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Rossella e l’oscuro desiderio del potere. Femmine Cap. 8
Presi la borsa ed usci di corsa. Stavo facendo tardi. Avevo un appuntamento con Sabrina alle dieci. Dovevamo andare al centro per incontrare il direttore di filiale della sede centrale. Ero in ritardo e il traffico era infernale. Il telefono mi vibrava nella tasca.

“Arrivo,” scrissi agitatissima, e inviai. Il display rifletteva la mia faccia stravolta, capelli strizzati in una coda che minacciava di implodere.

Arrivai con 20 minuti di ritardo e Sabrina appena entrata in macchina mi disse che aveva già avvisato e il direttore era stato costretto a rimandare l’appuntamento all’indomani perché aveva una riunione di filiale.

Le risposi: “Sabrina, poco male. A questo punto facciamo un giro in centro a fare un po’ di shopping”.

Lei mi rispose con un sorriso. Appena in centro, parcheggiammo e cominciammo il nostro giro per negozi.

“Mi sa che oggi andiamo solo a guardare” scherzai, tenendo stretta la borsa sotto il braccio.

Via Montenapoleone era una passerella di modelle e di donne che si credevano tali. Ogni tanto passava qualcuno che aveva ‘il look da manager’, e Sabrina li squadrava con aria di sufficienza. Io facevo finta di non notare, ma mi sentivo ugualmente giudicata. A ogni vetrina era una gara a chi commentava prima. Arrivate davanti all’ennesima boutique, sbucò un profumo intenso di vaniglia e aria condizionata. Una figura alta e impettita stava già uscendo con una commessa alle calcagna.

Mi gelai quando riconobbi Gisella Somaschi.

Appena mi vide mi salto al collo per salutarmi. Fu come essere centrata da una palla di cannone intrisa di Chanel N°5. Gisella urlò il mio nome, scatenando il tipo di attenzione che di solito mi faceva venire voglia di rientrare e sparire.

“Rossella! Ma sei tu, tesoro!”

Sabrina osservava divertita la scena, il sopracciglio alzato di chi capisce subito tutto.

“Che sorpresa!” strillò Gisella, allargando le braccia, continuò dicendo:

“Adesso passeggiamo insieme. Ho proprio bisogno di qualche consiglio da te”

Tentai di trovare una scusa per evitarlo ma non ci furono santi. Dissi a Sabrina di tornare in banca da sola. Mi scusai con lei e mi incamminai con Gisella, la puttana. Mi passò per la mente come prendeva bene i cazzi di quei due ragazzi qualche giorno fa e mi venne un pò da ridere.

Poi pensai che anche io ne avevo preso uno, quello del marito e sorrisi ancora più forte.

Insomma due zoccole per negozi.

Non ci fermavamo a guardare le vetrine, si entrava proprio. Tutti la salutavano con reverenza “Buongiorno signora Gisella”. Io la guardavo mentre lei sceglieva abiti bellissimi senza interessarsi del prezzo.

“Questo è bellissimo” disse. “Lo provo”.

Era davvero un bel vestito.

“Vieni con me in camerino, aiutami.”

Anche se un pò in imbarazzo la seguii. Eravamo strette dentro il camerino e lei cominciò a spogliarsi. La camicia le cadde a terra, piano, come una pelle abbandonata. Gisella resta in piedi davanti a me, la schiena dritta e i seni orgogliosi, con il pancino leggermente accennato, come le donne magre che non hanno mai partorito. Il reggiseno nero di seta le incornicia come una scultura antica, ma la sua pelle è viva, calda, e ogni suo movimento è una tentazione. Sorrido nell’ombra, senza riuscire a distogliere gli occhi dalla curva morbida del suo fianco.

