La lunga notte 5.5 – Magia-trappola

di
genere
dominazione


Il sole sta dietro le tende. La luce taglia la stanza e disegna ombre lunghe sul pavimento. Provo a raccontarmi che il lavoro non sarà poi così male. L’ansia mi stringe lo stomaco: non voglio andare in quella pescheria; né oggi, né domani.
Idra si è svegliata da poco.
“Oggi sei arrivata presto. Se volevi dirmi qualcosa, aspetta Elena: è lei che vuole sentire di Francesco.”
Mi siedo sul divano con le ginocchia contro il petto e la guardo. Il ricordo di ciò che interessa Elena emerge subito, ma lo scaccio.
Idra deve averlo capito, Elena pure. Quindi perché parlarne ora? Mi aspettavo la domanda, e lei legge la risposta sulla mia faccia di carta.
“Hai qualche senso di colpa in merito?”
“Mah, credo di no.”
“Perdona la mia curiosità.”
“Curiosità legittima la tua.”
Vedo un’ombra nei suoi occhi. Rimorso per aver insistito?
Le cose non dette ingombrano più delle altre. E comunque il silenzio non è mai stato imbarazzante qui, ma oggi sì.
“Se ho sensi di colpa, sono solo per Matteo. Per il sabato in cui è tornato con quel regalo. Lui c’era, era casa. Io non c’ero più.”
Sento l’odore del pane caldo prima ancora di vedere Elena. Entra, spinge le buste sul tavolo con un rumore di plastica.
“Fai una briscola prima di cena?” dice Idra.
Elena si sta togliendo le scarpe. “Solo se giochi a soldi. Senza niente da perdere non mi diverto.”
Idra mescola le carte veloce. Ha le unghie laccate di scuro. Ascolto il fruscio del cartoncino contro cartoncino.
“Pensa alla domanda,” dice. “Mentre giochiamo ti leggo le carte.”
Io non penso. Io ricordo.
Idra mi mette le carte davanti. Taglio con la mano sinistra e il mazzo si apre, ferito.
TRE DI SPADE.
“È la sfida,” dice Idra.
***

Il materasso è coperto di lino bianco, le lenzuola sono celesti, i cuscini leggeri. Sogno di stare tra le nuvole, dentro lenzuola di cielo, con il corpo sospeso, senza peso. Apro gli occhi e il sogno si cancella.
Il cellulare vibra sul comodino, spinto dalla suoneria. Striscia come un verme e rischia di cadere. Sono nuda sotto la coperta e la suoneria strilla dal telefono. Il nome di Francesco lampeggia sul display, ho già rifiutato tante sue chiamate. Tiro il telefono sotto il lenzuolo. Matteo non è nel letto: me ne accorgo all’improvviso.
Sotto il tessuto, Bette Midler canta When a Man Loves a Woman.
Le cifre rosse della sveglia segnano le dieci. Dal bagno sento la sua voce: “Cos’è?”
“La sveglia!” rispondo strozzata.
“Che hai messo a fare la sveglia di domenica?”
Matteo compare in camera pieno di fretta. Mi sembra di sentire il battito del suo cuore in corsa, insieme al mio respiro.
Più ignoro il nome sul display, più mi sembra di perdere la sanità mentale.
— Se mi chiama di nuovo, lo giuro: pagherò qualcuno per farlo sparire.
“Tutto bene?” mi chiede. Ha quasi finito di vestirsi.
“Ho l’emicrania.”
“Vuoi un Oki?”
Le sue premure in questo momento mi irritano.
“No, ti ringrazio.”
Il telefono vibra ancora. Cerco di indovinare chi altro possa chiamarmi a quest’ora. Matteo passa in sala in cerca della giacca.
Io sbircio. Sul display si alternano i nomi di Marina e Valjet. Mi chiedo se il loro superiore, Dasho, abbia dato l’ordine di contattarmi. È ridicolo pensarlo come un superiore.
