Villa Rosa

di
genere
pissing

Si chiamava Villa Rosa, una grande proprietà privata circondata da un muro di pietra e un cancello sempre socchiuso. Era una di quelle ville di campagna che si vedono solo dalle stradine sterrate, con un giardino immenso, siepi alte e un prato all’inglese perfetto. Io, Anna, ci passavo davanti quasi ogni sera durante le mie passeggiate. Avevo trentadue anni, capelli rossi lunghi e mossi fino a metà schiena, pelle chiarissima che arrossiva facilmente e due tette enormi, pesanti, che non riuscivo mai a nascondere del tutto sotto i vestiti leggeri dell’estate.
Quella sera di fine giugno faceva un caldo umido. Avevo bevuto quasi due litri d’acqua durante il giorno e un bicchiere di vino bianco freddo prima di uscire. La vescica mi pulsava già da mezz’ora. Quando vidi il cancello socchiuso, il pensiero arrivò come un lampo: “Solo un minuto, nessuno mi vedrà”. Entrai.
Camminai veloce tra le siepi di bosso fino a un angolo nascosto dietro un grande cespuglio di ortensie bianche. Il cuore mi batteva fortissimo. Mi alzai il vestitino di lino bianco fino alla vita, abbassai gli slip di pizzo nero e mi accovacciai con le cosce aperte. Le mie tette grosse premevano contro la stoffa, i capezzoli già duri per l’eccitazione del rischio.
Il getto uscì potente, caldo, rumoroso. Uno zampillo dorato e continuo che colpiva la terra secca con un suono bagnato e continuo. Gemetti piano di puro sollievo mentre pisciavo, sentendo il calore che mi bagnava le labbra e un rivolo che mi scorreva lungo la coscia. Durò quasi quaranta secondi. Quando finii, mi pulii alla meglio con un fazzoletto di carta e mi rimisi in ordine.
Non mi accorsi che Mario, il giardiniere, mi aveva vista dalla serra poco distante.
Tornai la sera dopo. E quella dopo ancora. Ormai era diventata una cosa mia. Ogni volta entravo più tardi, quando il sole era già basso, e sceglievo angoli sempre un po’ più esposti. La terza volta mi accovacciai proprio al centro di una piccola radura tra due siepi, senza più cercare di nascondermi del tutto. Sapevo che qualcuno poteva vedermi… e quella consapevolezza mi bagnava la figa prima ancora di iniziare a pisciare.
La quarta sera successe.
Ero accovacciata da meno di dieci secondi, il vestito già sollevato fino alla pancia, le tette grosse che uscivano quasi completamente dalla scollatura profonda, quando sentii la voce di Mario, bassa e rauca:
«Signorina… questo è giardino privato.»
Sobbalzai, ma il getto era già partito. Non riuscii a fermarlo. Pisciai davanti ai suoi occhi per altri lunghi secondi, il getto forte e caldo che schizzava tra l’erba mentre lui mi fissava le tette, la figa rasata e il fiume dorato che usciva da me.
Quando finii, arrossii violentemente. Mi alzai, tremando, e invece di scappare mormorai:
«Mi… mi scusi. Non ce la facevo più… posso… posso venire qui qualche volta? Solo per… fare pipì?»
Mario mi guardò con un mezzo sorriso, gli occhi che scendevano sulle mie tette ancora mezzo scoperte.
«Devo chiedere al padrone. Aspetti qui.»
Mi lasciò lì, in piedi, con le mutandine ancora abbassate alle ginocchia e il cuore che batteva come un tamburo. Passarono cinque minuti lunghissimi. Sentivo la vescica che già ricominciava a riempirsi per l’emozione. Quando tornò, era accompagnato da un uomo sui cinquantacinque anni, alto, elegante, capelli brizzolati: il padrone della villa.
«Questa è la ragazza che usa il mio giardino come cesso personale da quattro sere» disse Mario.
Il padrone mi squadrò lentamente. I suoi occhi si fermarono sulle mie tette grosse, sui capezzoli che spingevano contro il vestito, poi scesero tra le mie gambe.
«Quante volte sei venuta a pisciare nel mio giardino, rossa?» mi chiese con voce calma ma ferma.
«Quattro» risposi con un filo di voce, mordendomi il labbro.
Lui annuì. «E ogni volta ti sei esposta di più, vero? Ti piace farti guardare mentre pisci?»
Arrossii fino alle orecchie, ma annuii piano.
«Bene» disse lui. «Qui niente è gratis. Se vuoi continuare a usare il mio giardino come bagno, pagherai un obolo. Stasera stessa.»
Mi portarono dentro la villa, nel grande salone con il pavimento di marmo e un tappeto persiano al centro. Mi fecero stare in piedi davanti a loro due, ancora vestita.
«Prima regola» disse il padrone sedendosi sulla poltrona di pelle. «Quando entri nel mio giardino e hai bisogno di pisciare, non ti nascondi più. Chiedi il permesso a Mario o a me. E quando ti diamo il permesso, ti spogli come ti diciamo noi e ti esibisci bene.»
Sentii una fitta di eccitazione tra le gambe. La vescica mi pulsava forte adesso.
Mario sorrise. «Hai già la pipì, rossa?»
«Sì…» mormorai.
Il padrone fece un cenno con la mano. «Allora chiedi il permesso.»
Deglutii. «Posso… posso pisciare qui davanti a voi?»
«Più educata» disse lui.
«Per favore… posso fare pipì davanti a voi due?»
«Brava. Spogliati completamente. Vogliamo vedere tutto.»
Mi tremavano le mani mentre mi abbassavo le spalline del vestito. Le mie tette grosse e pesanti uscirono fuori, bianche, rotonde, con i capezzoli rosa scuro già turgidissimi. Il vestito scivolò a terra. Rimasi solo con gli slip. Li abbassai lentamente fino alle caviglie e li scalciai via. Ero completamente nuda davanti a loro: capelli rossi che mi ricadevano sulle spalle, tette enormi che ballavano a ogni respiro, figa rasata già lucida.
«In ginocchio sul tappeto. Gambe larghe.»
Obbedii. Mi misi in ginocchio, aprii le cosce il più possibile, le tette che pendevano pesanti verso il basso.
«Ora aspetta» disse il padrone. «Non pisciare ancora. Vogliamo goderti mentre ti trattieni.»
Passarono due minuti interminabili. Sentivo la pipì che premeva fortissimo. Le mie dita scesero tra le labbra gonfie e cominciai a toccarmi piano, lentamente, proprio come mi aveva ordinato lui con lo sguardo.
«Brava… toccati mentre aspetti il permesso.»
Gemetti. Il bisogno diventava sempre più urgente. Un piccolo rivolo mi uscì senza volerlo, bagnandomi le dita.
«Per favore…» ansimai. «Posso pisciare adesso?»
Il padrone sorrise. «Sì, Anna. Piscia. Fatti vedere bene.»
Il getto esplose. Forte, caldo, rumoroso. Uno zampillo dorato e continuo che schizzava dal mio sesso aperto, colpiva il tappeto con un suono bagnato e formava una pozzanghera scintillante tra le mie ginocchia. Pisciavo a fiotti mentre mi masturbavo più veloce, le tette che ballavano pesantemente, i capelli rossi appiccicati al viso sudato. Durò quasi un minuto intero. Il calore della pipì mi bagnava le cosce, le dita, il clitoride.
scritto il
2026-04-20
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