello stomaco: le cosce mi serrarono la testa in una morsa, i fianchi che si sollevavano dal letto in scatti convulsi, la figa che si contraeva intorno alle mie dita come se volesse risucchiarmele dentro. Un fiotto caldo mi colò sulla guancia, il suo sapore ancora più intenso ora, quasi metallico.
« Michaaelll » urlò, la voce rotta, le unghie che mi graffiavano la nuca « Cazzo, cazzo, cazzo »
Mi sollevai, le labbra lucide, il mento bagnato. Lei mi guardò come se mi vedesse per la prima volta, le pupille dilatate, le guance in fiamme. Poi, lentamente, un sorrisetto le incurvò le labbra.
« Ora tocca a te » disse, la voce rauca.
Mi spinse giù sul materasso con una forza che non mi aspettavo, le mani che mi afferrarono i fianchi e mi fecero rotolare sulla schiena. Prima che potessi anche solo pensare di resistere, si era già strisciata giù lungo il mio corpo, le labbra che mi sfioravano l’addome, la lingua che tracciava una scia bagnata sull’ombelico, poi più giù, e ancora più giù
Quando mi prese il cazzo in bocca, fu come se mi avesse dato la scossa.
Le sue labbra si chiusero attorno alla base, la lingua che si avvolgeva intorno all’asta come una spirale bollente, la gola che si apriva per inghiottirmi fino in fondo. Sentii la punta del mio cazzo sbattere contro qualcosa di morbido e umido, e poi lei deglutì. Un suono gorgogliante le sfuggì dalla gola, vibrante, e le mie dita si conficcarono nelle lenzuola, i muscoli delle cosce che si contraevano come se stessi per esplodere.
« Irene, Tesoro » ansimai, ma lei non si fermò.
Mi succhiava come se volesse svuotarmi l’anima, la testa che si muoveva su e giù con una precisione chirurgica, le guance che si scavavano a ogni risucchio. Ogni volta che risaliva, la lingua mi strusciava sulla parte inferiore, proprio sotto la corona, dove sapevo che ero più sensibile, e quando scendeva di nuovo, mi inghiottiva fino alle palle, massaggiandole con le dita mentre mi lavorava.
Non durai nemmeno cinque minuti.
Sentii il calore salire dalla base della schiena, un formicolio elettrico che mi percorreva le vene. « Aah. Ec.. » non riuscii a dire niente, ma lei non si ritirò. Anzi. Mi afferrò i fianchi e mi spinse più a fondo, la gola che si contraeva attorno a me, e fu quello a farmi perdere il controllo.
Venni con un gemito strozzato, le dita che le affondavano nei capelli, tenendola ferma mentre le riempivo la bocca di sperma. Lei ingoiò tutto, goccia dopo goccia, la gola che lavorava intorno a me anche quando ero troppo sensibile per reggerlo. Solo quando fui completamente vuoto, si staccò, le labbra lucide, un filo di sperma che le colava dal mento. Si pulì con due dita e le portò alle mie labbra, pulendole su di esse. Si avvicinò mettendosi sopra di me e mi baciò.
« Ti è piaciuto? »
« È stato il miglior sesso orale che abbia mai provato. Nom sto scherzando. » Risposi. « Sei fantastica. Baciami »
Mi guardò, gli occhi che brillavano di una soddisfazione quasi malvagia. Posò di nuovo le sue labbra sulle mie, c'era ancora il mio sapore che si mescolava a quello della nostra saliva.
Dopo una ripulita veloce ci infilammo a letto. Passammo la notte incastrati l'uno nell'altra. Le lenzuola, che prima mi sembravano fredde come un sudario, ora erano calde.
Irene mi accarezzava il petto nudo nel buio, disegnando cerchi immaginari con i polpastrelli.
« Mi sembra tutto cosi assurdo » sussurrò, la voce roca e stanca.
«Lo è,» risposi, stringendola più forte a me.
Non riuscivamo a smettere di toccarci. Ogni volta che il sonno sembrava avere la meglio, io la cercavo. Le baciavo la fronte, la punta del naso, le labbra gonfie e il taglio sul labbro che stava finalmente guarendo. Un'infinità di baci lenti, morbidi, ripetuti, come se dovessi assicurarmi che fosse davvero lì, nel mio letto, nella mia vita.
«Ti amo,» le sussurrai contro i capelli, un attimo prima che chiudesse gli occhi.
« Ti amo anch'io » Rispose sorridendo nel sonno, stringendosi contro il mio cuore.
CONTINUA.....
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