Alisia - 05 - Imago
di
Alessia&Nicola
genere
pulp
*** Una serata diversa dalle altre, in tutti i sensi ***
Livello -VI. Mi aggiro per il mercatino di Porta Trionfale, una distesa di bancarelle colorate dove i poveri si contendono gli avanzi dei ricchi.
Ho barattato il vestito corto che indossavo con un paio di jeans e una maglia bianca, via gli stivali alti per un paio di scarponi consumati. Sicuramente non ho fatto un affare.
Mi specchio in una vetrina: capelli legati, niente trucco, tiro fuori il foglio dalla tasca del giaccone. Assomiglio alla ragazza del ritratto. Provo a sorridere… ok, meglio di no.
Coi soldi del clerico ho comprato due bottiglie di vino e un grosso sacchetto di pizzette di grillo. Un'ora a soddisfare quel vecchio pervertito pieno di Nigrina… per due bottiglie e un sacchetto di pizzette. Ho ancora i lividi addosso, dovevo ammazzarlo.
Mi incammino verso "casa", sui marciapiedi ragazzi che spacciano droga e bambini che chiedono l'elemosina, probabilmente per comprarsi la droga.
Una ragazza seminuda si offre per un po' di compagnia, poi mi guarda bene, chiede scusa e mi augura buon lavoro. Cazzo! Ho la faccia da troia anche vestita così.
Arrivo in Vicolo del Peccato, scendo le scale, suono.
Marco apre la porta. Mi guarda. Silenzio.
Faccio un respiro profondo: «Pizze e film?»
Ride di gusto e mi fa entrare. Ci sediamo sul divano sfondato e guardiamo un vecchio DVD: astronavi, raggi laser, tizi in accappatoio che combattono con spade luminose… fingo di essere interessata mentre sgranocchiamo le pizzette e beviamo vino che sa di plastica.
Marco mi passa un braccio intorno alle spalle, smetto di respirare per un attimo, non voglio saltargli addosso, non stasera.
Meglio divagare: «È la mia impressione o l'impero del male assomiglia parecchio al nostro Partito Unico dei Patrioti?» Lui sorride amaro: «Abbastanza. Nel film la democrazia muore tra scroscianti applausi. La nostra è morta nella noia e nella rassegnazione: nessuno andava più a votare e il Partito ha semplicemente abolito le elezioni.» Fa una pausa «Comunque questo è un classico della fantascienza, Ali. Non va preso troppo sul serio… ne guardiamo un altro?»
Apriamo la seconda bottiglia, il tempo passa. Stiamo bene. Forse sono felice. Forse la felicità è quando la rabbia ti abbandona, quando non hai voglia di uccidere chi ti sta di fianco.
Marco si avvicina piano, il suo respiro mi sfiora la guancia, mi dà un bacio leggero, quasi esitante.
Non resisto: «Scopiamo?»
Scoppia a ridere: «Mi stavo chiedendo quando lo avresti detto…»
Le sue dita scivolano sotto la maglia, me la toglie lentamente, lasciando che il tessuto mi accarezzi la pelle mentre sale. Mi lecca a lungo i capezzoli, poi si inginocchia davanti a me, mi sfila i pantaloni baciando ogni centimetro di pelle che scopre.
Le labbra mi sfiorano l’interno delle cosce, salgono piano, calde, morbide. Arriva alla fica, la bacia come sa fare lui: lento, metodico, la lingua accarezza il clitoride, poi entra, assaggia, esplora, mi fa bagnare sempre di più. Le mani mi accarezzano i fianchi, il seno, mi stringono dolcemente.
Chiudo gli occhi. Vengo la prima volta con un sospiro lungo, un’onda di piacere che sale dalla fica fino alla gola. Lui non si ferma, continua lentamente, più a fondo, la lingua mi accarezza senza fretta. Il secondo orgasmo è più intenso, mi fa inarcare la schiena, mi fa gridare di piacere.