La porta si apre. Matteo esce di corsa, con il telefono stretto tra spalla e orecchio, la camicia stirata ma sbottonata a metà, la ventiquattrore in mano. È evidente: anche lui è stato svegliato dal suo superiore. Sospiro. Non mi ha dato il solito bacio prima di andare. Non ha detto nulla sul mio nuovo taglio di capelli.
Possibile che non lo noti? No: Matteo fa sempre caso ai dettagli.
D’impulso lo richiamo. Sono troppo in ansia.
Sento il suo respiro accorciarsi mentre dice: “Che c’è?”
“Non mi saluti. Non dici niente sui miei capelli.”
Lo sento sorridere; riconosco il cambio nel ritmo del suo respiro.
“Sono troppo in ritardo. E per i tuoi capelli… penso sia un cambiamento grande. Hai sempre detto che volevi i capelli di Raperonzolo… poi mi sono ricordato… beh, quello che sai. Ho pensato che volessi cambiare per dimenticare. Non voglio farti pressione notando tutto. Ora vado, ok?”
“Ok.” Sorrido anche io.
So dove sta andando: al caffè dove si vede spesso col capo dello studio, dietro il séparé dei titolari per tenersi al riparo dai clienti curiosi.
Mi affaccio alla finestra: sta entrando in macchina. La nostra casa e la strada restano silenziose un attimo dopo.
Mi sdraio di nuovo sul letto. Voglio chiamare Valjet, ma il messaggio di Francesco la cancella dai pensieri. Lo apro:
“So che sei sola. Matteo mi ha accennato di aver qualcosa di urgente da fare entro domani per un cliente dello studio. Succede, anche di domenica. Se oggi non ti presenti al ristorante dove abbiamo mangiato l’altra volta, farò in modo che mi sfugga quella registrazione. Esci di casa. Vestiti come l’ultima volta che siamo stati laggiù.”
Non posso credere che Matteo abbia parlato con lui prima che con me di un impegno di domenica.
Il pollice trema e perde aderenza sul vetro. La mascella si serra; sento un dente pulsare. Questa sensazione può a malapena essere tollerata.
Ricordo Valjet. Farò come lei per difendermi. Scavo nella testa per trovare il nome del primo bar sulla piazza di don Mimì. Porterò quel verme di Francesco dritto all’inferno lì sotto.
Scrivo: “Hai ragione, ti ho trascurato. Ma non sei l’uomo della mia vita, e ho preso l’influenza. So che te ne freghi della mia salute, ma oggi sono fragile. Niente vestiti dell’altra volta, prendo freddo. E niente pubblico. Ci serve un posto nostro, dove nessuno può vederci: vieni al Bar Veronica.”
Invio.
La paura cambia indirizzo.
Frugo nell’armadio, cerco il fondo del barile del cattivo gusto. Con i vestiti di Nadia avrei fatto un lavoro più pulito, ma bisogna accontentarsi. Ecco un pezzo di plastica con una fila di strass finti che fanno l’effetto dei denti d’oro; scricchiola a ogni movimento. È perfetto per sputargli addosso che per me è uno zero.
Il taxi mi molla davanti al Bar Veronica. Pago il conducente senza guardarlo in faccia e stringo la borsa contro lo sterno. Francesco è già lì, spalmato contro la finestra, le braccia larghe sul tavolo da padrone del mondo. Non lo saluto.
“Sembri una mignotta dei marciapiedi con quel vestito,” dice. “Si vede che hai preso il loro stile.”
Ciarla a vuoto. Sempre di sé. Ma ogni cosa che ascolto oggi mi sembra tempo sottratto a Liveta.
La mia faccia nel vetro dice: – Muori.
Lui dice che ci aspettano amici. Mi tiro indietro sulla sedia. Torniamo fuori, saliamo in macchina senza che la paura mi sfiori, finché lui non gira verso il nostro quartiere, adesso sento acido nello stomaco.
