Alisia - 06 - Reductio ad Carnem
di
Alessia&Nicola
genere
pulp
*** Una discesa senza freni. Senza fine ***
Sono appesa al soffitto, le catene mi segano i polsi. Ho gli occhi tumefatti, due fessure gonfie di sangue. Sento solo il rumore del mio respiro spezzato e il cigolio del metallo che mi tiene sospesa. Dolore dappertutto. La bocca piena di sangue. La fica bagnata.
L’Esecutore parla con qualcuno che chiama “Direttore”. La voce bassa, quasi timorosa. «I cloni possono essere addomesticati, Direttore. Mi creda, sono come animali. Basta essere abbastanza violenti.» Sento i suoi passi. Si avvicina. Un colpo di frusta, sul seno.
«Hai capito chi comanda, numero 10?»
È davanti a me, è poco più alto. Sputo contro di lui tutto il sangue che ho in bocca. Lo sento imprecare.
Poi il colpo. Un pugno allo stomaco, un altro. Il direttore parla con calma: «Non mi sembra molto addomesticata. Come pensiamo di creare dei super-soldati se non riusciamo a farci obbedire neanche dalle puttane? Stiamo perdendo tempo, e soprattutto, stiamo sprecando un sacco di soldi. Qui ci giochiamo la carriera».
L'Esecutore urla di rabbia mentre continua a prendermi a pugni. Buio.
Uno schiaffo sul viso, deciso: «Che stai facendo, zoccola! Ti sei addormentata sul mio cazzo?»
Torno in me: sono nel privé del Peccatum Carnis. Corpi ovunque, già pronti, già duri.
Qualcuno mi afferra i fianchi da dietro e mi penetra con rabbia, il cazzo entra fino in fondo a ogni spinta, sento il bacino che sbatte contro il mio culo, il rumore della fica che si apre e si chiude intorno a lui. Un altro mi prende per i capelli, mi tiene la testa ferma e mi scopa la gola senza pietà, la saliva mi cola in rivoli spessi sul mento, sul collo, sul petto. Respiro a rantoli, il naso premuto contro il pube, l’odore acre che mi riempie i polmoni… mi piace, cazzo se mi piace…
Mi sollevano, un paio di mani mi spalancano le chiappe con forza, un altro cazzo preme contro il mio culo, entra senza difficoltà, il piacere mi fa inarcare la schiena e sospirare come una cagna in calore. Un altro continua a riempirmi la fica, li sento spingere dentro di me, i muscoli si contraggono intorno a loro, il piacere esplode come una scarica elettrica, voglio essere aperta, usata, riempita fino a scoppiare.
Un’altra mano mi afferra il seno sinistro, lo stringe con violenza, tira il capezzolo fino a farlo diventare rosso e gonfio, dita sconosciute si infilano nella fica già piena, si muovono in modo brutale, sfregando contro il cazzo che entra e esce. Qualcuno mi schiaffeggia il viso, mi sputa addosso, mi chiamano troia, puttana, cagna da monta, hanno ragione, è quello che sono.
Una mano mi stringe la gola, «Ingoia, troia! Ingoia tutto come la vacca che sei!» «Le piace essere maltrattata, 'sta troia!» «Guarda che fica bagnata, non gli basta mai!»
L’odore soffocante di sudore, Nigrina e sesso rancido impregna la stanza, impregna me.
Grugniti, gemiti, schizzi, il rumore dei cazzi che entrano ed escono, le mani che sbattono sulla carne. Qualcuno mi sborra nel culo, fiotti di sperma mi colano lungo le cosce e si mischiano al sudore e alla saliva. Un altro si scarica in gola, ingoio tutto, il sapore amaro mi riempie la bocca. Un altro ancora mi sborra sul viso, sugli occhi, sul naso, lo sperma caldo mi cola sul petto, sullo stomaco. Dita sconosciute mi riempiono di nuovo la fica mentre un altro mi sborra sulle tette, un altro ancora nei capelli.
«Guardate! la fica di questa troia, sembra una fogna aperta!» «Ti sei divertita puttana? Per oggi abbiamo finito con te! Ma ci sei piaciuta, ci rivedremo presto!»
Se ne vanno, decisamente orgogliosi di quello che hanno appena fatto.
