Alisia - 04 - Mostrum

di
genere
pulp

*** A volte è particolarmente difficile essere una troia ***

Guardo il cadavere nella vasca, nudo, gli occhi aperti fissano il soffitto, l’acqua è ancora calda.

Non avevo nessun motivo per ucciderlo.

Era stato gentile. Mi aveva portata a casa sua, mi aveva offerto da mangiare, cibo vero, non carne sintetica o farina d’insetti, aveva perfino aperto una bottiglia di vino. Roba da ricchi, roba che si può permettere solo chi è iscritto al Partito Unico dei Patrioti o alla Chiesa della Tradizione.

Aveva spento le telecamere prima di farmi entrare: «È meglio se non mi vedono con una come te». Non sapeva di aver firmato la sua condanna a morte.

L’ho affogato nella grossa vasca da bagno che lui chiamava Jacuzzi.

Non gli ho dato neanche il tempo di scoparmi, l’ho spinto sott’acqua, gli ho tenuto la testa giù mentre scalciava, mentre l'aria gli usciva dalla bocca, mentre le mani si aggrappavano al bordo della vasca. Finché non ha smesso di muoversi.

Perché l’ho ucciso? Non era sulla lista. Non mi aveva fatto del male. Non era un nemico.

L’ho ucciso perché potevo. L’ho ucciso perché mi piace uccidere. L’ho ucciso perché sono un mostro. Niente vendetta. Niente rivalsa. Niente scuse. Sono un mostro.

Osservo le foto appese al muro. Una donna sorridente, due bambini piccoli, poi guardo di nuovo il cadavere. «Mi dispiace. Ti sei imbattuto nella puttana sbagliata. Ti sei imbattuto in un mostro.»

Cerco di dare una ripulita al bagno, forse la moglie penserà ad un malore, magari non saprà mai che suo marito è morto per aver caricato una troia per strada.

Mi vesto, indosso il giaccone e tiro su il cappuccio, ho ancora una gran voglia di cazzo. Esco.

Cerco di non dare nell'occhio mentre torno al livello –IX, dove vivono i pezzenti, dove vivo io.

Vicolo del Peccato, scala di ferro, mi tolgo i vestiti e suono il campanello. La porta si apre di uno spiraglio. Marco mi guarda con gli occhi rossi e la faccia assonnata di chi ha passato troppo tempo davanti ai computer. Non dice niente. Mi guarda e basta.

«Ho voglia di scopare.»

Apre del tutto la porta. «Ali! Non puoi presentarti a casa mia così!» Sorrido. «Come no… Certo che posso!»

Lo spingo contro il divano. Gli tiro via i vestiti e salgo sopra di lui. Accarezzo il suo cazzo già duro e lo guido dentro di me. Scendo piano, fino in fondo.

Lui sospira, chiude gli occhi.

Comincio a muovermi lenta. Alzo i fianchi, scendo, ruoto, stringo i muscoli della fica. Lui ansima, mi accarezza piano, mi bacia il collo, le spalle, la bocca. Mi piace, Marco ha questo modo strano di scopare, continua a baciarmi, ad accarezzarmi, sembra più interessato al mio piacere che al suo…

Funziona, sto letteralmente sgocciolando di piacere, ho un orgasmo lunghissimo, urlato.

Mi prende per i fianchi e mi tiene ferma, continua a baciarmi, poi ricomincia a muoversi, prima lentamente, poi più veloce. Cazzo… vengo di nuovo, forte, stringendolo dentro. Lui non smette, continua a baciarmi il collo, il mento, le labbra.

Mi sposta piano, mi fa sdraiare sul divano, si inginocchia davanti a me e mi allarga le gambe, avvicina la bocca alla fica.

La bacia. Un bacio vero. Nessuno mi bacia la fica, nessuno bacia la fica a una puttana, lui lo fa. E mi piace. Cazzo se mi piace…

La sua lingua entra lenta, calda, mi lecca il clitoride, assaggia il mio sapore, il mio piacere, lo beve. Mi succhia le labbra, infila la lingua dentro, la muove, la tira fuori, la spinge di nuovo. Non ha fretta, è preciso, quasi devoto. Un altro orgasmo arriva veloce, mi fa inarcare la schiena, mi fa stringere i suoi capelli tra le dita, mi fa urlare il suo nome. Non si ferma. Continua, la lingua più profonda, le mani che mi tengono ferme le gambe. Vengo ancora, più forte, più a lungo, mi fa tremare, mi fa chiudere gli occhi, mi fa perdere il respiro per un secondo.

