La lezione proibita

di
genere
confessioni

La luce fredda del pomeriggio milanese filtrava attraverso le persiane semiaperte dello studio di Edoardo, disegnando strisce dorate sul legno scuro della scrivania ingombra di libri e fascicoli. L’odore di carta vecchia e caffè ristagnato si mescolava al profumo leggermente muschiato del suo dopobarba, quello stesso che Luisa aveva notato ogni volta che si era chinata per raccogliere un appunto caduto durante le loro riunioni di tesi. Quel giorno, però, non c’erano scartoffie da revisionare. Non ufficialmente, almeno.
Luisa si sistemò sulla sedia di pelle consunta di fronte alla scrivania, incrociando le gambe con un gesto che faceva scivolare la gonna a matita appena sopra il ginocchio. Le calze nere, sottili come un secondo strato di pelle, accentuavano la curva dei polpacci, e lei lo sapeva. Lo sapeva perché aveva scelto quella gonna stretta apposta, perché aveva passato dieci minuti davanti allo specchio del bagno dell’ufficio a sistemarsi i capelli castani in un caschetto disordinato che le cadeva sugli occhi quando si chinava in avanti, come stava facendo ora, fingendo di cercare qualcosa nella borsa. "Dov’è finito quel maledetto appunto?" mormorò, più a sé stessa che a lui, mentre le dita sfioravano il cellulare, il portafogli, un rossetto mezzo consumato.
Edoardo non rispose. Non subito. Si limitò a osservarla da dietro gli occhiali dalla montatura sottile, le dita che tamburellavano lentamente sul legno, come se stesse valutando ogni centimetro di pelle esposta, ogni respiro appena più affrettato del necessario. Aveva cinquantatré anni, ma il suo corpo li portava con una grazia che sfidava il tempo: le spalle larghe sotto la camicia bianca leggermente sgualcita, le mani forti, con le vene che si intravedevano quando stringeva la penna. "Lo sai che non c’è niente da revisionare, oggi," disse finalmente, la voce bassa, quasi un brontolio nel silenzio dello studio. "La discussione è tra una settimana. Sei sicura di voler perdere tempo qui?"
Luisa sollevò lo sguardo, e per un istante i loro occhi si incrociarono. Lui non distolse lo sguardo. Non come faceva sempre, quando si trattava di correggere una virgola o di spiegare un concetto per la terza volta. Quel giorno, invece, le sue iridi scure sembravano trapassarla, come se stesse leggendo qualcosa che lei stessa non aveva ancora ammeso a sé stessa. "Forse ho solo bisogno di una seconda opinione," rispose, passandosi la lingua sulle labbra secche. "Su alcune cose."
Un silenzio. Poi, Edoardo si appoggiò allo schienale della poltrona, e il legno scricchiolò sotto il suo peso. "Che tipo di cose?"
Non era una domanda retorica. Lo capì dal modo in cui le sue dita smisero di tamburellare, dal modo in cui la sua attenzione si focalizzò su di lei come un fascio di luce. Luisa sentì il calore salirle lungo la gola, ma non distolse lo sguardo. "Cose che non ho mai provato con un uomo," ammise, e le parole le uscirono più facili di quanto si aspettasse. "O meglio, non da molto tempo."
Edoardo non sorrise. Non si mosse. Ma qualcosa nel suo viso cambiò—un’indurimento della mascella, un lampo nei suoi occhi che le fece stringere le cosce sotto la gonna. "Sei uscita da poco da una relazione," disse, come se stesse elencando un dato di fatto, non una domanda. "Con una donna, se non sbaglio."
Luisa annuì, le unghie che affondavano nel palmo della mano. "Sì. E ora mi chiedo se… se ho dimenticato come funziona con gli altri."
"Gli altri," ripeté lui, come se assaporasse la parola. Poi, lentamente, si alzò in piedi. La scrivania li divideva ancora, ma la distanza sembrava essersi dimezzata. "Gli uomini, vuoi dire."
Il cuore le batteva così forte che era sicura lui potesse sentirlo. "Sì."