Resto ferma, ansimante, la pelle appiccicosa di saliva, sudore, sperma. Il cuore batte troppo forte. Il corpo trema ancora per gli ultimi spasmi di piacere.
Mi alzo. Non mi lavo. Non ho tempo. Non ne ho voglia.
Salgo sul palco così, nuda, ancora sporca del loro sperma. Il pavimento è appiccicoso sotto i piedi, birra sintetica, saliva, il sudore di chi ha ballato prima di me. L’odore mi arriva a ondate: sudore rancido, fumus, il mio stesso odore di fica usata e sperma rappreso.
Ballo lenta, lascio che mi guardino. Faccio scivolare le mani sul seno, mi accarezzo i capezzoli, li strizzo come se volessi strapparmeli. Mi piego in avanti, mi lascio accarezzare, toccare. Sorrido, Il mio sorriso da troia. L'unico sorriso che ho.
Davanti al palco urlano, mi incitano, mi insultano. «Mostra la fica!» «Apri di più!»
Mi giro di spalle e mi lascio cadere su di loro. Prendete e godetene tutti.
Mani ovunque. Mi sorreggono, mi afferrano, mi infilano dita dappertutto, nella fica, nel culo, una mano mi stringe la gola, un’altra mi tira i capezzoli, qualcuno mi sputa in faccia, qualcun altro mi infila un dito in bocca e me lo fa succhiare. Allargo le gambe e mi lascio andare, non sento più neanche la musica.
Solo il rumore del mio corpo che ne vuole ancora.
Risalgo sul palco, il pubblico è una marea indistinta di facce, bocche aperte, mani alzate. Continuo a ballare. Mi piego di nuovo, mi apro, mi tocco, lascio che vedano tutto: la fica che gocciola, il viso sporco di sperma rappreso.
Applausi. Risate. Insulti.
Finisco il numero. Penso ai prossimi clienti. Penso che li porterò nel privé e mi farò scopare. Penso che dopo tornerò a ballare. Poi di nuovo scopare. Sempre uguale. Sempre di più.
È quasi mattina, Omar mi ferma prima che arrivi ai camerini. Mi prende per un braccio e mi trascina in ufficio. Chiude la porta. Ha la faccia stanca, la sigaretta di fumus che gli trema tra le dita. «Alisia, cosa cazzo ti sta succedendo? Tutti quei clienti, le orge… Stai esagerando: da quanto tempo non fai qualcosa che non sia ballare o scopare?»
Lo guardo, penso ai tre ex carcerieri che ho ammazzato, ai quattro clienti violenti, ai due tizi che non c'entravano un cazzo… nove morti in due mesi. Nove morti dall'ultima volta che ho visto Marco.
«Tranquillo capo. Ho tutto sotto controllo.»
Sto mentendo. Non ho niente sotto controllo. E lo sa anche lui.
«Alisia, sei la migliore qui, sei la più bella, sei l'unica con la pelle chiara, Pura Razza Italica, i clienti fanno la fila per te. Però sei fuori controllo, ieri hai quasi spezzato un polso alla nuova arrivata solo perché ti ha chiamato "Ali". Le ragazze hanno paura di te, non parli più con nessuno. Ascolta: anche se ci rimetto un sacco di soldi, devo chiederti di star lontana dal locale per un po'. Riposati. Fermati... Fatti una doccia, cazzo! Puzzi di vino, di sudore… di sesso…»
Fa una pausa, guarda i lividi freschi sul collo, sul seno, sulle cosce, abbassa la voce.
«Ho saputo che frequenti Padre Luciano. Non fidarti di quel clerico. È uno dei peggiori. È pericoloso.»
Preferisco non rispondere. Esco dal suo ufficio sbattendo la porta. Per oggi ho altri progetti.
Oggi ucciderò l’Esecutore.
Ma prima devo sistemare una questione.
Mi dirigo verso la piccola chiesa nascosta nei livelli bassi, quella dove Padre Luciano riceve le sue “pecorelle smarrite”. La porta è socchiusa, come sempre.
Entro.
Lui è lì, in piedi vicino all’altare, col sorriso d’ordinanza che indossa insieme al vestito nero. «Alisia, figlia mia, cosa ti porta nella casa di Dio?»
Chiudo la porta dietro di me. «Padre, ho peccato».
«Dimmi figliola, Dio saprà come perdonarti», dice toccandosi il cazzo attraverso la tonaca.