“Dove stai andando?”
“Andiamo a trovare i miei amici.”
Ancora un isolato e vedrei casa mia. Non posso crederci. Francesco accosta all’autolavaggio dove veniamo sempre Matteo e io.
“Se passi di nuovo tre giorni a non rispondermi, troia, giuro che ti porto in tour da ogni commerciante del quartiere.”
Mi sta pigliando un colpo, deglutisco a vuoto. La saliva non scende.
Entrano loro. Francesco fa le presentazioni. Spero che lo sguardo di Dio lo incenerisca.
“Sapevo che ti avrebbe fatto piacere conoscerli.”
Ma li conosco già: sono gli egiziani dell’autolavaggio, quelli che mi guardano il culo ogni volta che pulisco la macchina.
Sempre meglio di lui.
Francesco ride per primo alla propria battuta, gli altri due si guardano prima di seguirlo. Io guardo l’ora per la terza volta.
Francesco sputa l’unica frase che mi ripulisce la coscienza: “E pensare che Matteo era l’amore della tua vita. A qualcuno le corna stanno bene come il cappello ai preti. Lui è sempre così precisino, un damerino da farti incazzare! Pensa sempre a tutto lui! Pensa sempre a tutti lui!”
Credo che ora Vendetta, dea tremenda, abbia messo a verbale questa brutta frase.
Saliamo sulla loro macchina. Pretendo di uscire dalla città e finiamo sotto il neon di un autogrill deserto. Sotto il tavolo, la pressione delle mani dei due egiziani si pianta sulle mie cosce. Francesco continua a parlare sopra le loro voci, ma nessuno dei due interrompe quello che sta facendo per ascoltarlo.
Sento che potrei diventare cibo per loro, ma sono qui solo per ritrovare gli occhi di Dasho. Mi accorgo che sto respirando piano.
Il cameriere si gira. Guardo il più scuro dei due.
“Non finirò sbranata,” dico. “Scommetto che voi due non toccate maiale.”
Stringo il bordo del tavolo. Il tizio alla mia destra non sposta la mano. “Il maiale è proibito, ma per la carne di scrofa facciamo eccezione.”
Siamo qui per mangiare, credo. Io bevo vino mentre il ticchettio dell’orologio a muro mi batte in testa come un acquazzone.
“Torniamo in macchina,” taglia corto Francesco.
Resta solo il vuoto nello stomaco.
Questa versione dell’inferno non fa nessuna paura. Voglio dire: che effetto pensava che potesse farmi ormai? Anche la giovane Nadia se la farebbe addosso dal ridere, vedendo questo che me lo struscia in faccia. Sembra carne di maiale, a fatica si alza. Quell’altro mi si è messo alle spalle, siamo sui sedili posteriori. Adesso voglio proprio vedere dove pensa di incastrarsi Francesco.
Recupero i preservativi. Francesco dice: “Ormai viaggi con l’attrezzatura in borsa.”
Non gli rispondo.
Dopo tre, quattro boccate questo che ho davanti alla faccia si è indurito. Ma la colpa è sicuramente mia, non ci sto mettendo impegno: devo conservare l’energia per oggi pomeriggio. La mia lingua corre intorno a questa pelle scura; perlomeno le mani di quello dietro mi stanno facendo un massaggio alle spalle niente male. Mantengo gli occhi negli occhi del proprietario del cazzo che ho in bocca e mi viene da ridere: almeno lui è padrone di qualcosa di decente.
Francesco dice: “È brava?”
Aspetta la risposta guardando nello specchietto invece che loro.
Questo dice: “Succhia come l’aspirapolvere per i tappetini.”