Si alza per darmi un bacio, sento il mio sapore sulle sue labbra, sulla sua lingua, lo assaggio mentre il suo cazzo entra di nuovo in me. Mi scopa piano, profondo, continuando a baciarmi, le mani mi accarezzano i fianchi, il collo, i capelli.

Alla fine viene, piano, senza fretta, senza urlare, solo un gemito lungo e basso contro la mia bocca. Resta dentro, abbracciato a me. Continua ad accarezzarmi i capelli. Anche dopo. Anche quando il suo cazzo si affloscia piano. Anche quando il respiro rallenta.

Non so come comportarmi, non so cosa dire. «Sei fantastico! certo che sai come far godere una troia…»

Marco non apprezza il complimento, non risponde, mi guarda in silenzio. Mi stringe tra le braccia.

Si addormenta abbracciato a me, la testa sulla mia spalla, il respiro regolare, una mano ancora sul mio fianco. Sento il suo cuore battere contro la mia pelle, il suo sperma che mi cola ancora tra le gambe.

C'è qualcosa che non riesco a capire. Resto immobile, con il suo peso ancora addosso, il suo odore sulla pelle, il suo respiro che mi scalda il collo.

Mi pacerebbe addormentarmi, chiudere gli occhi e riaprirli il giorno dopo… non posso, io non dormo. Sono progettata per essere disponibile ventiquattro ore al giorno. Sto ferma, guardo il soffitto, rifletto...

Penso alla persona che ho ucciso qualche ora fa, penso a Marco, al suo modo di fare, a come mi bacia, a come mi scopa… cazzo! Sono di nuovo bagnata, una cagna in calore, un mostro.

Mi alzo piano dal divano attenta a non svegliarlo. Prendo una coperta dalla sedia e gliela stendo addosso. Lui si muove appena, sussurra qualcosa nel sonno, non capisco. Lo osservo un secondo, poi mi guardo in giro.

La stanza è grande, disordinata, piena di roba vecchia. Mi annoio. Comincio a curiosare.

I computer sono accesi. Marco li usa per entrare nei server del Governo, scarica documenti, video, nomi. Li pubblica da qualche parte, dice che è necessario, che qualcuno deve sapere. Io non capisco a cosa serva ma mi fido di lui.

Guardo i vecchi CD appoggiati su uno scaffale. Musica classica: Motörhead, Pantera, Slayer, dice che la musica moderna è solo rumore. È una battuta, ma io non riesco a capirla.

Poi vedo il foglio sul tavolo. Un ritratto disegnato a mano, a matita.

Sono io. Ho i capelli legati, lo sguardo rilassato, quasi dolce. Sorrido, un sorriso sereno, pulito.

Non è il mio sorriso.

Guardo il mio riflesso sullo schermo del computer. Vedo una puttana psicopatica. Osservo di nuovo il ritratto. Non sono io.

Marco si muove nel sonno, sussurra il mio nome. «Ali…»

Lascio cadere il foglio sul tavolo. Capisco.

Mi vesto in fretta. Prendo il giaccone ed esco senza fare rumore.

Corro. Corro per le strade dissestate, giro vicoli a caso. Corro finchè non sono abbastanza lontana, fino a che mi regge il fiato. Mi fermo davanti a una scalinata, mi siedo. Ho il viso bagnato, dev'essere la pioggia.

Penso alle volte che l’ho invitato al “Peccatum Carnis” a vedere i miei spettacoli… a quanto gli ho chiesto se voleva farmi scopare dai suoi amici… Marco abbassava gli occhi, cambiava discorso. Non voleva una puttana a sua disposizione, lui voleva…

Maccheccazzo! Sono un’assassina, uccido la gente, sono un mostro. Perché sono qui a preoccuparmi per i sentimenti di un ragazzino? Perché ho piegato con cura il ritratto e l'ho messo in tasca?

Che serata di merda.

Qualcuno mi tocca una spalla, non l’ho sentito arrivare, non è da me. «Figliola, hai bisogno di aiuto? Posso darti conforto.»

Alzo lo sguardo: vestito nero, collare bianco. Un clerico. Sono i clienti peggiori. Perversi, violenti, convinti che il loro Dio li perdonerà sempre.

Se accetto di seguirlo mi tratterà male. Mi farà male.

È il tuo giorno fortunato, clerico. Oggi puoi trattarmi male. Oggi puoi farmi male e forse, uscirne vivo.

Forse.

«Sì, padre… ho bisogno di aiuto.»


scritto il
2026-01-19
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