Lo tiro su, lo bacio, gli lecco le labbra, le lingue si cercano, si intrecciano. Gli sfilo la maglietta e i pantaloni, lo spingo sul divano e salgo sopra di lui. Prendo in mano il suo cazzo, lo accarezzo piano, poi lo guido dentro di me, lentamente, centimetro dopo centimetro, lo sento riempirmi, allargarmi, scaldarmi. Muovo i fianchi, avanti, indietro, piano, mi stringo intorno a lui con ogni muscolo. Continuiamo a baciarci, le mie mani cercano le sue, il suo respiro si mescola al mio. Mi fermo quando sento che sta per venire, resto immobile. Lo guardo negli occhi, lecco le sue labbra. Ricomincio a muovermi, lenta, lentissima, voglio che duri a lungo, vorrei scoparlo per sempre…
Marco continua a baciarmi, a leccarmi le tette, sento la sua lingua sui capezzoli, le sue mani sui fianchi, comincia a spingere, mi solleva leggermente e poi mi abbassa di nuovo sul suo cazzo, assecondo i suoi movimenti, sto per impazzire… Grido, grido tutto il mio piacere mentre lui viene dentro di me con un sospiro soffocato. Continua a baciarmi, dolce, come se non volesse smettere mai
Lo guardo negli occhi, per un momento è tutto perfetto.
All’improvviso quattro esplosioni quasi contemporanee. La porta cade verso l’interno, qualcuno ha fatto saltare i cardini. Dei tizi in mimetica entrano di corsa, armati.
Cazzo! Pretoriani. La guardia privata del Primo Patriota. Marco deve averla combinata grossa.
«Marco Vitali, sei in arresto per cospirazione contro la Nuova Patria Italica.»
Gli puntano contro le pistole. Marco sbianca, alza le mani. Sono in quattro, armati, addestrati. Non posso affrontarli. Ammanettano Marco dietro la schiena e lo gettano a terra. Lo prendono a calci.
Poi guardano me, sono in piedi, immobile, nuda.
Mi getto in ginocchio davanti a quello che sembra il capo, gli abbraccio le gambe. «Lasciatemi andare, non ho fatto niente. Vi prego…»
Gli uomini ragionano col cazzo, e il suo è a due centimetri dal mio viso. Lo vedo indurirsi sotto i pantaloni, lo sfioro con la bocca. «Vi prego…»
Il capo ride, mi afferra per i capelli. «Ok, troietta. Se ci fai divertire forse ti lasciamo andare.» Mi tira su e mi spinge contro il tavolo, mi fa sdraiare, mi spalanca le gambe.
«Sei proprio una gran fica...» Sì, sono una gran fica, e tu sarai il primo a morire.
Abbassa la mimetica e mi penetra in un sol colpo, duro, secco, senza preavviso. Mi scopa con forza. Mi strizza le tette, mi fa male, mi piace, il mio corpo reagisce, spingo contro di lui, mi muovo, sospiro mentre il suo cazzo si agita nella mia fica.
Marco è ammanettato a terra, gli occhi spalancati, disperati. Mi guarda mentre il capo mi sborra dentro con un grugnito, mentre gli altri ridono. Mentre io godo.
Il secondo mi tira giù dal tavolo e mi fa inginocchiare. Mi tiene la testa con le mani e mi spinge il cazzo in bocca, mi scopa la gola fino a farmi soffocare, la saliva mi cola sul mento, sul collo. Viene quasi subito, «Ingoia tutto, troia...»
Il terzo mi spinge in avanti con un calcio, a quattro zampe, si inginocchia dietro di me e mi entra nella fica da dietro, spinge con foga, fino in fondo. Mi schiaffeggia il culo, mi tira i capelli. Urlo di piacere, vengo ancora quando mi riempie di sborra, nonostante la vergogna, nonostante la rabbia...
Guardo Marco: ha gli occhi pieni di lacrime e di orrore.
L’ultimo, il più grosso, mi schiaccia la testa contro il pavimento, appoggia il cazzo nel mio culo e spinge, entra in un sol colpo, fino in fondo. Urlo di dolore… e di piacere. Mi incula con forza, senza pietà, il suo grosso cazzo mi apre, è violento, mi stringe i capezzoli, mi fa male.
Sento la mia voce incitarlo, chiedo di essere inculata più forte.
«Ti piace, troia?» «Si… mi piace… continua…» mi accarezzo la fica, mi sta facendo impazzire…
Gli altri si prendono gioco di Marco: «Guarda come gode la tua amichetta!» «Adesso è la nostra cagnetta.»
Hanno ragione: godo sempre di più: Il piacere esplode insieme al dolore, all’odio. All'odio per quello che mi stanno facendo, per quello che sono… godo davanti a Marco, grido di piacere mentre mi usano, vengo mentre lui mi guarda. Urlo mentre mi sborra nel culo.