Rido con la bocca piena e penso che la mia lingua gli stia sembrando una spazzola rotante che passa sulla sua carrozzeria. Faccio schiuma con la saliva. Sento uno sputo che mi cola tra le cosce e un altro che si pianta dentro di me. Il contatto non mi dispiace nemmeno così tanto: le gambe si distendono. Francesco sta osservando lo svolgersi del suo copione dallo specchietto retrovisore, scommetto che si sente regista per una volta in vita sua.
Una luce molesta mi fa strizzare gli occhi. È la fotocamera del telefono di Francesco, puntata su noi tre. Il regista gira il suo film di serie B per convincersi di esistere, ma io fisso l’obiettivo senza sbattere le palpebre. Per mettere a fuoco continua a toccare lo schermo col pollice.
Non mi guarda. Guarda loro, come se io fossi già fuori. In effetti sono già da Liveta.
L’egiziano lo guarda. “Fai il bravo amico. Toglilo.”
Francesco continua: “Lo faccio per lei, colleziona i video in cui fa la cagna.”
Mi stacco di colpo e grido: “Non è vero!”
Per fortuna il frammento di video scompare.
Torno a concentrarmi sul mio servizio, assecondo il ritmo fino all’ultimo. La saliva mi cola dagli angoli della bocca. La carne dell’egiziano si svuota dentro di me. Ho finito. Ah no: sta arrivando Francesco nel tentativo di riprendersi un pezzo di quel gioco. Non lo voglio sentire. Penso alle cose più schifose del mondo per non dargli la soddisfazione di sentirmi venire.
Quello che mi sono bevuta mi fissa come se fossi un guasto. Lo capisco: sono conciata da buttare ma sono più ricca di lui, più giovane di lui, eppure gli ho lasciato consumare carne di scrofa senza pretendere nemmeno un nome in cambio.
Vado a ripulirmi nel WC dell’autogrill: puzza di urina e detersivo economico. Quando esco il silenzio è totale. Nessuno fiata. Mi ricordo di Liveta: se faccio tardi potrei non rivederla mai più.
Li scarichiamo all’autolavaggio, io smonto davanti a casa mia.
Apro la portiera per scendere e lui si attacca all’ultimo tentativo di controllo: “Ancora non mi hai spiegato perché fai la puttana.”
“Perché mi piacciono i cazzi, e pure a te penso, visto che ti fai i miei.”
Non risponde.
“Dovresti dirmi grazie. Ti ho vista parecchio felice oggi. Ti ho evitato un noioso giorno di riposo.”
“Grazie. Portateli sempre dietro i tuoi amici.”
Corro via perché mi sono ricordata della chiamata di stamattina. Salgo le scale e, dopo qualche respiro, chiamo Valjet.
“È successo qualcosa?” mi chiede. “Respiri male.”
“No, è che ho visto Francesco.”
“E che fa?”
“Non so… cerca i miei tasti sensibili.”
“Roba che fanno i clienti quando vogliono costruire un rapporto, ma senza pagare non sanno nemmeno come farti girare ”
La sua risata mi si attacca. Poi aggiunge: “Se vuoi salutare Liveta, vieni un’ora prima domani. Sta andando via. Non dirle che te l’ho detto, è stata una mia idea, lei non me l’ha chiesto.”
Il cuore salta.
Un’ora prima.
Via.
I minuti e le piccole cose programmate della giornata successiva si stringono attorno alla sua immagine.
“Va bene,” dico. “E Marina perché mi aveva chiamata?”
“Per lo stesso motivo. Le ho detto di provare, visto che non rispondevi.”
Chiudo. Devo farmi la doccia e poi voglio mettere fiori nuovi sul balcone.
La porta si apre che è già ora di cena. Mi affaccio dalla cucina. Matteo ha la giacca ancora addosso e la faccia tirata.
“Com’è andata?” dico.
Ha una brutta espressione, si gratta i capelli. “Hanno fatto uscire un dettaglio del fascicolo di un cliente. Ora devo andare giù e sistemare la questione del conto aziendale prima che il PM la usi contro di noi.”
In segno di solidarietà dico: “Andrà tutto bene.”