«Ho violato la sua intimità, padre, ho frugato nel suo computer,» rispondo piano. Lui impallidisce, cerca di ricomporsi, balbetta qualcosa, lo interrompo: «Ho visto le foto delle ragazze. Molte ragazze. Tutte morte.»
«Quelle sono… tentativi di redenzione. Dio le ha chiamate a sé. Il peccato è stato perdonato nel sangue. Tu sei diversa, Alisia. Dio vuole la tua salvezza.»
Sorrido. «Dio vuole sempre un sacco di cose, padre. Guarda caso sempre quelle che piacciono a te.»
Mi avvicino. Lui fa un passo indietro, lo afferro per il colletto della tonaca. Lo spingo contro l’altare.
«Quando avevi intenzione di farmi fare la fine delle altre?» chiedo, la voce bassa, quasi gentile.
Lui balbetta: «Non è così, io ti ho sempre protetta, ti ho dato…»
«Zitto! stavolta il tuo Dio ti ha giocato un brutto scherzo, ti ha fatto incontrare un mostro peggiore di te».
«Alisia… aspetta… io posso salvarti…»
Non lo faccio finire. Gli metto le mani intorno al collo. Stringo. Lentamente. Lo guardo negli occhi. Vedo la sorpresa, il terrore. Vedo il momento in cui si rende conto che il suo Dio non lo salverà.
Le sue mani graffiano inutilmente le mie braccia. Gli occhi si gonfiano, diventano rossi. Stringo ancora. Il corpo si affloscia.
«Vaffanculo, clerico, tu e il tuo Dio…»
Vado nella sua camera e mi siedo alla scrivania. Accendo il computer. Trovo il modello di permesso per il “centro di rieducazione”.
È lì che rinchiudono i nemici del partito, è lì che l’esecutore sfoga il suo sadismo.
Nome fittizio, timbro digitale della Chiesa, firma elettronica di Luciano. Stampa.
Prendo un vestito da novizia dall’armadio. Lo infilo sopra la mia tenuta da troia. Croce al collo. Documenti in tasca.
Esco dalla chiesa. La suora che cammina nel vicolo ha i capelli coperti, il viso pulito, gli occhi di un’assassina.
Sono appesa al soffitto, le catene mi segano i polsi. Ho gli occhi tumefatti, due fessure gonfie di sangue. Sento solo il rumore del mio respiro spezzato e il cigolio del metallo che mi tiene sospesa. Dolore dappertutto. La bocca piena di sangue. La fica bagnata.
L’Esecutore parla con qualcuno che chiama “Direttore”. La voce bassa, quasi timorosa. «I cloni possono essere addomesticati, Direttore. Mi creda, sono come animali. Basta essere abbastanza violenti.» Sento i suoi passi. Si avvicina. Un colpo di frusta, sul seno.
«Hai capito chi comanda, numero 10?»
È davanti a me, è poco più alto. Sputo contro di lui tutto il sangue che ho in bocca. Lo sento imprecare.
Poi il colpo. Un pugno allo stomaco, un altro. Il direttore parla con calma: «Non mi sembra molto addomesticata. Come pensiamo di creare dei super-soldati se non riusciamo a farci obbedire neanche dalle puttane? Stiamo perdendo tempo, e soprattutto, stiamo sprecando un sacco di soldi. Qui ci giochiamo la carriera».
L'Esecutore urla di rabbia mentre continua a prendermi a pugni. Buio.
Uno schiaffo sul viso, deciso: «Che stai facendo, zoccola! Ti sei addormentata sul mio cazzo?»
Torno in me: sono nel privé del Peccatum Carnis. Corpi ovunque, già pronti, già duri.
Qualcuno mi afferra i fianchi da dietro e mi penetra con rabbia, il cazzo entra fino in fondo a ogni spinta, sento il bacino che sbatte contro il mio culo, il rumore della fica che si apre e si chiude intorno a lui. Un altro mi prende per i capelli, mi tiene la testa ferma e mi scopa la gola senza pietà, la saliva mi cola in rivoli spessi sul mento, sul collo, sul petto. Respiro a rantoli, il naso premuto contro il pube, l’odore acre che mi riempie i polmoni… mi piace, cazzo se mi piace…
Mi sollevano, un paio di mani mi spalancano le chiappe con forza, un altro cazzo preme contro il mio culo, entra senza difficoltà, il piacere mi fa inarcare la schiena e sospirare come una cagna in calore. Un altro continua a riempirmi la fica, li sento spingere dentro di me, i muscoli si contraggono intorno a loro, il piacere esplode come una scarica elettrica, voglio essere aperta, usata, riempita fino a scoppiare.
