Alisia - 07 - Origo Doloris
di
Alessia&Nicola
genere
pulp
*** Non si può uccidere il dolore ***
Uccidere il clerico è stata un’imprudenza, perfino Omar sapeva che lo frequentavo. Mi cercheranno, prima o poi mi troveranno. Non importa, meritava di morire, e poi… ne avevo voglia.
Penserò dopo alle conseguenze, adesso ho da fare.
Sto camminando verso il “centro di rieducazione”. NeoRoma è sempre la stessa fogna, i livelli intermedi non sono meglio di dove vivo io: gli stessi neon rotti che lampeggiano a intermittenza, murales che celebrano il Partito, facce di gente che ha smesso di alzare gli occhi.
I monitor pubblici trasmettono i soliti slogan: «Nuova Patria Italica. Unità, obbedienza». «Un popolo, un partito, un capo».
I passanti si fermano con la mano sul cuore, ripetono a bassa voce come automi.
Il Partito ha vinto. Non con le armi, con il silenzio, la fame, la paura. Ogni tanto vedo un manifesto strappato, l'unica forma di ribellione rimasta.
Poi ci sono quelli come Marco, quelli che pensano di cambiare le cose rendendo pubbliche le malefatte del potere. Ingenui, sognatori… in fin dei conti, inutili.
Marco… La prima volta che l'ho incontrato eravamo in un bar, io ero in cerca di clienti, lui non sapeva cosa stava cercando, e comunque, non aveva niente per pagarlo.
Siamo finiti a casa sua, siamo finiti a scopare sul divano in mezzo a tutto il suo disordine.
Non gli ho neanche chiesto soldi, in fondo mi ero divertita.
No! Non devo distrarmi: L'Esecutore, il mio bersaglio. Cammino più veloce.
Arrivo al manicomio. Mostro i documenti all’ingresso. «Novizia mandata per assistere i pazienti nella redenzione.» La guardia guarda i fogli, alza gli occhi su di me, sorride ironico. «Va bene, suorina. Non dimenticarti di passare dal primario prima di scendere».
La Chiesa ha accesso ovunque.
Cammino lungo il corridoio, non ci sono telecamere né sbarre alle finestre, mi aspettavo un livello di sicurezza decisamente più alto, evidentemente non c'è rischio che qualcuno cerchi di far evadere i "pazienti". Il Partito Unico non ha praticamente opposizione.
Arrivo alla porta del primario. Busso una volta. Entro.
È un uomo sulla quarantina, camice bianco, sporco, barba mal curata, occhi piccoli e arrossati, pupille dilatate: Nigrina.
Controlla la lettera di presentazione e mi squadra da capo a piedi come se fossi merce.
«Di solito le novizie mandate da Padre Luciano…» Non finisce la frase. Si slaccia i pantaloni. Il cazzo è già mezzo duro.
Ingenuamente non me lo aspettavo, ma a questo punto tanto vale divertirsi:
Sfilo la tonaca, il vestito nero aderente non lascia spazio all'immaginazione: «Il reverendo mi ha espressamente ordinato di soddisfare ogni sua richiesta…».
Mi inginocchio sul pavimento, gli afferro il cazzo e lo avvicino alla bocca, con la lingua accarezzo la cappella, lo prendo in bocca, il sapore acre che mi riempie la gola. Continuo a succhiarlo con passione. Lui sospira, mi afferra i capelli, spinge. Lo ingoio tutto, fino alle palle, la gola si contrae, la saliva cola sul vestito. Naturalmente mi piace, ogni affondo mi fa vibrare di piacere, ne voglio di più.
Lo succhio più forte, più veloce, lo voglio sentire pulsare, lo voglio sentire esplodere. Lui ansima, mi tira i capelli più forte. Mi sborra in gola con un grugnito. Mando giù tutto, poi lo ripulisco guardandolo negli occhi. sorrido, il mio sorriso da troia, l'unico sorriso che ho.