Si versa il vino. Il bicchiere batte sul tavolo e la macchia rossa si allarga sulla camicia. Era da tanto che non lo sentivo bestemmiare.
“È tutto a posto,” sussurro.
“Della camicia non mi importa.” Il suo sospiro è rumoroso. “Tu che hai fatto tutto il giorno?”
“Sono stata a pranzo da amiche.”
“Hai fatto bene. Mi dispiace averti mollato da sola tutta la domenica, e domani mi tocca scappare di nuovo all’alba. Spero solo di non dover andare fino a Genova.”
“A Genova?”
“Sì. Il cliente ha l’azienda là. Prima è stato seguito da un legale genovese che forse avrò bisogno di incontrare.” Mette giù il bicchiere. “Mi fai un favore?”
“Sì.”
“Domani porta a lavare la mia macchina, per sicurezza, nel caso dovessi partire. Io andrò allo studio con la tua.”
“Va bene. C’è qualche altro autolavaggio qui vicino? La tua macchina è grande e ho paura di strisciarla entrando, che dove andiamo di solito è stretto.”
“Ma no, vai lì. Se non riesci a fare manovra, scendi e fatti aiutare dai ragazzi che lavorano. Avevo promesso a Jamal di portargli da Roma un liquore che qua non si trova, lo vende un negozio etnico. È per lui.”
Mi allunga una bottiglia incartata.
“Salutamelo.”
“Chi è Jamal?”
“Il titolare del lavaggio. È tanto cortese, mi fa sempre lo sconto.”
Prendo la bottiglia. Sento il ghigno di Francesco:
Un precisino da farti incazzare. Pensa sempre a tutti lui.
***

La mattina corro all’autolavaggio. Ho lo stomaco in subbuglio per paura di rincontrare i due di ieri, paura di fare tardi e perdere Liveta.
Entro e ci sono proprio loro. Fingiamo di non conoscerci. Mi chiedono le chiavi, la macchina entra nel tunnel. Io resto in piedi. Ci sono solo i rumori di acqua, schiuma e spazzole.
Quando tutto finisce, mi avvicino.
“C’è il signor Jamal?”
L’egiziano di ieri conferma. “C’è il signor Jamal.”
“Può chiamarlo?”
Arriva Jamal. È enorme e ha pure tutti i denti.
“Tenga,” dico, alzando la bottiglia. “Mio marito le ha portato questa da Roma.”
“Lo ringrazi tanto.”
Metto mano al portafoglio. “Quanto le devo?”

“Niente... dovrei pagarla io.”
“Per cosa?”
“Per la disponibilità di suo marito e per la sua. Ho saputo.”
La rabbia mi fa nero il mondo.
“Tranquilla, signora. Non mi scandalizzo, li conosciamo i vizi di voi ricchi zozzoni.”
Mi giro per andarmene.
“Me lo faccia sapere se vuole conoscere un mio amico meccanico. È arrivato adesso, ma riesce ad aggiustare qualsiasi cosa.”
“E che mi dovrebbe aggiustare, la fica?”
“Anche,” non perde il sorriso, “ma prima il cervello, signora. Il cervello.”
Me ne vado lasciandolo lì, che ride con i suoi dipendenti. Corro a casa, salgo le scale senza sentire i gradini. Mi cambio e mi fermo davanti allo specchio.
Mi gira la testa.
Vedo me stessa.
– Ma sono ancora io?
Mi affaccio alla finestra. Sono le undici, il cielo è di un azzurro indifferente. Il deodorante al rosmarino che mia madre ha messo in bagno è troppo forte e l’aria è piena di moscerini. Devo comprare una zanzariera.
Non so più chi sono.
Prendo la borsa e scendo. Fermare un taxi è diventato un gesto automatico.
Corriamo da lui.