«Ti piace, troia? Ti basta???»
Resto a terra, con gli occhi chiusi, senza fiato, senza il coraggio di aprire gli occhi.
Il capo mi solleva e mi spinge contro il tavolo, ha il cazzo di nuovo duro. «Ok, troietta. Il tuo amico lo ammazziamo, ma te ti portiamo con noi per divertirci.» Mi strofina la cappella nella fica, ride, si prepara ad entrare.
Lo guardo negli occhi, sorrido: «Ti sei giocato la tua ultima scopata.»
Gli afferro la testa con entrambe le mani, gli spingo i pollici negli occhi, forte, fino a sentire i bulbi scoppiare, il sangue caldo mi cola sulle dita. Lui urla, si divincola, mi colpisce ai fianchi, mi afferra il collo. Lo spingo contro il muro con tutta la forza che ho. Sento il cranio fracassarsi. Si accascia come un sacco vuoto.
Meno uno. Non è difficile uccidere un uomo quando ha i pantaloni abbassati.
Il secondo mi si getta addosso, mi colpisce al viso. Schivo il secondo colpo, gli afferro il polso con una mano, con l’altra lo colpisco di taglio alla gola. Sento la trachea collassare con un crack secco. Crolla in ginocchio con le mani al collo. Soffoca.
Meno due. É morto, anche se ancora non lo sa.
Mi giro verso gli altri due. Stanno prendendo le pistole che avevano appoggiato sul tavolo. Mi getto su di loro con un ruggito, rotoliamo a terra. Il più vicino cerca di sparare, gli afferro il braccio, gli mordo la giugulare, sento il sangue che mi schizza in bocca, caldo, metallico. Si porta le mani alla gola, cerca di tamponare, troppo tardi.
Meno tre. Ce la posso fare.
L’ultimo, quello grosso, riesce a puntarmi contro la pistola, sono più veloce, gliela afferro con entrambe le mani, rotoliamo sul pavimento, l'arma cade a terra, ma adesso ha le mani libere, mi afferra, mi sbatte la testa sul pavimento e colpisce, una, due, tre volte, è forte, cazzo se è forte. Sento il sangue che mi cola in bocca, deve avermi rotto il naso. Cerco di ripararmi mentre continua a picchiarmi, fa male, sono stanca, non so come fermarlo, poi commette un errore: «Ti basta razza di puttana?» No, non mi basta, un secondo di respiro e tutto quello che mi serve, mi aggrappo ai suoi capelli e gli do una testata in faccia con tutta la forza, urla di dolore e si copre il viso con le mani. Riesco a spingerlo via, salgo sopra di lui e lo prendo a pugni con tutta la forza e la rabbia che ho addosso. Sento, i denti saltare, le ossa frantumarsi. Il sangue mi schizza sul viso, la sua faccia diventa una maschera informe. Continuo a picchiare anche quando non si muove più.
«Alisia… Fermati. È morto.»
Mi fermo. Marco è ancora ammanettato a terra, gli occhi spalancati, terrorizzati.
Mi avvicino per liberarlo, si ritrae, ha paura.
Ha visto la puttana. Ha visto il mostro. Ha visto troppo.
Non so cosa dire, non c’è niente da dire. Mi pulisco dal sangue con la maglia bianca, tanto non credo che la indosserò più. Mi infilo i pantaloni, metto il giaccone. Non riesco a guardarlo.
Lui mi volta le spalle, parla come rivolto a sé stesso: «Non hanno messo telecamere, me ne sarei accorto. La Milizia Civica si tiene alla larga da un'operazione dei Pretoriani. Ho almeno dieci minuti per far sparire le prove e dare fuoco a tutto. Alisia, scappa. Non salire le scale, continua a scendere fino in fondo, prendi il corridoio a destra e ti troverai in un vicolo poco frequentato. Nasconditi per qualche giorno.»
Mi chiama Alisia, non sono “Ali”, non sono la ragazza del ritratto, sono Alisia, sono il mostro.
Mi giro per andarmene. «Aspetta…» si avvicina alle mie spalle e mi sussurra un indirizzo all'orecchio. «Se avrai bisogno di me, mi trovi lì.»