Non è ancora finita, la Nigrina fa il suo lavoro, il primario mi afferra per i capelli, mi solleva con forza e mi spinge contro la scrivania. Mi piega in avanti con violenza, mi strappa quasi di dosso il vestito. Mi penetra di colpo, fino in fondo. Lo sento entrare, grosso, brutale, mi scopa feroce, la scrivania trema sotto di noi, il bacino sbatte contro il mio culo con colpi secchi. Sospiro, spingo indietro contro di lui, lo voglio più dentro, più forte. Mi piace, mi piace da impazzire.
Poi esce di colpo, mi spalanca il culo con le dita, ci sputa sopra e ci spinge il cazzo dentro. Mi incula senza pietà, ogni spinta mi spacca, ogni affondo mi fa urlare di piacere. Dura poco, mi tira i capelli con forza mentre viene dentro di me con un ruggito.
Mi rialzo lentamente. «Ora posso andare?» chiedo.
Lui, ancora ansimante, si sistema i pantaloni. «Vai pure, novizia. E salutami Padre Luciano.»
Sorrido mentre mi rimetto la tonaca. «Non mancherò».
L’ultimo degli ex carcerieri che ho ammazzato è stato decisamente preciso, riesco ad orientarmi con facilità, scendo nei sotterranei senza farmi notare. I corridoi puzzano di disinfettante, urina e sangue vecchio. Trovo la stanza privata dell’Esecutore, il suo parco giochi. La porta è socchiusa.
Aspetto nascosta nell’ombra, all’improvviso i ricordi mi travolgono. Sono legata in un letto. Sono già stata violata in tutti i modi possibili, ma lui è diverso. Lui è peggio.
Lui gode a farmi del male. Si diverte un mondo mentre mi colpisce con la frusta, mentre mi infila il manico tra le gambe, ride mentre mi penetra con il pugno chiuso.
Ogni sofferenza è un orgasmo che il chip mi strappa dalla carne, un orgasmo che non voglio, un orgasmo che odio.
«Numero 10, sei stata creata per questo,» dice. «Il tuo corpo lo sa, anche se la tua testa fa la difficile.» Urlo, ma il mio cervello trasforma le urla in gemiti di piacere. Alla fine della sessione sono sfinita, bagnata, tremante, piena di lui. Piena di odio.
Lo ucciderò. Lentamente.
Persa nei ricordi quasi non lo sento arrivare. Più alto e più grosso di come lo ricordavo, porta un prigioniero legato, imbambolato. Lo getta sul tavolo di tortura, lo lega con le cinghie. Accende la luce e inizia.
Frustate, pugni, insulti. Il povero disgraziato urla di dolore, piange. Le domande sono una scusa, non gli interessano le risposte, gli piace vederlo soffrire.
Continua a torturarlo, ogni colpo è un colpo che ha dato a me. Ogni urlo è un urlo che ha tirato fuori da me. Ogni risata è una risata che ha fatto su di me.
Mi accorgo che sto gridando, sto gridando con tutta la voce che ho.
L’Esecutore si gira di scatto. Mi vede. Per un secondo i suoi occhi si allargano, poi sorride, quel sorriso che ricordo fin troppo bene. «Numero 10… sei tu. Sei viva.» Non rispondo.
Si lancia verso di me, pugno chiuso, mira alla faccia. Schivo con facilità. Un altro colpo, al fianco. Lo evito di nuovo, quasi senza muovermi. Lui respira già pesante.
«È più difficile se non sono legata, vero?» Lo attacco. Un pugno allo stomaco lo piega in due. Uno al mento lo fa barcollare.
Cerca di afferrarmi, ma è lento. Troppo lento. Lo colpisco col gomito alla mascella, un paio di denti saltano via, rotolano sul pavimento con un tintinnio.
Cade in ginocchio, ansima, sputa sangue. Continuo a picchiare: naso, zigomi, gola. Continuo finché non si accascia, sfinito, la faccia è una maschera di lividi, sangue e denti rotti. Non può più difendersi.
