Un mese da sub
di
IL MICROBO
genere
dominazione
UN MESE DA SUB
Era un uomo massiccio e prepotente che non tollerava discussioni. Amava scegliere i suoi amanti fra i più gracili e i più deboli, da sottomettere con il solo sguardo prima che con le minacce e la violenza. Loro si innamoravano della sua prestanza, dei suoi modi decisi, e gli diventavano succubi. Ne aveva appena liquidato uno dei più miseri, mettendolo alla porta con una pedata nel sedere, ingiungendogli di non ripresentarsi più, quando incontrò me e mi corteggiò e mi lusingò ad occupare il posto che si era reso vacante, intuendo a fiuto che ero fatto di quella pasta che avrebbe potuto plasmare a suo piacere. L'ho seguito fino a casa. Mi fece entrare con uno spintone.
Qui dentro comando io e pretendo ubbidienza.
Si eccitava a trattarmi con disprezzo e a vedere quanto di buon grado mi stavo sottomettendo a lui, per niente stupito dal fatto che i suoi modi così crudi provocassero in me una eccitazione pari alla sua e forse anche maggiore.
Si mise a sedere e io gli restai davanti impalato e senza proferire verbo, attendendo i suoi ordini, che non tardarono ad arrivare.
Lurido nano escrementizio ti concedo l'onore di slacciarmi le scarpe e di levarmele.
In ginocchio mi affrettai ad accontentarlo e a infilargli le pantofole che mi aveva indicato.
Brutta canaglia di un minorato impotente, cosa stavi guardando?
Si era accorto che avevo sbirciando da sotto in su l'ingente malloppo della sua virilità.
Tutti uguali voi meschini mangiacazzo. Quando verrà il momento ti sarà permesso di adorare la mia verga ma per ora non se ne parla. Dovrai meritartela sudando sette camice.
Mi scusi.
Con le tue scuse mi pulisco giusto il culo.
Chiedo umilmente perdono Signore.
Così va meglio.
La cena è nel forno, apparecchiamela in tavola.
Mi precipitai in cucina e iniziai a servirgli di tutto punto uno squisito arrosto di vitella cucinato con patate, preparato in anticipo dalla sua governante. A me non badava, gli stavo dietro come un'ombra, attento ad esaudire ogni sua richiesta.
Qui manca il tovagliolo. Bestia che sei. Vallo a prendere e portami il vino.
Si divertiva a tenermi in pugno. Voleva fiaccarmi e demoralizzarmi, non avendo ancora realizzato che ci era già riuscito più che bene.
Ogni tanto lanciava per terra un avanzo, bocconi di carne, brandelli di patata, facendomi capire che quella era la mia porzione di cibo. Le prime volte mi chinavo a raccoglierla con le mani ma ben presto mi insegnò a morderla e a divorarla a quattro zampe come un cane.
Trincava del buon vino e a me doveva bastare la ciotola colma di acqua che prima di sedersi a tavola metteva a mia disposizione in un angolo della sala.
Hai mai avuto padroni?
Mai Signore.
Beh, ora ne hai uno.
Un brivido mi percorse la schiena, accompagnato da visibile ansia e inquietudine che egli percepì come un buon segnale tanto da indurlo a rincarare la dose.
Il pavimento è la tua abitazione. Gli umanoidi mosci come sei tu non sono degni di stare troppo a lungo eretti.
Ma certamente Signore.
Da verme schifoso che sei striscerai ai miei piedi e se non ti comporterai bene te ne farò pentire amaramente.
Venne la sera e si diresse in camera. Si mise a letto e mi fece capire che il mio posto era su una stuoia vicino alla finestra, dove mi raggomitolai senza fare storie.
Sei meglio di quello che pensavo. Hai già capito che non vali niente. È anche troppa grazia che non ti faccia dormire in cortile alla catena.
Il giorno dopo mi sequestrò i vestiti e li bruciò nel camino.
Non ti servono e da nudo mi soddisfi di più. Hai un ottimo culo che voglio avere sempre sotto gli occhi e che presto piegherò al mio piacere.
Chiunque si sarebbe avvilito per ciò che stavo subendo. Io invece lo trovai conforme a me traendone una eccitazione da bastardo e da cagasotto, come egli nei suoi scatti d'ira usava rampognarmi, niente più che un servo reso docile e ossequiente, rassegnato al punto da non dolermi affatto se mi arrivava una gratuita cinghiata sul culo, una ginocchiata fra le palle o qualcuno dei suoi nervosi manrovesci, che mi lasciavano tramortito ma pago di aver suscitato un briciolo del suo interesse.
Quando comprese che le mie esigenze collimavano a specchio con le proprie mi gratificò della sua prima brutale inculata. Mi fece soffrire e piangere. Più mi lamentavo e più gli andavo a genio. Coperto di insulti. Tormentato in varie maniere fino all'acme del suo godimento perverso a fiotti di sborra, che correvo a leccare e a pulire dovunque li aveva schizzati. Un dono che mi elargiva invitandomi a nutrirmene per lucrare forse un minimo della sua energia maschia.
Dopo meno di un mese di questa vita, dopo essere stato sempre e solo umiliato e malmenato senza sosta, ero ridotto a una larva e le mie forze iniziavano a cedere. In piena notte mi scaraventò fuori casa dicendomi che non sapeva più che farsene di una merda disidratata quale ero diventato. Fu la mia salvezza anche se sul momento mi parve il massimo della sventura. Non oso immaginare quale china avrei disceso se mi avesse trattenuto anche solo qualche giorno di più presso di sé a patire ogni genere di sopruso, croce e delizia della mia permanenza sotto il suo perfido e inesorabile dominio.