Non rispondo, esco senza voltarmi. Mi tocco il viso bagnato. «Maledetta pioggia.»
Livello -VI. Mi aggiro per il mercatino di Porta Trionfale, una distesa di bancarelle colorate dove i poveri si contendono gli avanzi dei ricchi.
Ho barattato il vestito corto che indossavo con un paio di jeans e una maglia bianca, via gli stivali alti per un paio di scarponi consumati. Sicuramente non ho fatto un affare.
Mi specchio in una vetrina: capelli legati, niente trucco, tiro fuori il foglio dalla tasca del giaccone. Assomiglio alla ragazza del ritratto. Provo a sorridere… ok, meglio di no.
Coi soldi del clerico ho comprato due bottiglie di vino e un grosso sacchetto di pizzette di grillo. Un'ora a soddisfare quel vecchio pervertito pieno di Nigrina… per due bottiglie e un sacchetto di pizzette. Ho ancora i lividi addosso, dovevo ammazzarlo.
Mi incammino verso "casa", sui marciapiedi ragazzi che spacciano droga e bambini che chiedono l'elemosina, probabilmente per comprarsi la droga.
Una ragazza seminuda si offre per un po' di compagnia, poi mi guarda bene, chiede scusa e mi augura buon lavoro. Cazzo! Ho la faccia da troia anche vestita così.
Arrivo in Vicolo del Peccato, scendo le scale, suono.
Marco apre la porta. Mi guarda. Silenzio.
Faccio un respiro profondo: «Pizze e film?»
Ride di gusto e mi fa entrare. Ci sediamo sul divano sfondato e guardiamo un vecchio DVD: astronavi, raggi laser, tizi in accappatoio che combattono con spade luminose… fingo di essere interessata mentre sgranocchiamo le pizzette e beviamo vino che sa di plastica.
Marco mi passa un braccio intorno alle spalle, smetto di respirare per un attimo, non voglio saltargli addosso, non stasera.
Meglio divagare: «È la mia impressione o l'impero del male assomiglia parecchio al nostro Partito Unico dei Patrioti?» Lui sorride amaro: «Abbastanza. Nel film la democrazia muore tra scroscianti applausi. La nostra è morta nella noia e nella rassegnazione: nessuno andava più a votare e il Partito ha semplicemente abolito le elezioni.» Fa una pausa «Comunque questo è un classico della fantascienza, Ali. Non va preso troppo sul serio… ne guardiamo un altro?»
Apriamo la seconda bottiglia, il tempo passa. Stiamo bene. Forse sono felice. Forse la felicità è quando la rabbia ti abbandona, quando non hai voglia di uccidere chi ti sta di fianco.
Marco si avvicina piano, il suo respiro mi sfiora la guancia, mi dà un bacio leggero, quasi esitante.
Non resisto: «Scopiamo?»
Scoppia a ridere: «Mi stavo chiedendo quando lo avresti detto…»
Le sue dita scivolano sotto la maglia, me la toglie lentamente, lasciando che il tessuto mi accarezzi la pelle mentre sale. Mi lecca a lungo i capezzoli, poi si inginocchia davanti a me, mi sfila i pantaloni baciando ogni centimetro di pelle che scopre.
Le labbra mi sfiorano l’interno delle cosce, salgono piano, calde, morbide. Arriva alla fica, la bacia come sa fare lui: lento, metodico, la lingua accarezza il clitoride, poi entra, assaggia, esplora, mi fa bagnare sempre di più. Le mani mi accarezzano i fianchi, il seno, mi stringono dolcemente.
Chiudo gli occhi. Vengo la prima volta con un sospiro lungo, un’onda di piacere che sale dalla fica fino alla gola. Lui non si ferma, continua lentamente, più a fondo, la lingua mi accarezza senza fretta. Il secondo orgasmo è più intenso, mi fa inarcare la schiena, mi fa gridare di piacere.