Gli afferro la mano destra. «Questa è la mano che mi infilavi nella fica, te lo ricordi? Era divertente?» Gli spezzo il pollice. Urla. «Com'è che dicevi? “Te la infilo dentro fino all’utero”, ricordo bene?» Gli spezzo l’indice. Urla più forte. «Cos'ero? Un pezzo di carne con dei buchi da riempire?» Gli spezzo il medio. Il mignolo. L’anulare. Ogni crack un urlo di dolore. Ogni dito un ricordo.
Passo all’altra mano. Stesso gioco. Pollice, indice, medio, anulare, mignolo. Le dita ora pendono inutili, piegate all’indietro, le ossa bianche spuntano dalla pelle.
Lui singhiozza. Sta piangendo. Lo strattono: «Guardami negli occhi mentre ti uccido.»
Apre gli occhi: marroni, il sinistro leggermente più chiaro del destro.
I miei occhi.
Per un secondo il mondo gira. Hanno usato il suo DNA per… per me.
Sta per dire qualcosa ma lo fermo: «È solo un motivo in più per ammazzarti.»
Gli afferro la testa con entrambe le mani. Giro di scatto. Il collo si spezza con uno schiocco. Il corpo si affloscia, crolla in avanti, gli occhi fissi, la bocca aperta in un urlo silenzioso. Lo lascio lì. Solo carne, sangue e ossa spezzate.
Libero il prigioniero. Lui mi guarda tremante. «Grazie…»
«Non ringraziarmi. Sono come lui, sono peggio di lui».
Premo l’allarme. Grido che un prigioniero sta scappando. Adesso è terrorizzato.
Gli indico il corridoio: «Ti conviene correre».
Sento i sorveglianti che si precipitano. Esco indisturbata mentre tutti cercano quel poveretto.
All'uscita la guardia mi saluta con un ghigno. Rispondo educatamente e mi allontano, prendo il vicolo più vicino, mi tolgo la tonaca e la getto in un bidone.
Pensavo che mi sarei sentita meglio invece…
Invece ho ancora voglia di sesso.
Ho ancora voglia di sangue.
Ho voglia di uccidere il Direttore.
Uccidere il clerico è stata un’imprudenza, perfino Omar sapeva che lo frequentavo. Mi cercheranno, prima o poi mi troveranno. Non importa, meritava di morire, e poi… ne avevo voglia.
Penserò dopo alle conseguenze, adesso ho da fare.
Sto camminando verso il “centro di rieducazione”. NeoRoma è sempre la stessa fogna, i livelli intermedi non sono meglio di dove vivo io: gli stessi neon rotti che lampeggiano a intermittenza, murales che celebrano il Partito, facce di gente che ha smesso di alzare gli occhi.
I monitor pubblici trasmettono i soliti slogan: «Nuova Patria Italica. Unità, obbedienza». «Un popolo, un partito, un capo».
I passanti si fermano con la mano sul cuore, ripetono a bassa voce come automi.
Il Partito ha vinto. Non con le armi, con il silenzio, la fame, la paura. Ogni tanto vedo un manifesto strappato, l'unica forma di ribellione rimasta.
Poi ci sono quelli come Marco, quelli che pensano di cambiare le cose rendendo pubbliche le malefatte del potere. Ingenui, sognatori… in fin dei conti, inutili.
Marco… La prima volta che l'ho incontrato eravamo in un bar, io ero in cerca di clienti, lui non sapeva cosa stava cercando, e comunque, non aveva niente per pagarlo.
Siamo finiti a casa sua, siamo finiti a scopare sul divano in mezzo a tutto il suo disordine.
Non gli ho neanche chiesto soldi, in fondo mi ero divertita.
No! Non devo distrarmi: L'Esecutore, il mio bersaglio. Cammino più veloce.
Arrivo al manicomio. Mostro i documenti all’ingresso. «Novizia mandata per assistere i pazienti nella redenzione.» La guardia guarda i fogli, alza gli occhi su di me, sorride ironico. «Va bene, suorina. Non dimenticarti di passare dal primario prima di scendere».