Edoardo fece il giro della scrivania. Non in fretta. Ogni passo era misurato, come se stesse valutando la reazione di lei ad ogni movimento. Quando si fermò dietro di lei, Luisa sentì il suo respiro caldo sulla nuca, e un brivido le percorse la schiena. "Allora dimmi, Luisa," sussurrò, così vicino che le sue labbra sfioravano quasi l’orecchio di lei, "cosa vuoi sapere esattamente?"
Le sue dita si posarono sulla spalliera della sedia, e Luisa sentì le sue unghie graffiare leggermente il cuoio. "Tutto," rispose, la voce appena un filo. "Voglio sapere se mi sono persa qualcosa. Se… se con un uomo è diverso."
Le mani di Edoardo scesero lungo i braccioli, fino a sfiorarle le spalle. Non la toccò davvero. Non ancora. Ma il calore delle sue dita attraversava la stoffa della camicetta, e Luisa sentì i capezzoli indurirsi sotto il reggiseno, tradendola. "Oh, è diverso," mormorò lui, e questa volta non c’era più traccia di domande nella sua voce. Solo certezza. "Molto diverso."
Poi, finalmente, la toccò.
Non fu un gesto gentile. Non era il tipo. Le sue dita si chiusero attorno al collo di lei, non abbastanza forte da farle male, ma abbastanza da farle capire che non era più una studentessa, lì. Non era più una ragazza che chiedeva consigli. Era una donna, e lui stava per mostrarle esattamente cosa significava. "Alzati," ordinò, e la voce era così bassa che Luisa la sentì più che udirla.
Lei obbedì.
Si ritrovò premuta contro il bordo della scrivania, le natiche appoggiate al legno freddo, le gambe che tremavano leggermente quando lui si posizionò tra di esse. Edoardo non la baciò. Non subito. Invece, le passò un pollice sulle labbra, come per saggiarne la morbidezza, e Luisa le dischiuse automaticamente, la lingua che sfiorava la sua pelle ruvida. "Apri," le disse, e quando lei obbedì, lui le infilò due dita in bocca, spingendo fino a farle sentire il sapore metallico della sua pelle, il sale del sudore.
"Succhia," comandò.
E lei lo fece.
Le sue labbra si chiusero attorno alle sue dita, la lingua che girava attorno a loro, e quando lui emise un suono gutturale, qualcosa dentro di lei si accese. Non era come con Elena. Non era dolce, non era lento. Era rude, era possessivo, era questo—il modo in cui le sue dita le premevano contro il palato, il modo in cui il suo altro braccio le circondava la vita, tirandola più vicina a lui. "Così," ringhiò. "Proprio così. Vedi? Già sai come si fa."
Poi le sue dita scivolarono fuori dalla sua bocca, bagnate, e scesero lungo il suo collo, lungo la scollatura della camicetta, fino a fermarsi proprio sopra il primo bottone. "Vuoi che ti mostri il resto?"
Luisa annuì, il respiro così affannoso che le costole le facevano male. "Sì. Per favore."
Edoardo non rise. Non sorrise. Ma quando le sue dita iniziarono a slacciare i bottoni uno a uno, con una lentezza che era quasi una tortura, Luisa capì che non avrebbe avuto pietà. E non lo voleva.
La camicetta si aprì, rivelando il reggiseno di pizzo nero, e lui emise un suono che era metà ringhio, metà approvazione. "Dio, sei bellissima," mormorò, e poi la sua bocca fu su di lei.
Non fu un bacio. Fu un morso, un succhio, i suoi denti che graffiavano la pelle sensibile sopra il reggiseno mentre le sue mani le afferrarono i seni, strizzandoli attraverso la stoffa. Luisa gemette, le unghie che affondavano nelle sue spalle, e quando lui le abbassò una coppa del reggiseno, esponendo un capezzolo già duro, non protestò. Anzi, inarcò la schiena, offrendoglielo, e il gemito che le sfuggì quando la sua bocca si chiuse attorno alla punta sensibile fu quasi un singhiozzo.
"Ti piace, eh?" La sua voce era roca, le labbra bagnate della sua saliva. "Ti piace come un uomo ti tocchi. Come ti prendi quello che ti dà, senza chiedere permesso."