Lo tiro su, lo bacio, gli lecco le labbra, le lingue si cercano, si intrecciano. Gli sfilo la maglietta e i pantaloni, lo spingo sul divano e salgo sopra di lui. Prendo in mano il suo cazzo, lo accarezzo piano, poi lo guido dentro di me, lentamente, centimetro dopo centimetro, lo sento riempirmi, allargarmi, scaldarmi. Muovo i fianchi, avanti, indietro, piano, mi stringo intorno a lui con ogni muscolo. Continuiamo a baciarci, le mie mani cercano le sue, il suo respiro si mescola al mio. Mi fermo quando sento che sta per venire, resto immobile. Lo guardo negli occhi, lecco le sue labbra. Ricomincio a muovermi, lenta, lentissima, voglio che duri a lungo, vorrei scoparlo per sempre…
Marco continua a baciarmi, a leccarmi le tette, sento la sua lingua sui capezzoli, le sue mani sui fianchi, comincia a spingere, mi solleva leggermente e poi mi abbassa di nuovo sul suo cazzo, assecondo i suoi movimenti, sto per impazzire… Grido, grido tutto il mio piacere mentre lui viene dentro di me con un sospiro soffocato. Continua a baciarmi, dolce, come se non volesse smettere mai
Lo guardo negli occhi, per un momento è tutto perfetto.
All’improvviso quattro esplosioni quasi contemporanee. La porta cade verso l’interno, qualcuno ha fatto saltare i cardini. Dei tizi in mimetica entrano di corsa, armati.
Cazzo! Pretoriani. La guardia privata del Primo Patriota. Marco deve averla combinata grossa.
«Marco Vitali, sei in arresto per cospirazione contro la Nuova Patria Italica.»
Gli puntano contro le pistole. Marco sbianca, alza le mani. Sono in quattro, armati, addestrati. Non posso affrontarli. Ammanettano Marco dietro la schiena e lo gettano a terra. Lo prendono a calci.
Poi guardano me, sono in piedi, immobile, nuda.
Mi getto in ginocchio davanti a quello che sembra il capo, gli abbraccio le gambe. «Lasciatemi andare, non ho fatto niente. Vi prego…»
Gli uomini ragionano col cazzo, e il suo è a due centimetri dal mio viso. Lo vedo indurirsi sotto i pantaloni, lo sfioro con la bocca. «Vi prego…»
Il capo ride, mi afferra per i capelli. «Ok, troietta. Se ci fai divertire forse ti lasciamo andare.» Mi tira su e mi spinge contro il tavolo, mi fa sdraiare, mi spalanca le gambe.
«Sei proprio una gran fica...» Sì, sono una gran fica, e tu sarai il primo a morire.
Abbassa la mimetica e mi penetra in un sol colpo, duro, secco, senza preavviso. Mi scopa con forza. Mi strizza le tette, mi fa male, mi piace, il mio corpo reagisce, spingo contro di lui, mi muovo, sospiro mentre il suo cazzo si agita nella mia fica.
Marco è ammanettato a terra, gli occhi spalancati, disperati. Mi guarda mentre il capo mi sborra dentro con un grugnito, mentre gli altri ridono. Mentre io godo.
Il secondo mi tira giù dal tavolo e mi fa inginocchiare. Mi tiene la testa con le mani e mi spinge il cazzo in bocca, mi scopa la gola fino a farmi soffocare, la saliva mi cola sul mento, sul collo. Viene quasi subito, «Ingoia tutto, troia...»
Il terzo mi spinge in avanti con un calcio, a quattro zampe, si inginocchia dietro di me e mi entra nella fica da dietro, spinge con foga, fino in fondo. Mi schiaffeggia il culo, mi tira i capelli. Urlo di piacere, vengo ancora quando mi riempie di sborra, nonostante la vergogna, nonostante la rabbia...
Guardo Marco: ha gli occhi pieni di lacrime e di orrore.
L’ultimo, il più grosso, mi schiaccia la testa contro il pavimento, appoggia il cazzo nel mio culo e spinge, entra in un sol colpo, fino in fondo. Urlo di dolore… e di piacere. Mi incula con forza, senza pietà, il suo grosso cazzo mi apre, è violento, mi stringe i capezzoli, mi fa male.
Sento la mia voce incitarlo, chiedo di essere inculata più forte.
«Ti piace, troia?» «Si… mi piace… continua…» mi accarezzo la fica, mi sta facendo impazzire…
Gli altri si prendono gioco di Marco: «Guarda come gode la tua amichetta!» «Adesso è la nostra cagnetta.»
Hanno ragione: godo sempre di più: Il piacere esplode insieme al dolore, all’odio. All'odio per quello che mi stanno facendo, per quello che sono… godo davanti a Marco, grido di piacere mentre mi usano, vengo mentre lui mi guarda. Urlo mentre mi sborra nel culo.