La Chiesa ha accesso ovunque.
Cammino lungo il corridoio, non ci sono telecamere né sbarre alle finestre, mi aspettavo un livello di sicurezza decisamente più alto, evidentemente non c'è rischio che qualcuno cerchi di far evadere i "pazienti". Il Partito Unico non ha praticamente opposizione.
Arrivo alla porta del primario. Busso una volta. Entro.
È un uomo sulla quarantina, camice bianco, sporco, barba mal curata, occhi piccoli e arrossati, pupille dilatate: Nigrina.
Controlla la lettera di presentazione e mi squadra da capo a piedi come se fossi merce.
«Di solito le novizie mandate da Padre Luciano…» Non finisce la frase. Si slaccia i pantaloni. Il cazzo è già mezzo duro.
Ingenuamente non me lo aspettavo, ma a questo punto tanto vale divertirsi:
Sfilo la tonaca, il vestito nero aderente non lascia spazio all'immaginazione: «Il reverendo mi ha espressamente ordinato di soddisfare ogni sua richiesta…».
Mi inginocchio sul pavimento, gli afferro il cazzo e lo avvicino alla bocca, con la lingua accarezzo la cappella, lo prendo in bocca, il sapore acre che mi riempie la gola. Continuo a succhiarlo con passione. Lui sospira, mi afferra i capelli, spinge. Lo ingoio tutto, fino alle palle, la gola si contrae, la saliva cola sul vestito. Naturalmente mi piace, ogni affondo mi fa vibrare di piacere, ne voglio di più.
Lo succhio più forte, più veloce, lo voglio sentire pulsare, lo voglio sentire esplodere. Lui ansima, mi tira i capelli più forte. Mi sborra in gola con un grugnito. Mando giù tutto, poi lo ripulisco guardandolo negli occhi. sorrido, il mio sorriso da troia, l'unico sorriso che ho.
Non è ancora finita, la Nigrina fa il suo lavoro, il primario mi afferra per i capelli, mi solleva con forza e mi spinge contro la scrivania. Mi piega in avanti con violenza, mi strappa quasi di dosso il vestito. Mi penetra di colpo, fino in fondo. Lo sento entrare, grosso, brutale, mi scopa feroce, la scrivania trema sotto di noi, il bacino sbatte contro il mio culo con colpi secchi. Sospiro, spingo indietro contro di lui, lo voglio più dentro, più forte. Mi piace, mi piace da impazzire.
Poi esce di colpo, mi spalanca il culo con le dita, ci sputa sopra e ci spinge il cazzo dentro. Mi incula senza pietà, ogni spinta mi spacca, ogni affondo mi fa urlare di piacere. Dura poco, mi tira i capelli con forza mentre viene dentro di me con un ruggito.
Mi rialzo lentamente. «Ora posso andare?» chiedo.
Lui, ancora ansimante, si sistema i pantaloni. «Vai pure, novizia. E salutami Padre Luciano.»
Sorrido mentre mi rimetto la tonaca. «Non mancherò».
L’ultimo degli ex carcerieri che ho ammazzato è stato decisamente preciso, riesco ad orientarmi con facilità, scendo nei sotterranei senza farmi notare. I corridoi puzzano di disinfettante, urina e sangue vecchio. Trovo la stanza privata dell’Esecutore, il suo parco giochi. La porta è socchiusa.
Aspetto nascosta nell’ombra, all’improvviso i ricordi mi travolgono. Sono legata in un letto. Sono già stata violata in tutti i modi possibili, ma lui è diverso. Lui è peggio.
Lui gode a farmi del male. Si diverte un mondo mentre mi colpisce con la frusta, mentre mi infila il manico tra le gambe, ride mentre mi penetra con il pugno chiuso.
Ogni sofferenza è un orgasmo che il chip mi strappa dalla carne, un orgasmo che non voglio, un orgasmo che odio.
«Numero 10, sei stata creata per questo,» dice. «Il tuo corpo lo sa, anche se la tua testa fa la difficile.» Urlo, ma il mio cervello trasforma le urla in gemiti di piacere. Alla fine della sessione sono sfinita, bagnata, tremante, piena di lui. Piena di odio.
