Masturbarsi in un pollo
scritto il 2026-04-24 tempo di lettura 4 min
di
Matteo P.
genere
comici
cura
A+
C’era un tempo, diciamo di quando andavo ancora a scuola ed ero maggiorenne, che capitava di rimanere in casa per sempre. Sembrava una vita, davvero, il tempo lunghissimo di quando si tornava da scuola e ci si metteva a mangiare, e dopo mangiato – alle due e mezza, diciamo – bisognava inventarsi qualcosa da fare per ammazzare il pomeriggio e tirare avanti fino alle sei, quando sarebbe tornata mamma.
Comunque, abitavo in questa casa piuttosto grande, piuttosto spaziosa, e mi mettevo sempre a mangiare quello che mamma aveva lasciato nel frigo la mattina. Prima di uscire per andare a lavoro, infatti, mamma faceva un post-it con scritto: PASTA PRONTA; PURÈ DA SCALDARE; INSALATA DA LAVARE; così che il pomeriggio io, più affamato che mai, potessi mettere le mani sul piatto del giorno col solo inconveniente di doverlo mangiare/scaldare/lavare. Era una bella vita che ora, alla soglia dei trenta, rimpiango un po’.
In ogni caso, quel giorno il post-it proponeva POLLO SCONGELATO, e allora, com’è logico, la mia mano aprì il frigo a vuoto e dovette vagare un po’ per la cucina prima di scoprire che i polli scongelati non dimorano tra i ghiacci del frigo, ma nel catino del lavabo, e mi fiondai sulla carcassa glabra del polletto con una fame da uscire di testa. Lo presi in mano dal punto suo meno nobile e lo guardai con attenzione.
C’era una ragazza, questo è bene dirlo, che all’epoca mi eccitava parecchio: si chiamava Beatrice, frequentava la mia stessa classe, la iv a, e si vestiva sempre con questi leggings consumatissimi, neri, che facevano intravedere il pizzo della culotte o i fili striminziti del tanga non appena quelle ginocchia da pallavolista si flettevano per raccogliere qualcosa da terra (e lo sapeva, certo che lo sapeva), e la classe, me per primo, andava in visibilio. Come sarebbe bello, pensavo Dio mio come sarebbe bello se potessi anche solo palparlo, un culo così. Come sarebbe bello!, e intanto il cazzo mi si faceva più duro del banco e le mani scivolavano inconsciamente nell’incavo delle gambe e, sempre inconsciamente, cominciavano a massaggiarmi. Raggiungevo soglie di piacere tali da costringermi a finire in bagno il lavoro: abbassavo i pantaloni e le mutande, mi mettevo fronte al water e ripensavo a Beatrice e al suo culone da pallavolista. Tempo una manciata di minuti e sparavo il mio colpo nella tazza del cesso, poi riaprivo gli occhi e – ancora eccitato – mi ritrovavo di fronte alla triste realtà: i pantaloni abbassati sulle caviglie e una lacrima di sborra inavvertitamente schizzata sulle Converse; la scritta GINORI impressa ineluttabile sulla ceramica del water e nessuna possibilità realistica di avere sottomano un culo come quello di Beatrice.
Ma torniamo a noi.
Dopo aver meditato sul da farsi, presi il pollo per le cosce e lo portai sul divano, abbassai i pantaloni e cominciai ad accarezzarlo. “Fammelo palpare questo culone”, sussurravo al defunto pennuto. “Fammelo palpare per bene, troia!”. Il cazzo mi si riempiva di sangue e quasi mi doleva dal piacere dunque, com’è logico, lo infilai nell’antro aperto del pollo e cominciai a sfregarlo lì dentro. “Ti piace?” gli dicevo. “Ti piace sentirlo tutto in culo?”. La carcassa era tiepida, liscia e viscosa e, per quel che ne sapevo, del tutto simile a un ano femminile aperto e oleato a dovere. “Lo senti quant’è duro? Lo senti dentro, eh?”. Muovevo l’animale avanti e indietro e, con gli occhi chiusi, immaginavo che attorno al mio cazzo ci fosse Beatrice: prima il suo culo, poi la sua fica e la bocca, infine, per non farmi mancare niente, persino le sue ascelle. “Dimmi che ti piace, troia. Dimmelo”, ma non lo diceva.
Venni in poco più di cinque minuti di sfregamenti: la carcassa dell’animale era completamente dilaniata, immangiabile, ma ancora cruda; così la appoggiai di nuovo nel lavandino e, dentro di me, finsi di non averci avuto niente a che fare; filai in bagno a lavarmi le mani e il cazzo e mi dimenticai in fretta di quella follia. Dalla credenza tirai fuori cento grammi di pasta e un barattolo di pesto e, per il pomeriggio, mi arrangiai così.
Ritrovarmelo di nuovo davanti, il mio nemico, questa volta circondato non dalle mie mani, ma da un contorno di piselli e purè fu un colpo. Eccola lì, la mia Beatrice: degradata a portata principale di una cena qualsiasi, in una tavola qualsiasi, dentro un piatto qualsiasi. Come nel pomeriggio me l’ero scopata con tanto piacere e tanti sensi di colpa, così la sera espiai la mia colpa e, da bravo figliolo, la mangiai. E, un pezzettino alla volta, la Beatrice-pollo che avevo nel piatto entrò dentro di me allo stesso modo in cui io, poche ore prima, entrai in lei.
