Questa sì che è arte
di
Anna_83
genere
prime esperienze
Mi chiamo Anna, ho ventiquattro anni, capelli rosso fuoco che mi arrivano fino alla vita e due tette grosse, pesanti, che attirano gli sguardi ovunque vada. Per arrotondare le bollette ho accettato di fare da modella per un corso di belle arti. Il pittore, un uomo sulla cinquantina dal nome strano, mi ha offerto una cifra generosa per posare come la Venere di Milo: nuda, con le braccia dietro la schiena, il busto leggermente ruotato, il seno in bella mostra.
La prima ora è andata bene. Stavo immobile sul piccolo palco, illuminata dai faretti caldi. Sentivo gli sguardi degli studenti – maschi e femmine – scivolare sul mio corpo. Le mie grosse tette si alzavano e abbassavano piano col respiro, i capezzoli rosa scuro già turgidi per l’aria fresca della sala.
Poi è successo. La pressione alla vescica è diventata insopportabile. Avevo bevuto troppo tè prima di iniziare e ora, dopo quasi due ore ferma in quella posa, non ce la facevo più.
«Professore… mi scappa la pipì» ho sussurrato, mortificata, senza muovere un muscolo.
Lui ha alzato un sopracciglio, poi ha fatto un gesto noncurante. «Non puoi rovinare la posa. La luce è perfetta.» Ha preso un secchiello di metallo da sotto il tavolo dei colori e l’ha messo tra i miei piedi. «Falla qui. Senza muoverti.»
La classe era silenziosa. Una ventina di studenti mi fissavano. Ho sentito il viso diventare dello stesso colore dei miei capelli. Ma la pressione era troppa.
Ho allargato appena le gambe, mantenendo la posa della Venere, e ho lasciato andare. Un getto caldo, potente, è schizzato fuori dalla mia figa depilata, rimbalzando rumorosamente dentro il secchiello. Il suono era osceno, bagnato, continuo. Sentivo le gocce schizzare sulle mie caviglie. Le tette mi tremavano mentre respiravo affannosamente. Tutti guardavano: i ragazzi con gli occhi spalancati, alcune ragazze con le guance rosse.
Quando ho finito, il secchiello era mezzo pieno. Il professore l’ha spostato senza dire una parola.
Una studentessa mora, minuta, si è alzata. Sembrava impietosita. È salita sul palco con un panno pulito e si è inginocchiata tra le mie gambe. «Poverina…» ha mormorato, e ha cominciato ad asciugarmi delicatamente le cosce e la figa ancora bagnata. Le sue dita morbide mi hanno sfiorato il clitoride. Ho sussultato.
Ma gli altri non ci stavano.
«Perché solo lei può toccarla?» ha detto un ragazzo alto, alzandosi.
In pochi secondi il palco è stato invaso. Mani ovunque. Due ragazzi mi hanno afferrato le grosse tette, strizzandole forte, succhiando i capezzoli come se volessero morderli. Un altro mi ha infilato due dita nella figa ancora umida di pipì e eccitazione, pompendole velocemente.
La studentessa mora ha provato a protestare, ma un compagno l’ha presa per i capelli e le ha spinto la faccia contro il mio seno, obbligandola a leccarmi mentre lui la scopava da dietro.
Io ero ancora bloccata nella posa, braccia dietro la schiena, incapace di muovermi. E questo li faceva impazzire ancora di più.
Un ragazzo nero, grosso, mi ha aperto le gambe e mi ha infilato dentro il suo cazzo enorme in un colpo solo. Ho urlato di piacere mentre mi sbatteva senza pietà, le mie tette che ballavano violentemente. Un altro mi ha messo il cazzo in bocca, tenendomi la testa ferma. Sentivo le palle sbattere contro il mio mento mentre mi scopavano da entrambi i lati.
Qualcuno mi ha infilato le dita nel culo, allargandolo. Poi è stato il turno di un cazzo. Mi hanno riempito tutti i buchi, cambiando posto ogni pochi minuti. La mora è stata costretta a leccarmi il clitoride mentre venivo scopata, la lingua che vibrava ogni volta che un ragazzo spingeva dentro di me.
Sono venuta come una fontana, schizzando sulle loro pance, mentre loro mi coprivano di sborra: sulla faccia, sulle tette, dentro la figa e nel culo. Il pavimento era bagnato di pipì, succhi e sperma.
Quando finalmente hanno finito, ero ancora lì, nella posa della Venere di Milo, completamente distrutta, col corpo che luccicava di fluidi, le tette rosse per le strizzate, la figa gonfia e aperta.