Non so chi cominciò a respirare più forte, se io o lei. Mi sfilò la maglietta prima di avere il tempo di capire cosa stesse succedendo: le sue mani erano gentili, ma decise, e mi accarezzavano il seno come se volessero imparare a memoria ogni dettaglio della mia pelle. Sentii la sua lingua accarezzare il capezzolo, e un brivido mi corse dietro la schiena, fino alle ginocchia. Non volevo farmi sentire, non volevo dar peso alla mia voce spezzata ma, quando Gisella scese verso la mia pancia con la bocca, mi uscì un gemito breve. Lei sorrise, soddisfatta, quasi compiaciuta dello scatto che mi aveva provocato. Mi si avvicinò all’orecchio e sussurrò che sapeva farlo meglio di chiunque altro ― parole sue.

“Non preoccuparti non ci disturberà nessuno. Qui mi conoscono”

“Gisella…sei bellissima le sussurrai nell’orecchio”.

“Mi sei piaciuta appena ti ho vista”, disse lei.

Mi fece sedere sulla panca minuscola del camerino. Mi sollevò la gonna e sfilò piano le mutandine. I suoi capelli lucidi mi sfioravano le cosce nude: non li aveva raccolti, li lasciava appuntare sulla pelle come una carezza morbida. Ero ipnotizzata dal ritmo che dava alle mani: lente, ferme. Col piede spinse all’indietro la tenda quanto bastava per chiudere ancora di più quello spazio. Eravamo assediate da specchi, e per un attimo mi parve di vedere non due corpi ma dieci, cento. Mi baciò dolcemente e mi sorpresi a rispondere alle sue effusioni. Poi scese piano tra le mie cosce. Sorrideva. Infilò le braccia dietro le mie ginocchia e fece in modo da far mettere in mostra la mia figa. Ero scomoda ma non avrei mai rinunciato a sentire le sue labbra baciarmela. Le spinsi la testa più forte contro il mio sesso, sentivo il calore salirmi dal ventre fin sopra la nuca. Avevo la bocca piena di saliva e il cuore che martellava. Gisella alternava colpi di lingua rapidi a pause in cui si limitava a sfiorare con la punta del naso, come a voler stuzzicare ancora di più la mia attesa. Mi guardava da li sotto, sorrideva piano e riprendeva come se la cosa migliore del mondo fosse vedermi vibrare.

Avevo paura che qualcuno stesse spiando dall’altra parte della tenda, ma non riuscivo più a pensare a niente che non fosse l’odore di lei, la bocca di lei, il sapore che avevo addosso. Quando venni fu un’esplosione piccola e silenziosa, trattenuta tra i denti, seguita da uno sfinimento che mi lasciò svuotata. Gisella si tirò su con la calma. Si rivestì di nuovo, lasciandomi lì, con le cosce aperte e la faccia accaldata. Mi sistemai a fatica, con le mani che ancora tremavano. uscimmo dal camerino con l’abito da provare tra le sue mani. Lo portò alla cassa e disse soltanto:

“Lo prendo. Me lo fa portare a casa?”

La commessa rispose “Certo signora.”

Uscimmo come due ladre ridendo e saltellando. Appena fuori Gisella mi disse: “Andiamo a casa mia. Adesso.”

“Va bene” dissi io sorridendo.

Decidemmo di andare in taxi, la macchina l’avrei presa dopo e arrivammo a casa sua in poco meno di quindici minuti. Mi prese per mano e tirandomi entrammo da lei.

Ero fuori di testa. Ma cosa stavo facendo. Avrei dovuto fra poco mettere in piazza le sue porcate ed adesso stavo andando a letto con lei. Mentre salivamo al primo piano, nella sua camera da letto, questi pensieri mi stavano strapazzando il cervello. Ma risvegliai soltanto quando lei nuda e sdraiata sul letto, aprendo le gambe sollevate al cielo mi chiese di baciargliela. Non l’avevo mai fatto. Ma vederla così. Le gambe aperte la voglia mi si scatenò dentro. Mi spogliai anch’io e mi avvicinai piano, tremante come una ragazzina, ma la bocca era già assetata. Mi misi in ginocchio tra le sue cosce e la lingua mi uscì tra le labbra prima ancora che decidessi cosa fare. Aveva la figa perfetta, piccola, rasata e rosa, lucida del suo stesso desiderio. Le passai la lingua su tutta la lunghezza e lei subito si arcuò, inarcando la schiena e stringendomi la testa con le mani come se avesse paura che potessi smettere. Mi piaceva sentire la sua pelle cedere sotto la lingua. Non era come con gli uomini, qui la carne si apriva e rispondeva, viveva sotto la mia bocca. Leccai e succhiai, alternando il ritmo come facevano con me, ma aggiungendo qualcosa di mio, una delicatezza istintiva che mi sembrava di non aver mai avuto con nessun altro.