«Ti piace, troia? Ti basta???»
Resto a terra, con gli occhi chiusi, senza fiato, senza il coraggio di aprire gli occhi.
Il capo mi solleva e mi spinge contro il tavolo, ha il cazzo di nuovo duro. «Ok, troietta. Il tuo amico lo ammazziamo, ma te ti portiamo con noi per divertirci.» Mi strofina la cappella nella fica, ride, si prepara ad entrare.
Lo guardo negli occhi, sorrido: «Ti sei giocato la tua ultima scopata.»
Gli afferro la testa con entrambe le mani, gli spingo i pollici negli occhi, forte, fino a sentire i bulbi scoppiare, il sangue caldo mi cola sulle dita. Lui urla, si divincola, mi colpisce ai fianchi, mi afferra il collo. Lo spingo contro il muro con tutta la forza che ho. Sento il cranio fracassarsi. Si accascia come un sacco vuoto.
Meno uno. Non è difficile uccidere un uomo quando ha i pantaloni abbassati.
Il secondo mi si getta addosso, mi colpisce al viso. Schivo il secondo colpo, gli afferro il polso con una mano, con l’altra lo colpisco di taglio alla gola. Sento la trachea collassare con un crack secco. Crolla in ginocchio con le mani al collo. Soffoca.
Meno due. É morto, anche se ancora non lo sa.
Mi giro verso gli altri due. Stanno prendendo le pistole che avevano appoggiato sul tavolo. Mi getto su di loro con un ruggito, rotoliamo a terra. Il più vicino cerca di sparare, gli afferro il braccio, gli mordo la giugulare, sento il sangue che mi schizza in bocca, caldo, metallico. Si porta le mani alla gola, cerca di tamponare, troppo tardi.
Meno tre. Ce la posso fare.
L’ultimo, quello grosso, riesce a puntarmi contro la pistola, sono più veloce, gliela afferro con entrambe le mani, rotoliamo sul pavimento, l'arma cade a terra, ma adesso ha le mani libere, mi afferra, mi sbatte la testa sul pavimento e colpisce, una, due, tre volte, è forte, cazzo se è forte. Sento il sangue che mi cola in bocca, deve avermi rotto il naso. Cerco di ripararmi mentre continua a picchiarmi, fa male, sono stanca, non so come fermarlo, poi commette un errore: «Ti basta razza di puttana?» No, non mi basta, un secondo di respiro e tutto quello che mi serve, mi aggrappo ai suoi capelli e gli do una testata in faccia con tutta la forza, urla di dolore e si copre il viso con le mani. Riesco a spingerlo via, salgo sopra di lui e lo prendo a pugni con tutta la forza e la rabbia che ho addosso. Sento, i denti saltare, le ossa frantumarsi. Il sangue mi schizza sul viso, la sua faccia diventa una maschera informe. Continuo a picchiare anche quando non si muove più.
«Alisia… Fermati. È morto.»
Mi fermo. Marco è ancora ammanettato a terra, gli occhi spalancati, terrorizzati.
Mi avvicino per liberarlo, si ritrae, ha paura.
Ha visto la puttana. Ha visto il mostro. Ha visto troppo.
Non so cosa dire, non c’è niente da dire. Mi pulisco dal sangue con la maglia bianca, tanto non credo che la indosserò più. Mi infilo i pantaloni, metto il giaccone. Non riesco a guardarlo.
Lui mi volta le spalle, parla come rivolto a sé stesso: «Non hanno messo telecamere, me ne sarei accorto. La Milizia Civica si tiene alla larga da un'operazione dei Pretoriani. Ho almeno dieci minuti per far sparire le prove e dare fuoco a tutto. Alisia, scappa. Non salire le scale, continua a scendere fino in fondo, prendi il corridoio a destra e ti troverai in un vicolo poco frequentato. Nasconditi per qualche giorno.»
Mi chiama Alisia, non sono “Ali”, non sono la ragazza del ritratto, sono Alisia, sono il mostro.
Mi giro per andarmene. «Aspetta…» si avvicina alle mie spalle e mi sussurra un indirizzo all'orecchio. «Se avrai bisogno di me, mi trovi lì.»
Non rispondo, esco senza voltarmi. Mi tocco il viso bagnato. «Maledetta pioggia.»
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