Un’altra mano mi afferra il seno sinistro, lo stringe con violenza, tira il capezzolo fino a farlo diventare rosso e gonfio, dita sconosciute si infilano nella fica già piena, si muovono in modo brutale, sfregando contro il cazzo che entra e esce. Qualcuno mi schiaffeggia il viso, mi sputa addosso, mi chiamano troia, puttana, cagna da monta, hanno ragione, è quello che sono.
Una mano mi stringe la gola, «Ingoia, troia! Ingoia tutto come la vacca che sei!» «Le piace essere maltrattata, 'sta troia!» «Guarda che fica bagnata, non gli basta mai!»
L’odore soffocante di sudore, Nigrina e sesso rancido impregna la stanza, impregna me.
Grugniti, gemiti, schizzi, il rumore dei cazzi che entrano ed escono, le mani che sbattono sulla carne. Qualcuno mi sborra nel culo, fiotti di sperma mi colano lungo le cosce e si mischiano al sudore e alla saliva. Un altro si scarica in gola, ingoio tutto, il sapore amaro mi riempie la bocca. Un altro ancora mi sborra sul viso, sugli occhi, sul naso, lo sperma caldo mi cola sul petto, sullo stomaco. Dita sconosciute mi riempiono di nuovo la fica mentre un altro mi sborra sulle tette, un altro ancora nei capelli.
«Guardate! la fica di questa troia, sembra una fogna aperta!» «Ti sei divertita puttana? Per oggi abbiamo finito con te! Ma ci sei piaciuta, ci rivedremo presto!»
Se ne vanno, decisamente orgogliosi di quello che hanno appena fatto.
Resto ferma, ansimante, la pelle appiccicosa di saliva, sudore, sperma. Il cuore batte troppo forte. Il corpo trema ancora per gli ultimi spasmi di piacere.
Mi alzo. Non mi lavo. Non ho tempo. Non ne ho voglia.
Salgo sul palco così, nuda, ancora sporca del loro sperma. Il pavimento è appiccicoso sotto i piedi, birra sintetica, saliva, il sudore di chi ha ballato prima di me. L’odore mi arriva a ondate: sudore rancido, fumus, il mio stesso odore di fica usata e sperma rappreso.
Ballo lenta, lascio che mi guardino. Faccio scivolare le mani sul seno, mi accarezzo i capezzoli, li strizzo come se volessi strapparmeli. Mi piego in avanti, mi lascio accarezzare, toccare. Sorrido, Il mio sorriso da troia. L'unico sorriso che ho.
Davanti al palco urlano, mi incitano, mi insultano. «Mostra la fica!» «Apri di più!»
Mi giro di spalle e mi lascio cadere su di loro. Prendete e godetene tutti.
Mani ovunque. Mi sorreggono, mi afferrano, mi infilano dita dappertutto, nella fica, nel culo, una mano mi stringe la gola, un’altra mi tira i capezzoli, qualcuno mi sputa in faccia, qualcun altro mi infila un dito in bocca e me lo fa succhiare. Allargo le gambe e mi lascio andare, non sento più neanche la musica.
Solo il rumore del mio corpo che ne vuole ancora.
Risalgo sul palco, il pubblico è una marea indistinta di facce, bocche aperte, mani alzate. Continuo a ballare. Mi piego di nuovo, mi apro, mi tocco, lascio che vedano tutto: la fica che gocciola, il viso sporco di sperma rappreso.
Applausi. Risate. Insulti.
Finisco il numero. Penso ai prossimi clienti. Penso che li porterò nel privé e mi farò scopare. Penso che dopo tornerò a ballare. Poi di nuovo scopare. Sempre uguale. Sempre di più.
È quasi mattina, Omar mi ferma prima che arrivi ai camerini. Mi prende per un braccio e mi trascina in ufficio. Chiude la porta. Ha la faccia stanca, la sigaretta di fumus che gli trema tra le dita. «Alisia, cosa cazzo ti sta succedendo? Tutti quei clienti, le orge… Stai esagerando: da quanto tempo non fai qualcosa che non sia ballare o scopare?»