Passiamo davanti al barretto dove un giorno un uomo mi ha riconosciuta e lo ha avvisato. I vetri sono lisci, lucidi. Cerco il mio riflesso sulla superficie, mi guardo dai capelli alla punta delle scarpe e poi al contrario. Dalla superficie si arriva a vedere in fondo?
O dal fondo si arriva in superficie?
In fondo o in superficie, per chi sto correndo?
Guardo il portone. È chiuso.
Sempre lo stesso. Potrei andarmene… Basterebbe dire al conducente di ripartire.
Pago e quello se ne va. Il mio indice si attacca al campanello.
Stlang. Il portone si apre, lo spingo. Il rumore dei miei tacchi sui gradini è l’unica cosa che rompe il silenzio del condominio.
Dentro casa sembra un giorno come un altro e, se non sapessi di essere in un troiaio, potrei scambiarli per una normalissima famiglia a pranzo. Dopotutto anche la mia famiglia sembrava sempre tranquilla a pranzo.
Dasho mi infilza gli occhi negli occhi. So che è arrabbiato con me. Abbasso i miei e non dico nulla.
Dalla finestra entra l’odore delle aromatiche che Nadia coltiva sul balcone.
L’orologio sul muro ha una lancetta che scorre liscia senza fermarsi mai. Il tempo qui dentro è accelerato. Questa casa sottrae il tempo.
“Siediti.”
Mi giro verso Dasho. Il gelo dei suoi occhi ha raggiunto venti gradi sotto zero. Il freddo mi scende fino alle caviglie.
Nadia si stringe al suo fianco per farmi spazio tra lei e Ditmir. Valjet sta immobile con la forchetta davanti alle labbra, si gira a fissarlo. Raddrizza la schiena, credo che se potesse scatterebbe via.
Dasho si gira verso di lei.
“Perché mi guardi così? L’ho solo invitata a pranzo.”
La forchetta sparisce nella bocca di Valjet. I suoi capelli viola brillano sulla fronte, ombreggiandole gli occhi.
Io guardo il piatto.
“Ti sto facendo vedere come vive la mia famiglia. Guarda bene, non capita a tutti.”
Mi si azzera la saliva. Nadia si alza a prendere il vino e mentre mi passa la bottiglia la mia faccia nel vetro riflette: – Brindisi per l’ultimo arrivato?
Mando giù, mi gira la testa.
Non riconosco nessuno, nemmeno la mia faccia nel riflesso della credenza. Sembra che il mondo abbia cambiato lingua durante la notte.
Nadia dice: “Cucino sempre e solo io, Angela, ti puoi fidare.”
Mi ha letto in faccia che ho paura del loro cibo. Gli occhi di Dasho si attaccano a lei e un nervo gli salta una volta nella guancia. Oggi non mi sembra quello che è di solito.
“Perché hai preso questo vizio di parlare a vuoto?”
Nadia si tocca le labbra, si tocca i capelli. Guarda verso di me.
“Mi senti?”
“Sì, ti sento.” Ha risposto senza voltarsi, ma l’aria non si alleggerisce. Anzi... si chiude in un silenzio attentissimo. Nessuno fa rumore.
Lui mi punta gli occhi addosso. Il viso gli si svuota. “Vuoi vedere una magia?”
La gola mi si stringe, non mi esce niente. Sembra che si sia scordato dove sta.
“Nessuna puttana parla più a vuoto dopo la mia magia.”
Ditmir ride con il naso, Nadia resiste ferma di spalle, la bocca piantata contro il pugno chiuso.
Dasho sparisce nel corridoio. Torna rigirandosi tra le dita un pezzo di ferro come se l’avesse raccolto da terra. Nadia impallidisce prima di me. Ci ho messo due minuti interi per capire che è una gruccia, raddrizzata a forza fino a diventare un filo di metallo rigido e storto. Nadia si gira un’altra volta verso di me, e all’improvviso ha gli occhi di una che vede Jekyll mentre diventa Hyde. Schizza via dalla sedia: “Senti...”