"Sì," ansimò lei, le mani che scendevano lungo il suo torace, sentendo i muscoli duri sotto la camicia. "Dio, sì."
Le sue dita trovarono la cintura dei suoi pantaloni, e per un istante Edoardo si fermò. Solo un istante. Poi le afferrò i polsi, bloccandoli sopra la sua testa con una mano sola, mentre con l’altra le slacciava la gonna, facendola scivolare giù lungo le cosce. "Toglila," le ordinò, e quando lei esitò, lui le strinse i polsi più forte. "Ora."
Luisa obbedì, scalciando via la gonna, rimanendo solo con le calze nere e il reggiseno mezzo slacciato, esposta a lui in modo che non aveva mai permesso a nessuno. Nemmeno a Elena. Soprattutto non a Elena.
Edoardo la guardò. Davvero la guardò, gli occhi che bruciavano mentre percorrevano ogni centimetro di lei, e per la prima volta Luisa si sentì… desiderata. Non amata. Non corteggiata. Voluta. Come se lui potesse divorarla viva e non sarebbe comunque stato abbastanza.
Poi le sue dita scesero, tracciando un percorso lungo il suo addome, sotto l’elastico delle calze, fino a fermarsi proprio sopra il suo sesso. "Sei bagnata," osservò, e non era una domanda. "Già tutta bagnata per me."
Luisa non rispose. Non poteva. Le parole erano diventate impossibili quando le sue dita scivolarono sotto il pizzo delle mutandine, trovando le sue labbra umide, gonfie, pronte. "Dio," sussurrò lui, e il suono era quasi di dolore. "Sei così cazzo bagnata."
Poi le sue dita furono dentro di lei.
Non uno. Due. Affondando senza preavviso, senza gentilezza, e Luisa gridò, la schiena che si inarcava mentre lui la penetrava con colpi duri, il pollice che le sfregava il clitoride in cerchi implacabili. "Così," ringhiò lui, la bocca contro il suo orecchio. "Prendilo tutto, cazzo. Prendilo come si deve."
Lei lo fece.
Le sue cosce tremavano, le unghie graffiavano il legno della scrivania, e quando lui aggiunse un terzo dito, allargandola, stirandola, lei sentì qualcosa dentro di sé cedere—non solo il corpo, ma qualcosa di più profondo, qualcosa che aveva tenuto a bada per mesi. "Edoardo—" ansimò, il suo nome una preghiera, una supplica, non sapeva nemmno lei cosa.
"Sì, piccola?" La sua voce era un ghigno contro la sua pelle. "Dimmi cosa vuoi."
"Te," gemette lei, senza vergogna, senza esitazione. "Voglio te. Ora. Per favore."
Lui si fermò.
Solo per un secondo. Poi la sollevò come se non pesasse nulla, facendola sedere sulla scrivania, spazzando via libri e carte con un colpo del braccio. "Allora avrai me," promise, e le sue dita si mossero più veloci, più dure, mentre con l’altra mano si slacciava la cintura.
Il suono del metallo che si apriva fu il più erotico che Luisa avesse mai sentito.
Poi lui fu lì, tra le sue gambe, i pantaloni aperti appena abbastanza da liberare il suo cazzo—duro, grosso, con le vene che pulsavano sotto la pelle scura. Luisa lo fissò, ipnotizzata, e quando lui lo prese in mano, strizzandolo dalla base alla punta, un filo di liquido trasparente spuntò dall’apertura. "Vedi?" La sua voce era un ringhio. "Vedi quanto ti voglio? Quanto ti desidero da quando sei entrata nel mio studio per la prima volta con quella gonna attillata e quel sorriso da brava ragazza?"
Lei non rispose. Non poteva. Perché in quel momento lui si spinse contro di lei, la punta del suo cazzo che sfiorava le sue labbra bagnate, e Luisa sentì il suo corpo contrarsi attorno al nulla, desideroso di essere riempito.
"Allora prendimi," le ordinò lui, e non era una richiesta.
Era un comando.
E Luisa, per la prima volta in mesi, obbedì.

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Io sono Luisa Damore e il mio libro erotico sentimentale è "Dentro di me Deluxe", lo trovi su Amazon
scritto il
2026-04-03
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