Era un uomo massiccio e prepotente che non tollerava discussioni. Amava scegliere i suoi amanti fra i più gracili e i più deboli, da sottomettere con il solo sguardo prima che con le minacce e la violenza. Loro si innamoravano della sua prestanza, dei suoi modi decisi, e gli diventavano succubi. Ne aveva appena liquidato uno dei più miseri, mettendolo alla porta con una pedata nel sedere, ingiungendogli di non ripresentarsi più, quando incontrò me e mi corteggiò e mi lusingò ad occupare il posto che si era reso vacante, intuendo a fiuto che ero fatto di quella pasta che avrebbe potuto plasmare a suo piacere. L'ho seguito fino a casa. Mi fece entrare con uno spintone.
Qui dentro comando io e pretendo ubbidienza.
Si eccitava a trattarmi con disprezzo e a vedere quanto di buon grado mi stavo sottomettendo a lui, per niente stupito dal fatto che i suoi modi così crudi provocassero in me una eccitazione pari alla sua e forse anche maggiore.
Si mise a sedere e io gli restai davanti impalato e senza proferire verbo, attendendo i suoi ordini, che non tardarono ad arrivare.
Lurido nano escrementizio ti concedo l'onore di slacciarmi le scarpe e di levarmele.
In ginocchio mi affrettai ad accontentarlo e a infilargli le pantofole che mi aveva indicato.
Brutta canaglia di un minorato impotente, cosa stavi guardando?
Si era accorto che avevo sbirciando da sotto in su l'ingente malloppo della sua virilità.
Tutti uguali voi meschini mangiacazzo. Quando verrà il momento ti sarà permesso di adorare la mia verga ma per ora non se ne parla. Dovrai meritartela sudando sette camice.
Mi scusi.
Con le tue scuse mi pulisco giusto il culo.
Chiedo umilmente perdono Signore.
Così va meglio.
La cena è nel forno, apparecchiamela in tavola.
Mi precipitai in cucina e iniziai a servirgli di tutto punto uno squisito arrosto di vitella cucinato con patate, preparato in anticipo dalla sua governante. A me non badava, gli stavo dietro come un'ombra, attento ad esaudire ogni sua richiesta.
Qui manca il tovagliolo. Bestia che sei. Vallo a prendere e portami il vino.
Si divertiva a tenermi in pugno. Voleva fiaccarmi e demoralizzarmi, non avendo ancora realizzato che ci era già riuscito più che bene.
Ogni tanto lanciava per terra un avanzo, bocconi di carne, brandelli di patata, facendomi capire che quella era la mia porzione di cibo. Le prime volte mi chinavo a raccoglierla con le mani ma ben presto mi insegnò a morderla e a divorarla a quattro zampe come un cane.
Trincava del buon vino e a me doveva bastare la ciotola colma di acqua che prima di sedersi a tavola metteva a mia disposizione in un angolo della sala.
Hai mai avuto padroni?
Mai Signore.
Beh, ora ne hai uno.
Un brivido mi percorse la schiena, accompagnato da visibile ansia e inquietudine che egli percepì come un buon segnale tanto da indurlo a rincarare la dose.
Il pavimento è la tua abitazione. Gli umanoidi mosci come sei tu non sono degni di stare troppo a lungo eretti.
Ma certamente Signore.
Da verme schifoso che sei striscerai ai miei piedi e se non ti comporterai bene te ne farò pentire amaramente.
Venne la sera e si diresse in camera. Si mise a letto e mi fece capire che il mio posto era su una stuoia vicino alla finestra, dove mi raggomitolai senza fare storie.
Sei meglio di quello che pensavo. Hai già capito che non vali niente. È anche troppa grazia che non ti faccia dormire in cortile alla catena.
Il giorno dopo mi sequestrò i vestiti e li bruciò nel camino.
Non ti servono e da nudo mi soddisfi di più. Hai un ottimo culo che voglio avere sempre sotto gli occhi e che presto piegherò al mio piacere.
Chiunque si sarebbe avvilito per ciò che stavo subendo. Io invece lo trovai conforme a me traendone una eccitazione da bastardo e da cagasotto, come egli nei suoi scatti d'ira usava rampognarmi, niente più che un servo reso docile e ossequiente, rassegnato al punto da non dolermi affatto se mi arrivava una gratuita cinghiata sul culo, una ginocchiata fra le palle o qualcuno dei suoi nervosi manrovesci, che mi lasciavano tramortito ma pago di aver suscitato un briciolo del suo interesse.
Quando comprese che le mie esigenze collimavano a specchio con le proprie mi gratificò della sua prima brutale inculata. Mi fece soffrire e piangere. Più mi lamentavo e più gli andavo a genio. Coperto di insulti. Tormentato in varie maniere fino all'acme del suo godimento perverso a fiotti di sborra, che correvo a leccare e a pulire dovunque li aveva schizzati. Un dono che mi elargiva invitandomi a nutrirmene per lucrare forse un minimo della sua energia maschia.
Dopo meno di un mese di questa vita, dopo essere stato sempre e solo umiliato e malmenato senza sosta, ero ridotto a una larva e le mie forze iniziavano a cedere. In piena notte mi scaraventò fuori casa dicendomi che non sapeva più che farsene di una merda disidratata quale ero diventato. Fu la mia salvezza anche se sul momento mi parve il massimo della sventura. Non oso immaginare quale china avrei disceso se mi avesse trattenuto anche solo qualche giorno di più presso di sé a patire ogni genere di sopruso, croce e delizia della mia permanenza sotto il suo perfido e inesorabile dominio.
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