Ma lui non sente niente. Le pupille gli sono diventate due buchi neri, enormi, che si mangiano tutto l’azzurro.
Lei si alza, corre intorno al tavolo. Dasho sbatte la palpebra sinistra due volte di fila. L’afferra per i capelli con una mano sola. Nadia tenta di svincolarsi, perde l’equilibrio e finisce in ginocchio sul pavimento.
Quella cosa taglia l’aria e poi la pelle della sua nuca. Lei rimane immobile. Non riesco a vederla in faccia, i capelli le coprono gli occhi. Si sta mordendo le mani a sangue e le spalle le sussultano. Combatte con se stessa per sopportare il dolore senza urlare. A un certo punto rialza la testa: i suoi occhi fissi nel nulla mi dicono che ha vinto quella lotta contro la propria carne molto tempo fa.
Quel rumore si ripete ancora e ancora. Vedo le righe scure gonfiarsi sulla cute chiara, puntini di sangue salgono dalla pelle strappata. Quella cosa atterra sul pavimento con un tintinnio. Dasho ha lasciato i suoi capelli, è tornato a tavola.
Adesso si sente solo il rumore metallico delle posate. Qualcuno beve. Io no, ho la bocca completamente asciutta.
“Garantisco che adesso starà zitta per tre giorni. La magia funziona sempre.”
Sento le mie labbra tremare.
Due minuti dopo Nadia si alza, va verso il frigo. Torna appoggiando un vassoio di dolci proprio al centro del tavolo, le dita le tremano contro la carta da pasticceria.
Jasmin le chiede: “Sei andata al bar?”
“No,” dice Nadia, e la voce le esce a scatti, resta incastrata in gola. “Stamattina sono arrivata alla pasticceria dopo l’angolo. Mi ero alzata tardi e non avevo avuto tempo di fare niente per dolce, e ho pensato così.”
Irina ingoia: “Questo l’hai pensato bene.”
Continua così fino all’una. È proprio una famiglia normale.
Dasho si è svegliato un’altra volta.
“Perché fai quella faccia? Non hai voglia di lavorare.”
Mi viene voglia di mandargli per traverso tutto quello che sta masticando.
“La voglia ce l’ho, ma non so come fare. Ho il ciclo.”
“Non ti hanno insegnato un cazzo queste troie. Marina, dormi?”
La calma di Marina è raccapricciante. “Non si danno troppe informazioni se non servono all’istante, si dimenticano e basta.”
“Giusto.” Dasho mi guarda. “Marina stava per diventare una maestra, è brava. Vero?”
Non gli rispondo.
“Quando finite di mettere a posto falle vedere cosa deve fare. La mia giostra non si ferma perché un cavallo sanguina.”
Marina fa sì sì con la testa.
Aiuto Nadia a sparecchiare quando tutti si sono alzati. Marina rimane a lavare i piatti, Valjet passa la scopa. Liveta mette ogni cosa nel frigo.
Dasho è sparito insieme agli altri uomini. Non li vedo e non li sento. Solo la luce s’insinua nel corridoio.
“Cos’hai?” mi chiede Nadia.
“Niente.”
“Perché stai con quella faccia? Sembra che hai visto un fantasma.”
“Non ho visto una cosa normale.”
Nadia alza le spalle: “Non è normale nemmeno che tu sia tornata qui.”
La mia faccia nel riflesso del mobile alza un sopracciglio: – Ha ragione, a chi fai la predica?
“Dopo un po’ lo diventa,” dice lei. “Ci si abitua a tutto.” Si sfila il grembiule. “Non me la prendo tanto con lui. Non mi ha fatto tanto male rispetto ad altre persone. Capisci?”
“No.”
“Fa lo stesso, tanto io non capisco te.”
Marina mi prende la manica.
“Vieni, devo farti vedere due cose.”
Io guardo verso la cucina.
Marina si ferma: “Cosa c’è?”