Lo ucciderò. Lentamente.
Persa nei ricordi quasi non lo sento arrivare. Più alto e più grosso di come lo ricordavo, porta un prigioniero legato, imbambolato. Lo getta sul tavolo di tortura, lo lega con le cinghie. Accende la luce e inizia.
Frustate, pugni, insulti. Il povero disgraziato urla di dolore, piange. Le domande sono una scusa, non gli interessano le risposte, gli piace vederlo soffrire.
Continua a torturarlo, ogni colpo è un colpo che ha dato a me. Ogni urlo è un urlo che ha tirato fuori da me. Ogni risata è una risata che ha fatto su di me.
Mi accorgo che sto gridando, sto gridando con tutta la voce che ho.
L’Esecutore si gira di scatto. Mi vede. Per un secondo i suoi occhi si allargano, poi sorride, quel sorriso che ricordo fin troppo bene. «Numero 10… sei tu. Sei viva.» Non rispondo.
Si lancia verso di me, pugno chiuso, mira alla faccia. Schivo con facilità. Un altro colpo, al fianco. Lo evito di nuovo, quasi senza muovermi. Lui respira già pesante.
«È più difficile se non sono legata, vero?» Lo attacco. Un pugno allo stomaco lo piega in due. Uno al mento lo fa barcollare.
Cerca di afferrarmi, ma è lento. Troppo lento. Lo colpisco col gomito alla mascella, un paio di denti saltano via, rotolano sul pavimento con un tintinnio.
Cade in ginocchio, ansima, sputa sangue. Continuo a picchiare: naso, zigomi, gola. Continuo finché non si accascia, sfinito, la faccia è una maschera di lividi, sangue e denti rotti. Non può più difendersi.
Gli afferro la mano destra. «Questa è la mano che mi infilavi nella fica, te lo ricordi? Era divertente?» Gli spezzo il pollice. Urla. «Com'è che dicevi? “Te la infilo dentro fino all’utero”, ricordo bene?» Gli spezzo l’indice. Urla più forte. «Cos'ero? Un pezzo di carne con dei buchi da riempire?» Gli spezzo il medio. Il mignolo. L’anulare. Ogni crack un urlo di dolore. Ogni dito un ricordo.
Passo all’altra mano. Stesso gioco. Pollice, indice, medio, anulare, mignolo. Le dita ora pendono inutili, piegate all’indietro, le ossa bianche spuntano dalla pelle.
Lui singhiozza. Sta piangendo. Lo strattono: «Guardami negli occhi mentre ti uccido.»
Apre gli occhi: marroni, il sinistro leggermente più chiaro del destro.
I miei occhi.
Per un secondo il mondo gira. Hanno usato il suo DNA per… per me.
Sta per dire qualcosa ma lo fermo: «È solo un motivo in più per ammazzarti.»
Gli afferro la testa con entrambe le mani. Giro di scatto. Il collo si spezza con uno schiocco. Il corpo si affloscia, crolla in avanti, gli occhi fissi, la bocca aperta in un urlo silenzioso. Lo lascio lì. Solo carne, sangue e ossa spezzate.
Libero il prigioniero. Lui mi guarda tremante. «Grazie…»
«Non ringraziarmi. Sono come lui, sono peggio di lui».
Premo l’allarme. Grido che un prigioniero sta scappando. Adesso è terrorizzato.
Gli indico il corridoio: «Ti conviene correre».
Sento i sorveglianti che si precipitano. Esco indisturbata mentre tutti cercano quel poveretto.
All'uscita la guardia mi saluta con un ghigno. Rispondo educatamente e mi allontano, prendo il vicolo più vicino, mi tolgo la tonaca e la getto in un bidone.
Pensavo che mi sarei sentita meglio invece…
Invece ho ancora voglia di sesso.
Ho ancora voglia di sangue.
Ho voglia di uccidere il Direttore.
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