Il professore ha sorriso, pennello in mano.
«Perfetta. Questa sì che è arte.»
Ale.one@yahoo.com
Anna_83
La prima ora è andata bene. Stavo immobile sul piccolo palco, illuminata dai faretti caldi. Sentivo gli sguardi degli studenti – maschi e femmine – scivolare sul mio corpo. Le mie grosse tette si alzavano e abbassavano piano col respiro, i capezzoli rosa scuro già turgidi per l’aria fresca della sala.
Poi è successo. La pressione alla vescica è diventata insopportabile. Avevo bevuto troppo tè prima di iniziare e ora, dopo quasi due ore ferma in quella posa, non ce la facevo più.
«Professore… mi scappa la pipì» ho sussurrato, mortificata, senza muovere un muscolo.
Lui ha alzato un sopracciglio, poi ha fatto un gesto noncurante. «Non puoi rovinare la posa. La luce è perfetta.» Ha preso un secchiello di metallo da sotto il tavolo dei colori e l’ha messo tra i miei piedi. «Falla qui. Senza muoverti.»
La classe era silenziosa. Una ventina di studenti mi fissavano. Ho sentito il viso diventare dello stesso colore dei miei capelli. Ma la pressione era troppa.
Ho allargato appena le gambe, mantenendo la posa della Venere, e ho lasciato andare. Un getto caldo, potente, è schizzato fuori dalla mia figa depilata, rimbalzando rumorosamente dentro il secchiello. Il suono era osceno, bagnato, continuo. Sentivo le gocce schizzare sulle mie caviglie. Le tette mi tremavano mentre respiravo affannosamente. Tutti guardavano: i ragazzi con gli occhi spalancati, alcune ragazze con le guance rosse.
Quando ho finito, il secchiello era mezzo pieno. Il professore l’ha spostato senza dire una parola.
Una studentessa mora, minuta, si è alzata. Sembrava impietosita. È salita sul palco con un panno pulito e si è inginocchiata tra le mie gambe. «Poverina…» ha mormorato, e ha cominciato ad asciugarmi delicatamente le cosce e la figa ancora bagnata. Le sue dita morbide mi hanno sfiorato il clitoride. Ho sussultato.
Ma gli altri non ci stavano.
«Perché solo lei può toccarla?» ha detto un ragazzo alto, alzandosi.
In pochi secondi il palco è stato invaso. Mani ovunque. Due ragazzi mi hanno afferrato le grosse tette, strizzandole forte, succhiando i capezzoli come se volessero morderli. Un altro mi ha infilato due dita nella figa ancora umida di pipì e eccitazione, pompendole velocemente.
La studentessa mora ha provato a protestare, ma un compagno l’ha presa per i capelli e le ha spinto la faccia contro il mio seno, obbligandola a leccarmi mentre lui la scopava da dietro.
Io ero ancora bloccata nella posa, braccia dietro la schiena, incapace di muovermi. E questo li faceva impazzire ancora di più.
Un ragazzo nero, grosso, mi ha aperto le gambe e mi ha infilato dentro il suo cazzo enorme in un colpo solo. Ho urlato di piacere mentre mi sbatteva senza pietà, le mie tette che ballavano violentemente. Un altro mi ha messo il cazzo in bocca, tenendomi la testa ferma. Sentivo le palle sbattere contro il mio mento mentre mi scopavano da entrambi i lati.
Qualcuno mi ha infilato le dita nel culo, allargandolo. Poi è stato il turno di un cazzo. Mi hanno riempito tutti i buchi, cambiando posto ogni pochi minuti. La mora è stata costretta a leccarmi il clitoride mentre venivo scopata, la lingua che vibrava ogni volta che un ragazzo spingeva dentro di me.
Sono venuta come una fontana, schizzando sulle loro pance, mentre loro mi coprivano di sborra: sulla faccia, sulle tette, dentro la figa e nel culo. Il pavimento era bagnato di pipì, succhi e sperma.
Quando finalmente hanno finito, ero ancora lì, nella posa della Venere di Milo, completamente distrutta, col corpo che luccicava di fluidi, le tette rosse per le strizzate, la figa gonfia e aperta.
Il professore ha sorriso, pennello in mano.
«Perfetta. Questa sì che è arte.»
Ale.one@yahoo.com
Anna_83
7
voti
voti
valutazione
4.3
4.3
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Sollevavo la gonna strettaracconto sucessivo
Lezione Pratica di Piacere
Commenti dei lettori al racconto erotico