“Niente.”
La seguo fino in bagno.
“Quando hai il ciclo prendi una spugna, quelle della doccia. Sotto al lavandino ce ne sono tante nuove.” Sta con un paio di forbici in mano. “Si fa così: ne tagli un pezzo, questa è la grandezza. Lo bagni e poi lo infili dentro. Funziona e non se ne accorge mai nessuno, anzi ti fa la fica molto più stretta.”
“Ok,” dico prendendo la spugna in mano. “Non mi verrà qualche infezione?”
“Sì, vengono spesso. Se preferisci, l’alternativa è prendere la pillola senza smettere mai. C’era una che così è riuscita a non farsi venire il ciclo per due anni, ma il dottore dice che è peggio delle spugne. Vedi tu come vuoi fare.”
Adesso sta aprendo una scatola minuscola, verde e bianca.
“Loro sono sempre nei dintorni quando lavoriamo, ma non si può mai sapere. Per questo prendiamo un pezzo di lametta di rasoio — di solito queste piccole, tonde in cima — la incolli a un’unghia e la copri con lo smalto. Dovesse servirti mai per difenderti di corsa.”
Mi prende una mano e incolla l’unghia-rasoio alla mia.
Irina entra dietro di noi: “Certe, a fine carriera, si tagliano anche le vene con l’unghia-rasoio.”
Marina la guarda storto. Irina si abbassa, mi prende una caviglia tra le mani, legge la marca delle mie scarpe. “Quiet Luxury. Io ero rimasta a Gucci e Prada. È una nuova moda tra le signore?”
Sorrido. “Sì.”
Lei dice: “Tra di noi vanno di moda le Adidas quando non si lavora, e le AIDS al lavoro.” Ride della sua brutta battuta.
Marina la spinge verso la porta: “Irina, non sei divertente.”
Irina se ne va.
“Va bene, quando sei pronta andiamo.”
Alle due siamo sedute su quel maledetto guardrail. Il traffico scorre lento e l’aria odora di benzina e sole caldo.
Nadia si massaggia il collo con due dita leggere, quando i capelli le sfiorano la pelle fa una smorfia. Nota che la guardo e scioglie meglio i capelli sulle spalle.
“Cosa ti è successo che è peggio di questo?” chiedo col fumo di Irina che mi va negli occhi.
“Non parliamo di cose che hanno portato il pianto una volta,” dice Nadia, come se nominarle potesse farle tornare. “Diciamo solo che qui ho una casa.”
Irina cammina come su una passerella.
“E una famiglia.”
Guarda la strada, non me. Il traffico passa. Irina passeggia con le mani dietro la schiena.
“Ho rischiato di perdermi una volta.”
Nadia salta giù e si mette a fare avanti e indietro anche lei.
“E poi mi ha tenuta qui anche quando non potevo lavorare. Non tutti restano quando smetti di essere utile.”
Marina incrocia le braccia: “Con te quella volta si è comportato stranamente bene.”
“Che lavoro facevi prima?” le chiedo.
“La cameriera,” dice Nadia.
Valjet scorre sul metallo e arriva fino a me: “E tu?”
Non vuole offendermi, davvero mi accorgo che non ci pensa.
“La signora,” rido.
“Ma se non avessi fatto la signora, che lavoro avresti voluto fare?”
Questa è facile.
“La professoressa.”
Nadia alza la testa verso di noi. “Davvero? Di cosa?”
“Di lettere antiche.”
“Perché non l’hai fatto?”
“Ho studiato, ma poi mi sono sposata e non serviva che lavorassi, poi…”
Poi un cliente si porta via lei e Nadia e rimango con Marina.
“Nadia da sola non sa stare in piedi,” dice Marina, “è convinta che lui le voglia bene. Non rompere il suo sogno, sennò Nadia crolla tutta.”
Il cielo delle tre è giallo malato.
scritto il
2026-06-11
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