Comunque, abitavo in questa casa piuttosto grande, piuttosto spaziosa, e mi mettevo sempre a mangiare quello che mamma aveva lasciato nel frigo la mattina. Prima di uscire per andare a lavoro, infatti, mamma faceva un post-it con scritto: PASTA PRONTA; PURÈ DA SCALDARE; INSALATA DA LAVARE; così che il pomeriggio io, più affamato che mai, potessi mettere le mani sul piatto del giorno col solo inconveniente di doverlo mangiare/scaldare/lavare. Era una bella vita che ora, alla soglia dei trenta, rimpiango un po’.
In ogni caso, quel giorno il post-it proponeva POLLO SCONGELATO, e allora, com’è logico, la mia mano aprì il frigo a vuoto e dovette vagare un po’ per la cucina prima di scoprire che i polli scongelati non dimorano tra i ghiacci del frigo, ma nel catino del lavabo, e mi fiondai sulla carcassa glabra del polletto con una fame da uscire di testa. Lo presi in mano dal punto suo meno nobile e lo guardai con attenzione.
C’era una ragazza, questo è bene dirlo, che all’epoca mi eccitava parecchio: si chiamava Beatrice, frequentava la mia stessa classe, la iv a, e si vestiva sempre con questi leggings consumatissimi, neri, che facevano intravedere il pizzo della culotte o i fili striminziti del tanga non appena quelle ginocchia da pallavolista si flettevano per raccogliere qualcosa da terra (e lo sapeva, certo che lo sapeva), e la classe, me per primo, andava in visibilio. Come sarebbe bello, pensavo Dio mio come sarebbe bello se potessi anche solo palparlo, un culo così. Come sarebbe bello!, e intanto il cazzo mi si faceva più duro del banco e le mani scivolavano inconsciamente nell’incavo delle gambe e, sempre inconsciamente, cominciavano a massaggiarmi. Raggiungevo soglie di piacere tali da costringermi a finire in bagno il lavoro: abbassavo i pantaloni e le mutande, mi mettevo fronte al water e ripensavo a Beatrice e al suo culone da pallavolista. Tempo una manciata di minuti e sparavo il mio colpo nella tazza del cesso, poi riaprivo gli occhi e – ancora eccitato – mi ritrovavo di fronte alla triste realtà: i pantaloni abbassati sulle caviglie e una lacrima di sborra inavvertitamente schizzata sulle Converse; la scritta GINORI impressa ineluttabile sulla ceramica del water e nessuna possibilità realistica di avere sottomano un culo come quello di Beatrice.
Ma torniamo a noi.
Dopo aver meditato sul da farsi, presi il pollo per le cosce e lo portai sul divano, abbassai i pantaloni e cominciai ad accarezzarlo. “Fammelo palpare questo culone”, sussurravo al defunto pennuto. “Fammelo palpare per bene, troia!”. Il cazzo mi si riempiva di sangue e quasi mi doleva dal piacere dunque, com’è logico, lo infilai nell’antro aperto del pollo e cominciai a sfregarlo lì dentro. “Ti piace?” gli dicevo. “Ti piace sentirlo tutto in culo?”. La carcassa era tiepida, liscia e viscosa e, per quel che ne sapevo, del tutto simile a un ano femminile aperto e oleato a dovere. “Lo senti quant’è duro? Lo senti dentro, eh?”. Muovevo l’animale avanti e indietro e, con gli occhi chiusi, immaginavo che attorno al mio cazzo ci fosse Beatrice: prima il suo culo, poi la sua fica e la bocca, infine, per non farmi mancare niente, persino le sue ascelle. “Dimmi che ti piace, troia. Dimmelo”, ma non lo diceva.
Venni in poco più di cinque minuti di sfregamenti: la carcassa dell’animale era completamente dilaniata, immangiabile, ma ancora cruda; così la appoggiai di nuovo nel lavandino e, dentro di me, finsi di non averci avuto niente a che fare; filai in bagno a lavarmi le mani e il cazzo e mi dimenticai in fretta di quella follia. Dalla credenza tirai fuori cento grammi di pasta e un barattolo di pesto e, per il pomeriggio, mi arrangiai così.
Ritrovarmelo di nuovo davanti, il mio nemico, questa volta circondato non dalle mie mani, ma da un contorno di piselli e purè fu un colpo. Eccola lì, la mia Beatrice: degradata a portata principale di una cena qualsiasi, in una tavola qualsiasi, dentro un piatto qualsiasi. Come nel pomeriggio me l’ero scopata con tanto piacere e tanti sensi di colpa, così la sera espiai la mia colpa e, da bravo figliolo, la mangiai. E, un pezzettino alla volta, la Beatrice-pollo che avevo nel piatto entrò dentro di me allo stesso modo in cui io, poche ore prima, entrai in lei.
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