Gisella gemeva fra i denti, piano, come se volesse trattenersi, ma poi la voce saliva e mi chiamava per nome, e allora io continuavo più forte, più a fondo. Spingeva il bacino verso di me, non aveva pudore. Voleva farmi sparire dentro di lei come in una tana calda e sicura. Venne tra le mie labbra senza urla, il suo corpo si accartocciò, la voce si spense in una risata rauca e mi strinse forte, stringendomi la testa come se fossi una reliquia preziosa. Quando finalmente si rilassò mi lasciò addosso uno sguardo commosso, quasi bambino.

“Brava,” sussurrò “così.”

Restammo nude e abbracciate, con le cosce appiccicose, e io pensai che sarebbe stato stupendo poter essere così ogni mattina, svegliarsi col sesso addosso e la faccia intontita dall’odore dell’altra. Gisella mi accarezzò i capelli, poi ridemmo.

Si girò verso il suo comodino e tirò fuori un fallo di gomma. Nero e nodoso. Lo mise tra le labbra bagnandolo bene. Io la guardavo curiosa. Poi si mise a quattro zampe e passandomelo mi disse:

“Lo voglio dietro, Rossella.”

”Avevo una paura di farle male, ma la mano di Gisella mi guidava, mentre il suo culo si apriva. Le appoggiai la punta del fallo tra le natiche e girai lo sguardo per guardare il suo viso. Aveva uno sguardo rapito, languido. Iniziai piano a entrare, ma lei non aveva pazienza; spingeva da sola, senza aspettare, e all’improvviso la sentii cedere, sparire dentro. Il mio respiro si fermò per un attimo. Gisella ansimava con gli occhi socchiusi, aveva le unghie nella trapunta. La ritmica dei suoi movimenti andava sempre più forte e io la seguivo, trascinata da quell’onda di piacere, come se dovessi accontentarla a ogni costo, e in fondo era esattamente quello che volevo; sentirla godere e sfinirsi. Le sbattevo il dildo con colpi regolari, sentendo il suono sordo che faceva. Quando Gisella venne di nuovo mi lasciò un urlo nelle orecchie che bastò a farmi accasciare su di lei esausta, come se fossi stata io a venire. Rimanemmo sul letto senza parlare, nude e spettinate, col fiatone e una stanchezza buona nelle ossa. Ogni tanto ci guardavamo e ridevamo piano, come ragazzine reduci da una marachella troppo grande per essere raccontata. Quando finalmente mi rivestii, sentivo le gambe molli e il cuore che martellava ancora, mentre infilavo le mutandine.

Mi disse, ancora nuda:

“Non devi preoccuparti, nessuno lo saprà. E se vuoi, possiamo dimenticare tutto.”

Sapevo che era impossibile. Mi era entrata nella pelle, come fumo o liquido che trova la strada tra le crepe. La ringraziai sottovoce, come se avessi paura che fosse un sogno che potesse svanire.

Era tutto così surreale.

“Non lo dire a nessuno.” mi disse, con la voce bassa di chi svela un segreto.

“Non lo dirò a nessuno se mi prometti che lo rifaremo”, risposi.

Lei rise si sollevò e mi diede un bacio, caldo, dolce e delicato.

“Certo che lo rifaremo…mi piaci troppo Rossella”.

“Anche tu mi piaci Gisella”.

Avevo scoperto un altro paradiso al quale, di sicuro, non volevo più rinunciare.

Ci salutammo e io scesi da sola mentre lei mi aveva già chiamato il taxi. Arrivai alla mia auto e tornai a casa. Affamata e felice.
scritto il
2026-02-24
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