Lo guardo, penso ai tre ex carcerieri che ho ammazzato, ai quattro clienti violenti, ai due tizi che non c'entravano un cazzo… nove morti in due mesi. Nove morti dall'ultima volta che ho visto Marco.
«Tranquillo capo. Ho tutto sotto controllo.»
Sto mentendo. Non ho niente sotto controllo. E lo sa anche lui.
«Alisia, sei la migliore qui, sei la più bella, sei l'unica con la pelle chiara, Pura Razza Italica, i clienti fanno la fila per te. Però sei fuori controllo, ieri hai quasi spezzato un polso alla nuova arrivata solo perché ti ha chiamato "Ali". Le ragazze hanno paura di te, non parli più con nessuno. Ascolta: anche se ci rimetto un sacco di soldi, devo chiederti di star lontana dal locale per un po'. Riposati. Fermati... Fatti una doccia, cazzo! Puzzi di vino, di sudore… di sesso…»
Fa una pausa, guarda i lividi freschi sul collo, sul seno, sulle cosce, abbassa la voce.
«Ho saputo che frequenti Padre Luciano. Non fidarti di quel clerico. È uno dei peggiori. È pericoloso.»
Preferisco non rispondere. Esco dal suo ufficio sbattendo la porta. Per oggi ho altri progetti.
Oggi ucciderò l’Esecutore.
Ma prima devo sistemare una questione.
Mi dirigo verso la piccola chiesa nascosta nei livelli bassi, quella dove Padre Luciano riceve le sue “pecorelle smarrite”. La porta è socchiusa, come sempre.
Entro.
Lui è lì, in piedi vicino all’altare, col sorriso d’ordinanza che indossa insieme al vestito nero. «Alisia, figlia mia, cosa ti porta nella casa di Dio?»
Chiudo la porta dietro di me. «Padre, ho peccato».
«Dimmi figliola, Dio saprà come perdonarti», dice toccandosi il cazzo attraverso la tonaca.
«Ho violato la sua intimità, padre, ho frugato nel suo computer,» rispondo piano. Lui impallidisce, cerca di ricomporsi, balbetta qualcosa, lo interrompo: «Ho visto le foto delle ragazze. Molte ragazze. Tutte morte.»
«Quelle sono… tentativi di redenzione. Dio le ha chiamate a sé. Il peccato è stato perdonato nel sangue. Tu sei diversa, Alisia. Dio vuole la tua salvezza.»
Sorrido. «Dio vuole sempre un sacco di cose, padre. Guarda caso sempre quelle che piacciono a te.»
Mi avvicino. Lui fa un passo indietro, lo afferro per il colletto della tonaca. Lo spingo contro l’altare.
«Quando avevi intenzione di farmi fare la fine delle altre?» chiedo, la voce bassa, quasi gentile.
Lui balbetta: «Non è così, io ti ho sempre protetta, ti ho dato…»
«Zitto! stavolta il tuo Dio ti ha giocato un brutto scherzo, ti ha fatto incontrare un mostro peggiore di te».
«Alisia… aspetta… io posso salvarti…»
Non lo faccio finire. Gli metto le mani intorno al collo. Stringo. Lentamente. Lo guardo negli occhi. Vedo la sorpresa, il terrore. Vedo il momento in cui si rende conto che il suo Dio non lo salverà.
Le sue mani graffiano inutilmente le mie braccia. Gli occhi si gonfiano, diventano rossi. Stringo ancora. Il corpo si affloscia.
«Vaffanculo, clerico, tu e il tuo Dio…»
Vado nella sua camera e mi siedo alla scrivania. Accendo il computer. Trovo il modello di permesso per il “centro di rieducazione”.
È lì che rinchiudono i nemici del partito, è lì che l’esecutore sfoga il suo sadismo.
Nome fittizio, timbro digitale della Chiesa, firma elettronica di Luciano. Stampa.
Prendo un vestito da novizia dall’armadio. Lo infilo sopra la mia tenuta da troia. Croce al collo. Documenti in tasca.
Esco dalla chiesa. La suora che cammina nel vicolo ha i capelli coperti, il viso pulito, gli occhi di un’assassina.
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